Il fascismo

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Testo

L’AVVENTO DEL FASCISMO IN ITALIA
IL DOPOGUERRA IN ITALIA
I caratteri della crisi economica italiana: insieme alle difficoltà di riconversione della produzione industriale, il grosso problema era la disoccupazione, in quanto nel sud le terre promesse durante la guerra non vennero distribuite e nel nord il reinserimento dei braccianti e dei fittavoli aveva creato una eccedenza di manodopera. A peggiorare la situazione furono i provvedimenti presi dagli Stati Uniti contro l’immigrazione, che ridusse notevolmente il flusso migratorio italiano verso l’America. Anche nel settore industriale la disoccupazione aumentò notevolmente e si concentrò a Torino, Genova e Milano, cioè nei poli del triangolo industriale, a cui si aggiunse l’inflazione e il crollo della lira che, per un paese totalmente dipendente dell’esterno per le materie prime, significava un disastro economico.
Socialisti e cattolici vincono le elezioni del 1919: nel corso del 1919 le adesioni ai sindacati aumentarono velocemente e si verificarono numerosi scioperi a catena e agitazioni che investirono tutti i settori lavorativi, mentre i contadini meridionali occupavano le terre. Lo Stato liberale appariva incapace di fronte alla crisi sociale, mentre il Partito socialista si rafforzava e i cattolici diedero vita al Partito popolare; furono questi due partiti che, capendo i bisogni dei ceti popolari, vinsero le elezioni del 1919. Il partito socialista era però fortemente diviso al suo interno tra la tendenza riformista, che mirava a graduali trasformazioni per sviluppare il suo programma in collaborazione con la borghesia, e la tendenza massimalista, che invece sosteneva agitazioni fini a se stesse ed era priva di un programma d’azione. All’estrema sinistra vi era poi un’altra linea, che si raggruppò attorno a Gramsci e alla rivista “L’Ordine nuovo” e diede vita a quello che poi divenne il Partito comunista d’Italia, in stretto legame con la Terza Internazionale.
La rivoluzione sembra alle porte: gli anni 1919-20 sono detti del “biennio rosso”, poiché si creò un clima di aspettativa rivoluzionaria, temuto dai gruppi dirigenti e dai partiti conservatori, ma sostenuto dai ceti rimasti delusi e danneggiati dalla guerra. I contadini meridionali avviarono l’occupazione delle terre e la rivoluzione sembrò alle porte quando vennero occupate circa 300 fabbriche, in particolare nel nord, in risposta alla chiusura dell’Alfa Romeo. Si temeva che i consigli di fabbrica, organismi operai che avevano assunto la gestione della produzione, si trasformassero, sull’esempio dei soviet russi, in organismi di democrazia diretta. Il movimento che diede vita a queste agitazioni era però frammentato, privo di collegamenti al suo interno e senza una guida politica, perciò esso non portò a trasformazioni definitive.
Lo sviluppo dei movimenti reazionari in Italia: nel 1919 fu fondato a Milano da Mussolini il partito fascista che all’inizio ebbe scarso seguito e un programma composito che comprendeva elementi rivoluzionari e nazionalistici. Esso contava sulle spinte nazionalistiche e conservatrici che avevano una solida base di massa, costituita dagli ex ufficiali delusi e dai ceti medi colpiti dalla crisi. La propaganda nazionalista aveva sfruttato nell’immediato dopoguerra l’andamento delle trattative italiane al congresso di Versailles; in questa occasione il presidente del consiglio Orlando e il ministro degli esteri Sonnino, avevano criticato la diversità dei vantaggi ottenuti dai paesi vincitori e si scontrarono apertamente con Wilson, che sosteneva le richieste di indipendenza della Jugoslavia. La delegazione italiana aveva abbandonato la conferenza e aveva alimentato nell’opinione pubblica l’idea che “l’Italia aveva vinto la guerra, ma perduto la pace”. Nacque così il mito della “vittoria mutilata” usato dalla propaganda nazionalistica in contrapposizione a quello dello “spirito rinunciatario” del governo e dei partiti popolari. Gabriele d’Annunzio tentò un’azione di forza occupando con un gruppo di armati la città di Fiume, assegnata alla Jogoslavia, dimostrando così la crisi dello Stato liberale e del disprezzo verso il parlamento di questi movimenti reazionari.
Il ritorno di Giolitti alla guida del governo: il presidente del consiglio Nitti era impossibilitato a far fronte alla difficile situazione, perché osteggiato dai popolari, dai socialisti e anche dalle destre, scontente per il suo atteggiamento ostile verso l’impresa fiumana. Giolitti allora, con il discorso di Dronero del 1919, ripresentò la propria candidatura come presidente del consiglio, promettendo di riportare il paese alla normalità. Infatti, concluse positivamente la questione fiumana con il trattato di Rapallo, che riconosceva Fiume come città libera e l’annessione di Zara all’Italia; riportò successi in occasione dell’occupazione delle fabbriche nel 1920, grazie alla sua linea del non intervento, e senza ricorrere alle repressione, lasciò che l’agitazione si esaurisse da sola e che la parti giungessero a un accordo. Questa soluzione pacifica, considerata un’occasione persa per il movimento rivoluzionario, si verificò però in una fase calante della tensione sociale e fu seguita da un peggioramento della situazione economica, per il ristagno della produzione industriale, l’aumento della disoccupazione, il fallimento della Banca di sconti che portò alla rovina molti risparmiatori
L’affermazione del movimento fascista: tra il 1921 e 1922 la situazione italiana precipitò verso una soluzione reazionaria. Il tentativo di Giolitti di arginare la crisi inasprendo la tassazione sui capitali e sui profitti fece perdere al governo il consenso dei moderati. La borghesia imprenditoriale e i proprietari fondiari aderirono al fascismo, che rappresentò quella parte della classe dirigente che voleva normalizzare la situazione italiana in modo autoritario. Furono organizzate squadre militari d’azione che attuarono spedizioni punitive contro sedi di partito o di giornali, cooperative, case del popolo, comuni, amministrazioni democratiche, incendiando, devastando e uccidendo. L’ascesa del fascismo non avrebbe avuto successo senza l’appoggio delle forze liberali, che pur non condividendone le azioni, intendevano servirsene contro i socialisti e il movimento operaio. Esso fu facilitato dal fatto che i sindacati e l’opposizione di sinistra, sottovalutarono la gravità della situazione e non mirarono alla mobilitazione popolare. Il movimento operaio e socialista si trovava così in un momento di disorientamento e le due scissioni, quella del 1921 dalla quale si formò il Partito comunista, e quella del 1922 dalla quale si staccò la minoranza riformista, lo indebolirono ulteriormente. Le incursioni delle squadre fasciste si svolsero così incontrastate e molte volte furono persino coperte dai prefetti e dalle autorità militari. Queste ultime credevano infatti, come la maggioranza liberalmoderata, di riuscire, dopo la sconfitta del movimento operaio, di controllare anche le violenze fasciste, cosa che invece risultò impossibile.
Il colpo di Stato fascista: nelle elezioni del 1921 i fascisti non ebbero la maggioranza in parlamento, che rimase ai socialisti e ai popolari, ma di fatto poi questi erano neutralizzati nel paese dalle sopraffazioni fasciste. Questo periodo del governo Bonomi, coincise con l’apice della violenza fascista e Mussolini si convinse che i tempi erano maturi per eliminare gli aspetti estremistici, anticlericali e repubblicani del suo programma. La debolezza del governo Facta fu l’occasione giusta: al congresso nazionale fascista , tenuto a Napoli nel 1922 si formò un “quadrumvirato” composto da De Bono, Balbo, De Vecchi e Bianchi, massimi esponenti del partito, che organizzò il colpo di forza contro il governo, la cosiddetta “marcia su Roma”, mentre Mussolini a Milano ne attendeva il risultato. La proposta di Facta di dichiarare lo stato d’assedio contro le squadre fasciste, fu respinta dal re Vittorio Emanuele III, che anzi affidò a Mussolini il compito di formare un nuovo governo.

IL FASCISMO DA MOVIMENTO POLITICO A REGIME
Il governo fascista contro il parlamento: il primo gabinetto fascista comprendeva anche liberali popolari e indipendenti e fu riconosciuto dalla maggioranza parlamentare. I primi provvedimenti del governo dichiararono decadute le leggi fiscali di Giolitti consentendo una riduzione dei salari. L’intensificazione dello sfruttamento e dell’oppressione sociale permise la ripresa economica favorita anche da una mutata congiuntura internazionale. Mussolini si propose di attuare il programma fascista accentrando il potere nel partito e nelle sue mani; egli aveva infatti sin dall’inizio disprezzato il parlamento e le altre istituzioni statali, che furono private delle loro prerogative e sostituiti con: il Gran Consiglio del Fascismo, composto dai maggiori esponenti del partito e con funzioni prima attribuite al parlamento, e la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale incaricata di difendere il nuove regime. Intanto fu ristretta la libertà di stampa e di riunione. Le elezioni del 1924 assicurarono la vittoria al cosiddetto “listone”, comprendente fascisti e conservatori, grazia a intimidazioni e brogli. Matteotti, deputato socialista, denunciò in parlamento le irregolarità verificatesi durante le elezioni e fu rapito e ucciso da fascisti. Il delitto suscitò in tutto il paese indignazione verso il governo fascista, ma Vittorio Emanuele III rinnovò la sua fiducia a Mussolini e la protesta morale dell’opposizione parlamentare che con la secessione dell’Aventino abbandonò la Camera, rimase solo un gesto simbolico.
Verso un nuovo regime politico: dopo il 1925, Mussolini, sicuro dell’appoggio della corte, dell’alta finanza e degli agrari, diede una svolta radicale alla sua politica, che fini ad allora aveva , anche se solo formalmente, rispettato le regole costituzionali. Creò un nuovo assetto politico e costituzionale noto come “regime fascista” attraverso iniziative parallele: riducendo la possibilità d’azione dell’opposizione politica e socialista e privando il parlamento delle sua funzione di massimo organismo politico. Numerosi decreti governativi limitarono ulteriormente la libertà di stampa e di attività politica, dichiararono decaduti i deputati dell’opposizione aventiniana, abolirono il diritto allo sciopero e sciolsero i sindacati operai. L’organizzazione dello Stato fu modificata in una direzione accentratrice: gran parte dei poteri furono assunti dal “duce”, che divenne capo del governo e del partito; lo Statuto albertino, anche se non formalmente abrogato, fu modificato per le norme costituzionali e il parlamento perse la sua funzione legislativa, attribuita al sovrano, e fu ridotto a organo di controllo.
I fascisti eliminano ogni opposizione politica: tutti i movimenti e i partiti politici, che non fossero quello fascista, furono dichiarati illegali e fu creato un tribunale speciale per la difesa dello Stato allo scopo di sopprimere le opposizioni. Vittime delle violenze fasciste furono Amendola e Gobetti, due dei maggiori esponenti del primo antifascismo, mentre molte altre personalità politiche e culturali furono costrette all’esilio per continuare all’estero la loro lotta. Nacque così il fenomeno del “fuoriuscitismo” alimentato dei dirigenti socialisti, popolari, repubblicani, liberali. In Italia la lotta al regime proseguì clandestinamente e i coagulò attorno al Partito comunista. Nel 1926 Gramsci, leader comunista, fu condannato dal tribunale speciale al carcere, dove vi rimase fino alla morte; punto di riferimento ideale per l’opposizione al fascismo divenne Croce e la rivista “La Critica”.
La politica economica fascista del 1923-25:il primo risultato dl regime fascista fu la ripresa economica con la crescita della produzione industriale; mentre sul piano politico e istituzionale il regime toglieva libertà di azione e di espressione, sul piano economico lasciava ogni libertà d’iniziativa agli imprenditori, liberava da ogni impaccio burocratico, aboliva le imposte sui profitti di guerra e del blocco dei fitti, facilitava fiscalmente la fusione delle società., metteva a disposizione massicci prestiti di capitali per agevolare la produzione e gli investimenti. Dopo il 1924 iniziò una fase di ripresa economica internazionale e in Italia crebbero a dismisura le esortazioni di manufatti: questo breve boom economico durò fino al 1926, quando a livello internazionale si mostrarono i segni di una nuovo ristagno. Per far fronte a questa situazione e diminuire le importazioni, stimolando il più possibile la produzione interna, il regime lanciò due grandi iniziative che propagandò con ogni mezzo di comunicazione, radio, giornali, cinema: la “battaglia del grano” che consisteva nell’accrescere la produzione agricola, in particolare quella di cereali, attraverso l’introduzione di nuovi macchinari, e la “bonifica integrale”, che consisteva nell’aumentare la superficie coltivabile bonificandola dalla palude e dall’incolto, ancora diffusi nel Mezzogiorno. Queste iniziative richiedevano inoltre una grande quantità di manodopera che andava a ridurre notevolmente la disoccupazione.
La lotta contro l’inflazione rafforza il regime: l’operazione di rivalutazione della lira, la cosidetta “quota 90” fu attuata dal fascismo nel 1926 e costituì una svolta rispetto al precedente liberismo. Le manovre speculative e l’inflazione, che avevano favorito la ripresa economica, agevolavano le esportazioni, ma rendevano troppo costose le importazioni, rischiando di mandare in bancarotta lo Stato e tutti quei settori economici che non si basavano sull’esportazione. Inoltre l’inflazione rendeva impossibile la riduzione dei salari, che garantiva stabilità sociale e politica. Mussolini lanciò una nuova fase della politica economica con il Discorso di Pesaro del 1926, in cui si annunciava la rivalutazione della lira (90 lire per 1 sterlina e non 120/125 secondo i cambi del 1925): per diminuire l’inflazione era necessario controllare i prezzi, difendere i risparmiatori e tutelare i settori industriali più forti. Queste iniziative rafforzarono il regime sul piano del consenso interno e internazionale e stimolarono la crescita della grande industria a scapito della media e piccola impresa, e l’agricoltura importatrice a danno di quella esportatrice. Per controllare i conflitti del lavoro fu abolito il diritto di sciopero e fu istituita la magistratura del lavoro, unico organismo per derimere ogni controversia lavorativa la Confederazione generale del lavoro fu sciolta e sostituita dai sindacati fascisti e dalle corporazioni, istituzioni che riunivano lavoratori e datori di lavoro, nell’intento di eliminare ogni conflittualità. La politica sociale fascista, sancita nella “Carta del lavoro” del 1927, prevedeva che le corporazioni assicurassero collaborazione tra le classi, ma in realtà ciò era solo fittizio, poiché i grandi gruppi della finanza, dell’industria e dell’agricoltura, eliminati gli organismi di tutela dei diritti dei lavoratori, ottennero una politica a loro favorevole senza l’opposizione delle classi lavorative.
Il regime fascista alla ricerca del consenso: la creazione del consenso al regime fascista era una questione di vitale importanza, che richiedeva interventi capillari, il dispendio di numerose energie, l’uso sapiente del “bastone”, cioè la repressione poliziesca al dissenso, e della “carota”, cioè il miglioramento economico, benessere, prestigio, carriera. Gentile, filosofo idealista e ministro della pubblica istruzione, si distinse nel costruire una solida base di principi e dottrine per il regime; egli definì il fascismo un “nuovo stile di vita”, basato sullo spirito di sacrificio, sul gusto per la vita pericolosa, l’azione temeraria, sempre però in obbedienza agli ordini superiori. Il modello da imitare era quello del duce, uomo forte, abile in ogni tipo di attività e capace di scelte sicure. Al Partito nazionale fascista aderì la quasi totalità degli italiani e la tessera al partito, che era obbligatoria, fu chiamata “tessera del pane”, poiché l’esserne privi comportava difficoltà di ogni genere nella vita quotidiana. L’organizzazione capillare permetteva un continuo controllo e una massiccia propaganda; il fascismo, infatti, interveniva in ogni fase e momento della vita degli italiani, a partire dall’infanzia. All’età di 4 anni i fanciulli erano inquadrati in formazioni paramilitari allo scopo di educarli alla disciplina, all’ordine, all’obbedienza, mediante esercizi ginnici, sfilate, addestramento alle armi. Il regime organizzava anche il tempo libero, con l“opera nazionale del dopolavoro”, che creava occasioni di svago come il “sabato fascista” o le gite con i treni “popolari”, ricostruendo un’atmosfera di benessere piccolo-borghese. La politica sociale riguardò invece la creazione dell”opera nazionale maternità e infanzia”, del sistema pensionistico e assistenziale, i premi di natalità, la diffusione dell’istruzione rurale e tecnico-professionale.
I rapporti tra il fascismo e la Chiesa: uno dei maggiori motivi propagandistici era il richiamo all’antica Roma e al suo impero, ma il tentativo di ricollegarsi alla Roma imperiale era solo fittizio, i quanto dietro di esso si nascondeva la povertà culturale e la corruzione. Tra le alte gerarchie dominava l’opportunismo e la tendenza a crearsi una sfera di potere personale. La personalità del duce, aveva perciò, anche il compito fondamentale di tenera a freno i contrasti e le rivalità, facendo prevalere alla fine la sua volontà. Al riguardo il problema dei rapporti con i cattolici era uno dei più complessi, che era necessario risolvere per allargare i consensi. Sin dal 1925 Mussolini aveva avviato contatti con il Vaticano, allo scopo di ricevere da questo un riconoscimento e avere così il consenso dei cattolici. Nel 1929 si arrivò alla stipulazione tra lo Stato italiano e la Santa Sede dei “patti lateranensi”, che riconoscevano al pontefice la sovranità sulla città del Vaticano, il pagamento di un’indennità a risarcimento dei beni espropriati con la presa di Roma, la religione cattolica come religione di stato. Furono inoltre sanciti gli effetti civili del matrimonio religioso e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Il prestigio del duce fu accresciuto grazie a questa “conciliazione” e Pio XI lo salutò come “l’uomo della provvidenza”. Molti cattolici rimasero però nell’opposizione al fascismo.
La diffusione dei regimi fascisti in Europa: il fascismo trovò largo seguito anche all’estero, per la sua dichiarata avversione al comunismo. I riconoscimenti furono sia verbali, da parte del governo conservatore inglese, sia in molti paesi europei si instaurarono regimi ispirati ai principi fascisti: in Portogallo con Salazar, in Polonia con Pilsudski, in Austria, Romania, Grecia, Bulgaria dove le forze di destra esercitarono pressioni sempre maggiori sui governi, in Spaga con de Rivera.

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