I Fenici

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Testo

Vi sono molte divergenze sulle origini di questo popolo e della cultura: tra chi riporta l'uno e l'altra fino al II o al III millennio a.C. e chi scende all'inizio dell’Età del Ferro, cioè intorno al 1200.
Si trovano almeno dal tempo di Omero; ed è evidente la loro connessione con il nome comune phoinix, che significa "rosso porpora" e si riferisce alla tipica industria fenicia della colorazione in porpora dei tessuti. Può tuttavia essere che il nome, almeno nel suo uso comune, sia diffuso già prima, nel II millennio: nei testi micenei, infatti, si trova l'aggettivo femminile po-ni-ki-ja con significato di "rosso" con riferimento ad un carro.
Ma come i Fenici chiamavano se stessi?
Il nome Sidoni, è specifico sia in Omero sia nella Bibbia, infatti, viene talora usato per indicare i Fenici nel loro insieme; ma sempre evidente che ciò dipenda dal prevalere in qualche tempo e luogo della città, Sidone, a cui si riferisce.
Ma allora, indipendentemente dal nome come definire un’unità fenicia?
La prima risposta è che, fino all'evento dell'età del ferro e cioè al 1200 circa a.C., la storia siro-palestinese non offre una chiara differenziazione tra i centri della costa, poi destinati a costituire la Fenicia vera e propria, e quelli dell'interno.
Nel sistema delle città-stato, che caratterizza la vicenda storica della regione, non si nota nei centri che saranno fenici un apprezzabile divario da quelli che non lo saranno: la costa insomma, non si contrappone all'entroterra.
Appunto perché isolate e compresse nell'aria costiera, le città che possiamo chiamare ormai a pieno diritto fenicie allacciano più stretti vincoli tra loro e comunque interferiscono più sensibilmente nelle reciproche vicende. Ha inizio così il grande fenomeno della colonizzazione prima in forma di frequentazione sporadica, poi come colonizzazione vera e propria: un fenomeno che caratterizza l'età fenicia, mentre in quella prefenicia è assente, a seguito del quale si determinano incontri e scontri con l'espansione greca e dunque un’interrelata vicenda mediterranea.
Senza dubbio, chiunque indaghi la storia fenicia può e deve, a buon diritto considerare questa "preistoria".

L'area geografica in cui si svolge la storia fenicia d'oriente è la fascia costiera siro-palestinese, approssimativamente da Shukshu, a nord, fino ad Acco, a sud. Più a nord vi sarebbe Ugarit, ma la sua storia è già conclusa intorno al 1200, quando ha iniziato quella fenicia vera e propria.
Se si possono discutere i limiti degli insediamenti fenici a nord e a sud, non è discutibile l'omogeneità della regione, sicché si delinea come una fascia costiera variamente estesa a seconda che la catena libanese s'incunei più o meno verso il mare.
Nelle zone che così si determinano, le condizioni e le risorse del suolo sono assai fertili: fiorisce l’agricoltura e cospicua è lo sfruttamento del legname nelle montagne.
La situazione geografica fin qui esposta ha come prima e basilare conseguenza il frazionamento politico, con la costituzione di stati prevalentemente cittadini. Tali sono le maggiori città fenicie, da Arado a Biblo, da Berito a Sidone, da Sarepta a Tiro.
Le città venivano fondate sui promontori rocciosi, che potevano disporre alternativamente di due porti, a nord e a sud, secondo le circostanze dei venti e delle stagioni. In alternativa ai promontori, venivano usate come luoghi d'insediamento le piccole isole dinanzi alle coste, dove era ancor più facile fortificarsi e difendersi in caso di assedio, mentre la varietà degli approdi rimaneva intatta.
La situazione geografica della Fenicia implica una maggiore o minore separazione dall'entroterra, secondo le circostanze della storia. La costituzione di forti stati interni ha però un'altra conseguenza: quella di rendere difficili quei commerci per via di terra che costituivano una componente essenziale nell'attività economica dei fenici.
Si sviluppa, per conseguenza, l'attività marinara che era stata sempre connaturata alla posizione delle città fenicie, ma che si era esplicata.
In massima parte nell'ambito del Mediterraneo orientale, con particolare riguardo all'Egitto, che intratteneva da sempre con l'area costiera siro-palestinese relazioni privilegiate.
Si determina, così, la proiezione marittima che abbiamo visto tipica delle città fenicie e che fa della loro storia un fenomeno non più solo vicino orientale ma anche e soprattutto mediterraneo. In tale proiezione, appare subito caratteristica la fondazione nell'Occidente di colonie che hanno le stesse peculiarità delle città orientali: sorgono, infatti, sui promontori o sugli isolotti antistanti alle coste spaziati intervalli abbastanza regolari per consentire la sosta durante la navigazione.
Si spiega, così, la natura di insediamenti sui promontori, venivano usate come luoghi d'insediamento le piccole isole dinanzi alle coste, dove era ancor più facile fortificarsi e difendersi in caso di assedio, mentre la varietà degli approdi rimaneva intatta.
La situazione geografica della Fenicia implica una maggiore o minore separazione dall'entroterra, secondo le circostanze della storia.
La costituzione di forti stati interni ha però un'altra conseguenza: quella di render difficili quei commerci per via terra che costituivano una componente essenziale nell'attività economica dei Fenici.
Si sviluppa, per conseguenza, l'attività marinara che era stata sempre connaturata alla posizione delle città fenicie, ma che si era esplicata in massima parte nell'ambito del Mediterraneo orientale, con particolare riguardo all'Egitto, che intratteneva da sempre con l'area costiera siro-palestinese relazioni privilegiate.
Si determina, così la proiezione marittima che abbiamo visto tipica delle città fenicie e che fa della loro storia un fenomeno non più solo vicino orientale ma anche e soprattutto mediterraneo. In tale proiezione, appare subito caratteristica la fondazione nell’Occidente di colonie che hanno le stesse peculiarità delle città orientali; sorgono, infatti, sui promontori o sugli isolotti antistanti alle coste, spaziate a intervalli abbastanza regolari per consentire la sosta durante la navigazione.
Si spiega, così, la natura di insediamenti sui promontori propria di centri come Cartagine e Nora, quella di insediamenti sulle isole propria di centri come Mozia e Sant’Antioco, Cadice e Mogador.
La natura stessa delle fondazioni differenzia dunque, e con evidenza, le città marinare fenicie da quelle greche. Queste ultime sono in alternanza colonie di popolamento o empori commerciali, le città fenicie sono tutte di quest’ultimo tipo. E se fenomeni di popolamento, come di conquista nell’entroterra, si verificano anche in area fenicia, specialmente in Sardegna, ciò avviene solo nella fase imperiale di Cartagine, quando le necessità militari impongono sviluppi non insiti nella fase primaria della colonizzazione.

Come è stato chiarito in precedenza, la storia che possiamo a pieno titolo definire fenicia s’inizia con il XII secolo a.C. Appena sfiorata dai grandi sommovimenti causati dall’invasione dei Popoli del Mare, la fenicia mostra, a partire da questo livello cronologico, un’accentuata differenziazione dalle aree contigue e insieme una forte coerenza interna per ciò che attiene alla lingua, alle credenze religiose, alle espressioni artistiche, all’organizzazione politica.
La conoscenza delle vicende storiche della Fenicia resta però largamente condizionata dallo stato della documentazione.
Non minore importanza hanno, per la conoscenza della storia fenicia, altre fonti vicino-orientali, in specie mesopotamiche ed egiziane. Quanto alle prime, si tratta in genere dei resoconti delle spedizioni militari condotte dai sovrani assiri contro le città della Fenicia; essi possono ritenersi sostanzialmente attendibili, con la sola riserva che sovente amplificano la portata dei successi conseguiti dai re per la cui celebrazione i testi sono redatti.
Un decisivo contributo alla conoscenza della storia fenicia viene inoltre dagli storici greci Erodoto, Diodoro Siculo e Arriano, a cui dobbiamo la maggior parte delle informazioni sul periodo immediatamente precedente alla conquista di Alessandro Magno.
Poco più che frammenti di storia si ricavano infatti delle scarse fonti fenicie superstiti, consistenti prevalentamente in iscrizioni reali.
Il primo episodio relativo alla storia delle città fenicie all’indomani dell’invasione dei Popoli del Mare ci sia noto attraverso una fonte indiretta. Si tratta dello storico latino Giustino, il quale ricorda che gli abitanti di Sidone, in fuga dopo la sconfitta subita dagli Ascalonesi fondarono Tiro. Sappiamo che Tiro esisteva certamente molto prima della data in cui Giustino colloca l’episodio, il 1200 a. C. circa, e dunque la notizia va interpretata nel senso di un contributo di Sidone alla rivitalizzazione di Tiro. Il dato risulta comunque significativo, nell’indicare una preminenza di Sidone in questa fase iniziale della storia fenicia: si ricordi in proposito che il termine “Sidoni” è usato nell’Antico Testamento sia nei poemi omerici come sinonimo di “Fenici”.
Nell’Antico Testamento Hiram è ricordato per i suoi rapporti con i sovrani di Gerusalemme Davide e Salomone. Il re di Tiro fornisce la materia prima e la manodopera specializzata per la costruzione del palazzo reale e del tempio di Gerusalemme ricevendone in cambio, come pagamento, derrate alimentari.
L’organizzazione palatina detiene il controllo di settori decisivi dell’economia cittadina: dispone delle materie prime, ha il suo diretto servizio una manodopera numerosa e specializzata ed è in condizioni di assumere iniziative economiche di ampio respiro, come le impegnative spedizioni commerciali all’estero.
Alcuni prodotti caratteristici dell’industria e dell’artigianato fenicio sono: vasi di bronzo, vesti di lana colorata e di lino, avorio e legname.
La lingua fenicia s’impone come idioma internazionale di comunicazione mentre l’alfabeto fenicio viene adottato anche dalle genti aramaiche e dagli Israeliti. A buon diritto, dunque, si è potuto parlare di un “magistero di cultura” esercitato dai Fenici sulle popolazioni contermini per il periodo compreso tra il IX e la prima parte dell’VIII secolo a. C.
Con la metà dell’VIII secolo a.C. il quadro muta in modo rapido e sostanziale. Sotto il re Tiglatpileser III (745-727 a. C.) l’Assiria avvia una politica di decisa annessione dei territori fenici, che sarà portata a compimento nel volgere di qualche decennio. Tiglatpileser III, al termine di una campagna vittoriosa, annette le città della Fenicia settentrionale e sui loro territori crea una provincia, con a capo alcuni governatori.
L’opera di Tiglatpileser III è completata da Sargon II (721-705 a. C. ), il quale s’impossessa dei possedimenti di Tiro nell’isola di Cipro e, domando una rivolta di alcune città fenicie e siriane, consolida il controllo assiro sulla regione.
Qualche anno più tardi è Tiro a ribellarsi, con il sostegno dell’Egitto, ma il tentativo non ha miglior sorte e la pur ridotta autonomia di cui la città ancora disponeva viene in pratica completamente perduta. Lo dimostra, con vivida immediatezza, un documento diplomatico di eccezionale interesse, il trattato tra Asarhaddon e il re di Tiro Baal, che in secondo piano rispetto allo stesso governatore assiro.
La dominazione assira, dunque, è gravida di conseguenze negative anche per la più tradizionale e remunerativa attività dei Fenici: con l’indipendenza politica viene meno anche la libertà dei commerci. In tale situazione non stupisce che le città fenicie tentino ripetutamente, negli anni successivi, di scuotere il giogo assiro.
I centri fenici non appaiono più in grado di esprimere una politica autonoma e, come attesta Giuseppe Flavio ricostruendo la successione dinastica di Tiro tra il 950 e il 532 a. C. , spesso sono i Babilonesi a scegliere i re locali.
La funzione di particolare rilievo che la Fenicia assume nell’ambito dei possedimenti persiani, quale base per le azioni militari verso la Grecia e l’Egitto, fa sì che gli imperatori ne trattino con sostanziale benevolenza gli abitanti, ne favoriscano le attività commerciali e riconoscano una certa autonomia, almeno sul piano interno, alle monarchie cittadine.
Le flotte fenicie sono una componente essenziale degli eserciti allestiti dai Persiani contro l’Egitto e la Grecia. Gli stessi re fenici guidano i contingenti navali delle loro città, il che costituisce una prova del loro completo accordo con la politica persiana di espansione verso Occidente, foriera di notevoli benefici per le città della Fenicia.
Tra i centri della Fenicia, Sidone sembra godere, nell’età persiana, di una posizione di preminenza. La città è sede del governatorato persiano e conosce una fase di notevole floridezza, come testimoniano alcuni importanti resti architettonici.
Un connotato comune sembra caratterizzare tutti i re di Sidone di questo periodo ed è l’atteggiamento filo persiano, tanto più rilevante in quanto esso appare talora in contrasto con le posizioni assunte dai sovrani di altre città o da una parte della stessa popolazione sidonia.
Il grande fenomeno dell’espansione fenicia lungo le coste mediterranee, con la conseguente fondazione di insediamenti coloniali, è da tempo oggetto di ampia discussione per quanto attiene alle cause, ai modi e soprattutto ai tempi.
Ma i Fenici, che sono esperti nel commercio, compravano questo argento con qualche piccolo cambio di altre mercanzie. Di conseguenza, portando l’argento in Grecia, in Asia e presso tutti gli altri popoli, i Fenici ottenevano grandi guadagni. Così, esercitando tale commercio per molto tempo, si arricchirono e fondarono numerose colonie: alcune in Sicilia e nelle isole vicine, altre in Libia, in Sardegna e in Iberia “.
Non solo l’argento, ma anche il rame e lo stagno venivano ai fenici da Liberia; e siccome le principali miniere di stagno si trovavano nell’area nord occidentale del paese, sappiamo che le navi fenicie superarono le colonne d’Ercole e si spinsero fino alla Bretagna e alla Cornovaglia. Quanto a l’oro, i Fenici lo trovavano sia in Iberia che in Africa, donde affluiva alle colonie costiere e soprattutto a Cartagine.
Le colonie furono stabilite dai fenici nell’arcipelago egeo, anche se ce ne restano testimonianze limitate, mentre lungo la costa africana, limitate e sporadiche dovettero essere le presenze in Egitto.
Nel territorio dell’attuale Tunisia, si incontrano nell’ordine:
• Acholla, dove è stato scoperto un tophet di età tarda;
• Thapsos, con una necropoli del IV secolo;
• Mahdia, con una ricca necropoli del V secolo;
• Leptis Minor, con resti di sarcofagi lignei in tombe a pozzo;
• Hadremetum, florido centro dal VI secolo con tophet, importante specie per le stele che vi sono state scoperte, e una necropoli.
Le esplorazioni e gli scavi recenti hanno rivelato la grande consistenza archeologica del Capo Bon: anzitutto per la città di Kerkouanen, l’unica nell’Africa punica di cui si siano conservate abbondanti strutture.
Ancor più profonda e vasta è la penetrazione fenicia in Sardegna, qual è stata posta in luce dagli scavi e dalle esplorazioni degli ultimi anni.
Nell’VIII secolo risalgono senza dubbio gli insediamenti di Sulcis (attuale Sant’Antioco ) e Tharros (attuale Capo San Marco ), mentre almeno nel VII secolo sono Cagliari, Nora e Bitia.
L’occupazione si estende successivamente al nord dell’isola, dove il centro principale è Olbia; mentre la penetrazione militare nell’interno è documentata a Monte Sirai, quella religiosa ad Antas.
Inoltre, le ricognizioni hanno mostrato una linea di fortezze che tagliava trasversalmente l’isola, più o meno dall’altezza di Padria a quella di Muravera. Aggiungendo l’individuazione di alcuni insediamenti sia pure modesti lungo la costa orientale, si vede che in sostanza i Fenici, nell’età della massima espansione di Cartagine (IV secolo a. C. ), arrivarono a controllare tutta l’isola.
L’abilità marinara dei Fenici era ampiamente nota presso i popoli a loro contemporanei e suscitò sempre grande ammirazione o forte invidia. In realtà, la padronanza dei mezzi di navigazione e la profonda conoscenza dei mari e degli elementi atmosferici, uniti alla consuetudine dei traffici marittimi, permisero a questo popolo di assurgere ad esempio nell’ambito del bacino del Mediterraneo.
I Fenici, spinti dal desiderio di acquisire sempre nuove e più remunerative fonti di approvvigionamento di materie prime e di commerciare i manufatti da loro prodotti nella madrepatria, percorsero enormi distanze, tracciando per primi le rotte verso il Mediterraneo occidentale e, oltre le Colonne d’Ercole, verso le coste atlantiche dell’Africa e dell’Europa, aprendo alla storia il bacino occidentale del Mediterraneo.
La navigazione commerciale aveva luogo quasi esclusivamente tra i mesi di marzo e ottobre, quindi durante la stagione più clemente, e aveva inizio con particolari cerimonie, nelle intenzioni atte a propiziare i traffici marittimi.
La navigazione delle imbarcazioni da guerra avveniva invece durante tutto l’arco dell’anno, per il necessario pattugliamento delle coste e per la eventuale repressione della pirateria, oppure, nel caso di eventi bellici in atto, per le operazioni militari che si rendevano opportune.
Grande risonanza ebbero nell’antichità i viaggi di esplorazione a fini commerciali compiuti da Fenici e Cartaginesi alla ricerca di metalli pregiati o di nuovi e più remunerativi mercati.
Per poter svolgere le loro attività commerciali i Fenici utilizzarono navi appositamente attrezzate e adatte a questi scopi, che sfruttavano tutti gli accorgimenti più avanzati messi a disposizione dalla tecnica cantieristica dell’epoca e che non erano particolarmente distanti dai criteri costruttivi attualmente in uso.
Innanzitutto sono da ricordare le navi da trasporto, chiamate gauloi dagli antichi autori in ragione della rotondità del loro scafo, che presentavano un’ampia capacità di carico e avevano una larghezza che era la quarta parte della lunghezza.
Le navi da trasporto fenicie avevano una lunghezza compresa tra i venti e i trenta metri e quindi una larghezza di sei o sette metri; il pescaggio era di circa un metro e mezzo, in analogia con la parte emergente dello scafo.
La propulsione di queste navi era garantita dalla presenza dell’albero maestro che sosteneva una vela rettangolare, fissata con un pennone che veniva orientato a seconda della direzione del vento. La forma e la posizione della vela consentivano alla nave unicamente andature con venti provenienti dai quadranti di poppa. Il governo della nave era assicurato dal timone, un remo compare asimmetrico e molto ampio, che era fissato sul lato sinistro in prossimità della poppa.
La propulsione della nave da guerra era più complessa poiché in battaglia erano indispensabili evoluzioni e improvvisi cambiamenti di rotta per poter colpire il nemico con il rostro ed evitare i colpi recati dal naviglio avversario. Pertanto, sul ponte si ergevano due alberi, uno posto al centro che recava la grande vela maestra e uno ubicato a prua che inalberava una piccola vela e che permetteva il governo della nave anche con venti trasversali. Durante le battaglie le navi venivano disalberate e la loro propulsione veniva assicurata dai rematori.
In ogni caso, quello che resta di fondamentale importanza è la tecnica utilizzata per la loro costruzione. Infatti è stato possibile osservare che entrambe le navi erano costruite nella loro interezza con pezzi lignei prefabbricati separatamente e assemblati solo in un secondo momento.
Ciò in base alla presenza sui bordi dei singoli pezzi di lettere dell’alfabeto punico e di linee-guida che dovevano servire da riferimento ai carpentieri. Si è pensato in sostanza che le differenti strutture fossero ricavate separatamente con l’aiuto di sagome prestabilite e fossero montate in seguito, dopo l’opportuna stagionatura e a seconda delle necessità. In tale modo, avendo immagazzinato in poco spazio le strutture necessarie, era possibile impostare la costruzione simultanea di numerose navi, che potevano essere rese operative in brevissimo tempo.
La struttura delle antiche navi fenicie e puniche e gli elementi che ne componevano lo scafo, almeno in base a quanto è dato di dedurre dai resti dei natanti succitati, era abbastanza simile alle attuali barche da pesca dei paesi rivieraschi del Mediterraneo. Si tratta di un complesso di tavole poste di coltello o parzialmente sovrapposte –il fasciame- che sorretto internamente da un’ossatura di travi –le ordinate –ortogonali alla chiglia. Inoltre sussistono tracce di un rifascio esterno che ricopriva e proteggeva il fasciame, costituito da lastre di piombo spalmate internamente di pece e fissate allo scafo con chiodi di rame.

Le prime attività commerciali delle città fenicie, relative agli ultimi due secoli del II millennio, si svolsero principalmente nel bacino orientale del Mediterraneo e interessarono necessariamente regioni circonvicine quali l’Egitto, la costa meridionale dell’Anatolia e Cipro, per lo scambio di prodotti e di manufatti e per la necessaria ricerca di materie prime da rielaborare. Di poco più tardi sono gli intensi e significativi rapporti commerciali con il vicino regno di Israele e i lunghi viaggi effettuati dalle navi fenicie verso la lontana Tarshish, secondo quanto ci ha tramandato l’Antico Testamento. Il commercio con il regno di Israele assume particolare importanza con gli accordi tra il re Salomone e Hiram, re di Tiro, in relazione alla costruzione del tempio di Gerusalemme.
Il commercio fenicio non fu ispirato da conquiste territoriali, come invece accadde in epoca di poco posteriore per l’elemento greco, soprattutto dorico, per il quale la spinta verso occidente fu dettata soprattutto da pressioni esterne. La ricerca delle materie prime da elaborare in relazione alla specifica committenza dei prodotti artigianali in ambito vicino-orientale e centro mediterraneo costituisce l’elemento propulsore dei traffici marittimi dei fenici.
Per quanto riguarda l’attività industriale, si è già sfiorato l’argomento ponendo in risalto l’abilità artigianale dei Fenici nella rielaborazione delle materie prime raccolte nei mercati oltremarini, la cui ricerca era necessaria per alimentare le botteghe della madrepatria. Si ricorderanno a questo proposito in particolare la lavorazione dell’avorio, tesa ad ottenere pissidi, amuleti o, principalmente, intarsi di particolare pregio artistico da inserire in suppellettili lignee quali seggi, letti o stipi e oggetto di esportazione presso le corti vicino-orientali, oppure l’intaglio delle pietre preziose.
Una ulteriore attività industriale caratteristica del mondo fenicio, è il vetro, il quale portò lauti guadagni ai famosi navigatori del Mediterraneo. Per quanto riguarda i restanti metalli non pregiati, come rame, ferro, piombo, l’esecuzione di oggetti d’uso particolare, quali spilloni, rasoi o pinzette, oppure coppe, recipienti destinati soprattutto all’esportazione, come brocche e anfore.
La lavorazione del ferro ci é ampiamente testimoniata direttamente e indirettamente da qua una vasta gamma di utensili necessari alla vita civile quotidiana, quali cesoie, teste di aratro, scalpelli o coltelli, o da un repertorio di armi, comprendente, lance, giavellotti e, tra le armi corte, pugnali e puntali da lancio. L’utilizzo sia pure marginale del piombo ci é tramandato da piccoli oggetti di uso ovviamente non quotidiano, quali pissidi a intarsi, nonché, nei centri fenici della Sardegna meridionale, da ampi strati di scorie derivanti dal trattamento industriale del minerale di piombo argentifero.
Strettamente legata all’edilizia è l’industria estrattiva della pietra. Occorrerà notare che, in genere, i Fenici, almeno in epoca arcaica, privilegiarono l’uso della pietra del luogo nel quale erigevano i loro fondaci, mentre solo più tardi si ebbe un utilizzo anche massiccio di cave talvolta assai lontane dai centri abitati. Si ricorderanno ad esempio il calcare di Malta e di Cagliari, la trachite di Sulcis e di Monte Sirai.
Per quanto riguarda l’uso e la lavorazione del legno sintomatici sono gli accenni fatti sui cedri e su gli abeti della catena montuosa del Libano, di tale rinomanza da essere stati anticamente oggetto di costante richiesta da parte dei popoli confinanti.
L’industria della ceramica è almeno in parte strettamente legate al commercio in relazione al trasporto delle derrate che veniva effettuato per mezzo di anfore.
Questi grandi recipienti, destinati al trasporto navale in quanto provvisti di piede cuspidato, mutarono di forma a seconda del tempo o del luogo di produzione, ma la loro capacità fu sempre compresa tra i 20 e i 25 litri. All’interno furono trasportati granaglie, pesce e pezzi di carne conservati nel vino, come è testimoniato dai rinvenimenti.
Da ultima è da ricordare l’industria della pesca, applicata su larga scala soprattutto per la cattura di pesce azzurro, quale tonni, sgombri e sardine. Il pescato era destinato alla produzione di una salsa, il garum, particolarmente pregiata nell’antichità, che consisteva in pezzi di pesce macerati nell’aceto. L’importanza commerciale di questi pesci è quantificata dalla presenza della loro effigie sulle monete dell’antica Cadice.
La Sardegna ha restituito notevoli testimonianze di statuaria punica, tra cui spicca anzitutto l’immagine femminile divina scoperta a Monte Sirai. Il corpo è trattato assai sommariamente: i seni e il sesso sono appena accennati, il braccio destro è piegato sul fianco e il sinistro è portato avanti in direzione del sesso. All’opposto, attentamente elaborata è la testa, che mostra con notevolissimo senso volumetrico le guance e il mento pieni, le sopracciglia rilevate ad arco che confluiscono nel naso sporgente e includono le profonde cavità degli occhi, la bocca spessa e fortemente marcata. La fronte bassa e sfuggente i capelli, che formano una calotta, scendendo con linee parallele stilizzate, passando dietro le grandi orecchie, pure stilizzate a doppio cerchio, e formando sotto di esse due grossi riccioli, che di svolgono in linee parallele.
Elementi di riscontro per quest’opera eccezionale sono stati cercati in Oriente da una statua di Tell Halaf a un rilievo di Zincirli; più recentemente, peraltro, si sono segnalati richiami in ambiente etrusco, dal centauro di Vulci a vari prodotti della coroplastica. In tal caso, la statua risentirebbe di correnti orientalizzanti e la sua datazione, più che al VII secolo come si era proposto, scenderebbe al VI o al V.
Più tarde e più discutibili sono altre testimonianze sarde. Un busto di granito grigio senza testa né braccia, caratterizzato sulla parte anteriore da rilievi egittizzanti, è stato rinvenuto a Cagliari, ma fu secondo ogni verosimiglianza importato in Egitto. Locali sono invece le sei statue da varie località che raffigurano il personaggio obeso e barbato convenzionalmente detto Bes; ma le connessioni con opere di età romana imperiale realizzate altrove fanno pensare che le statue possano scendere a tale epoca e siano il risultato della diffusione in Sardegna dei culti isiaci d’ispirazione egiziana.
Nell’ambito degli stessi culti riporta una sfinge in granito rosa dall’Orto Botanico di Cagliari, accompagnata da frammenti di analoghi esemplari: la figura accosciata, ha il viso dai tratti morbidi, l a criniera stilizzata in linee curve e parallele, i seni accennati, le zampe posteriori basse e corte con la coda attorta sulla sinistra. Anche in questo caso si era pensato all’età ellenistica; ma ora, anche per analogia con il caso dei Bes, sembra che si debba scendere nell’età romana.
Certamente fenici, invece, sono i leoni scoperti a Tharros e a Sulcis. Per cominciare da questi ultimi, rinvenuti nel 1983, si tratta di due esemplari di grandezza pressoché naturale, poggiati su basamenti a gola egizia e inquadrati superiormente da una specie di architrave rettilineo che prosegue posteriormente con un pilastro sagomato, entrambi in funzione di ammorsamento a una porta cittadina. I leoni sono accosciati, con la zampa anteriore avanzata e la coda arrotolata in elegante spirale sul corpo; le criniere sono rese con una serie di riccioli triangolari e terminano sui fianchi con elementi a voluta.
E’ evidente la connessione con i leoni che, nel Vicino Oriente, erano posti ai lati delle porte di città e palazzi; tuttavia, nei corpi più snelli e nel trattamento della criniera, si possono suggerire influssi della statuaria animale ionica..
Quanto alla datazione, la proposta iniziale al VI-V secolo dovrà probabilmente abbassarsi al IV, epoca a cui appartiene la cinta muraria..
I gioielli rappresentano uno degli aspetti più caratteristici e significativi dell’artigianato fenicio e punico, sempre che per alcuni di essi si possa parlare di artigianato e non piuttosto di arte. Lo sviluppo di tale genere, con le possibilità offerte dal commercio dei metalli lungo le rotte del Mediterraneo, è legato ad una ricca tradizione artistica, che antecede i Fenici nell’area siro-palestinese.
I gioielli sono realizzati per lo più in oro, che meglio si conserva attraverso il tempo. E’ parimenti usato l’argento, ma la sua deperibilità ha ridotto di molto la documentazione. Compare anche il bronzo, nonché ha pietre dure pregiate e il vetro policromo: questi ultimi utilizzati in diversa forgia soprattutto per bracciali e collane, spesso in combinazione con i suddetti metalli. Quanto alla tecnica, preminente è il lavoro a sbalzo, a granulazione e a filigrana, che generalmente caratterizza gli oggetti di epoca più antica.
Nella tematica prevalgono motivi partecipi di valenze magico-religiose, principalmente d’ispirazione egiziana, anche se non sono assenti componenti di origine diversa. Notevole è la preferenza per soggetti fitomorfi come la palmetta il fiore di loto, la rosetta, ovvero zoomorfi come scarabei, falchi, sfingi, grifoni, leoni. Non mancano motivi geometrici, mentre quelli umani, non sono frequenti, con la sola eccezione della figura o della protome femminile, simboli della fecondità.
La documentazione di Tharros appare, secondo ogni evidenza, la più rilevante per quantità e qualità, nell’ambito dei gioielli come degli altri athyrmata. Quest’ultimo termine congloba nel “genere” scarabei, amuleti ecc.: prescindendo dal dato funzionale, l’incastonatura, la montatura e l’appicagnolo li connettono all’oreficeria e in senso lato alla metallurgia, sicché la documentazione tharrense ne risulta ulteriormente ampliata.
Nell’ambito degli orecchini sono presenti tipi complessi con corpo a sanguisuga, modellato alle estremità a protome schematica di uccello, e vari pendenti in forma di falco Horo e di goccia allungata, agganciati tramite due anelli di congiunzione. Ognuno di essi, dal punto di vista stilistico, costituisce un unicum nella raffinata ricerca di policromia, realizzata attraverso la ponderata composizione di tecniche diverse, dallo sbalzo alla granulazione e alla filigrana, che evidenziano i singoli particolari e al contempo li qualificano quali prodotti del VII secolo.
Tra gli anelli, per lo più d’argento o d’argento placcato d’oro, alcuni hanno il castone per scarabei o pietre dure, di forma rettangolare, quadrata, circolare, ovale, che reca incisi i motivi più caratteristici del repertorio egizio-fenicio arricchiti, a partire dal V secolo circa, di spunti e contributi allogeni. Essi danno luogo a caratterizzazioni che conservano la comune matrice culturale, ma risultano periferiche.
Nell’ambito delle collane, oltre al tipo torques di bronzo o d’argento con chiusura a cappio e gancio, compaiono tra gli altri motivi, il falco Horo, la rosetta, il “segno di Tanit”, la crisalide.
Particolare interesse presentano i pendenti che riproducono la dea con mani ai seni e la protome femminile con acconciatura a klaft. Sono infatti due tipici esempi della “cultura d’immagine”, che trova corrispondenza, anche cronologia, nelle figurine fittili e nelle protomi femminili; così pure l’occhio ugiat è realizzato in conformità alla più diffusa versione dell’amuleto in pasta silicea, al pari della ghianda o ancora del fiore di loto espanso poggiante su volute e la palmetta con petali a ventaglio, che sono riportati in maniera del tutto identica su gioielli e su avori. Ad Olbia è stata trovata una collana composta da diciotto pezzi in pasta vitrea, di cui gli elementi centrali sono costituiti da cinque protomi umane e due animali. I gioielli rinvenuti nelle tombe a Monte Luna indicano un altro centro di documentazione. Tra gli oggetti in oro, argento, bronzo sono orecchini a sanguisuga, a bastoncello con estremità semplici o avvolte a spirale, pendenti con scarabeo incastonato, anelli con castone a staffa inciso da singoli motivi quali il “segno di Tanit”, l’occhio ugiat, la protome femminile; vaghi d’oro baccellati a piume a foglia d’oro e argento, bracciali di varia foggia.
La cronologia dei gioielli di Monte Luna potrebbe dunque indicare un diverso circuito commerciale attivato in Sardegna verso la fine del V secolo, anche se, proprio in considerazione dell’epoca, pare poco plausibile il mancato impiego di prodotti tharrensi; quindi i gioielli di Monte Luna rappresentano un caso d’importazione e non appartengono al complesso delle testimonianze sarde che invece fanno per lo più capo a Tharros.

La metallurgica del bronzo conosce nel mondo fenicio e punico due categorie che emergono significativamente fra le altre e si pongono all’inizio e alla tarda maturità della sua cultura occidentale: la piccola plastica e i cosìdetti rasoi votivi. Mentre la piccola plastica con i suoi antecedenti di Siria-Palestina della fine del III millennio a. C. arriva fino alla prima Età del Ferro (XII-XI secolo a. C. ) ed è indizio prestigioso di cultura fra il VII e il II secolo a.C.
La documentazione sarda ha rinvenimenti che rientrano in un orizzonte di poco posteriore a quello del bronzo di mare di Selinunte provengono dalle vicinanze del nuraghe Flumenelongu di Alghero, da Olmedo e dal pozzo sacro di Santa Cristina di Paulilatino. I primi due sono del tipo dei personaggi benedicenti, variante fenicia del motivo del dio combattente siriano; il terzo produce una figura seduta: i bronzetti sono chiara testimonianza della ripresa delle relazioni fra l’ambiente nuragico e il Vicino Oriente dopo la caduta dell’impero miceneo. Che anche questo aspetto il tramite cipriota sia stato determinante, ne fa fede il tripode n bronzo rinvenuto a Santadi (Cagliari), prodotto locale su modelli ciprioti del XII-XI secolo a. C.
Altrettanto evidente è l’apporto fenicio dato agli schemi iconografici della produzione dei bronzetti nuragici, anche se la recente scoperta del grande repertorio della statuaria in pietra nuragica di Monte Frama suggerisce per la plastica in generale di contrario, è l’ispirazione fenicia dei due bronzetti del VI secolo a. C. rinvenuti a Monte Sirai. Di probabile fattura locale, riproducono due personaggi seduti: l’uno mentre versa un liquido da una brocca tenuta nella mano sinistra in una patera che tiene nella destra, appoggiata sulle ginocchia; l’altro impegnato nel suono della cetra.
La piccola plastica fenicia e siriana, con un tramite cipriota che si fa sempre più evidente, è stata una delle prime trasmissioni culturali che la frequentazione fenicia opera in Occidente. Gli stimoli che ne derivano al mondo indigeno di Sardegna e Spagna sono di particole interesse, dai bronzetti nuragici alla plastica tartessica del VII-VI secolo a. C.
Pochi prodotti dell’artigianato punico come i cosiddetti rasoi in bronzo possono evidenziare l’autonomia di scelte artigianali che il mondo d’Occidente compie rispetto alla madrepatria orientale. Originalità di soluzioni tipologiche studio e funzionalità di un campo figurativo che è chiamato a sottolineare e ad evidenziare finalità escatologiche già esplicite nella forma sono gli evidenti segni di autonomia della classe rispetto a modelli egiziani ed egei, pur presenti ma largamente superati nella nuova ed esclusiva funzionalità che loro si confida.
Rinvenuti nei principali contesti funerari punici, dall’Iberia al Nord Africa alla Sardegna, i rasoi dal VII al II secolo a. C. costituiscono gli elementi qualificativi di una pietà religiosa che loro affida nell’ambito di corredi spesso d’importazione il compito di simboli della depilazione purificatrice del cadavere, e forse anche delle persone venute in contatto con esso. Posti accanto al defunto, i bronzi avrebbero fatto da collettori dell’impurità strappata a lui stesso e ai suoi pietosi manipolatori rituali.
Il rasoio sarebbe forse assurto a speranza di purezza, garanzia tangibile di un concetto rituale funerario che gli avrebbe facilitato il “passaggio nell’altro mondo”.
L’esame dei rasoi per aree geografiche individua come principale centro e produzione Cartagine: la Sardegna e la Spagna sono in grado solo raramente di dar vita a un proprio linguaggio tipologico.
Cominciando dalla tipologia, il corpo dei rasoi si presenta sottile e lungo, di forma genericamente rettangolare; i lati maggiori sono nella gran parte dei casi rettilinei e tra loro paralleli; uno dei lati minori si slarga in forma semilunata, a curva più o meno evidente; il lato opposto si restringe e si prolunga plasticamente, ripiegando il più delle volte sul corpo; attestato è anche il caso in cui i manici assumono una posizione centrale rispetto al corpo.
Il manico è modellato nei più tardi esemplari a forma di collo di cigno o di ibis, le estremità dei manici, zoomorfi e no, sono costantemente bifide; nei rasoi con manico a collo di cigno serie di incisioni si aprono a ventaglio sulla spalle riproducendo le piume remiganti delle ali dell’animale e aggiungendo valore naturalistico alle soluzioni plastiche date a collo. Un foro di sospensione, posto il più delle volte nel baricentro del rasoio, è praticato all’altezza della stessa. Riguardo alle dimensioni medie si oscilla da una lunghezza massima di circa 21 centimetri a una minima di 4 centimetri.
Tra le divinità raffigurate appaiono Iside nutrice di Horo, Horo-Ra, Horo fanciullo, Melqart, Reshef, Eracle, Scilla. Gli animali (cigno, cinghiale, colomba, toro, delfino, grifone, ippocampo, leone) e gli elementi vegetali (palma, palmetta, fiore di loto, rosetta) sono anch’essi legati a una simbologia magica che costituisce il denominatore comune di scelte iconografiche attinte a differenti culture figurative.
La Sardegna punica ripropone puntualmente, in tutto l’arco della propria produzione, l’evoluzione tipologica dei modelli africani. L’unico rasoio che suggerisce una qualche autonomia compositiva è un esemplare conservato al Museo di Cagliari, con manico che riproduce due colli di cigno di diversa grandezza: il più piccolo poggia sulla spalla del più grande, il cui corpo, dalle ali spiegate, è reso con tratti che vanno dal leggero graffito all’incisione profonda. Un accurato studio naturalistico pone in evidenza gli incavi orbitali e l’attacco della fronte dei volatili. In Sardegna la classe bronzea conserva in tutto il proprio arco evolutivo il carattere di una produzione che rimarrà sostanzialmente estranea all’ambiente indigeno.
Della pittura fenicia abbiamo pochi resti, quasi tutti di epoca ellenistica; né come in ambito greco, una produzione ceramica decorata può in qualche modo supplire all’assenza di testimonianze e alla mancanza di fonti letterarie. Quanto rimane nella madrepatria e nelle colonie consiste soprattutto nella decorazione dipinta su pareti di tombe.L’uso della decorazione pittorica su stele votive e funerarie o su oggetti di artigianato, quali le uova di struzzo, indica tuttavia quanto ampiamente fosse diffusa questa tecnica rispetto agli scarsi avanzi che ne sussistono. Inoltre tracce di colore su opere di scultura in pietra (ad esempio il famoso sarcofago di Ahiram ) e in terracotta (numerose statuette con l’abbigliamento o determinanti particolari iconografici resi mediante l’uso del colore ), insieme con la frequente tecnica dell’intarsio nell’artigianato dell’avorio, mostrano che in ambito fenicio, come nel resto del mondo antico, la cultura figurativa era policroma. In Egitto la pittura fenicia dovette essere disegno riempito di colore: la linea di contorno ha cioè sempre importanza primaria; in alcuni esempi di epoca ellenistica, ad imitazione dello sviluppo avvenuto in ambito greco, si hanno opere nelle quali il colore ha una sua funzione autonoma, in parte libera dalla linea di contorno. La pittura parietale funeraria è, in Fenicia, documentata soprattutto in tombe sotterranee della regione di Sidone, esplorate nel XIX secolo da E. Renan e poi da G. Contenau, che sono databili a partire dal III secolo a.C.
Le pareti delle camere sepolcrali sono decorate con motivi in prevalenza vegetali: ghirlande, fiori e petali intrecciati; non mancano – anche se più rari – motivi zoomorfi e antropomorfi; i colori sono chiari, con uso soprattutto del rosso e del verde. Motivi analoghi decorano tombe di altre località della Fenicia, con datazioni che scendono fino al I-II secolo d. C. ; in tombe della regione di Tiro si hanno affreschi che rappresentano eventi della mitologia greca, in uno stile che continua quello del tardo Ellenismo greco.
Ci sono poi degli esempi della pittura parietale funeraria punica si sono individuati in Sardegna, a Cagliari, nella necropoli detta di Tuvixeddu o S. Avendraco. Già nel 1868, e poi nel 1912, F. Elena e A. Taramelli avevano dato notizia di tombe con decorazione in colore rosso di tipo geometrico. Di recente, nel 1973 e nel 1981, sono state individuate due tombe la cui decorazione pittorica è unica in ambito fenicio-punico e presenta raffigurazioni che in buona parte si collegano con la tradizione iconografica fenicia.
La tomba a pozzo scoperta nel 1973 chiamata “tomba di Sid” presenta le seguenti decorazioni, dipinte sulla stessa superficie rocciosa delle pareti della camera funeraria: sotto al soffitto è un fregio, parzialmente conservato, costituito da due guilloches sovrapposte eseguite in ocra rossa, con resti di riempimento in azzurro; questo è sostenuto da pilastri resi in ocra rossa, sormontati da capitelli a volute; nelle tre pareti della camera è una nicchia rettangolare, incorniciata in alto e lungo i lati da linee parallele rosso scure, in basso da una fascia di triangoli e rombi in rosso e azzurro, con all’interno, tre betili eseguiti in rosso. Sulla parete destra, a sinistra della nicchia, è rappresentato un personaggio maschile barbato, con elmo, in atto di brandire una lancia: questi è stato identificato con Sid da F. Barreca, per confronti con l’iconografia attestata ad Antas; da ciò il nome attribuito alla tomba. La datazione proposta è il IV-III secolo a.C.
La seconda tomba scavata nel 1981 chiamata “tomba dell’ureo” presenta in alto, lungo le due pareti laterali rispetto all’ingresso, un fregio che consiste in palmette e fiori di loto alternati, eseguiti in rosso scuro su intonaco e inquadrati da due fasce dello stesso colore; sulla parete di fondo è un fregio delimitato inferiormente da una fascia rossa, costituito da un ureo alato, nel centro, tra due motivi vegetali; ai due lati è un gorgoneion con capigliatura a serpenti molto schematizzati; sulla base dei ritrovamenti ceramici la tomba è datata alla fine del IV secolo a.C.
Caratteristici del mondo punico, ma verosimilmente già di origine fenicia per gli antecedenti noti in ambito vicino-orientale, sono i gusci di uova di struzzo dipinti: sussistono esempi provenienti da Cartagine, dalla Sardegna, dalla Spagna meridionale e da Ibiza. L’uso si estende per un periodo di tempo ampio, tra il VII e il II secolo a.C. Si possono distinguere decorazioni di tipo geometrico e rappresentazioni di maschere, con grandi occhi eseguiti in nero e guance indicate in rosso; l’uso è spesso funerario e deve essere concesso al valore simbolico attribuito all’uovo.
Sopravvivenze di una pittura di origine punica sono state infine identificate da F. Barreca nella decorazione del santuario ipogeico di S. Salvatore a Cabras, frequentato ininterrottamente da epoca nuragica fino a quella tardo-romana e attribuisce a periodo costantiniano.
Lo studio della ceramica vascolare fenicia, nei suoi aspetti emergenti nella madrepatria e nelle colonie occidentali, non ha mai goduto di grandi impulsi comparabili a quelli dedicati con maggiore e più proficuo impegno alla ceramica greca e attica in particolare. Ciò soprattutto in relazione alla sua natura e al suo aspetto esteriore, che certamente non possono sostenere un confronto estetico e qualitativo con la ben più appariscente produzione greca. Inoltre, bisogna ricordare che, non solo gli studi del campo specifico, ma tutto ciò che concerne, le espressioni artistiche e artigianali del mondo fenicio e punico solo di recente ha raggiunto una corretta autonomia, infatti dai nefasti effetti di una damnatio memoriae, che si è concretizzata e ancora oggi sembra in qualche caso trasparire nella antistorica negazione di una reale capacità di espressione artistica autonoma di questa civiltà.
Stabilito ciò, si rammenterà che la ceramica vascolare non solo costituisce la prima chiave di lettura e la premessa fondamentale per una corretta conoscenza dei costumi di un popolo, ma nel caso specifico, con le sue varianti cromatiche e le sue mutazioni evolutive, rappresenta il fossile-guida che accompagna la storia della civiltà fenicia e punica.
La ceramica vascolare e punica in uso nelle città-stato della Fenicia deriva direttamente, come è ovvio, dai prodotti artigianali siro-palestinesi del Tardo Bronzo e ne costituisce la naturale prosecuzione e uno dei vari aspetti regionali, arricchiti e integrati dagli apporti dovuti ai movimenti di popoli e di cultura che caratterizzarono in quest’area l’alba del Primo Ferro.
Si possono distinguere numerose classi quali le ceramiche vascolari dipinte in vernice rossa o nera o decorate in modo geometrico con entrambi i colori oppure con vernice nera sul fondo rosso o, infine, con vernice bianca sul fondo grezzo; per quanto riguarda le ingubbiature, si riconoscono i tipi in rosso, rosso lucido, sono più comuni mentre sono meno frequenti in nero e in bianco; non mancano le forme grezze con e senza ingubbiatura del tutto prive di vernice.
Rare sono le differenziazioni ispirate dalla forma e prevalentemente limitate alla presenza dell’ansa o del piede d’appoggio.
Per quanto riguarda le forme d’uso vicino-orientale, queste vanno divise in ceramiche vascolari d’utilizzo domestico, commerciale e funerario; queste tre classi non devono essere intese in senso restrittivo e non osmotico, sicché risulta evidente che se una determinata forma è testimoniata prevalentemente in uno specifico ambiente, ciò non toglie che, in alcuni casi, la sua funzione primaria possa essere stata accantonata: egregio esempio in tal senso è costituito dalle grandi anfore commerciali, usate soprattutto per il trasporto navale o sommeggiato che trovano impiego in ambiente domestico come contenitori di acqua o di derrate alimentari e in quello funerario come ossuari e bare infantili.
Passando ad un rapido panorama delle forme, dalle più antiche, si ricorderanno dapprima quelle aperte comprendenti un vasto repertorio di tazze, per lo più apode, con orlo strozzato o con pareti emisferiche o carenate; da menzionare i piatti, apparentemente meno frequenti, con cavo abbastanza profondo e orlo gonfio o solcato. Seguono i bicchieri su alto piede e gli ampi bacini, talvolta con due o quattro anse, o i mortai con orlo ribattuto semicircolare.
Le forme aperte, ma di uso funerario in qualità di corredo di accompagnamento o di sigillo per l’ossuario, sembrano comparire unicamente le tazze, in tutti gli aspetti descritti sopra.
Il repertorio delle forme chiuse, che comprende prevalentemente vasi ansati, quali le anfore, i crateri, le pentole e le brocche. Tra le prime sono compresi recipienti in forma biconica con anse orizzontali e con pancia ovoidale e collo calenato, utilizzati anche come ossuari; più numerosi appaiono i crateri, muniti di bocca più o meno ampia e di collo rettilineo o tronco-conico, anch’essi frequenti nelle aree cimiteriali.
Le brocche di piccole dimensioni sono rappresentate principalmente da forme apode prive di lucidature – i cosidetti dippers – mentre quelle di maggiori dimensioni comprendono recipienti con collo carenato e breve orlo gonfio; un tipo simile e provvisto di orlo espanso orizzontalmente e, in questo caso, è utilizzato con funzione di unguentario soprattutto in contesti cimiteriali; da ricordare, inoltre, le brocche con pancia globulare o semisferica e spalla ribassata, separate da una carenatura, ad imitazione di prototipi metallici.
Per quanto riguarda le grandi anfore commerciali, in epoca più antica e palese residuo del Tardo Bronzo, sono presenti quelle con pancia ellisoidale, col collo allungato e anse verticali, applicate sulla massima espansione della pancia, mentre in un momento più tardo, appaiono le anfore con pancia sub-cilindrica, rastremata e cuspidata sul fondo, con collo breve o assente, orlo ribattuto e anse impostate in prossimità della spalla carenata.
A partire dagli ultimi decenni del VII secolo a. C. i prodotti delle regioni occidentali iniziano a differenziarsi sia nella scelta delle forme, sia nel processo evolutivo dei singoli recipienti, che si allontanano sempre più visibilmente tra loro e dai prototipi originali
Anche le argille dalle quali i recipienti sono tratti costituiscono un validissimo e imprescindibile criterio discriminante, per cui, ad esempio, al caolino originario della Sardegna, di colore prevalentemente arancio e ricco di inclusi quarzosi e micacei, si contrappone, tra gli altri, quello di origine nord africana, di colore soprattutto rossastro e contenente inclusi di origine calcarea. Tuttavia, per quanto riguarda soprattutto le forme, queste, pur differenziandosi ed acquisendo sempre più marcati caratteri regionali, fino agli ultimi anni del VI secolo a. C. rimangono abbastanza aderenti agli originali fenici di Oriente.
Con la fine del VI secolo a. C., storicamente segnata dalla conquista e dall’assorbimento cartaginese dei fondaci e delle città fenicie di Sicilia e di Sardegna, hanno termine i processi individuali di sviluppo delle forme ceramiche, caratterizzati l’uno dall’altro dalla repentina scomparsa di recipienti fino a quel momento ampiamente in uso, quali ad esempio gli attingitoi – i succitati dippers – o le piccole brocche piriformi portaunguenti.
Con la fine del VII secolo a. C. in ciascuna regione si sviluppano forme caratteristiche e distintive che, da un’originaria forma a sacco, esitano in modo difforme. Come ad esempio in Sardegna ove l’anfora a sacco si allunga per quanto riguarda le pareti, che nei secoli VI V divengono strozzate al centro, e con il tempo diviene siluriforme e poi sempre più sottile e slanciata, mentre, in ambiente balearico acquista ben presto una forma bitronco-conica, che conserverà fino alla conquista romana dell’arcipelago, con alcuni esiti anche più tardi.
All’eloquente documentazione letteraria dell’integrazione sardo-fenicia, l’archeologia aggiunge la propria, che di anno in anno diviene sempre più consistente, col progredire degli scavi e degli studi sui materiali museografici.
Antichità pubbliche civili. La popolazione delle varie città fenicie di Sardegna, specie in epoca punica, non era omogenea ma doveva comprendere individui di origine etnica diversa, fra i quali tuttavia primeggiava senza dubbio l’elemento semitico, se non per numero, certo per importanza sociale, che consentiva ai suoi principali esponenti di avere in mano il potere, quali cittadini in possesso di tutti i diritti politici, perché appartenenti al popolo colonizzatore ed egemone.
Oggi però le epigrafi votive puniche del IV-III secolo a. C. scoperte ad Antas, hanno rivelato anche una realtà inattesa: la classe dirigente delle città fenicie di Sardegna, almeno a partire da quell’epoca, non era omogenea, ma ne facevano parte, accanto a cittadini discendenti dai coloni fenici originari, altri che, definendosi “nel popolo” della città, evidentemente dichiaravano, in maniera tanto esplicita da suggerire l’idea di un ostentato orgoglio, di esservi stati immessi, di avere cioè ricevuto il diritto di cittadinanza che prima non avevano. E non essendo probabile che si tratti di altri Fenici appare plausibile trattarsi di Protasardi ai quali era stata concessa, per qualche particolare benemerenza, l’ambita cittadinanza di una città fenicia.
Riceverebbe così conferma dalla documentazione epigrafica di Antas quell’integrazione politica sardo-fenicia del III secolo a.C., che traspare dalle testimonianze letterarie e che fu causa e sostegno dell’epica lotta condotta da Ampsicora e dai suoi guerrieri a fianco di Cartagine, contro il comune nemico romano.
Antichità pubbliche religiose. A quello stesso strato protosardo appartengono altri nomi; nomi non umani ma divini, che ci introducono nell’affascinante mondo dell’antica umanità sarda, con le sue credenze e i suoi riti.
In primo luogo, va citato il nome di Babay, menzionato in numerose epigrafi votive puniche del tempio di Antas databili fra il IV e il I secolo a. C., e poi ancora nella gran dedica latina scolpita sul fregio di quel tempio nel III secolo d. C. Quel nome, che vivo ancor oggi in Sardegna, deriva dalla radice BAB-, col significato fondamentale di Padre, appartenendo, pur con leggere modifiche fonetiche e di significato, in lingue antiche e moderne di gruppi diversi parlate nella vasta regione geografica compresa la Sardegna.
Era dunque un nome usato nella valle di Antas, fra le aspre montagne dell’Iglesiente settentrionale, prima della colonizzazione romana e fenicia, dagli indigeni protosardi che evidentemente con quello invocavano il loro dio Padre universale, compagno della dea Madre della natura feconda, in un suggestivo scenario silvestre e pastorale, fra stormire di fronde e mormorio di acque. Un culto che, come tutti quelli rivolti alle forze vitali della natura, doveva avere profonde radici nell’animo dei fedeli, tanto da non poter esser cancellato dal sopraggiungere di vittoriose genti straniere nel luogo. E così avvenne che l’antichissimo culto protosardo sopravvisse in età punica, come rivela la sopravvivenza del nome protosardo del dio accanto a quello di Sid, datogli dai Cartaginesi, che sopraggiunti attorno al 500 a. C., gli dedicarono sul posto un loro tempio, rifatto poi da loro stessi nel III secolo d. C. gli diedero forme classiche e lo dedicarono a Sardus Pater, conservando ancora però, accanto a nuove nome, quello protosardo di Babay.
La pianta del tempio realizzato in età romana - ancora punica nel suo orientamento a nord e nella sua tripartizione con vestibolo, vano mediano e penetrale “geminato” nel fondo, immediatamente preceduto da due vaschette per l’acqua lustrale, getta vivida luce sulla multiforme personalità del gran dio: ce lo rivela cacciatore e forse pescatore, fecondatore e liberatore vittorioso su tutti i mostri del male, affine all'Asklpio greco, e sostanzialmente identico all’Adone fenicio, dunque anche al dio delle acque e delle vegetazione nel suo ciclo stagionale, con tutti i risvolti escatologici impliciti in questa prerogativa. E’ un dio giovane che impersona l’aspetto divino salutifero, mistico figlio di Melqart e Tanit, cioè delle due persone divine che esprimono rispettivamente la Sovranità virilmente forte e la Provvidenza maternamente benevola della Divinità e che, unendosi e moderandosi a vicenda, generano appunto in lui la Salvezza. Terzo e distinto elemento di una Triade, egli però e anche eguale ai suoi mistici genitori, con i quali forma così una divina Monade.
Caso tipico dunque d’integrazione culturale sardo-fenicia nel settore delle antichità religiose, fu il culto di Sid Babay, ben documentato ad Antas, ma certo praticato anche altrove nella Sardegna fenicia sotto il dominio di Cartagine prima e poi sotto quello di Roma, anche se questa murò in Sardus il nome punico di Sid, dimostrando questo che il carattere indigeno del dio era ancor vivo ed evidente nel III secolo d. C. Più precisamente, possiamo dire che Tolomeo segnala la presenza di un tempio di Sardus sul Capo Frasca; mentre evidenti analogie con l’iconografia sacra e la tipologia votiva di Antas rivelano l’esistenza di un culto analogo sulla riva dello stagno di S. Gilla presso Cagliari e nel santuario ipogeico di S. Salvatore presso Cabras, originato da un pozzo sacro e frequentato ininterrottamente dall’età nuragica sino almeno a quella costantiniana, quando venne rimaneggiato e le sue pareti furono decorate con bellissime pitture monocrome.
L’ipogeo di S. Salvatore di Cabras ci documenta quanto e più di Antas la lunghissima vita di un culto protosardo delle acque, che raggiunse gli ultimi anni dell’evo antico dopo essersi incontrato e fuso con la spiritualità fenicia, che lo arricchì della sua possente carica di misticismo e, lungi dal soffocarne l’esistenza, diede sino alla fine anche il proprio linguaggio ai suoi fedeli.
Né va dimenticato e sottovalutato il fatto che il territorio di Cabras, quel Sinis cioè che fu precocemente letificato dalla civiltà fenicia grazie alla fondazione di Tharros non più tardi dell’VIII secolo a..C., ma era sede in precedenza di grandi e abbondanti manifestazioni di civiltà protosarda, ci ha restituito anche un altro prezioso documento di integrazione sardo-fenicia in una scultura aniconica rinvenuta nella località di Monti Prama, in area sacra originariamente nuragica, realizzata con gusto nuragico ma secondo una concezione mistica tipicamente semitica: quella stessa concezione dell’unità e pluralità divina, per la quale, ad Antas, Sid formava con i suoi mistici genitori una Triade e nello stesso tempo anche una Monade. Più precisamente, si tratta di un bètilo multiplo, databile al IV – III secolo a. C. e formato da un unico blocco squadrato recante scolpite, in due zone sovrapposte, quattro terne betiliche, allusive a dodici fondamentali aspetti dell’unica Divinità, presenti e operanti nelle due zone cosmiche del mondo “di sopra” o spirituale e del mondo “di sotto” o materiale.
I documenti sicuri di un’integrazione religiosa sardo-fenicia non sono però limitati alle sole regioni sud-occidentali dell’Isola. Nel sud-est infatti, fra le montagne del Gerrei, un fenomeno analogo a quello di Antas era attestato dal santuario di origine protosarda detto “Puzzu de Santu Jacci”, presso S.Nicolò Gerrei: santuario dell’acqua sorgiva, che sgorgava dalla roccia, dietro un sacello rettangolare di tipo fenicio, per andare a raccogliersi in un pozzo rotondo, rivestito con tecnica megalitica di tipo nuragico. L’incontro delle due stirpi, ciascuna con la sua civiltà già rivelato dalla coesistenza sul posto di elementi strutturali protosardi e fenici, è anche qui sottolineato dall’onomastica divina, che documenta in una dedica trilingue del II secolo d.C. scolpita sulla base bronzea di una colonna votiva, il culto per una persona divina maschile, detta in punico Eshmun Merre, Askepios Merre in greco ed Aesculapius Merre in latino.
La parola Merre, ha il significato di “maschio” cioè “fecondatore”, suggerisce infatti la deduzione che ci si trovi davanti a un altro caso di sopravvivenza di un nome divino protosardo sotto il dominio dei Cartaginesi, che avrebbero interpretato l’antichissimo dio indigeno assimilandolo a una persona divina fenicia, Eshumn il cui nome sarebbe stato preposto a quello originario protosardo insopprimibile perché tale era il culto cui si riferiva: culto del dio Fecondatore paredro della dea Madre della natura feconda, del quale l’acqua sorgiva era considerata la manifestazione concreta.
Altrettanto sarebbe accaduto più tardi, in età romana, con la sostituzione del nome fenicio, ma non di quello protosardo.
Questo però, come culto di Babay ad Antas, certo dovette arricchirsi di nuovi ed elevati contenuti per effetto dell’interpretazione cartaginese, alla quale possiamo attribuire aggiunte di carattere mistico e soteriologico, analoghe a quelle documentate ad Antas, in considerazione del fatto che per i Fenici Eshmun e Sid erano, per la loro stretta affinità con Adon, affini anche fra loro.
Finalmente, un altro caso d’integrazione religiosa sardo-fenicia, estremamente importante e complesso, può esser considerato il culto di Demetra, ogni volta che appare, documentato nell’area di templi a pozzo nuragici. Infatti, tenendo presente l’inestinguibile vitalità del culto delle acque in Sardegna come dovunque, è evidente che in quei templi nuragici tale culto dovette sopravvivere anche dopo l’arrivo dei conquistatori stranieri, condizionando in qualche modo quello di Demetra, importato nell’Isola dai Cartaginesi durante il IV secolo a. C., pur avendo gli indigeni accettato di dare all’antichissima dea Madre venerata nell’acqua insieme col suo paredro fecondatore il volto della nuova persona divina greco-punica e, almeno in taluni casi, di offrirle le tradizionali vittime suine.
L’ipogeo di S. Salvatore di Cabras ci documenta quanto e più di Antas la lunghissima vita di un culto protosardo delle acque, che raggiunse gli ultimi anni dell’evo antico dopo essersi incontrato e fuso con la spiritualità fenicia, che lo arricchì della sua possente carica di misticismo e, lungi dal soffocarne l’esistenza, diede sino alla fine anche il proprio linguaggio ai suoi fedeli.
Né va dimenticato e sottovalutato il fatto che il territorio di Cabras, quel Sinis cioè che fu precocemente letificato dalla civiltà fenicia grazie alla fondazione di Tharros non più tardi dell’VIII secolo a. C., ma era sede in precedenza di grandi e abbondanti manifestazioni di civiltà protosarda, ci ha restituito anche un altro prezioso documento d’integrazione sardo-fenicia in una scultura aniconica rinvenuta nella località di Monti Prama, in area sacra originariamente nuragica, realizzata con gusto nuragico ma secondo una concezione mistica tipicamente semitica: quella stessa concezione dell’unità e pluralità divina, per la quale, ad Antas, Sid formava con i suoi mistici genitori una Triade e nello stesso tempo anche una Monade. Più precisamente, si tratta di un bètilo multiplo, databile al IV – III secolo a.C. e formato da un unico blocco squadrato recante scolpite, in due zone sovrapposte, quattro terne betiliche, allusive a dodici fondamentali aspetti dell’unica Divinità, presenti e operanti nelle due zone cosmiche del mondo “di sopra” o spirituale e del mondo “di sotto” o materiale.
I documenti sicuri di un’integrazione religiosa sardo-fenicia non sono però limitati alle sole regioni sud-occidentali dell’Isola. Nel sud-est infatti, fra le montagne del Gerrei, un fenomeno analogo a quello di Antas era attestato dal santuario di origine protosarda detto “Puzzu de Santu Jacci”, presso S.Nicolò Gerrei: santuario dell’acqua sorgiva, che sgorgava dalla roccia, dietro un sacello rettangolare di tipo fenicio, per andare a raccogliersi in un pozzo rotondo, rivestito con tecnica megalitica di tipo nuragico. L’incontro delle due stirpi, ciascuna con la sua civiltà già rivelato dalla coesistenza sul posto di elementi strutturali protosardi e fenici, è anche qui sottolineato dall’onomastica divina, che documenta in una dedica trilingue del II secolo d.C. scolpita sulla base bronzea di una colonna votiva, il culto per una persona divina maschile, detta in punico Eshmun Merre, Askepios Merre in greco ed Aesculapius Merre in latino.
La parola Merre, ha il significato di “maschio” cioè “fecondatore”, suggerisce infatti la deduzione che ci si trovi davanti a un altro caso di sopravvivenza di un nome divino protosardo sotto il dominio dei Cartaginesi, che avrebbero interpretato l’antichissimo dio indigeno assimilandolo a una persona divina fenicia, Eshumn il cui nome sarebbe stato preposto a quello originario protosardo insopprimibile perché tale era il culto cui si riferiva: culto del dio Fecondatore paredro della dea Madre della natura feconda, del quale l’acqua sorgiva era considerata la manifestazione concreta.
Altrettanto sarebbe accaduto più tardi, in età romana, con la sostituzione del nome fenicio, ma non di quello protosardo.
Questo però, come culto di Babay ad Antas, certo dovette arricchirsi di nuovi ed elevati contenuti per effetto dell’interpretazione cartaginese, alla quale possiamo attribuire aggiunte di carattere mistico e soteriologico, analoghe a quelle documentate ad Antas, in considerazione del fatto che per i Fenici Eshmun e Sid erano, per la loro stretta affinità con Adon, affini anche fra loro.
Finalmente, un altro caso d’integrazione religiosa sardo-fenicia, estremamente importante e complesso, può esser considerato il culto di Demetra, ogni volta che appare, documentato nell’area di templi a pozzo nuragici. Infatti, tenendo presente l’inestinguibile vitalità del culto delle acque in Sardegna come dovunque, è evidente che in quei templi nuragici tale culto dovette sopravvivere anche dopo l’arrivo dei conquistatori stranieri, condizionando in qualche modo quello di Demetra, importato nell’Isola dai Cartaginesi durante il IV secolo a.C., pur avendo gli indigeni accettato di dare all’antichissima dea Madre venerata nell’acqua insieme col suo paredro fecondatore il volto della nuova persona divina greco-punica e, almeno in taluni casi, di offrirle le tradizionali vittime suine.

La sopravvivenza del culto protosardo di Babay nel tempio punico di Antas, se da un lato può considerarsi una prova dell’integrazione sardo-fenicia nel settore delle credenze religiose e dei culti a queste connessi, appare anche quale significativo indizio del fatto che i Protosardi, venendo a contatto col mondo fenicio, finirono con l’accettare, in taluni casi anche integralmente, le formule strutturali e planimetriche richieste dalla liturgia semitica; forme che, come abbiamo visto, sono ancora dominanti nella fase edilizia romana di quel tempio, databile al III secolo d.C.: luogo di culto almeno simbolicamente in ascesa, suo orientamento a nord, tripartizione planimetrica longitudinale, penetrale geminato, vaschette per acqua lustrale.
Altrettanto può dirsi del tempio di S. Salvatore a Cabras, dove manca la formula architettonica ascensionale semitica e si mantiene invece quella ipogeica dei templi a pozzo protosardi, ma sono ben documentate le caratteristiche semitiche della vaschetta con acqua lustrale, posta all’ingresso della sala dei riti conclusivi: sala che è ubicata in posizione opposta all’ingresso, con funzione di penetrale e, pensiamo, un’almeno ideale bipartizione di questo, indicata dalla presenza di una pietra betilica entro un’area depressa utilizzabile per libagioni a sinistra, e di un’altra area depressa destinata a riti di combustione a destra, cioè nell’angolo nord del vano e in posizione non giustificata dalla logica planimetrica del tempio originario.
Il tempio di Antas e specialmente quello di S. Salvatore a Cabras sono senza dubbio i più vistosi, ma anche i più tardi esempi di luoghi ove si praticavano culti di origine protosarda applicando più o meno integralmente formule strutturali e planimetriche richieste alla liturgia fenicia.
Ma l’obezione cade ove si prendano in considerazione altri esempi, meno vistosi ma ben più remoti nel tempo: il tempio a pozzo di S. Anastasia a Sàrdara, l’area sacra di Barumini e la cosidetta “Domu de Orgìa” a Cuccureddì di Esterzili.
Il tempio a pozzo di Sàrdara, realizzato dai Protosardi nel IX-VIII secolo a. C. a 50 km da Cagliari, sul confine geografico tra Campidano e Marmilla, può considerarsi un tipico esempio di architettura sacra nuragica, per la sua pianta a “buco di chiave”, che comprende una cella sotterranea a tholos per la sacra acqua sorgiva e una scalinata che vi discende dal piano di campagna. Tuttavia l’esempio non può dirsi del tutto canonico per la presenza abnorme di una vaschetta posta immediatamente davanti all’inizio superiore della scalinata, certo per contenere acqua lustrale da usarsi prima di scendere alla sorgente sacra. Tale vaschetta infatti, che non appare negli altri templi a pozzo esclusivamente nuragici ma è presente, pur con varianti di giacitura e di forma, in quello punico-romano di S. Salvatore a Cabras, e trova i più stretti confronti nelle vaschette ubicate davanti alle porte del penetrale geminato nel tempio di Antas, appare del tutto estranea all’architettura sacra nuragica, mentre s’inquadra perfettamente nei canoni di quella fenicia di ogni tempo e luogo. A Sàrdara dunque tale elemento conferma la presenza, fra l’VII e il VI secolo a.C., di quegli influssi culturali fenici già riconosciuti anni addietro dal Lilliu in alcuni documenti locali di arte figurativa, del resto ovvii data la non grande distanza del luogo dalle due colonie fenicie di Othoca e Karalis.
Quanto all’area sacra di Barùmini è noto come questa, ubicata nel cuore del villaggio nuragico sviluppatosi presso il nuraghe Su Nuraxi, abbia avuto origine contemporaneamente al villaggio stesso cioè, stando alla cronologia comunemente accettata, nel X-IX secolo a.C., e sia rimasta in uso ininterrottamente fino a tutto il II secolo a. C. In origine misurava circa 35 mq, era scoperta, occupata da una decina di pozzetti votivi circolari e delimitata da bassi muretti.
A partire dall’VIII secolo a.C., però, raggiunse quello di un complesso edilizio formato da una capanna coperta a pianta internamente ellissoidale, con porta sul lato lungo orientale e cortile lastricato antistante provvisto di una vasca ellissoidale per raccolta di acqua pluviale a uso lustrale e accessibile da est attraverso un vano anch’esso a pianta ellissoidale. Tale assetto planimetrico, pur ricordano vagamente antichissime formule di architettura sacra mediterranea, non sembra potersi spiegare inserendolo nella tradizione mediterranea protosarda, sia per mancanza nell’Isola di confronti convincenti, sia per la presenza della conserva d’acqua pluviale, che, come già osservato, è estranea all’architettura sacra protosarda ma è essenziale e costante in quella fenicia, al pari della tripartizione longitudinale del luogo sacro, con vestibolo, vano mediano e penetrale nel fondo.
Ove si tenga presente che il complesso sacro assunse l’aspetto che gli conosciamo solo nel V secolo a.C., quando il territorio di Barùmini era stato raggiunto dagli influssi culturali fenici portati non solo a contatti commerciali, ma anche da una presenza etnica fenicia permanente, dovuta alla conquista punica, sembra ovvio concludere che anche tale complesso rispecchia quegli influssi culturali, pur in un adattamento alle tradizioni formule dell’architettura protosarda a pianta curvilinea, documentato dal trionfo di questa nei singoli elementi planimetrici del complesso edilizio.
La fedele applicazione dei canoni fondamentali dell’architettura sacra siro-palestinese a un edificio di culto protosardo è documentata nel sacello del tempio detto “Domu de Orgìa”, a Cuccureddì di Esterzili.
Quel sacello infatti ha una pianta troppo simile a quella tipicamente siro-palestinese realizzata da maestranze fenicie, a esempio nel tempio di Salomone a Gerusalemme quale ce lo descrive il testo biblico, per non indurci a ritenere che il suo architetto abbia voluto imitare un modello fenicio. E che si tratti di imitazione da parte di un architetto protosardo e non dell’opera di un fenicio, sembrano rivelarlo – più che probabile copertura con volta ogivale, che potrebbe esser di tradizionale protosarda al muro perimetrale che delimitava con tracciato ellittico l’area sacra attorno al sacello e l’aggiunta a questo, forse per preoccupazione più di statica che di estetica, di quei due pilastri che, sporgendo dalla parete esterna nord-occidentale, sono l’unico elemento che possa ricordare il megaron miceneo in quest’edificio sperduto fra le aspre montagne della Barbagia meridionale
Il fortissimo influsso fenicio in una zona così interna e appartata dell’Isola, sembra suggerire una data non anteriore al V secolo a.C., quando i Cartaginesi, raggiunti i territori di Nurri e Orroli, erano attestati sulla riva destra del Flumendosa, non lontano da Esterzili. Riterrei anzi plausibile l’ipotesi che l’influsso fenicio abbia impiegato un certo tempo prima di manifestarsi al di là del Flumendosa. In tal caso la data del tempio potrebbe essere anche molto posteriore agli inizi del V secolo a.C.
Influenze culturali fenicie sulle formule strutturali e planimetriche dei luoghi di culto protosardi, sono dunque già dimostrabili per un’epoca posta fra il VI e il V secolo a.C., quindi molto tempo prima che la civiltà nuragica si estinguesse e in Sardegna facessero la loro apparizione i Romani. Del resto, che costoro giungendo nell’Isola abbiano trovato templi di tipo fenicio, voluti e realizzati da Protosardi integrati nella civiltà di Cartagine ma non del tutto dimentichi della propria, lo dimostrano inequivocabilmente le scoperte di Monte Sirai, relative al periodo in cui l’acropoli fenicio-punica, abbandonata dalla guarigione cartaginese, divenne un villaggio occupato da gente indigena punicizzata.
In quel periodo infatti i nuovi occupanti non si limitarono a utilizzare gli edifici punici conservandoli nell’aspetto in cui li avevano trovati, ma ne trasformarono profondamente, nella pianta e nell’uso, almeno uno: il mastio, che divenne solo allora un tempio di tipo fenicio, anche se nell’angolo nord del penetrale l’altare aveva una forma a settore circolare sconosciuta all’edilizia sacra fenicia. Identica forma ricevette anche nel tophet dello stesso Monte Sirai l’atare che, nello stesso periodo storico, sostituì quello semitico rettangolare posto nell’angolo nord del sacello: indizio che, nonostante la continuità del culto, ci impedisce di dimenticare come in quel tempo, nell’area della vecchia fortezza fenicia, qualcosa fosse profondamente mutato: i Protosardi praticavano, per loro libera scelta, i riti religiosi degli antichi nemici!

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, non sembra possibile dimostrare che fra l’architettura militare fenicia e quella protosarda vi siano state reciproche influenze, se non in un solo caso: quello documentato dalle fortificazioni del nuraghe Losa ad Abbasanta. Infatti, nella cinta muraria esterna di quel nuraghe costruito verso gli inizi del VII secolo a.C., quando i Protosardi dovettero cominciare a preoccuparsi del pericolo rappresentato dalle città fenicie sorte sulle coste oristanesi, si notano, oltre ad alcune postierle realizzate come brevi corridoi architravati che attraversano la linea retta lo spessore del muro secondo il sistema tradizionale dell’architettura militare protosarda, anche due porte del tipo “a vestibolo”, mai documentato nelle fortificazioni protosarde e invece ben noto all’architettura militare della regione siro-palestinese fin dal II millennio a.C. Più precisamente si tratta di due torri circolari vuote internamente, ognuna delle quali presenta due ingressi, uno dall’interno e uno dall’esterno della cinta, disposti alle due estremità del diametro che la attraversa in senso normale alla cinta stessa. Un’altra porta analoga e coeva a quelle della cinta muraria esterna, si nota nell’antemurale dello stesso nuraghe.
Evidentemente, quei tre esempi isolati di porta “a vestibolo” furono realizzati dai Protosardi ispirandosi a porte di quel tipo, viste nelle fortificazioni delle città fenicie costiere, ma è interessante notare che il prototipo non fu copiato fedelmente, bensì imitato, adattandolo alla tradizione architettonica protosarda, con la sostituzione della pianta circolare a quella quadrilatera, usata dall’architettura militare siro-palestinese.

Ben diversa sembra esser stata l’accoglienza che i Protosardi nuragici riserbarono al tipo di abitazione privata che i Fenici importarono nell’Isola. Del resto, era logico e inevitabile che la casa fenicia a più vani apparisse agli indigeni come un modello da imitare: era infatti tanto più comoda e funzionale di quella a un solo vano che la loro architettura privata usava da tanti secoli come unico tipo, dopo aver interrotto una ben diversa tradizione, lungamente protrattasi in età prenuragica e di cui ci è giunta documentazione nelle dimore a più vani che gli uomini di quell’età scavarono nella roccia per i loro morti: le domus de janas.
Mi sembra invece opportuno prendere in considerazione i tempi e i luoghi ai quali è legato il ritorno dei Protosardi all’uso della casa a più vani o, come si suol dire, pluricellulare.
Il più antico esempio conosciuto di un’abitazione nuragica a più vani ritengo possa considerarsi ancora la casa cosiddetta del “doppio bètilo”, nel santuario di S. Vittoria di Serri, datata fra l’VIII e il VI secolo a. C. Com’è noto, si tratta di una costruzione concepita secondo un piano organico, che il Lilliu così descrive: “…un insieme unitario e raccolto di nove ambienti di varie dimensioni… e di varia figura, incentrati in un piazzaletto che tutti li coordina secondo il gusto circolare e centripeto degli isolati nuragici… un tipo di casa pluricellulare con stanze adibite a usi diversi: una camera da letto, il luogo della cucina, con un bancone a coppelle in cui poggiare i vasi, e dei pasti. Un sacello privato era poi certamente il più vasto degli ambienti, dove si rendeva il culto al “doppio bètilo”.
L’intero complesso può iscriversi approssimativamente in un trapezio, ma è innegabile che vi domina sovrana la linea curva di tradizione nuragica, sia all’interno sia anche nei muri perimetrali esterni, nei quali i circoli dei vani interni determinano una serie di convessità simili ad absidi. E anche la pluralità dei vani, che si aprono tutti su un piazzaletto comune, non si discosta in sostanza dalla visione architettonica protosarda, applicando uno schema che si trova anche altrove, come nel villaggio di Serra Orrios, presso Dorgali, durante la stessa fase culturale cui appartiene il santuario di Serri. Ma qui si è introdotto un elemento nuovo: l’uso differenziato dei vani, che non sono più concepiti come altrettante abitazioni monocellulari bensì come parti di un’unica abitazione, destinate a diversi momenti della vita familiare.
Mi sembra dunque si possa ritenere che l’uso dell’edificio pluricellulare come casa di abitazione unifamiliare s’introdusse e si diffuse fra i Protosardi nuragici per effetto dei molteplici contatti ch’essi ebbero con il mondo fenicio tra l’VIII e il VI secolo a. C.
Si trattò quindi, anche in tal caso, di un influsso fenicio, non però di carattere formale bensì funzionale, vorrei dire un suggerimento a usare in modo nuovo una formula architettonica di origine locale.
Diversa interpretazione mi sembra debba darsi alla diffusione in epoca tardo-punica dell’architettura domestica a pianta ortogonale, ben documentata nell’ultima fase del villaggio di Barùmini, databile fra il III e il II secolo a. C. In quel caso infatti si trattò di una formula architettonica non del tutto sconosciuta ma certo inusitata fino ad allora nell’ambiente nuragico, il quale l’accettò adeguandosi ai modelli dell’architettura domestica fenicia, nello stesso tempo in cui accoglieva i prodotti d’artigianato che ornavano le case dei coloni cartaginesi. E’, in sostanza, la vita privata dei Protosardi pienamente integrati nel mondo fenicio – i Sardo-Fenici o Sardo-Punici – quella documentataci dalle case tardopuniche a pianta ortogonale dei modesti agricoltori di Barùmini; la vita privata se non di Ampsicora e Iosto, che dovevano disporre di mezzi economici ben superiori, certo dei prodi guerrieri che li seguirono nella loro disperata insurrezione contro Roma.
La presenza fenicia oltre a provocare modifiche importantissime nella pianta e nell’uso della casa protosarda, introdusse nell’Isola il principio socio-architettonico della “città” che, conosciuto per la prima volta dagli indigeni nei centri semitici sorti sulle coste, finì con l’essere da loro recepito e più o meno abilmente applicato nei propri insediamenti.
Certo l’avvio dei Protosardi all’urbanizzazione procedette per gradi e non poté essere rapido, specie nell’interno dell’Isola, ove l’influsso fenicio giunse più tardi e maggiore era la resistenza della tradizione locale che – pur concependo una vita del clan in un aggregato edilizio provvisto di costruzioni d’interesse comune quali il nuraghe, la capanna per le riunioni dei capi, il tempio e la “tomba di giganti” – non inseriva quelle costruzioni in un contesto organico, tanto meno secondo formule urbanistiche precostituite; le realizzava in modo che potremmo dire episodico, secondo l’opportunità ma anche secondo una visione sociale disorganica e fortemente individualistica, evidenziata dalla posizione delle capanne, erette secondo le necessità dell’individuo o del gruppo familiare in maniera disordinata, insensibile al valore della vita collettiva, tanto da non sentire nemmeno la necessità di una rete stradale interna all’abitato. Le vere vie infatti mancano completamente, sostituite tutt’al più da passaggi tortuosi ed estremamente angusti, spesso privi di uscita.
Diversa è la situazione che comincia a delinearsi nel villaggio protosardo di Barùmini quando vi appaiono le capanne pluricellulari a ventaglio costruite in seguito a contatti col mondo fenicio. Quelle nuove costruzioni infatti, realizzate sulle rovine di quelle pertinenti alla fase edilizia più antica, si presentano in blocchi separati fra loro da spazi maggiori dei precedenti che, pur nelle loro modeste dimensioni, meritano ormai il nome di piazzette e di vie, fra le quali ne spicca una principale, provvista persino di un rudimentale sistema di fognature; mentre, alla fine delle altre, si è osservata la presenza di pozzetti a scarico d’acqua. E’ interessante inoltre notare come, nello stesso villaggio, i costruttori abbaiano avvertito anche la necessità di raccordare fra loro con gradini i diversi livelli del terreno sul quale edificavano.
Tuttavia, com’era inevitabile per la sopravvivenza condizionale del nuraghe e dell’area sacra, a Barùmini l’ubicazione delle costruzioni d’interesse comune rimase immutata anche in quella fase edilizia, come pure nella successiva.
Durante quest’ultima anzi, mentre l’architettura domestica documentata, col diffondersi di costruzioni a pianta ortogonale, l’accrescersi dell’influsso fenicio, nessun mutamento di rilievo è dato cogliere nella generale planimetria dell’insediamento, che conserva sostanzialmente l’aspetto tradizionale, anche se attenuato dall’introduzione di quegli elementi urbanistici che abbiamo notato sopra.
Davanti a tale situazione si sarebbe tentati di attribuire ai Protosardi un’assoluta incapacità a superare i limiti della tradizione, applicando integralmente le formule dell’urbanistica fenicia, se gli scavi di Monte Sirai non dimostrassero il contrario.
In quell’insediamento infatti la popolazione protosarda punicizzata, che verso il 240 a.C. si recò ad abitare nell’acropoli abbandonata dalla guarigione cartaginese, realizzando nuove costruzioni perfettamente in linea con quelle preesistenti e con i tracciati stradali che le delimitavano, così da non alterare affatto il vecchio assetto urbano dato al luogo dai costruttori semitici, dimostrò il modello urbanistico fenicio, al punto non solo di mantenerlo nelle sue realizzazioni ma di volerlo e saperlo integrare fedelmente con le proprie.
Tuttavia il maggior contributo della bronzistica protosarda a quella fenicia si ebbe certamente nel III secolo a.C., quando Cartagine decise di emettere anche in Sardegna alcune serie monetali bronzee, in aggiunta a quelle che, come abbiamo visto, già vi circolavano, battute in Sicilia o nella stessa Metropoli africana, fin dagli inizi del IV secolo a.C.
Le nuove monete furono simili alle precedenti per modulo, spessore, tecnica di coniazione e spesso anche per tipi. Questi sono, sul dritto, la testa di Tanit, volta generalmente a sinistra con corona di spighe, orecchini a pendenti, collo generalmente con collana o nastro annodato dietro, contorno quasi sempre di perline; oppure una testa virile imberbe e diademata, volta a sinistra.
Sul rovescio, è una protome equina; oppure il cavallo stante, con o senza palma dietro; talvolta il cavallo stante e retrospiciente; o tre spighe di grano, quasi sempre sormontate dal simbolo astrale del disco e crescente lunare; o ancora il toro stante o gradiente, con o senza spiga dietro, o disco crescente sopra; il contorno è generalmente di perline.
Nel campo appaiono spesso lettere puniche o la stella radiata o dei globuli. Diverso però è lo stile delle emissioni sarde, che per il tratto asciutto, talvolta addirittura spigoloso o disarmonico, il gusto disegnativo e lineare, l’essenzialità di raffigurazione, rivelano una visione estetica analoga alla visione delle sculture bronzee nuragiche e molto lontana da quella che, trasmessa alla monetazione punica dai maestri monetieri greci, domina le emissioni siciliane e africane.
Esperienza tecnica e visione estetica protosarde possono dunque individuarsi nella monetazione bronzea sardo-punica. Più difficile dire se, ed eventualmente fino a qual punto, l’elemento indigeno punicizzato abbia potuto contribuire alla scelta dei due tipi monetali più recenti: le tre spighe e il toro che, in quanto estranei alla monetazione punica extra-sarda, possono definirsi caratteristici della Sardegna preromana.
Senza dubbio, oltre l’uso della moneta, la civiltà fenicia introdusse in Sardegna anche i propri sistemi per misurare lunghezze, pesi e tempo, ma purtroppo di tali sistemi non ci è rimasta quasi nessuna testimonianza, tranne che delle misure di lunghezza. Sappiamo infatti che l’unità di misura usata dai Cartaginesi per le lunghezze era il cubito nelle sue due varianti egiziana (m. 0,525, più comune ) e babilonese (m. 0,509, più rara ); ed effettivamente gli scavi hanno dimostrato che il cubito, con i suoi multipli e sottomultipli, è servito come unità di misura ai costruttori degli edifici punici nell’isola.
Invece, il sistema ponderale in sicli, mine e talenti e la partizione dell’anno in dodici mesi lunari possono essere solo ipotizzati in quanto è noto il loro uso presso i Cartaginesi, ma fino ad oggi non risulta che la Sardegna nè abbia conservato alcuna testimonianza diretta.

Un tipo di luogo sacro fenicio-punico è quello chiamato con la parola biblica tophet (probabilmente “diarsione” ) e caratterizzato dal sacrificio dei fanciulli alle divinità. Si tratta di un’area a cielo aperto, nella quale venivano poste le urne con le ossa dei fanciulli o degli animali immolati e le stele votive. I tophet sono attestati archeologicamente, finora, nell’Africa settentrionale, in Sicilia ed in Sardegna. La Sardegna, anzi, fornisce numerosi resti di tophet, sui quali conviene sommarsi singolarmente prima di passare a considerazione d’assieme. Vi sono, in primo luogo, i tophet non riconosciuti, in quanto considerati semplici necropoli ad incinerazione. Taleè certo il caso di Nora, dove una mareggiata dal 1889 pose in luce presso la spiaggia, non lontano dalla chiesetta di Sant’Efisio, centinaia di urne e di stele.
Una fotografia pubblicata dal Patroni conserva l’immagine della richezza dei ritrovamenti, da lui calcolati a 209 urne e 157 stele.
Se certo è il carattere dei tophet della scoperta di Nora, lo stesso carattere è stato supposto, ma con ragionevole dubbio, per un’altra scoperta, quella di Cagliari. Si tratta di un complesso di urne e stele trovate nell’area tra il colle di Tuvixeddu e lo stagno ad occidente della città: occorre, evidentemente, un approfondito esame sia delle urne e delle stele sia della zona archeologica.
Alcuni cortili quadrangolari di diversa ampiezza: precisamente un grande cortile ne include tre, due (uno nell’altro ) a monte ed un terzo isolato a valle.
L’ingresso è sempre sul lato meridionale. Del muro di recinzione resta un tratto in grossi blocchi parallelepipedi perfettamente squadrati e bugnati.
La presenza di lucerne monolicni rende possibile che il più antico strato del tophet risalga al IX secolo; seguono vari strati successivi, che accompagnano la storia della città. Banchi di ceneri con minutissimi frammenti di ossa, trovati in due punti diversi dell’area sacra, autorizzano l’ipotesi di due altari per olocausti, probabilmente non coevi.
Centinaia di urne e stele attestano i sacrifici compiuti.
A Monte Sirai il tophet si trovava, come a Sulcis, in srea periferica rispetto all’abitato.
Era costituito da due recinti a cielo aperto, pressoché quadrangolari e giustapposti, fatti di pietre brute ed utilizzanti in parte le pareti di roccia. Le urne e le stele, sparse tra la roccia o a terra in mezzo a pietre, suggeriscono verosimilmente due strati archeologici, uno databile almeno ai secoli V e IV, l’altro ai secoli III-I.
Quanto al luogo in cui si svolgevano i sacrifici, Monte Sirai ci indica una soluzione diversa da quella degli altri tophet: l’area recintata, infatti, e del tutto libera da costruzioni, ma si appoggia al già descritto tempio preceduto da una gradinata; nel tempio, come si ricorderà, è stata trovata una struttura di pietra con funzione sacrificale, contenente ceneri ed ossa combuste.
Il maggior tophet della Sardegna è verosimilmente quello di Tharros, ancora in corso di scavo e dunque definibile solo per alcuni aspetti.
Su questa descrizione, volutamente provvisoria, osserviamo che, a nostro avviso, non v’erano necessariamente nel tophet “demoliti edifici”; v’erano più tosto altari, ed in effetti sono stati posti in luce i basamenti di due, uno circolare ed uno quadrangolare, sui quali e attorno ai quali è stata ritrovata cenere in grande quantità..
Abbiamo lasciato da ultimo un piccolo tophet dalle caratteristiche particolari, anche perché la sua stessa natura resta probabile ma non certa: si tratta del luogo sacro scoperto nell’isolotto di Su Cardulinu, a sud di Bithia.
Un muro che corre lungo il ciglio dell’isola verso la terraferma, ne delimita l’accesso, mentre sugli altri lati la roccia a picco sul mare costituisce una naturale delimitazione.
Nell’ambito dell’area sacra sono stati trovati i resti di tre piccole costruzioni, due delle quali erano probabilmente sacelli di tipo tardo-punico mentre la terza sembra un altare arcaico.
Di stele, tuttavia, non si è trovato alcun esemplare; ciò ha determinato un generale riesame della situazione negli altri tophet, dal quale sono conseguite osservazioni di notevole interesse. A Sulcis, infatti, lo strato più profondo del santuario non conteneva stele; ed analoga è la situazione a Cartagine e Sousse. Nell’insieme, la Sardegna reca una testimonianza preminente allo studio dei tophet.
Conferma che si trattava di aree akll’aperto e recintate appoggiate o meno alle mura di cinta, nelle quali si effettuava il rito specifico del sacrificio dei fanciulli. Indica che il trito stesso avveniva su altari posti entro la cinta ovvero in santuari annessi. Suggerisce che le stele, così frequenti e diffuse nei tophet, non né costituissero tuttavia, almeno per l’età più antica, una componente indispensabile.
Introduzione

Le attività economiche.
I fenici erano un popolo che viveva sulla costa siriana, tra le montagne del Libano ed il mare, in una stretta striscia di terra fertile, dove venivano coltivati il grano ed i prodotti tipici delle coste del Mediterraneo: l'olio e la vite. Dai monti proveniva il legname che veniva utilizzato per la costruzione di edifici e di navi; le città fenicie infatti furono soprattutto grandi centri commerciali le cui navi si spingevano prima lungo le coste del Mediterraneo orientale, poi in tutto il mar Mediterraneo. Esploratori fenici navigarono lungo coste africane ad est e a ovest, fino a fare il giro completo dell'Africa. Nelle zone in cui l'artigianato non era ancora sviluppato i fenici si procuravano materie prime, soprattutto minerali come il rame, e davano un cambio armi e gioielli.
Il commercio marittimo era però rischiosi non solo per le tempeste che potevano provocare naufragi, ma anche per i pirati che attaccavano le navi, rubando tutto il carico e uccidendo o rendendo schiavi gli uomini degli equipaggi.
Lo sviluppo commerciale favorì anche l'artigianato: i fenici si specializzarono nella produzione di oggetti di lusso, come i tessuti tinti con la porpora (ricavata da un mollusco), gli oggetti di avorio e bronzo, i vasetti e i gioielli di vetro.
L'organizzazione politica.
Prima che si sviluppassero le città fenicie esistevano già nella stessa zona grandi città commerciali, tra cui la principale, Ugarit, fu distrutta dai popoli del mare. Con la fine degli stati regionali ed un particolare del dominio Hittita, le città della costa ridiventarono indipendenti, riuscendo a difendersi più facilmente dai piccoli stati che si erano formati in Siria e in Palestina.
I fenici non crearono un unico regno: ogni città era indipendente, con un'assemblea dei cittadini. Quando i grandi imperi mesopotamici soggiornarono la Siria e la Palestina, anche le città fenicie furono in parte conquistate, ma di solito conservarono una certa autonomia, perché ai grandi imperi era utile avere porti per il commercio con altri stati. Dalle città fenicie Assiri e Babilonesi si procuravano abili marinai, commercianti, artigiani.
Le colonie fenicie.
Tra il X ed il IX secolo a.C. gruppi di fenici si erano stabiliti solo nell'isola di Cipro. A partire dal VIII secolo a.C. i fenici cominciarono a fondare colonie in tutto il Mar Mediterraneo, cioè nuove città in cui si trasferivano, per risolvere i problemi dovuti all'aumento di popolazioni per facilitare il commercio. Nel Mar Mediterraneo vi erano zone poco popolate, in cui era possibile stabilirsi e dedicarsi all'agricoltura e all'allevamento, mentre lungo la costa fenicia non vi erano più terre disponibili per la popolazione in aumento. Inoltre nel Mediterraneo occidentale avevano cominciato a formarsi regni con cui i fenici, abitando nelle zone vicine, potevano avere più facilmente scambi.
Le colonie fondate dai fenici non erano indipendenti, ma continuavano a pagare tributi alla vita da cui provenivano i fondatori e non avevano un proprio re, ma dei giudici come governatori. Solo dopo alcuni secoli esse divennero del tutto indipendenti. Una colonia di Tiro, Cartagine, sulla costa africana di fronte alla Sicilia divenne uno dei centri più importanti del Mediterraneo e fondò a sua volta altre colonie lungo la costa africana, estendendo i domini fenici anche in Sicilia e in Sardegna.
Gli scambi commerciali favorirono anche la diffusione della scrittura fenicia, di tipo alfabetico, che fu poi ripresa dai greci: fu perciò grazie ai Fenici che l'alfabeto si diffuse in Europa. i fenici
Intorno al 3000 a.c. nella stretta fascia costiera del mediterraneo orientale, tra l’Anatolia e l’Egitto si insediarono genti semitiche: i cananei.
La cosa più interessante e che il termine, probabilmente accadico significava “porpora”, “mercante di stoffa di porpora” e poi semplicemente “mercante”. Quanto ai greci non fecero che tradurre il loro nome nella loro lingua e li chiamarono, i “purpurei”, donde l’italiano fenici.
Fin dai tempi più antichi, infatti, i fenici andarono famosi sia come fabbricanti delle celebri stoffe tinte con la porpora , sia come mercanti.
La porpora veniva ricavata da dei molluschi, i murici, e per via della lunga lavorazione, era molto costoso, perciò i fenici ne traevano dei lauti guadagni.

Nulla di certo possediamo sulla struttura socio – politica dello “stato” fenicio.
Comunque possiamo dedurre che i fenici non riuscirono mai a creare un vero e proprio stato, mentre la loro propensione agli scambi e ai traffici li spinse a un certo disinteresse per le lotte politiche e gli avvenimenti nei potenti imperi con i quali confinavano.
A capo della città v’era un re, aiutato da un consiglio di saggi rappresentante delle famiglie più ricche della città; a parte era il potere religioso, con un grande sacerdote che interferiva molto nella vita politica.
Si nota che v’era una grande partecipazione politica da parte dei cittadini al governo. Alcuni studiosi hanno visto in ciò un principio di democrazia; in questo caso ci troviamo di fronte ad un ordinamento molto progredito rispetto alle autarchie egizie o ai regni assiri e babilonesi.
L’ECONOMIA FENICIA
La base dell’economia fenicia era il commercio. I fenici allineavano le loro merci sulla spiaggia e aspettavano che gli indigeni accorressero per portare oro in cambio e se ai fenici non andava bene la quantità dell’oro aspettavano sulle loro navi fin quando gli indigeni aumentavano le quantità sino ad arrivare ad un accordo.
Non bisogna dimenticare che i fenici agirono come commercianti tra i diversi punti del Mediterraneo. Produttori essi stessi di tessuti di lana, tinti di rosso porpora, i fenici erano anche abili fabbricanti di gioielli in metallo prezioso.
LA CULTURA FENICIA
Abili marinai, i fenici erano espertissimi di navigazione, essi scoprirono l’uso dell’ancora per fermare la nave, prima con semplici pietre poi con delle forme di piombo.
L’invenzione più importante dei fenici rimane però quella dell’alfabeto; attraverso una serie di modifiche il loro alfabeto divenne quello che state leggendo in questo momento.
L’UOMO E LE COSTE FENICIO-PUNICI:
Una presa di possesso e una colonizzazione.
Se si accetta una datazione alta, intorno al 1000 a.C., per i due bronzetti provenienti dalla regione siriaco-palestinese e rinvenuti uno a Santa Cristina, presso Pali latino, l’altro a Flumenlongu, presso Alghero, essi sarebbero le più antiche attestazioni della Sardegna ed in particolare delle sue coste, da parte dei Fenici.
Il più antico documento epigrafico è la stele fenicia di Nora, oggetto numerosi, approfonditi studi, la quale contiene la prima menzione della Sardegna (SRDN), mentre non sembra accettabile che in “NGR” possa vedersi Nora. L’iscrizione, per i caratteri delle letture, viene solitamente posta nel IX secolo; dal testo si può ricavare che a questa data i fenici, provenenti probabilmente da Cipro, edificarono un momento sulla costa meridionale della Sardegna dedicato ad una divinità. Allo stesso secolo sempre per i caratteri, sembra appartenere un frammento di iscrizione, rinvenuto nel rentroterra di Bosa, che forse conteneva il nome stesso della città; si potrebbe così ipotizzare, sempre per il IX secolo, un altro scalo fenicio alla foce del Temo. E’ probabile, comunque, che dal 900 a.C. circa le coste della Sardegna siano state toccate più o meno regolarmente da navi fenicie. Fra il IX e VII secolo furono fondate, oltre a Nora e a Bosa, Sulcis, Thrarros, e non molto dopo, Caralis e Bhitia, tutte sulle coste più vicine dell’Africa.
I motivi che determinano la scelta dei siti per queste fondazioni sono ben noti agli studiosi dell’antichità: si preferiscono promontori con accoglienti insenature sui due lati per consentire riparo in ciascuna di esse a seconda dei venti e spiagge in isole non lontane dalla terraferma. Per la Sardegna in particolare, l’attenzione rivolta alle sue coste meridionali e sud-occidentali, si spiega non solo e non tanto con l’inospitalità delle coste orientali, quanto con la posizione che gli approdi scelti rivestivano lungo le rotte che, attraverso il Mediterraneo centrale, collegavano i centri fenici delle coste siro-palestinesi e di Cipro con le coste siciliane, tirreniche, africane, galliche e spagnole.
Lungo queste rotte i mercanti fenici scambiavano i ricercati prodotti del loro raffinato artigianato con metalli greggi dei paesi del Mediterraneo centro-occidentale, argento, oro, piombo, ferro, rame, stagno.
I primi insediamenti avevano il carattere di fondachi modesti (circondati da mura di difesa, con pochi edifici di deposito per le merci, e delle abitazioni delle non molte famiglie residenti, una piazza per il mercato, un luogo sacro, una necropoli), ma in grado di attivare correnti di scambio con le popolazioni dell’immediato rentroterra. Agli inizi del VII secolo si ebbe un incremento edilizio dei fondachi con la creazione di vere e proprie città: il fenomeno dell’urbanizzazione delle coste meridionali ed occidentali della Sardegna comincia in questi decenni, come i dati di scavo dimostrano. Non solo, ma l’accresciuta popolazione ed il conseguente sviluppo dei rapporti commerciali e dell’artigianato spinsero le città a cercare spazi nell’entroterra, provocando un’onda di irradiazione economica e culturale la quale, fino alla Metà del VI secolo, resto limitata alla fascia costiera o andò poco oltre. Punte avanzate da Caralis, possono considerare S.Sperate, Monastir (Monte Olladiri), Settimo San Pietro (Cuccuru Nuraxi).Più complesso lo sviluppo dell’entroterra di Sulcis, il porto d’imbarco per il piombo e l’argento del ricco bacino dell’iglesiente.
Insediamenti furono posti anche a Porto Botte, Porto Pino, quest’ultimo con un canale d’accesso al porto tagliato nella roccia, a Sa Turritta di Seruci, presso Gonnesa.
Ma è soprattutto Monte Sirai, con la sua fortezza costituita nella seconda metà del VII secolo uno dei più notevoli esempi di architettura militare fenicio-punica che ci sia pervenuto, ad indicare quale parte ebbero per Sulcis le esigenze di sicurezza di una via di penetrazione verso la valle del Cixerri e del Campidano, sorsero il centro e la fortezza di Pani Loriga, presso Santadi, un avamposto forse di Bithia o Porto Pino.
Ormai gli insediamenti punici cominciano ad essere rilevabili su tutte le coste della Sardegna e sul loro immediato retroterra occupando in molti casi siti che dovevano aver conosciuto una frequentazione fenicia.
Un posto a parte va fatto per stanziamenti sorti sulla costa e sul retroterra nord-occidentali, dove ora ci sono Alghero e Porto Torres, e al tempo stesso ne consentivano le punte avanzate. Per Alghero, oltre il già citato bronzetto di Flumenlongu, altri oggetti provenienti dalla stessa località e datati dalla fine del X secolo agli inizi del VIII e ritenute di derivazione fenicia.
Per quelli di Porto Torres i rinvenimenti sono purtroppo tardi e non notevoli, anche se nella loro complessita ci testimoniano la presenza fenicio punica nella zona, vanno ricordate la stele di Porto Torres, le necropoli di Porto Torres e Castelsardo, le monete puniche di Sorso e le stele di spirazione punica di Sorso, Castelsardo, e nostra signora di Tergu.
Per quanto riguarda le coste orientali si può dire con certezza che anche lungo quelle coste ci sono stati stanziamenti punici; questo si può affermare grazie ai ritrovamenti di ceramiche, edifici, templi, rinvenuti a Calagonone, S. Maria di Villaputzu, San Giovanni di Sarralà e Tortolì.
I contatti fra le coste sarde e quelle etrusche devono essere commerciate prima del VII secolo, perché sono stati ritrovati oggetti in bronzo, datati del IX secolo e l’inizio del VIII, in Etruria, questi scambi continueranno, se pur con ineguale intensità, per parecchio tempo perché si possono distinguere due correnti di scambi: una che collegava Tharros con Vulci, l’altra che collegava Bithia con Cere.
E’ evidente che questo commercio, condotto dagli Etruschi, sia direttamente che attraverso la mediazione di Cartagine, si svolgeva appunto lungo le coste orientali. Gli insediamenti che in esse abbiamo visto, trovano giustificazione nell’esigenza d’avere piccoli approdi a disposizione, ove rifugiarsi in caso di tempeste o altri pericoli.
Nel 540 ed il 510 a.C. Cartagine, dopo numerose guerre, affermò il suo dominio sulla Sardegna. Dopo il trattato del 509, che impegnava Roma a non commerciare con le coste sarde e Africane, Cartagine ne usciva vittoriosa anche perché con un secondo trattato, Roma s’impegnava a non fondare città in Sardegna.
L’occupazione cartaginese durò tre secoli circa e lasciò una profonda impronta nella società, nell’economia e nella cultura in genere della Sardegna; i rapporti con gli indigeni furono più o meno pacifici, con periodi di vere e proprie guerre; si giunse, così, ad una integrazione sardo-punica più o meno intensa a seconda della zona.
Per quel che ci riguarda, ricordiamo che la fascia costiera, con le sue città e l’immediato terra, ha conservato tracce evidenti di questa integrazione.
I suoi aspetti più notevoli si possono rilevare nel campo dell’urbanistica e dell’architettura urbana, degli edifici sacri, delle tombe, dell’industria e dell’artigianato, delle sculture in pietra, inoltre nelle situazioni e nelle credenze religiose.
Quando i Romani occuparono la Sardegna, vi trovano una civiltà in pieno rigoglio, tanto gli elementi fenicio-punici continuarono a sussistere per secoli, profondamente inseriti nel tessuto culturale isolano. Le stesse città costiere ci offrono la documentazione dell’uso della lingua punica ancora in periodo Romano, attardamento tipico che denota la prodondità delle influenze culturali; infatti molte iscrizioni puniche trilingue ( latina-greca-punica ) sono state ritrovate a Nora, Sulci, Tharros e Caral, fatto che dimostra ancora quanto i punici abbiano influenzato il popolo sardo.
A pochissima distanza da Carbonia l’orizzonte è chiuso dal piatto profilo di un minuscolo altopiano dai fianchi precipiti. E’ Monte Sirai, da cui prende nome l’omonima fortezza, caposaldo Fenicio in origine, quindi Cartagine, della penetrazione semitica nella Sardegna sud occidentale vera e propria testa di ponte per un’avanzata in grande stile, la cui preoccupazione era, né poteva essere diversamente, la sicurezza dei collegamenti col mare alle spalle, cioè coi rifornimenti in uomini e materiali.
L’insediamento, fondato nel VIII secolo a. C. dai Fenici, fu distrutto da una controffensiva nuragica nel secolo successivo. Ricostruita ½ secolo dopo, la fortezza visse fino al III secolo a. C. terminata ogni funzione militare, il sito fu abitato da sardo-punici ancora per qualche tempo e abbandonato definitivamente nel I secolo a. C. posta a 5 km dove si trovava la città fenicia prima e punica poi di Sulcis, la fortezza di Monte Sirai controllava la posizione chiave all’incrocio o meglio alla biforcazione tra via costiera occidentale e l’altra che gli s’inoltrava nella valle del Gixerri per raggiungere il Campidano, la grande fertile pianura sarda.
Il rilievo non è alto, ma naturalmente è forte. E’ insomma la posizione ideale per chi vuole controllare alle spalle l’approdo, di fronte invece il territorio interno immediatamente prospiciente. Una scelta strategica più che accurata, derivante da concetti di arte militare ben appresi e assimilati. LA FORTEZZA
Un grosso muro di blocchi informi rafforza i baluardo naturale circondando il pianoro. Il pianoro è suddiviso in due parti da una vallecola che declina al centro; sul tratto sud dell’altopiano incominciamo a discernere grosse muraglie: è il cuore della fortezza, l’acropoli: nella depressione indoviniamo la necropoli a nord è la zona sacra di cui non distinguiamo a ancora nulla. Davanti alla necropoli c’è un’opera avanzata che ne difendeva l’accesso, costringendo gli assalitori a dividersi in due gruppi, entrambi sotto i tiri dei difensori.
Nell’acropoli ci si entrava attraverso una porta difesa da due torri. Lunghe vie percorrono l’area grosso modo rettangolare, allargandosi in spazi sempre più ampi, quasi piazze d’armi per le manovre e gli spostamenti della truppa.
LE STRUTTURE DIFENSIVE
Erano tre le linee di difesa principali: le muraglie sul ciglione dell’altopiano; la difesa dell’acropoli; il mastio, ultima ridotta per gli irriducibili.
Travolto dagli avvenimenti che hanno segnato la vita della fortezza, il mastio fu in epoca tarda trasformato in luogo di culto da qui proviene un’importantissima opera di scultura attualmente al Museo Nazionale di Cagliari.
Le tombe hanno una loro dignità composta e semplice. Un dromos, cioé un corridoio d’accesso inclinato, conduce con pochi gradini alla cella sotterranea ove i letti funebri accoglievano i defunti. Due sepolcri conservano ancora resti di decorazione parietale: una testa umana scolpita e un segno di tanit capovolto.
E questo senso del mondo rovesciato, che anche molti secoli prima nelle vicine domus de janas di Montessu i Sardi prenuragici avevano inciso simboli divini e umani rovesciati nelle tombe per indicare la differenza tra mondo dei vivi e quello dei defunti.
Sorta per il commercio del legname,
La città palesa influssi sia mesopotamici che egizi, come mostrano le costruzioni messe in luce dagli scavi e i sarcofaghi di alcuni sovrani, chiaramente di derivazione egizia.
Così, abbiamo delle stele che rappresentano il re in atto di fare offerte alla dea di Gebal, mentre Famiso è il sarcofago di Ahiram, che poggia su quattro leoni accovacciati. La necropoli reale ha fornito tombe contenenti oggetti delle dinastie egizie contemporanee che potrebbero essere stati fatti da artisti locali.
Distrutta una prima volta nel 2.100 a.C., Biblo fu ricostruita e distrutta nuovamente dagli Hyksos (1.750 a.C.), che si avvalgono nella guerra dell’uso del cavallo e dei carri con ruote a raggi.
Dopo una breve conquista da parte degli Egizi, Biblo conosce un periodo d’indipendenza; segue quindi la dominazione assira.
Questo promontorio naturale della Siria, posto allo sbocco delle vie commerciali orientali sul Mediterraneo, fu sede di una fiorente civiltà già nel secondo millennio a.C., ed è ricordato da un testo di Mari dell’epoca di Hummurabi.
Gliscavi, che hanno permesso di ricostruire le diverse vicende della città, hanno posto in luce due templi dedicati a Baal e Degan con intorno numerose stele di tipo egizio, che sarebbero state distrutte durante l’invasione degli Hyksos nel 1.750 a.C.
Tuttavia il monumento più interessante è forse il palazzo reale, nel quale si sono trovati documenti ben classificati secondo l’argomento, il che ha fatto ricostruire nelle grandi linee la storia della città, delle sue lotte e dei suoi commerci con i popoli orientali, gli Egizi, i Minoico-Micenei e i Ciprioti.
I testi custoditi nel tempio di Baal permettono invece di far luce sulla religione praticata, che è un sincretismo di diverse espressioni religiose derivanti dai popoli con cui Ugarit era in contatto.
Distrutta Ugarit, la civiltà fenicia, si afferma in un gruppo di città come Tiro, Sirone, Arados, Berytus, situate tutte lungo le coste siro-palestinesi.
Varie e complesse furono le vicende di queste città, tra le quali si distinse in modo particolare Sidone, che dal 1.500 al 1.290 a.C.- quando fu distrutta dai Filistei- mantenne una posizione di supremazia commerciale e anche politica in conseguenza del declino della potenza cipriota prima e cretese poi. Durante l’egemonia sidonia, i Fenici riuscirono a dominare il Mare Mediterraneo e a fondare una colonia presso l’attuale Biserta, prologo alla successiva fondazione della città di Cartagine.
Caduta l’egemonia sidonia segue quella di Tiro.L’apice della floridezza di Tiro fu sotto il regno di re Hiram nel 1.100 a.C., in seguito anche Tiro decadde, e a causa delle continue lotte interne ed esterne alcuni suoi abitanti nell’814 a.C. andarono a fondare la città di Cartagine, mentre Tiro soccombeva definitivamente sotto i colpi di Nabucodonosor nel 574 a.C.
La colonizzazione fenicio- punica introdusse e diffuse in Sardegna il tipo di tempio in uso presso i Semiti nordoccidentali, un luogo sacro dove l’uomo pregava e offriva il suo sacrificio alla divinità.
In questo caso parlare di santuario o tempio non farebbe alcuna differenza.
Infatti i santuari non erano intesi come luoghi sacri, ma come dei santuari (panellenici).
Di templi fenicio –punici e dei suoi esemplari, se ne sono portati alla luce ben 35 in Sardegna.
Sono costituiti da un muro o un allineamento di pietre che separano il sacro dal profano.
All’interno dell’area sacra sono essenziali: l’altare ed una conserva d’acqua lustrale, utilizzabile nelle cerimonie di purificazione che si accompagnavano al sacrificio ed alle forme di culto minori.
Un altro elemento è il bosco sacro reale o simbolico noto da fonti antiche, ma non documentabile archeologicamente.
All’interno dell’area sacra vi erano il betilio, l’asheràt e la statua di culto.
Inizialmente nel tempio dovette esservi uno o più betili mentre la statua di culto vi poté essere introdotta successivamente.
Il tempio era considerato un luogo dove l’uomo pregava e offriva il sacrificio alla divinità, pura essenza spirituale e non era (come il tempio classico) una dimora del Dio.
Il sacello (piccola cappella votiva; presso i romani recinto all’aperto con un area consacrata a una divinità) aveva la funzione di proteggere la statua di culto di culto e gli arredi sacri.
I luoghi di culto fenicio-punici si possono raggruppare in due categorie:
• luoghi di culto itineranti;
• luoghi di culto stabili: pubblici e privati.
I luoghi di culto itineranti sono rappresentati da un solo tipo di tempio.
I luoghi di culto stabili sono suddivisi in pubblici e privati, di quest’ultimo tipo si sono individuati due esemplari a Monte Sirai.
Si tratta di luoghi per il culto domestico nelle case “Fontar” e “Guzzo Amadasi”.
I luoghi di culto possono definirsi elevati almeno simbolicamente perché il devoto doveva effettuare un’ascesa verso la divinità. Questi tempi avevano quasi sempre di planimetria varia e spesso dotata di sacello, a pianta quadrilatera.
Nei templi fenicio-punici possono esservi luoghi di culto senza sacello ed altri con più sacelli.
Nella maggior parte dei templi si ha un unico sacello a pianta tripartita o a vani affiancati: come esempi di templi con sacello a pianta tripartita si indicano : il sacello del tophet di Monte Sirai, il tempio di Sid-Sardus ad Antas nella seconda e terza fase edilizia.
Nella seconda fase il sacello si articolava in un vestibolo, in un vano intermedio con il grande altare incentrato sulla roccia sacra e nel penetrale.
Mentre nella terza fase la tripartizione si attua nel pronao, nel vano intermedio e nel penetrale bipartito.
Il tempio di Demetra a Tharros, è costituito da pronao vano mediano e penetrale, dotato di due aperture verso il vano intermedio, forse in rapporto ad un originaria bipartizione nello stesso penetrale, attuata con materiale deperibile.
Le dimensioni del sacello sono generalmente assai modeste: il maggiore (tempio di Sardus, Pater ad Antas), e di m.18x9, nemmeno lontanamente paragonabile alle dimensioni dei fastosi templi classici della Magna Grecia o della Sicilia.
La maggior parte dei templi risulta orientata a nord, uno orientato a sud, tre a ovest, due a est.
L’orientamento a nord si spiega col fatto che, nel vicino Oriente Antico era largamente diffusa la convinzione che fosse quello il settore dell’Universo preferito dalle divinità come propria dimora.
Hanno orientamento a nord i sacelli dei “tephatin” di Bithia, di Sulci e Thard, i sacelli dei templi del capo S. Marco e di Demetra a Tharros, Sa Punta’ e Su Coloru (fase arcaica) di Nora, il tempio di Anthas, Monte Sirai, Demetra di Terreseu a Narco, e infine l’altare del sacello ipogeico di S. Salvatore di Cabras.
A sud è orientato il tempio di Sa Ponta ‘e Su coloru di Nora, (nella fase costantiniana).
A ovest sono orientati i sacelli di tre templi di Tharros.
Due sacelli sono orientati ad est a Tharros e il sacello più tardo del Thopet di Bithia.
Nei templi l’elemento principale è l’altare: si hanno diverse posizioni dell’altare rispetto al sacello, che possono essere interni o esterni.
A Terresu di Narcao si ha una pluralità di altari sia all’interno, sia all’esterno del sacello.
Gli altari costruiti risultano generalmente assai bassi, ad eccezione degli altari rappresentati dai modellini di Megiddo relativamente alti.
Un ulteriore elemento del luogo di culto è costituito dal deposito sacro, che può trovarsi semplicemente all’interno del sacello, ovvero all’interno dell’altare penetrale.
I sacrifici compiuti in quei templi si distinguevano in “cruenti” e “incruenti”.
Il primo tipo comportava l’uccisione della vittima che viene quindi bruciata parzialmente o totalmente.
Le vittime potevano essere sia umane che animali.
Quelle umane venivano immolate nel tophet con il sacrificio detto “molk”, offerto a cura e nell’interesse della comunità urbana.
Questo sacrificio comportava l’olocausto della vittima e la conservazione delle ceneri all’interno di un’urna fittile.
Non può infine ritenersi che le maschere orride fossero poste sul volto delle vittime al momento del sacrificio.
I sacrifici incruenti erano costituiti da offerte di fiori, incenso profumi, cibi, libagioni e luci che ardevano in lucerne semplici e multiple.
I sacelli si presentavano anche con caratteristiche definibili architettoniche.
Le sculture anniconiche (come del resto il tempio fenicio punico) erano espressione di una tradizione antichissima che senza dubbio aveva le sue origini nella preistoria semitica, quando i pastori nomadi, remoti antenati dei fenici, vivevano nell’ambiente desertico dell’Arabia.
In quell’epoca infatti il luogo sacro semitico, rozzamente delimitato da una linea di pietre o da rocce naturali, non solo non poteva avere un sacello in muratura, ma certo non aveva sculture figurate.
La presenza divina era indicata da una pietra, che era insieme l’espressione tangibile e la casa della dività: il “betilo” (da bet-el=”casa di Dio”).
Il betilo (detto anche”massevàth”, cioé “pilastro”), era la più antica forma che, agli occhi del semita poteva esprimere la divinità.
In Sardegna si sono trovate nei templi fenicio-punici alcune di quelle sculture anniconiche isolate e tutte di dimensioni molto modeste, essendo alte solo poche decine di centimetri; mentre molti altri appaiono raffigurati sulle stele votive e sui cippi-trono dei tephatim, isolati o riuniti in gruppi da due a cinque.
Le abitazioni fenicio-puniche furono di due tipi fondamentali: quello a sviluppo orizzontale e quello verticale.
Il primo tipo è detto “turriforme”, si trattava di costruzioni che potevano raggiungere l’altezza di cinque o sei piani e paragonarsi alle insulae romane di età imperiale o ai casamenti dell’epoca moderna.
Il secondo tipo di casa ci è noto invece attraverso una buona documentazione archeologica pertinente al mondo fenicio sia d’oriente sia d’occidente.
Avevano un piano terreno piuttosto alto ed un solo piano superiore di cui faceva parte un loggiato con balaustra a colonnina.
Sopra quel primo piano sono raffigurate delle coperture a volta ogivale.
Il tipo di abitazione fenicio-punica a sviluppo orizzontale è finora documentato a Monte Sirai in tre sotto tipi che possiamo definire “urbano maggiore” o “urbano I”, “urbano minore” o “urbano II” e “rurale”.
Erano abitazioni generalmente modeste, realizzate con materiali modesti, che ci parlano di una vita familiare modesta, se non addirittura austera.
Delle Istituzioni familiari fenicio-puniche in Sardegna non conosciamo molto.
Molto incerto è il tipo di rivestimento delle pareti, forse era ottenuto con l’uso di materiale (legno e tessuti) ma che, almeno in certe cose più ricche e di epoca tarda era certamente costituito anche da un intonaco dipinto.
I pavimenti erano invece di terra battuta oppure di cacciopesto decorato con tesserine musive bianche sparse e talvolta unite a formare simboli religiosi che dovevano dare protezione e fortuna alla casa e ai suoi abitanti.
Il golfo di Oristano, già dal I millennio a.C., era posto ideale per marinai che volevano situarvi punto di approdo per le loro leggere navi.
Pascoli non lontani, acqua, pesce in abbondanza nelle lagune aumentano l’interesse dei naviganti e li spingono ancora di più a stabilire in questo luogo privilegiato un loro insediamento.
Ecco perché i fenici prima, i Punici poi, si sono fermati qui e vi hanno fondato THARROS, la principale piazza forte punica in Sardegna, di un importanza strategica da rendere inutile e superflua qualsiasi altra parola. Sulla penisola erano già insediati i nuragici.
All’estremo nord sta posizionata la chiesetta di San Giovanni in Sinis il cui nucleo risale al v secolo d.C.
Procedendo verso la punta, verso il capo di S. Marco, si trova una prima zona di necropoli; poi sul golfo di Oristano troviamo la città di Tharros, su cui incombe dall’alto del colle la torre di avvistamento e difesa eretta dagli spagnoli nel secolo XVI.
Di fronte a noi la città; a sinistra il colle su cui giace il Tophet. Il tophet era un luogo di sacrificio con ancora in posto le decine di urne cinerarie dei sacrificati.
Si può comprendere quanta spiritualità dolente e tanto umana sia racchiusa in un rito che a noi pare mostruoso ed invece è soltanto tragicamente umile un uomo che dona a Dio quanto di meglio possiede sulla terra.
A pochi metri dal tophet si trovano le fortificazioni dove il muro di cinta, era di estrema difesa contro chi fosse eventualmente riuscito a superare tutti gli sbarramenti dal canale che tagliava l’Istmo.
Nel fossato che si trova invece ai piedi del muro, ci sono varie tombe, come un cimitero moderno musulmano; sono invece sepolcri romani.
Ci sono molte abitazioni su cui incombe la tradizione costruttiva anche nelle case romane. Soprattutto due elementi perdurano nel tempo. Il primo è la tipica cisterna a bagnarola, necessaria per immagazzinare l’acqua; il secondo è il muro a telaio, molto frequente a Tharros.
Le case, erano composti da più ambienti, alcune anche da piano superiore. Soglie rifinite, finestre, macine e altri arredi fissi domestici, restano a documentare la vita passata.
Un secondo quartiere si trova in basso verso il mare, in cui si trova anche un castellum aquae, cioè un serbatoio di distribuzione per l’approvvigionamento idrico d’epoca romana, destinato a servire le fontane pubbliche e gli impianti termali di cui anche Tharros era dotata.
Splendido, ancora apprezzabile in tutta la sua maestosità è il tempio punico cosiddetto monolitico che con un’operazione “scava ricostruisci”, lo stesso luogo ha dato sia lo spazio e il basamento del tempio, sia l’edificio stesso.
Aveva la base rettangolare, orientato a nord per gli angoli. Tre lati di questo parallelepipedo di roccia sono decorati con semicolonne di stile dorico. Le colonne terminavano con semicapitelli dorici, ma lavorati in arenaria. Sul basamento restano cospicue tracce di fosse votive o di uso comunque legato al culto.
Affiancato vediamo un altro tipo di santuario: un ampio cortile rettangolare con le basi di tre tabernacoli, tre cappellette.

Bithia è una fra le più antiche città fenicio-puniche in terra Sarda, databile, secondo le ceramiche della Necropoli che si stendeva alla base del colle, ai secoli VII-VI a.C.
Verso la punta, nella base, si vedono scarse tracce di un muro che divideva l’area sacra dalla terra ferma. Qui il tophet s’affaccia sul mare dal quale i fenici sono venuti nell’isola.
Nora, fu fondata secondo la tradizione da un mitico norace sulla penisoletta del capo di Pula, a circa 30 km da Cagliari.
La sua grande scoperta avvenne in una drammatica notte del marzo 1889 e non realizzò per opera dell’uomo, ma del mare che, con le sue tremende ondate, sconvolse una duna e riportò alla luce un gruppo di tombe. Uno scavo successivo dimostrò che esse appartenevano al tophet della città. Ma la rinascita norense è ben più recente, addirittura a questo dopoguerra.
Il principale centro della città si chiamava “alto luogo di Santi”, solido nelle strutture, poi rimaneggiato in epoca romana.
Tra il pietrame impiegato vediamo anche dei conci a cuneo certamente nuragici, segno evidente che anche a Nora i Fenici si installarono là dove c’era un insediamento preistorico dei Protosardi.
Non memorabile per grandiosità o starzo, ma certamente incantevole per la posizione panoramica è il TEATRO, unico esemplare sardo di questo genere di edifici così diffusi nell’antichità romana; esso era orientato con la CAVEA (gradinata che ospitava gli spettatori ) e ai suoi piedi c’era L’ORCHESTRA, cioè lo spazio semicircolare, poi c’era un profondo solco rettangolare che a suo tempo era ricoperto da un tavolato che costituiva il palcoscenico dove agivano gli attori. Ai lati si trovavano due grosse anfore che non servivano per contenere liquidi, ma come piccole casse di risonanza per l’acustica del teatro.
L’acropoli era la fortezza che difendeva la città.
Sembra di poter individuare tre fasi nelle difese norensi: la fenicia, la punica e la romana.
Cagliari in se stessa non è molto ricca di monumenti archeologici, ma almeno quattro monumenti o complessi monumentali meritano una citazione artistica, scenografica o romantica.
Il più fastoso, più spettacolare tra i monumenti cagliaritani è senza dubbio L’ANFITEATRO ROMANO. Posto in una vallecola alle pendici dell’alto quartiere di Castello, tra le vie Anfiteatro e Sant’Ignazio da Laconi, presenta agli occhi del visitatore ancora molto ben conservato un ampio tratto della sua ellisse, la cui principale caratteristica è di essere in buona parte incisa, intagliata nelle pareti calcaree dell’avvallamento naturale, fatto che oltre tutto ne ha facilitato la conservazione.
Databile probabilmente al II o III secolo d. C, poteva contenere, circa ventimila spettatori. Oltre le gradinate restano anche buona parte degli ambienti di servizio, sotto l’arena o scavati anch’essi nelle pareti calcaree.
Manca invece tutto il tratto a sud-ovest, allora costruito in muratura e che ha certamente contribuito con generosa liberalità alla costruzione di Cagliari Medievale, dalla cattedrale alle torri pisane. Ma è sostituito dall’Orto Botanico cittadino, che contiene delle imponenti cisterne romane.
Per gli altri due monumenti romani basta un cenno. Uno è la “CASA DI TIGELLO”, l’altro è la così detta “TOMBA DELLA VIPERA”
Il secondo grande complesso archeologico cagliaritano è la necropoli punica di TUVIXEDDU, nella parte occidentale della città alle spalle del Viale di Sant’ Avendrace, in una zona periferica della città antica.
Come costante è l’abbinamento di due necropoli contrapposte: a quella di TUVIXEDDU fa riscontro l’altra del colle di Bonaria, dove poi si è installato il cimitero cristiano. Monumentale nel suo aspetto sconvolto da un secolo di vicissitudini, TUVIXEDDU mostra persino delle sezioni verticali di sepolcri. La tomba tipo è a camera con accesso a pozzo verticale di profondità tra i tre e sette metri, segnata da riseghe orizzontali. Predomina l’imumazione, ma non mancano esempi di cremazione.
La cronologia copre un arco abbastanza vasto dal VI al III e anche II secolo a.C., mentre invece quella orientale di Bonaria, che non rimonta a prima del IV secolo a.C. Alcune tra le tombe più importanti, cioè più profonde, sono decorate con rilievi di dischi solari e simboli di tanti; inoltre ora sono state ritrovate tombe con dipinti sulle pareti dei sepolcri, dove ci sono raffigurati il DIO SID, la divinità di Antas, di S. Salvatore, e di Santa Gilla.
In seguito alle campagne di Amilcare e di Asdrubale, condotte prima del 510 a.C., Cartagine assumeva il virtuale controllo della Sardegna; più in particolare delle città della costa Meridionale ed occidentale e delle pianure. L’effettiva presa di possesso dell’isola rimase, rimase, tuttavia, sostanzialmente limitata alle pianure e ai modesti massicci montuosi dell’iglesiente, noti già ai primi mercanti fenici, intorno al 1.000, per ricchi giacimenti minerari..
Già dai primi decenni del V secolo i Cartaginesi avvertirono la necessità e l’urgenza di difendere le zone poste sotto il loro controllo dagli attacchi degli indigeni. Attacchi, che nei decenni intorno al 550 a.C., causarono gravi danni alla fortezza di Monte Sirai, nei pressi di Carbonia, costruita per proteggere il bacino minerario e il porto d’imbarco dei metalli, quello di Sulci, nell’isola di S. Antioco.
Pertanto è nei decenni che vanno dal 500 al 450 a.C. che i Cartaginesi diedero vita alla maggior parte delle loro posizioni fortificate, pur senza concepire una linea di confine, un LINES, a protezione delle località più esposte.
La grande via di comunicazione fra le regioni settentrionali e quelle centrali dell’isola, era protetta dalla fortezza di S. Simeone presso Bonorva. L’accesso all’alta valle del Tirso, era sbarrato dalla fortezza di Mularzanoa.
Il corso del fiume, era poi, saldamente controllate da tre Posizioni; a nord quella di Talasai; al centro quella di Santa Vittoria e a sud quella di Casteddu Ecciu, quest’ultima molto importante anche sotto i Romani. Infine, la pianura del basso Tirso e i centri punici dell’Oristanese, Tharros, Neapolis, Othoca, erano protetti dalle fortezze di Allai.
Il Campidano Centrale viveva la sua intensa vita economica protetto da due posizioni fortificate; quella di Cuccuru Santu Bral, e quella di Funtana Noa, entrambe nel guado dei due fiumi; il Fluminimannu la prima, e il Rio Cardaxius la seconda. Abbiamo detto che queste fortezze, se pure correlate fra loro, non costituirono un unico grande sistema e non furono concepite in un unico disegno unitario e organico. L’attività degli indigeni non fu mai pacifica per l’esigenza di spezzare il progressivo accerchiamento che tentava di chiudere le popolazioni nei loro monti. I Sardi delle zone interne ruppero in guerra aperta contro Cartagine approfittando delle difficoltà che travagliavano la città: una grave pestilenza ed una contemporanea rivolta dei Libici; Cartagine comunque non dovette tardare a restaurare la sua autorità su Sardi e Libici. La Sardegna era divisa in due diverse realtà economiche, sociali e culturali: quella sud-occidentale, punicizzata in misura più o meno ampia, e quella nord-orientale, dove le fiere popolazioni indigene, che avevano dato vita alla gloriosa civiltà dei nuraghi, mantenevano ancora vivi i tratti più caratterizzanti del loro mondo arcaico.
Facevano eccezione alcuni modesti centri abitati lungo la costa orientale che i Punici, come in parte già i Fenici, utilizzavano i punti d’approdo di quella costa per gli scambi con Sardi dell’entroterra.
I contratti con i Punici sono attestati dal fatto che sono stati ritrovate monete, con i quali si effettuavano gli scambi, ma anche da rinvenimenti di ceramica, di gioielleria, trovati in varie parti della Sardegna.
LATIFONDI E MONOCOLTURA
Intorno al 1.000. a.C. i Fenici cominciarono la visitazione delle coste meridionali ed occidentali della Sardegna dove nel IX-VIII secolo diedero vita ai loro commerci che, più tardi divennero dei veri e propri centri abitati: Nora-Bosa-Sulci-Tharros- e più tardi Carales e Bithia. La penetrazione nell’entroterra non tardò a manifestarsi.
I Fenici fecero molto uso delle materie per i prodotti del loro abile artigianato.
La Sardegna fu per molto tempo “sfruttata” per le cotture cerealicole. Cominciava, così, sotto Cartagine, quella monocoltura che avrebbe costituito uno dei tratti salienti, anche sotto le dominazioni successive, del colonialismo al quale l’isola fu sottoposta nei secoli.
Le spighe di grano che apparivano nelle monete puniche sono, senza dubbio, un riferimento puntuale alla fertilità delle terre sarde che contribuivano in misura notevole all’approvvigionamento di Cartagine e sempre dei suoi eserciti, perciò le fertili pianure sarde furono sempre difese gelosamente dagli attacchi indigeni.
Una delle recenti acquisizioni dell’archeologia fenicio-punica in Sardegna sono le posizioni fortificate che gli invasori crearono nell’isola per assicurarsi un pacifico sfruttamento delle risorse minerarie e di quelle della terra.
I Cartaginesi non costituirono mai una linea continua fortificata, ma diedero vita ad un’insieme di fortificazioni per difendere i territori.
Ma la profondità della penetrazione cartaginese e la sua intensità nelle zone di pianura e di collina, sono documentate anche da altri elementi: luoghi sacri, tombe, resti di abitazioni. Fra i primi si possono ricordare i due di Pauli latino: quelli di Santa Cristina e del Nuraghe Lugherras dove nella camera più alta della Torre centrale fu costruito un tempietto dedicato al culto di Demetra e Core; tombe puniche sono venute alla luce a Padria, ad Allai, a Genoni, a Barumini, a Senorbì, a S. Sperate, mentre resti di abitazioni sono documentate a Barumini, a Ballao e a Settimo S. Pietro.

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