Gli Stati Uniti e la Grande Depressione

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Gli Stati Uniti e la Grande Depressione

La frustrazione della piccola borghesia, che era portata ad attribuire la responsabilità del suo malessere alle eccessive pretese della classe operaia, spiega almeno in arte la progressiva crescita delle organizzazioni di destra, nonostante la presenza di un forte partito socialdemocratico. Nel 1925 fu eletto presidente Hindenburg, un militare noto per le sue tendenze autoritarie. Egli fu molto bene accolto dagli alti ufficiali dell’esercito e dai grandi burocrati dello stato, che covavano un nostalgico rimpianto per i tempi del vecchio impero. Anche gli industriali rafforzarono il loro peso, perchè dagli stati uniti giunsero prestiti di capitali. Ma proprio dall’America arrivò anche l’ondata di crisi che avrebbe spinto i tedeschi ad appoggiare la destra più estrema. Nel 1929 infatti, gli Stati Uniti furono colpiti dl più grave crollo economico di tutta la storia del Capitalismo.

IL DOPO GUERRA TRA LUCI E OMBRE

La prima guerra mondiale fu economicamente vantaggiosa per gli Stati Uniti, che diventarono la prima potenza industriale e finanziaria del mondo. Cessata la guerra, dopo un breve periodo di difficoltà e incertezza, gli USA tornarono a occuparsi principalmente della loro prosperità.
Questa era favorita da un’agricoltura fiorente che si avvaleva di trattori e macchine agricole; da una grande abbondanza di materie prime, e in particolare di petrolio, sempre più importante per il diffondersi del motore a scoppio; da una tecnologia avanzata che consentiva uno sviluppo incessante delle industrie.
Per alcuni anni, la classe dirigente americana ritenne di aver trovato una vi sicura per garantire agli USA la prosperità. Era ancora, come nell’Ottocento, la via dell’iniziativa individuale: chi aveva capacità e intraprendenza, si diceva, poteva diventare ricco. La vita economica era quindi caratterizzata da un’accanita concorrenza tra industriali, finanzieri, uomini d’affari. Allo Stato si chiedeva soltanto di non occuparsi di economia, se non imponendo alte tariffe doganali per proteggere il mercato interno.
Occupati ad accumulare ricchezze, gli USA sembravano non voler spartire le loro prosperità con nessuno. Nel 1921 e nel 1924 furono approvate leggi che limitavano fortemente l’immigrazione europea. Gli stranieri erano visti con sospetto,anche poiché temeva che portassero in America le idee sovversive che sconvolgevano l’Europa. Sorsero movimenti xenofobi e razzisti. basti dire che la famigerata associazione segreta del Ku Klux Klan raggiunse in questo periodo i 4 milioni di aderenti.
Anche la legge che proibiva la fabbricazione e il commercio degli alcolici, nel periodo del cosiddetto “proibizionismo”, era diretta specialmente contro la gente di colore e contro gli immigrati, accusati di “contaminare” la nazione americana con l’abuso di bevande. Quelli furono gli anni del più violento gangsterismo.

LE CAUSE DELLA CRISI ECONOMICA

Il regime di libera concorrenza che vigeva nel paese favorì specialmente i grandi monopoli, che diventarono sempre più potenti, assorbendo o facendo sparire dal mercato molte piccole industrie, poiché il settore di massima espansione era quello degli autoveicoli (nel 1930 le vetture circolanti negli USA erano già 20 milioni), i trust più importanti erano quelli automobilistici ( la General Motors e la Ford) e dei petrolieri ( controllati dl gruppo Rockfeller).
Complessivamente, la produzione industriale aumentò, dal 1922 al 1929, del 64%: un ritmo senza precedenti, anzi addirittura eccessivo. Perché un’industria possa arricchirsi, occorre infatti non soltanto che la sua produzione aumenti, ma anche che aumenti la vendita dei prodotti. E perché si espandono le vendite, occorre che vi siano molte persone con disponibilità di denaro disposte all’acquisto, cioè che abbiano un certo potere d’acquisto. Fu proprio questo elemento a venir meno negli USA di quegli anni, e che col tempo tramutò l’entusiasmante sviluppo in una catastrofica crisi.
Proprio perché il regime di libera concorrenza favoriva la concretizzazione delle ricchezze, l’economia americana produceva gravi squilibri nella società; grande restava il numero dei disoccupati e dei miserabili, e anche chi lavorava aveva salari molto bassi. Il potere d’acquisto andava diminuendo.

IL CROLLO DI WALL STREET

In un primo tempo, l’opinione pubblica americana non si accorse che molte industrie non riuscivano più a vendere ciò che producevano. I capitali a disposizione degli industriali non cessavano di aumentare, perché chi aveva dei risparmi comprava azioni in Borsa, convinto di continuare a guadagnare, come ra avvenuto negli anni passati. In effetti il valore delle azioni aumentava, perché i grandi speculatori avevano interessi a mantenerlo alo, anche se sapevano che l’industria era in crisi. Ma una situazione così rischiosa non poteva durare a lungo. Infatti, improvvisamente, si diffuse la paura. Tutti vollero disfarsi delle azioni nel timore che il loro valore crollasse. A Wall Street, la Borsa di New York, il 24 ottobre 1929( il famoso giovedì nero) furono messe in vendita d’un colpo 13 milioni di azioni. Il loro valore si ridusse di dieci volte. Il clamoroso crollo di quella che era sembrata la più prospera Borsa del mondo segnò una svolta nella storia contemporanea.
Il crollo in Borsa non fu che il primo atto di un rovinosa crisi economica, detta anche Grande Depressione. risparmiatori rovinati, banche fallite, industrie che chiudevano ima dopo l’altra perché non riuscivano a vendere i loro prodotti, disoccupati ridotti alla fame e sempre più numerosi, fino a raggiungere la cifra record di 14 milioni. Fu un processo a catena inarrestabile, che continuò di male in peggio fino al 1932.

ROOSEVELT E IL “NEW DEAL”

La crisi si trasmise all’Europa, dove favorì indirettamente l’affermarsi del nazismo e il rafforzamento del fascismo. Ma anche negli stati Uniti provocò un profondo mutamento politico e sociale. Grande artefice di questa trasformazione fu Franklin Delano Roosevelt , eletto presidente nel 1932 per il partito democratico. Aiutato da un gruppo di tecnici e intellettuali, Roosevelt riuscì a imporre all’economia e alla politica americana un nuovo orientamento, che passò alla storia con il nome di “New Deal” ( nuovo corso).
Si trattava di un progetto semplice e complicato nello stesso tempo. Semplice nel suo obiettivo di fondo:rilanciare la produzione incrementando i consumi. Complicato nella sua realizzazione, perché si trattava addirittura di cambiare il ruolo dello Stato nella vita economica e sociale.
Fino alla vigilia della crisi, il governo federale si era comportato come uno Stato liberale dell’Ottocento: la sua unica funzione era quella di garantire agli industriali, finanzieri e lavoratori potessero liberamente agire nella competizione economica. Il New deal chiedeva invece allo Stato di intervenire direttamente nella vita economica: le banche erano controllate più da vicino dal governo, che le induceva ad aiutare certi settori industriali limitando lo sviluppo di altri. Ciò serviva a regolamentare l’economia in modo da evitare altre crisi.

LO STATO E LA GIUSTIZIA SOCIALE

Questa nuova politica era difficile da accettare per la mentalità di molti imprenditori statunitensi, abituati a credere che la ricchezza del Paese dipendesse unicamente dal successo individuale dei suoi uomini d’affari. Essa invece incontrava più facilmente l’appoggio dei ceti poveri, perché regolamentare l’economia significava tra l’altro combattere la miseria e instaurare una maggiore giustizia sociale, utile anche alla ripresa industriale. Roosevelt infatti comprese che le industrie americane non avrebbero rilanciato la loro produzione finché vi fossero stati milioni di disoccupati che non potevano acquistare beni di consumo.
Per combattere la disoccupazione, l’amministrazione di Roosevelt promosse quindi grandi lavori pubblici: strade, ponti, dighe, bonifiche di intere regioni, ospedali e scuole. Lo Stato trovò così lavoro per 8 milioni di persone. Non importava se l’amministrazione statale spendeva più di quanto intascava con le tasse, e andava in deficit. L’importante era la gente potesse di nuovo fare acquisti, che i prezzi tornassero a crescere e le industrie a produrre e guadagnare.
Mentre aumentavano le tasse per i più ricchi, migliorava l’assistenza statale nei confronti dei più poveri: fu garantita l’assistenza sanitaria ai bambini e la pensione agli anziani. Anche il lavoro intellettuale e la ricerca scientifica furono facilitati con finanziamenti pubblici. Il successo del New Deal fu anche un successo personale di Roosevelt: rieletto presidente tre volte ( caso unico nella storia americana), rimase in carica fino alla morte, nel 1945. Grazie a un’bile propaganda, nelle sue ani il potere esecutivo si rafforzò enormemente.

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