I successi giapponesi nel Pacifico

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Categoria:Storia

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Testo

I SUCCESSI GIAPPONESI NEL PACIFICO (1941-42)
Il 22 giugno 1941 ebbe inizio l'attacco a sorpresa, senza ultimatum e dichiarazione di g., della Germania all'U.R.S.S.. Il Giappone mirava da tempo a estendere il suo dominio in Estremo Oriente: aveva occupato la Manciuria nel 1931 e invaso la Cina nel 1937, occupando Pechino, Nanchino e Shanghai; nel luglio 1941 aveva esteso la sua occupazione all'Indocina francese, suscitando la reazione di Roosevelt e Churchill, che avevano deciso la sospensione dei rifornimenti di petrolio essenziali all'economia giapponese. Da qui la decisione di attaccare gli Stati Uniti con la sorpresa iniziale di Pearl Harbor (affondamento di otto corazzate), come premessa per la conquista della supremazia navale nel Pacifico. Tre giorni dopo Pearl Harbor due importanti unità britanniche, furono affondate nel mare della penisola di Malacca dai bombardieri nipponici. Il piano operativo giapponese tendeva alla creazione di una fascia difensiva intorno al Giappone, estesa dalle isole Wake e Marshall fino ai territori della Malesia e della Birmania, con la possibilità di sfruttare entro questo "perimetro difensivo" le notevoli ricchezze offerte dalle terre del Pacifico sud-occidentale. L'episodio di Pearl Harbor segnò una svolta decisiva nello svolgimento del conflitto: il Congresso americano votò lo stato di g. con il Giappone (8 dicembre); Germania e Italia, su richiesta del governo giapponese che si valeva del patto tripartito, dichiararono g. agli Stati Uniti (11 dicembre); il 1º gennaio del 1942 venticinque Stati firmarono l'atto costitutivo delle Nazioni Unite e formarono un blocco compatto contro la coalizione nazifascista. Questa tuttavia per tutta la prima metà del 1942 mantenne su ogni fronte la propria spinta iniziale. I Giapponesi avanzavano nell'entroterra cinese e indocinese: occupavano Hong Kong e Singapore, penetravano attraverso l'Indocina – già in loro possesso fin dal 1940 – nella Thailandia. Di qui entravano in Birmania e sottraevano agli Anglo-Cinesi la strada che collega questo Paese alla Cina. Contemporaneamente attaccavano con vigore l'arcipelago dell'Insulindia; nel gennaio conquistavano le Filippine e giungevano nel marzo a Giava, completando i propri successi nelle Indie olandesi. Realizzarono nello stesso tempo il loro piano di attacco nel Pacifico con la conquista, a nord, delle isole di Guam e Wake, a sud, degli arcipelaghi Gilbert, Ellice e Bismarck. Gli Americani decisero di tenere in questa prima fase della guerra nel Pacifico una condotta puramente difensiva. Decisione questa che rientrava nel più vasto piano d'azione concordato a Washington da Churchill e Roosevelt e consistente nel concentrare la maggior parte dei mezzi bellici in Gran Bretagna e in Africa, al fine di resistere dapprima all'avanzata tedesca e di muovere in un secondo tempo al contrattacco.
LA FINE DELLA GUERRA IN ESTREMO ORIENTE (1944-45)

Al momento della resa tedesca il Giappone, chiuso entro il proprio cordone difensivo, resisteva ancora alla massiccia superiorità aeronavale degli Americani. Questa si concretò, durante la prima metà del 1944, nell'avanzata lungo due diverse direttrici: l'una, al comando del generale Mac Arthur, nel Pacifico sud-occid.; l'altra, agli ordini dell'ammiraglio Nimitz, nel Pacifico centrale. La prima assicurò agli Alleati la conquista della Nuova Guinea edelle isole dell'Ammiragliato; l'altra aprì attraverso le Marianne un importante varco verso il Giappone con l'insediamento degli Americani nella base di Saipan. Mentre andava restringendosi sul mare il cerchio intorno al Giappone, questo tentò di rafforzare le proprie posizioni all'interno della zona di difesa, colpendo le basi americane situate in Cina (Kweilin e Nanning) e contrattaccando l'azione inglese diretta a riaprire la "strada della Birmania". Con queste operazioni i Giapponesi ottennero qualche risultato di rilievo (il collegamento col Tonchino e l'allontanamento a N delle basi americane), ma non riuscirono a contrastare il rifornimento alleato alla Cina, che avveniva ormai per via aerea attraverso l'Himalaya. Nel Pacifico intanto Mac Arthur avanzava verso le Filippine. Il comando nipponico, per evitare di perdere il collegamento con le terre dell'ovest – la Malesia e l'Indonesia fruttavano al Giappone preziose materie prime – impegnò la propria flotta nel golfo di Leyte. Ma in quest'ultima grande battaglia nel Pacifico (23-26 ottobre 1944) i Giapponesi uscirono duramente sconfitti, perdendo, fra l'altro, una delle due più potenti corazzate, il Musashi. Gli Americani proseguirono nella loro avanzata: le forze di Mac Arthur occuparono nel febbraio del 1945 Manila e Luzon e sbarcarono in marzo a Okinawa; quelle di Nimitz giunsero nel febbraio a Iwo-jima e la conquistarono nel marzo. Gli U.S.A. possedevano intorno al Giappone tutti i punti strategici utili per lo scatenamento dell'offensiva finale. Il Giappone tuttavia, che aveva perso quasi per intero le proprie unità navali e aveva abbandonato tutti i territori occupati negli anni precedenti (dalla Birmania all'Indonesia), non accennava ad arrendersi, anzi ricorse all'impiego di nuovi mezzi (i kamikaze) e risparmiò la propria aviazione per resistere all'ultimo attacco nemico. Questo iniziò nel maggio 1945 con l'incessante martellamento dei porti, degli aerodromi e dei centri di produzione giapponesi. A causa della progressiva distruzione del suo apparato bellico, il Giappone appariva già battuto quando, il 26 luglio, ricevette dal nuovo presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, l'intimazione della resa incondizionata. Al rifiuto di Tokyo, gli U.S.A. lanciarono su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto) le bombe atomiche. Fu l'ultimo spaventoso evento della II g. mondiale: dopo che anche l'U.R.S.S. aveva dichiarato la g. al Giappone e aveva invaso la Manciuria (8 agosto), l'Impero nipponico accettò la resa (14 agosto).

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