Genova e Venezia

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Testo

I COMUNI MEDIEVALI
I PRIMI COMUNI NELL’ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE
L’APPARIZIONE DEI CONSOLI CITTADINI
Il processo di formazione dei comuni è abbastanza oscuro nei suoi particolari. Quello che è certo, però, è che in molte città italiane compaiono quasi contemporaneamente dei funzionari dal nome nuovo, che sono incaricati del governo delle città: i consoli.
In ogni città non fu certo identica l’evoluzione sociale ed economica, e l’importanza delle varie componenti sociali (vassalli, proprietari terrieri, mercanti, artigiani) fu diversa.
Ogni città ha la sua storia, sia pure iscritta dentro un’evoluzione comune. Le città marinaie, ad esempio, vedono fin dall’inizio al loro intero la netta prevalenza dei mercanti, giacchè esse vivono del commercio del mare. Ma anche in questo caso, ben diversa fu l’evoluzione di Pisa e Genova da quella di Venezia, che, in quanto antica città bizantina, possedeva magistrature come il doge, capo a vita delle città, che erano sconosciute altrove.
IL COMUNE E LE CITTA’
All’inizio il comune non era una vera e propria “repubblica cittadina”. Era semplicemente un’associazione giurata fra i cittadini, guidati dalle loro classi dirigenti, che aveva come fine quello di mantenere la pace interna delle città e di difenderla all’esterno, subentrando al vescovo. Il comune quindi fu sin dall’inizio un’organizzazione che coinvolgeva tutta la popolazione. I consoli erano i rappresentanti di tutta la città. Essi venivano reclutati tra le più influenti famiglie cittadine: ricchi mercanti, proprietari terrieri, cavalieri, esperti di legge. Tutti costoro insieme formarono l’aristocrazia consolare, il primo gruppo dirigente del comune. I consoli erano affiancati da un consiglio generale, l’arengo o parlamento, al quale partecipavano tutti i cittadini, naturalmente con l’eccezione dei servi, delle donne, di coloro che erano appena immigrati dalle campagne.
I COMUNI E IL CONTADO
Un’altra caratteristica del comune italiano fu il suo rapporto con il territorio circostante. Poiché il comune si presentò come l’erede diretto della chiesa cittadina, esso rivendicò gli stessi diritti che aveva esercitato il vescovo, diritti che si erano sempre estesi fuori dalle mura della città. Il comune, erede politico del vescovo, ben presto pretese di estendere la sua autorità su tutto il territorio che dipendeva spiritualmente dal vescovo.
Nel corso del tardo XI secolo e del XII, i comuni sottomisero, anche con la forza delle armi, le diocesi un tempo governate dai vescovi, che divennero il loro contado, sottomesso economicamente e giuridicamente alle città.
I poteri che si opponevano ai comuni erano quelli dei grandi signori feudali delle campagne, a capo delle loro forti e compatte signorie territoriali fitte di castelli. Contro di loro i comuni condussero numerose guerre.
Nella loro lotta contro i feudatari, i comuni furono aiutati dagli abitanti delle campagne, che allora si andavano organizzando nei cosiddetti comuni rurali, ossia associazioni giurate di capifamiglia che si contrapponevano collettivamente ai loro signori feudali, per strappare migliori condizioni di vita e di lavoro e, poi, per farle mettere per iscritto, in modo tale da fissarle una volta per sempre ed evitare i possibili abusi dei signori.
LE CITTA’ E I COMUNI NEL RESTO D’ EUROPA
Nell’Italia meridionale invece i comuni non si svilupparono perché i Normanni riuscirono a costruire un potere centrale sufficientemente forte da impedire l’evoluzione politica autonoma delle città.
Nel resto dell’Europa occidentale il movimento comunale fu piuttosto forte, ma si sviluppò in forme molto diverse da quelle italiane. La differenza maggiore stava nel fatto che si trattava quasi sempre di città radicalmente separate dalla campagna. La loro popolazione non possedeva terre ed era esclusivamente borghese, dedita solo al commercio e all’artigianato; la piccola nobiltà feudale infatti non veniva in città, a differenza che in Italia.
I comuni transalpini non raggiunsero mai l’indipendenza e l’importanza politica proprie dei comuni italiani: essi furono sempre soggetti all’autorità superiore del re o dell’imperatore, ai quali rispondevano i loro governi cittadini.
I COMUNI PODESTARILI
LE TENSIONI INTERNE DEL MONDO COMUNALE
La storia interna dei comuni nel corso del secolo XII non è tranquilla.
L’aristocrazia consolare era formata da famiglie bellicose, che potevano contare su un’antica tradizione militare e su gruppi di seguaci armati che vivevano sia in città sia sulle terre che esse possedevano o avevano in feudo; da queste terre, in caso di scontri, costoro potevano affluire in città.
Gli scontri armati erano frequenti: la lotta per il potere cittadino si svolgeva per lo più con le armi. Le famiglie aristocratiche erano riunite in consorterie, ossia in raggruppamenti di famiglie fra loro imparentate, per nascita o per matrimonio, oppure legate da vincoli feudali. Le case di una consorteria si trovavano normalmente tutte nello stesso quartiere: ancora oggi, ad esempio, è ben visibile l’antico quartiere dei Doria a Genova.
APPAIONO I PODESTA’
Appoggiandosi alla loro consorteria, i nobili diedero la scalata al potere cittadino. Dopo il 1150 all’interno del collegio consolare appaiono personaggi, a volte chiamati “primo dei consoli”. Ma la loro presenza non risolveva il problema dell’ordine interno: espressione del predominio momentaneo di una famiglia, questi “primi consoli” erano destinati a essere abbattuti dalla reazione dei loro rivali. Fu così che per garantire davvero l’ordine, alla fine del secolo XII apparve un magistrato nuovo chiamato podestà. Non si trattava di un personaggio locale ma di un forestiero, in genere reclutato in una città amica. In genere questi era o un cavaliere o un giudice, ma in tutti i casi doveva essere abile sia con le armi che con la legge. Ed era capace anche con la parola, perché doveva parlare nelle assemblee cittadine e convincere i partecipanti della bontà delle sue azioni: i podestà furono i primi politici di professione, erano pagati per la loro opera. Il podestà era un politico itinerante, in quanto svolgeva i suoi servizi (in genere per un anno) in una città, e poi poteva essere chiamato in un’altra. Ma prima di abbandonare la città veniva sottoposto a un severo giudizio (sindacato) sul suo operato, e se si trovavano irregolarità gli veniva sospeso il salario o addirittura rischiava di essere imprigionato. Determinate famiglie aristocratiche, o rami di esse, fornivano la maggior parte dei podestà.
GLI STATUTI COMUNALI
Il podestà aveva il potere esecutivo, metteva cioè in pratica le decisioni dei consigli cittadini e applicava gli statuti, cioè le raccolte di regolamenti interni dei comuni. Le prime norme statutarie furono scritte nella seconda metà del secolo XII, proprio sotto il governo dei primi podestà, e furono perfezionate nel Duecento. Gli statuti stabilivano le competenze del podestà stesso, della sua famiglia e dei vari organi di governo cittadino.
Nel periodo podestarile si formarono molte strutture nuove di governo, che andarono a integrare la struttura precedente, che invece era ancora molto semplice e primitiva. Si formarono dei consigli ristretti, comprendenti alcune centinaia di persone. Questi consigli sostituirono di fatto i più vasti consigli generali: i parlamento sopravvissero ancora per qualche tempo, ma persero gran parte delle loro funzioni. Contemporaneamente comparve tutta una serie di funzionari nuovi: notai comunali, custodi, ambasciatori, savi, e si perfezionò la struttura militare e quella fiscale.

L’ASCESA DEL POPOLO
Nuovi ceti sociali si contrapponevano ormai all’aristocrazia consolare, che, dominava il collegio consolare e i parlamenti. Famiglie di più recente inurbamento , nuovi mercanti, persone arricchitesi con il commercio del denaro (banchieri) ricchi artigiani si collegarono tra di loro per contrapporsi allo strapotere dell’aristocrazia consolare. Essi erano prima di tutto raggruppati nelle arti, le corporazioni di mestiere il cui scopo era quello di regolamentare le diverse fasi del lavoro mercantile o artigianato. A queste arti si unirono delle associazioni armate, a scopo di autodifesa, che avevano base rionale ed erano per solito strette intorno a una chiesa: le società delle armi. Grazie a queste società, i nuovi gruppi sociali poterono imporsi attivamente nella vita politica, che era pur sempre dominata dalla forza delle armi.
L’insieme delle società delle armi e delle corporazioni artigiane componeva quel partito, attivo nelle città, che viene chiamato Popolo, e che in realtà era al tempo stesso un partito e una parte della popolazione. Ne rimanevano esclusi i più poveri: lavoratori salariati delle arti e disoccupati. I membri del popolo andavano a combattere nell’esercito comunale come fanti. L’aristocrazia invece forniva i cavalieri.
Fu proprio la crescita politica del Popolo che riuscì a imporre alle famiglie dei cavalieri la nuova magistratura del podestà, la cui funzione, in origine, era proprio quella di frenare la violenza delle consorterie aristocratiche.
All’inizio del Duecento nelle città italiane la situazione politica vedeva un precario equilibrio fra popolo e aristocrazia, garantito, per quanto possibile, dal podestà e dagli altri organismi comunali.
LO SCONTRO FRA COMUNI E IMPERO
LA PRIMA ASCESA IN ITALIA DI FEDERICO BARBAROSSA
La riconquista dell’egemonia sull’Italia era la prima tappa dell’ambizioso progetto politico del Barbaossa, che in prospettiva mirava a ridare all’impero una posizione di assoluta supremazia su ogni altro centro di potere, compresa la Chiesa. Un nuovo scontro con il papato sarebbe stato perciò inevitabile.
Nel 1154 il Barbarossa scese in Italia al comando di un piccolo esercito e convocò un’assemblea, nei pressi di Piacenza. In quella sede rivendicò la superiore autorità del sovrano e dichiarò privi di valore i trasferimenti dei feudi, avvenuti in precedenza senza la sua autorizzazione. Per dare una dimostrazione della sua intransigenza, assediò e sconfisse alcuni comuni minori del Piemonte.
L’anno dopo raggiunse Roma, dove fu incoronato imperatore dal papa. Una rivolta popolare costrinse però il sovrano a lasciare la città, dalla quale si allontanò per tornare in Germania.
LO SCONTRO CON IL PAPA E CON I COMUNI
Negli anni successivi l’evolversi della situazione creò le condizioni perun violento scontro tra la Chiesa e l’impero.
Barbarossa affermò che il ruolo del papa nella cerimonia dell’incoronazione era puramente formale, l’autorità dell’imperatore proviene direttamente da Dio.
Quando Federico scese per la seconda volta in Italia, la situazione complessiva era perciò molto cambiata. In una nuova assemblea convocata a Roncaglia (1158) egli stabilì le regalie, i diritti che spettavano al sovrano, e proibì ogni forma di associazione tra le città e al loro interno; si aprì così una nuova fase nello scontro con i comuni, dalla parte dei quali questa volta si schierò il papa Alessandro III. Federico concentrò i suoi sforzi contro Milano e, dopo un assedio protrattosi per due anni, si impadronì della città distruggendola (1162).
DAL CONFRONTO ARMATO ALLA PACE
Negli anni seguenti tuttavia, nonostante altre spedizioni militari in Italia, Barbarossa non ottenne alcun risultato decisivo; nel frattempo alcuni comuni, specialmente del Veneto e della Lombardia, coalizzarono le forze costituendo la Lega Lombarda (1167). Lo scontro con l’esercito imperiale avvenne a Legnano nel 1176 e si concluse con una clamorosa sconfitta di Federico.
Attraverso successivi accordi si giunse alla pace di Costanza (1183). I comuni assicurarono la fedeltà all’impero con una promessa da rinnovarsi ogni dieci anni e in cambio ottennero la concessione delle regalie, il diritto di scegliere i propri magistrati e di costruire delle alleanze.
L’accordo fu presentato non come il risultato di un patto tra pari, ma come una concessione imperiale. Dietro questi riconoscimenti formali si nascondeva una sostanziale vittoria dei comuni, che di fatto ottennero il diritto all’autonomia politica ed economica e iniziarono una fase di grande prosperità.
Quasi trent’anni di lotte non furono sufficienti a Federico per conseguire la sottomissione delle città italiane, il primo dei traguardi che si era prefisso salendo al trono. Riuscì in compenso a creare le premesse per estendere il dominio imperiale sull’Italia meridionale.
Federico Barbarossa morì nel 1190 guadando un fiume.
IL TRIONFO DELLA TEOCRAZIA
Il bilancio della politica di Federico Barbarossa si rivelò negativo anche nei confronti della Chiesa.
Bonifacio VIII in un documento del 1302 sostenne in modo categorico la superiorità del potere spirituale mediante la dottrina delle due spade: quella materiale doveva essere impugnata dai sovrani in favore della Chiesa, alla quale andava riconosciuto il diritto-dovere di istituire il potere terreno e di giudicarlo. A poca distanza di tempo tramontarono gli ideali universalistici sostenuti sia dall’impero sia dalla Chiesa e da cui avevano tratto origine tante lotte lungo il Medioevo. In alcune regioni dell’Europa occidentale, in Francia e in Inghilterra, fin dall’XI-XII secolo si erano create le condizioni per la formazione delle monarchie nazionali, che avrebbero vanificato e reso illusorio qualsiasi tentativo di restaurazione imperiale.
IL COMUNE OGGI
I COMUNI IN GENERALE
Il Comune è la forma più antica di vita locale, cioè di autogoverno delle popolazioni, è ancora oggi costituisce la base del sistema della autonomie. E’ l’organizzazione pubblica più vicina ai singoli cittadini, quella in cui direttamente può esprimersi la loro partecipazione alla vita pubblica.
La sua disciplina (come quella della Provincia e delle Città metropolitane) non è contenuta nella Costituzione, se non per principi generali. L’art. 117, secondo comma, Cost., attribuisce alla legge statale la competenza esclusiva a dettare le norme sulle elezioni, gli organi di governo e le funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane.
Non si tratta, però, di un atto legislativo qualsiasi, con cui il legislatore possa fare dei Comuni (e degli altri Enti locali) quel che vuole, e perfino trasformarli da enti autonomi ad agenzie esecutive dello Stato, Non solo vale il principio autonomistico proclamato in generale dall’art. 5 Cost., ma, in particolare, vale la definizione del secondo comma dell’art. 114, ove si legge che “i Comuni, le Province, le Città Metropolitane, oltre che le Regioni, sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione”. Da questi principi risulta:
a. che la Costituzione disegna in generale i caratteri dell’autonomia degli Enti locali;
b. che la loro specificazione-attuazione spetta alle leggi statali, dunque il regime di autonomia degli Enti Locali è materia di interesse nazionale;
c. che la legislazione statale deve riguardare i principi e non i dettagli, per evitare di trasformare gli Enti Locali in semplici esecutori della legge, privi di autonomia;
d. che la legge regionale ha, in materia di organizzazione delle autonomie locali, una competenza illimitata, consistente nell’eventuale conferimento agli Enti Locali di funzioni amministrative in materia di competenza della Regione;
e. che, invece, la legge regionale è abilitata a disciplinare il modo di esercizio delle funzioni degli enti locali, nelle numerose materie su cui la Regione, ha competenza legislativa. La Regione, deve tenere conto che ha a che fare con enti autonomi protetti, quanto alla loro autonomia, dagli artt. 5 e 114 Cost.
Fino a tempi abbastanza recenti è stato vigente il vecchio Testo Unico delle leggi comunali e provinciali del 1934 e, caduto il fascismo, nel 1944 è stato richiamato in via provvisoria l’ancor più antico T.U. del 1915 per le parti relative agli organi elettivi (Consiglio, Giunta e Sindaco) che il fascismo aveva aboliti e sostituiti con organi nominati dall’alto (per esempio il Podestà).
Si comprende già dalla loro età come queste leggi fossero lontane dall’ispirazione autonomistica della Costituzione e, come fossero inadatte a regolare una forte ed efficiente vita politica locale. In particolare, esse, riducevano i Comuni a enti di esecuzione delle leggi statali, privi di autonomia.
Per queste ragioni, fin dall’entrata in vigore della Costituzione si è discusso di una nuova legge generale sulle autonomie locali, rispondente alle necessità odierne. Solo con la L 142 del 1990, intitolata Ordinamento delle autonomie locali, si è giunti alla riforma.
Questa legislazione (raccolta ora nel T.U. sull’ordinamento degli enti Locali) è tuttora in vigore.
Essa ha reso molto più flessibile il precedente regime degli Enti locali, prevedendo numerose nuove forme di organizzazione (per esempio le Città Metropolitane) e di esercizio delle loro competenze, e ha notevolmente esteso il campo della loro autonomia.
Una delle principali innovazioni è stata la previsione degli Statuti comunali e provinciali.
Conformemente all’esigenza di autonomia e di differenziazione, la legge 142 del1990 ha attribuito ai Comuni e alle Province, nell’ambito dei principi fissati dalla legga, il potere di determinare, ciascuno per sé, tramite i propri Statuti, le norme:
a – di organizzazione, di funzionamento degli organi e degli uffici;
b – di partecipazione dei cittadini (comprese quelle sui referendum consultivi locali);
c – di decentramento comunale.
ORGANIZZAZIONE DEI COMUNI
Gli Organi del Comune sono: il Consiglio Comunale, il Sindaco, la Giunta, i Consigli Circoscrizionali (organi eventuali).
IL CONSIGLIO COMUNALE
Il Consiglio comunale è composto dai consiglieri. Essi sono in numero variabile da 12 a 60 a seconda della popolazione, vengono eletti dai cittadini residenti nel territorio comunale e durano in carica cinque anni.
Il Consiglio è l’organo di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, cui spettano le delibere di maggiore importanza.
Il Consiglio è presieduto da un Presidente del Consiglio Comunale eletto tra i consiglieri. Soltanto nei comuni più piccoli, con popolazione inferiore a 15.000 abitanti, esso è presieduto dal Sindaco.
IL SINDACO
Il Sindaco è il capo dell’organizzazione comunale ed è perciò il rappresentante legale del Comune. Egli firma gli atti del Comune, lo rappresenta nei giudizi ecc.
Inoltre convoca e presiede il Consiglio e la Giunta; sovrintende al funzionamento degli uffici (che dipendono però dagli Assessori); è responsabile dell’esecuzione delle delibere comunali; esercita tutte le altre funzioni attribuitegli dalla legge e dallo Statuto Comunale.
Soprattutto, il Sindaco è l’immagine politica del Comune e, in questa veste, svolge un ruolo di grande rilievo, nella vita politica locale e come rappresentante nelle altre sedi istituzionali, regionali e statali.
Il Sindaco, in vari casi previsti dalle leggi, opera come organo del Governo centrale. Si dice allora che è ufficiale del Governo. In questa veste, egli è posto alle dipendenze gerarchiche del Prefetto, che rappresenta localmente l’autorità centrale.
In quanto Ufficiale del Governo, il Sindaco, per esempio, è ufficiale dello stato Civile, è organo di pubblica sicurezza ed emana le c.d. ordinanze contingibili e urgenti.

LA GIUNTA
La Giunta è l’organo esecutivo del Comune. E’ presieduta dal Sindaco ed è composta dagli Assessori, in numero variabile a seconda della popolazione del Comune. Gli Assessori sono scelti dal Sindaco tra persone estranee al Consiglio Comunale o tra i consiglieri comunali ( i quali però devono allora lasciare la carica consiliare), in modo tale da costituire, come si dice, una “squadra” omogenea.
La Giunta ha fondamentalmente il compito di preparare le delibere del Consiglio Comunale, e una volta approvate, di portarle a esecuzione. Inoltre, le spettano tutte le deliberazioni che non sono riservate al Consiglio o al Sindaco.
Le competenze degli Assessori (per esempio la viabilità, l’edilizia, la cultura ecc.. ) sono determinate all’atto della loro elezione nel documento programmatico che viene votato dal Consiglio Comunale. Gli Assessori, inoltre, sono a capo degli uffici comunali che trattano le materie su cui l’Assessore è competente. L’insieme di tali uffici si denomina Assessorato.
Il capo degli uffici burocratici è il Segretario Comunale. Egli dipende da una apposita agenzia, alla cui gestione partecipano anche i rappresentanti delle associazioni degli Enti Locali, e, nel singolo Comune, viene nominato dal Sindaco che lo scieglie in un albo nazionale. Il Segretario dura in carica quanto dura il Sindaco e può essere da questo revocato, sentita la Giunta, per violazione dei doveri d’ufficio.
Al Segretario, nei Comuni più grandi, può essere affiancato un direttore generale, il c.d. city manager, quando il Sindaco ritenga opportuno farsi affiancare, per l’esecuzione del suo programma, da un esperto di organizzazione che punti sull’efficienza della “macchina” comunale.
LE FUNZIONI DEL COMUNE
Il Comune è un ente a fini generali, cioè può agire per qualunque interesse della collettività comunale che esso reputi meritevole di protezione. Esso “svolge tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione del territorio comunale principalmente nei settori organici dei servizi alla persona e alla comunità, dell’assetto e utilizzazione del territorio e dello sviluppo economico” (art. 13 del T.U. sull’ordinamento degli Enti Locali).
Questa possibilità, peraltro, è condizionata da queste tre ragioni:
- gli interventi comportano spese e le risorse comunali sono scarse e, in più, dipendono soprattutto da fondi trasferiti dallo stato o dalla regione;
- il Comune deve comunque rispettare le funzioni che spettano ad altri enti;
- funzioni nuove, create dal Comune stesso, possono essere svolte solo se non limitano i diritti dei cittadini, ovvero sono fondati sulla legge, in applicazione del principio di legalità.
Le funzioni dei Comuni hanno però subito una rapida espansione negli anni più recenti. In applicazione del principio di sussidiarietà, lo Stato ha conferito molteplici funzioni ai Comuni e lo stesso hanno fatto, nelle loro materie, le Regioni. Oggi il Comune ha la possibilità di essere davvero “l’Ente locale che rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo”.
Le funzioni comunali previste dalla legge sono quelle di gran lunga più importanti e sono numerose. Esse riguardano da vicino la vita dei cittadini (o la qualità della loro vita). La funzioni principali del Comune sono:
• generali di amministrazione, di gestione e di controllo
• relative alla giustizia
• di polizia locale
• di istruzione pubblica
• relative alla cultura ed ai beni culturali
• nel settore sportivo e ricreativo
• nel campo turistico
• nel campo della viabilità e dei trasporti
• riguardanti la gestione del territorio e dell’ambiente
• nel settore sociale
• nel campo dello sviluppo economico
• relative ai servizi produttivi.
I SERVIZI DEL COMUNE
Il Comune ha per scopo quello di assicurare l’assolvimento di pubblici servizi di interesse locale nonché di svolgere attività di interesse nazionale nell’ambito territoriale che lo delimita.
L’individuazione dei servizi pubblici di interesse locale non è stata costante nei tempi, in quanto, ben delimitati nel passato, hanno subito, specialmente negli ultimi decenni, una evoluzione tale da renderli aperti alla più ampia discrezionalità degli amministratori, purchè, non si incontri un divieto di legge che li impedisca.
Ora il comune ha una competenza generalizzata, diretta ad assicurare tutti quei servizi che si riferiscono alla propria popolazione ed al proprio territorio, che poi sono gli elementi essenziali all’esistenza stessa dell’ente.
I servizi comunali sono tutte quelle strutture organizzative e funzionali nelle quali il comune va articolato al fine di soddisfare gli interessi e le esigenze della collettività. Nella elencazione che segue sono sia quelli diretti a soddisfare pubbliche esigenze, sia quelli che sono necessari, indirettamente, a fare funzionare i primi, per cui si possono definire strumentali rispetto agli stessi.
• segreteria degli amministratori e del Consiglio comunale
• affari generali, legali e statistica
• gare e contratti
• gestione giuridica ed economica del personale
• rapporti con i cittadini
• sicurezza sociale: protezione civile, sicurezza sul lavoro, pubblica sicurezza e polizia giudiziaria
• informatizzazione
• bilanci annuali e pluriennali, conti consuntivi
• impegni finanziari, finanziamenti per investimenti
• controllo economico sulla gestione dei servizi pubblici, tributi, patrimonio ed entrate patrimoniali
• provveditorato ed economato
• urbanistica e lavori pubblici
• polizia municipale
• servizi ed uffici giudiziari
• istituzione pubblica: asili e scuole
• corso pubblico, segnaletica stradale, viabilità
• decentramento
• stato civile e anagrafe
• elettorale
• leva militare
• sanità, ecologia, fognature, acqua potabile, nettezza urbana
• provvedimenti contingibli ed urgenti
• impianti tecnologici e distribuzione di energia elettrica e gas
• trasporti pubblici
• farmacie comunali
• cimiteri e trasporti funebri
• pubbliche affissioni
• impianti sportivi
• manifestazioni culturali
• biblioteche pubbliche, musei, pinacoteche, teatri
• colonie, soggiorni, bagni pubblici, parcheggi comunali
• fabbriche in genere e artigianato
• interventi in favore dell’agricoltura
• assistenza inabili, anziani, scolastica e refezione scolastica
• valorizzazione dei beni di interesse storico ed artistico.
A seguito del D.Lgs. 112/1998 ulteriori nuove funzioni andranno ad essere attribuite ai Comuni; vengono così raggruppate:
• TITOLO II: sviluppo economico e attività produttive
• TITOLO III: territorio,ambiente e infrastrutture
• TITOLO IV: servizi alla persona e alla comunità
• TITOLO V: polizia amministrativa locale.

IL COMUNE DI GENOVA
DALLE ORIGINI ALLA FONDAZIONE DELLA “COMPAGNA”
Genova fu, ai tempi della dominazione romana, un’attiva cittadina favorita dalla posizione costiera e della prossimità della confluenza della VIA POSTUMIA nella VIA AURELIA.
Le alture scoscese che la “costringono” verso il mare le offrono un valido riparo ai tempi delle invasioni barbariche: riconquistata dalle armi di BELESARIO durante la guerra greco - gotica, la città rimase a lungo bizantina e dal legame con l’imperatore d’Oriente derivò, indubbi vantaggi commerciali.
“Già in questo momento cominciano a definirsi alcune delle caratteristiche che resteranno anche in seguito fondamentali per la città: essa comincia ad avere una flotta numerosa, un diritto consuetudinario locale ma fondato su principi giuridici romano- bizantini, una milizia propria che ha per patrono un santo greco, san Giorgio, un governo aristocratico composto dai comandanti militari”.
Nel 642 la conquista longobarda seguita alla rinnovata iniziativa offensiva del re ROTARI segnò per Genova l’inizio di un periodo oscuro.
Privata dalla cinta di mura originaria e di molti suoi abitanti, che vennero deportati come prigionieri.
La città ligure ritornò alle dimensioni di un modesto borgo.
Per quasi tre secoli i genovesi si confrontarono con i ripetuti attacchi alla pirateria saracena alle loro coste e, alla caduta dell’Impero carolingio che li aveva visti organizzati in contea, furono inclusi nella MARCA OBERTENGA.
I nuovi signori imposero alla città la guida di un vicecomes (visconte)e tollerarono che il vescovo locale conservasse ampi poteri amministrativi.
Visconti e Vescovi avrebbero governato Genova congiuntamente fino a quando, la vacanza del potere consigliò che le vecchie prerogative passassero a nuove figure.
Sul fine del x secolo Genova incominciò a contrastare efficacemente la minaccia araba e a una politica ispirata alla cautela e alla difesa sostitui’ la scelta all’aggressione preventiva.
Insieme con i pisani, i Genovesi assalirono centri arabi in SARDEGNA, IN TOSCANA, e sulla COSTA SPAGNOLA.
Ne derivarono bottini consistenti che rinsaldarono il ruolo dell’aristocrazia locale.
L’opposizione della figura del vescovo si rafforzò fino a quando (1099) questi fu costretto a riconoscere l’esistenza ufficiale della campagna communis, un’associazione volontaria e giurata dal vescovo e da tutti i genovesi per entrare a far parte della quale bastava avere la residenza in città e accettare il regolamento votato dai suoui appartenenti.
In sostanza, la massima autorità religiosa cittadina rinunciava ai poteri temporali e feudali esercitati fino a questo momento a favore di un’assemblea che, dapprima privata e temporanea, si trasformò in seguito in un’istituzione pubblica e permanente.
Qualcuno ha osservato come proprio nella originale nascita del Comune genovese, vadano a ricercare le ragioni dell’elevata conflittualità interna che caratterizzerà la lunga storia della città.
ALLA CONQUISTA DEI MARI
Genova fu la prima delle Repubbliche marinare italiane a prendere parte della crociata.
La sua partecipazione alla spedizione guidata da Goffredo di Buglione, fu il risultato di una scelta privata, non pubblica.
Nel 1097 un gruppo di armatori s’impegnò ad allestire dieci galee che ebbero un ruolo considerevole nella conquista cristiana di ANTIOCHIA; ne ricavarono in cambio la concessione di un quartiere della città che è da considerarsi il primo possedimento occidentale asiatico dai tempi delle conquiste romane.
Due anni dopo una seconda flotta al comando da GUGLIELMO EMBRIACO, partecipò alla conquista di GERUSALEMME e ne riportò in patria uno straordinario bottino, parzialmente utilizzato per la successiva ricostruzione della cattedrale di san Lorenzo.
Tra il 1102 e il 1110 le galee di San Giorgio collaborarono alla conquista di TORTOSA e di TRIPOLI di Siria, di San GIOVANNI D’ACRI, di GIBELLETTO e BEIRUT.
In tutte queste località i genovesi ottennero quartieri e fondachi.
Le vittorie militari e l’affermazione commerciale accrebbero il prestigio internazionale della città, ma le procurarono anche inimicizie e rivalità.
Bizantini e Veneziani accolsero con sospetto la sua tardiva ma irresistibile intraprendenza sui mari; Pisa, aveva da temere le conseguenze peggiori si battè per la difesa dei privilegi acquisiti in SARDEGNA e in CORSICA e accusò il colpo dell’occupazione della fortezza di PORTOVENERE.
Le due città assunsero un’atteggiamento differente verso FEDERICO I quando questi richiese l’intervento delle loro flotte nel progetto della conquista del regno normanno.
Con il trattato del 9 giugno 1162, oltre alle promesse siciliane, Genova ottenne dall’imperatore il riconoscimento formale della propria autonomia: d’ora in poi avrebbe avuto la facoltà di amministrare la giustizia con propri giudici, di provvedere in piena libertà all’elezioni dei propri consoli.
Con una cauta politica di attesa i Genovesi riuscirono a ribaltare a proprio vantaggio l’iniziale diffidenza imperiale.
“una diretta conseguenza della politica di prudente attesa del 1154 fu la costruzione, iniziata nel 1156 e completata tre anni dopo, di una cerchia di mura.
L’improvviso rientro del Barbarossa in Germania, allontanò il progetto della spedizione antinormanna, mentre la nuova posizione di città autonoma ormai a tutti gli effetti risospinse Genova all’offensiva contro pisa.
La guerra scoppiò nel 1162 per motivi estranei al panorama politico italiano.
Il figlio del console OTTONE RUFO cadde vittima di un agguato pisano nel fondaco genovese di Santa Croce a COSTANTINOPOLI.
Tutti i tentativi di risolvere il conflitto per via diplomatica fallirono, a dimostrazione che la posta in gioco non era la risposta a un semplice fatto di sangue, ma la rivendicazione delle rispettive zone d’influenza politico- commerciale.
La guerra si sostò in Francia, dove i Genovesi e Pisani ambivano al controllo delle regioni della PROVENZA e della LIGUANDOCA.
Vinsero i genovesi, poi la situazione italiana tornò a complicarsi e, mentre infuriava la guerra del BARBAROSSA contro Milano e falliva un nuovo tentativo di conquista imperiale.
MELORIA E CURZOLA
La restaurazione del potere podestarile fu di breve durata.
Mentre infuriava la guerra con Venezia, che nel 1263 si concludeva con lo scacco genovese a SETTEPONZI e la pace di Cremona, e il sovrano francese Carlo D’Angiò lavorava per la costruzione della propria egemonia in Italia, la città fu teatro di nuovi rivolgimenti interni.
La politica filoangioina dei Grimaldi e dei Fieschi fu osteggiata dai ghibellini, che con il tumulto di san Simeone e di San Giuda portarono al potere la diarchia dei due capitani del popolo oberto spinola , oberto doria.
La figura del podestà non scomparve, ma vide drasticamente ridotte le proprie competenze.
Con prudenza e tempestività i due Oberti risolsero la loro attenzione alla politica estera, da cui ora sembravano venire i segnali più preoccupanti.
E la linea tracciata dai primi diarchi fu seguita dai sucessori.
L’avversione alla politica italiana di Carlo d’Angiò si trasformò in aperta ostilità allorché il sovrano si mise a perseguitare i mercanti genovesi nei suoi territori: contro di lui e i suoi alleati la vittoria fu totale quando, attraverso la mediazione diplomatica di uno dei suoi figli” più fedeli, BENEDETTO ZACCARIA, la Repubblica ottenne l’intervento in Sicilia degli ARAGONESI in appoggio alla guerra del vespro.

IL COMUNE DI VENEZIA
UNA CITTA’ FONDATA SULLE ACQUE
“La città dei Veneti per volere della divina provvidenza fondata sulle acque, è protetta dalle acque in luogo delle mura: chiunque pertanto oserà recare danno in qualunque modo alle acque pubbliche, sia condannato come nemico della patria”: l’osservazione, tratta dall’ Editto di Egnazio (1478), è del magistrato delle acque, l’autorità cui è affidato il compito di sorveglianza sul delicato equilibrio della laguna veneta, l’ambiente unico in cui ebbe origine e prosperò la Repubblica di Venezia.
In età neolitica insediamenti modesti colonizzarono le isole della laguna ricavandone pesce, sale e prodotti della terra; tuttavia l’isolamento e le difficoltà delle comunicazioni convinsero i Romani a privilegiare i centri dell’entroterra.
Durante le invasioni barbariche e, in particolare, all’epoca della conquista longobarda, la ricerca di lidi sicuri spinse illustri famiglie dell’aristocrazia veneta a emigrare verso la costa. Ebbe così origine la seconda Venezia, seguita alla Venetia identificata dai Romani come la Decima Regio imperiale.
All’inizio dipendente da Bisanzio che formalmente governava ancora sulla zona, la nuova città si liberò del magister millennium sostituendolo con un doge. Secondo alcuni il primo doge fu Paulicio Anafesto secondo altri Orso Ipato e come santo patrono della città fu scelto San Marco.
VERSO L’ORIENTE
La sua area d’azione è indice della missione di Venezia, al confine di tre mondi: il mondo bizantino, il mondo germanico e il mondo slavo. Costretta dalle circostanze storiche a deviare verso il mare le proprie attenzioni, l’aristocrazia al governo di Venezia badò innanzi tutto a costruirsi una solida posizione nell’Adriatico. Con Pietro II Candiano la Repubblica si rafforzò grazie alla contemporanea decadenza del porto di Ravenna e ottenne il controllo di Comacchio e di Capodistria. L’espansione fu completata con successo da Pietro II Orseolo: egli concluse una brillante spedizione contro i pirati riportandone la sovranità sulla Dalmazia. Fu il primo passo verso la liberazione della via commerciale verso l’Oriente. Dopo l’impresa dell’Orseolo venire a patti con Venezia s’imponeva ormai come una necessità per le città della costa. Al successo militare si aggiunse quello diplomatico : le relazioni internazionali e una politica matrimoniale diedero a Venezia il sostegno dell’imperatore tedesco e quello bizantino. Con gli Orseolo la cerimonia dello sposalizio con il mare, da una barca da parata (bucintoro) il signore della città gettava in mare un anello d’oro, divenne il simbolo di una città che nel suo speciale legame con il mare intese riconoscere il motivo primo della propria forza. Allo scadere del millennio le prime navi militari veneziane dette chelandie, si spingevano nel basso adriatico dove, nel 1002, difendevano Bari da un tentativo di conquista musulmana. Venezia reagì contro i principi normanni, insediatisi nell’Italia meridionale per la conservazione dei suoi interessi commerciali. Quando l’imperatore greco Alessio I ne invocò l’aiuto le navi veneziane si spinsero in gran numero al comando del doge al largo di durazzo, dove centottanta navi normanne si apprestavano all’attacco. Il combattimento fu incerto fino alla fine quando prevalsero le armi del Guiscardo. Più fortunato fu invece Vitale Falier che sconfisse i normanni a Bitrinto. La crisobolla bizantina del 1082 riconobbe alla città di Venezia assoluta libertà di commercio e le concesse l’esenzione da qualsiasi forma di controllo nell’impero d’Oriente.
I veneziani potevano ora contare su colonie e scali nei maggiori porti continentali bizantini. Sul finire dell’ XI secolo Venezia sembrava avviata a nuovi trionfi, ma l’incertezza della congiuntura internazionale avrebbe turbato la sua tranquillità alla vigilia della grande avventura delle crociate.
Il XII SECOLO
La partecipazione di Venezia alla I crociata fu tardiva rispetto all’impegno che genovesi e pisana profusero nell’impresa decisa in conseguenza al clamore suscitato in occidente dalla predicazione d’Urbano II. La partenza di 30 vascelli alla guida del doge Vitale Michiel più che a sostegno dei crociati era una missione di sorveglianza. La prima tappa fu Zara, poi Rodi, dove dopo uno scontro vittorioso Venezia sottrasse ai pisani il controllo dell’isola.
Il successo non fu definitivo e la ripresa della contesa con i Normanni, oltre che calamità naturali, ricordò alla città lagunare quanto la sua solidità fu precaria e in larga parte derivante dalla conservazione di un difficile accordo con la natura, ne approfittarono i Pisani che ottennero il controllo di Costantinopoli e, di fatto, scalzarono Venezia dalla situazione di privilegio conquistata 30 anni prima.
Venezia uscì comunque rafforzata dalla crisi e i Normanni furono definitivamente cacciati dall’ Adriatico, nel frattempo la rottura con l’ imperatore Alessio, cominciava a dare buoni frutti. Il successore fu Giovanni Comneno.
Nel breve volgere degli anni Venezia riuscì insomma a riottenere posizioni che la concorrenza delle altre repubbliche marinare e le difficoltà interne avevano messo in discussione. Documenti d’inizio secolo testimoniano la comparsa ufficiale di una nuova forma d’associazione economica, la compagnia o colleganza: più persone partecipavano a un’ impresa commerciale e si impegnavano a ripartire guadagni e perdite proporzionalmente alla quota di capitale investito nell’ affare.
All’ evoluzione economica si accompagnarono i mutamenti istituzionali: l’assemblea popolare perse i poteri consultivi che aveva per lungo tempo goduti e per il futuro si sarebbe limitata a ratificare le decisioni del consiglio dei savi. La seconda metà del XII secolo fu per la Repubblica un periodo di rapida estensione. La vittoria su Ruggero II assicurò ai Veneziani il possesso delle isole di Corfù Cipro Rodi e numerose altre isole dell’Egeo che divennero ora accessibile alle navi della laguna mentre si rafforzava la loro presenza a Costantinopoli. I guadagni conseguiti dal consolidamento delle posizioni commerciali furono messe al servizio dell’abbellimento edilizio della città: semidistrutta da un incendio nel 1106 la basilica di San Marco fu ricostruita.
Tuttavia l’iniziativa militare del nuovo imperatore Federico Barbarossa e il suo contrasto con i comuni italiani e con il Papa Alessandro III misero Venezia in grave difficoltà. La posizione per così dire “neutrale” che la repubblica aveva a lungo conservato nei confronti delle contese italiane valse comunque a procurarle un grande prestigio internazionale quando il pontefice e l’imperatore scelsero proprio Venezia come sede presso cui intavolare le trattative per la pace. Il doge che suggellò lo storico fu Sebastiano Ziani, un semplice cittadino. In oriente la situazione sembrava essere di nuovo degenerata in seguito alla decisione di espellere tutti i latini dal territorio dell’impero, ma il colpo di mano che portò al potere l’imperatore Isacco Angelo fu favorevole ai veneziani: collaborarono con lui a respingere l’assedio di Guglielmo II. All’interno nuove magistrature tra cui la quarantia si affiancano al doge limitato nei suoi poteri dall’obbligo di sottostare ad una severa promissione. Così Venezia si presentava alla vigilia della IV crociata.
LA CONQUISTA DI COSTANTINOPOLI
Gli accorati appelli di Innocenzo III per l’organizzazione di una nuova crociata furono accolti con favore dalla nobiltà di Francia, che identificò nel conte Tibaldo di Champagne il capo ideale per guidare la futura spedizione.
Coltivando questo progetto il maresciallo della contea Goffredo di Villehardouin
Giunse in missione diplomatica a Venezia: voleva convincere il doge in carica, Enrico Dandolo a adoperarsi per raccogliere gli uomini e i mezzi necessari all’impresa. La città sembrò quasi prepararsi più per una guerra che per sostenere una spedizione alleata. Morto inaspettatamente Tibaldo i nobili crociati furono incapaci di estinguere il debito pattuito con i veneziani, questi ebbero buon gioco nel convincerli ad una prima diversione: Zara nel 1202 fu conquistata e saccheggiata. La seconda diversione sorprese i contemporanei, ma non appare del tutto inattesa a chi considera i complessi rapporti di parentela e i complicati fili di cui era intessuta la diplomazia del tempo.
Tra i sostenitori dell’impresa c’era, infatti, il giovane principe greco Alessio. Informato dei maneggi della diplomazia europea, il Dandolo fu pronto a cogliere l’occasione per sfruttarla a proprio vantaggio, infatti, il saccheggio di Costantinopoli fu avvertito dai cavalieri crociati come una straordinaria opportunità di bottino. Presa la decisione della deviazione verso il Levante, l’armata crociata, al cui comando era Baldovino di Fiandra, si presentò in vista di Costantinopoli il 26 giugno 1203, trasportata da una potente flotta. Per prima fu attaccata la fortezza di Galata che i bizantini difesero con macchine da guerra e ricorsero all’arma micidiale del fuoco greco. Il saccheggio fu sistematico e il bottino che se ne ricavò enorme, comunque poca cosa se paragonato ai vantaggi territoriali e politici che i veneziani trassero dall’impresa.
Enrico Dandolo rifiutò il titolo di sovrano del nuovo impero latino che i cavalieri erano decisi a riconoscergli, aggiunse invece ai suoi incarichi quello di “signore della quarta parete e mezza dell’impero d’oriente” e nominò in sua vece un balio ( viceré) come governatore di Bisanzio. Lì egli stesso morì nel 1205 mentre la sua patria si apprestava a vivere i tre secoli migliori della sua storia.
CON GENOVA E CONTRO GENOVA
I decenni successivi videro la repubblica di san marco godere di enormi ricchezze ricavate dalla IV crociata che confluirono nella citta’ e poteva vantare un tenore di vita invidiabile. Alla morte del Dandolo seguirono nuovi conflitti per il possesso di Corfù e di Creta. La V e la VI crociata videro affiancate le navi delle due repubbliche rivali, che scelsero di far parte dello stesso fronte anche in occasione del conflitto che oppose le città italiane e il papa all’imperatore Federico II di Svevia.
La repubblica di san marco badava a difendere i propri interessi ovunque in oriente e in occidente. La morte di Federico II e l’indebolimento di Pisa crearono le condizioni della prima guerra veneziano-genovese. I genovesi furono pesantemente sconfitti salle galee venete guidate da Lorenzo Tiepolo. Nel 1261 la repubblica di San Giorgio stipulò con il sovrano di Nicea il vantaggioso trattato di Ninfeo. Nel 1263 la flotta genovese fu sbaragliata da quella veneziana; per la prima volta fu sperimentata con successo la disposizione lunare o falcata, un vasto arco concavo di navi che riuscì nella manovra di accerchiamento dell’avversario.
DISFATTA DELLA CURZOLA E LA SVOLTA ISTITUZIONALE
Durante la tregua ventennale la Repubblica consolidò il suo dominio su Creta. La seconda guerra veneziano-genovese scoppiò nel 1295. Lo scontro decisivo avvenne nel 1298 presso Curzola dove le galee genovesi ebbero la meglio sui vascelli veneziani guidati da Andrea Dandolo che, per non sopravvivere alla sconfitta, scelse di togliersi la vita. Venezia si trovò allora a vivere uno dei momenti più difficili della sua storia.
La coraggiosa reazione dei veneziani alla disfatta della Curzola si dovette forse al rafforzamento delle istituzioni seguite alla riforma politica del 1297 quando la Serrata del Maggior Consiglio legalizzò una situazione di fatto ormai tale da anni: l’inclusione nel massimo organismo politico cittadino delle sole famiglie del patriziato dal momento che le più importanti cariche di governo erano ricoperte da membri dello stesso. Ne derivò una trasformazione in senso oligarchico dello Stato veneziano. All’epoca del dogato di Pietro Gradenigo una congiura, detta Quercini-Tiepolo, fece vacillare la solidità delle istituzioni, ma fallì dimostrando come la vantata “immunità” della città dalle lotte civili fosse un bene da difendere.

I POLO E LA VIA TERRESTRE VERSO L’ORIENTE
Tra i molti Veneziani che caddero prigionieri dei Genovesi nel corso della battaglia della Curzola c’era Marco Polo, i cui viaggi aprirono alla Repubblica di Venezia la via del commercio con il lontano Oriente asiatico. Marco era nato a Venezia nel 1254 da una famiglia di mercanti. Nel 1260 suo padre e suo zio, Nicolò e Matteo Polo, si erano spinti in un viaggio che li aveva portati fino a Pechino. Ritornati in patria, vi avevano trovato Marco ormai ragazzo e in grado di affrontare i rischi e le fatiche di un viaggio di scoperte. Ripartirono nel 1271 e, dopo aver percorso vie terrestri che nessun altro europeo aveva mai osato intraprendere, giunsero alla splendida corte di Canbaling (odierna capitale della Cina), dove risedettero a lungo. Durante il soggiorno, Marco divenne il favorito dell’imperatore; mentre i parenti si dedicavano alla mercatura, egli ricoprì vari incarichi alle dipendenze del sovrano e portò a termine diverse missioni diplomatiche: partecipò alla vita di corte e ne conobbe da vicino le usanze che confrontò con le tradizioni e i costumi della patria.
Dopo 17 anni di assenza da Venezia i Polo decisero di farvi ritorno carichi di conoscenze e tesori (regalategli dai nuovi amici).
Essi testimoniavano la leggendaria ricchezza delle zone che avevano visitato e, al rientro in città, ottennero l’ammirazione dei connazionali che trasformarono in leggenda il racconto della loro impresa. La laguna li riaccolse nel 1295 dopo un ritorno tanto avventuroso quanto era stata l’andata lungo piste in parte già battute e in parte inesplorate. Poco si sarebbe saputo del loro viaggio se, nel 1298, Marco non fosse caduto prigioniero dei genovesi e in carcere, non avesse raccontato le sue avventure ad uno scrittore, Rusticello Pisano che al compagno di cella diede la gloria grazie alla compilazione del Livres des merveilles o Milione, la cronaca romanzata del suo singolare viaggio.
L’ingenuità con cui il Veneziano seppe ritrarre personaggi lontani e lo stupore mostrato di fronte alle ricchezze insolite dell’Oriente inaugurarono la moda del viaggio avventuroso come cammino iniziatico verso la conquista di una identità nuova perché maturata nel confronto con il diverso, lo straniero.
D’altro canto il Milione fu letto anche come compendino geografico che suggerì ai missionari nuove vie da percorrere in nome della diffusione della fede, come trattatello etnografico illuminante circa gli usi di una civiltà lontana e di una razza temuta come erano generalmente visti di Tartari, e aprì ai mercanti impensati orizzonti di scambio.
Insomma, Marco Polo, fornì alla laguna un importante servizio: per merito suo i mercanti di Venezia trovarono nuovi sbocchi alle loro merci.
GLI ARTIGLI DEL LEONE
Superata la crisi politica e le distruzioni prodotte in città dall’epidemia di peste del 1348, la Repubblica di San Marco tornò a guardarsi dai molti rivali che nel Levante ne contrastavano la libertà di commercio. Erano di Turchi Ottomani ed i genovesi con cui la guerra (la terza guerra veneziano-genovese) tornò a infuriare per il possesso dell’isola di Chio. Lo scoppio del conflitto fu preceduto da azioni di pirateria, al largo dell’Eubea quando i molti marinari mercenari che Venezia aveva dovuto assoldare per sopperire alla decimazione di uomini prodotta dalla peste si abbandonarono al saccheggio delle galee nemiche catturate. Questa volta la città trovò alleati negli Aragonesi e nell’Impero greco: offrendo loro delle cospicue ricompense in denaro ottenne in cambio di mettere insieme una flotta consistente, con cui affronto’ la Superba. La battaglia del Bosforo si concluse con la vittoria dei Genovesi che sarebbero stati poi sconfitti dagli Aragonesi in sardegna. Venezia durante la ripresa degli scontri nell’Egeo e nell’Adriatico, sostenne la battaglia sulla terra ferma per la conquista di Treviso.
Questa situazione di incertezza, aggravata da un nuovo tentativo di congiura beneficiò le difficoltà interne alla Repubblica rivale che, sotto l’influenza del signore di Milano Giovanni Visconti, si affrettò a concludere una pace che non le rendeva merito della superiorità dimostrata sui mari.
Negli anni successivi ai torbidi causati dalla congiura, Venezia si ripiegò su posizioni difensive. Le imposizioni fiscali aumentarono per far fronte a un debito pubblico, mentre il Senato e il Consiglio dei Dieci (i due organismi più importanti dopo il Maggior Consiglio) allargarono i propri poteri dimostrando come l’oligarchia repubblicana fosse ormai espressione di una ristrettissima cerchia di cittadini.
In oriente il possesso controverso dell’Isola di Tenedo, scatenò la quarta guerra contro Genova, nel corso della quale Venezia affrontò un momento drammatico.
Sconfitti per mare a Pola i Veneziani furono accerchiati anche sulla terra ferma dove gli alleati dei genovesi, i Carrara di Padova e le truppe del Re d’Ungheria, conquistarono Chioggia. Mentre la città si preparava alla resistenza, il suo doge, Andrea Contarini, lavorava per organizzare la riscossa. Per conservare l’appoggio della classi medie, famiglie “nuove” furono immesse nel Maggior Consiglio, mentre il popolo fu soddisfatto con la scarcerazione di Vittore Pisani, l’amato comandante della flotta. A lui e a Carlo Zeno fu assegnato il comando delle navi che, sotto una tempesta di colpi dei cannoni riconquistò Chioggia nel giugno del 1380.
La successiva pace di Torino (1381) dimostrò quanto la Repubblica fosse arrivata stremata al tavolo delle trattative, ma gli anni seguenti furono caratterizzati da mutamenti della congiuntura internazionale che ancora una volta la favorirono sia sulla terra ferma sia nel Levante.
Ai tempi della firma della pace di Torino, Venezia fu costretta ad accettare la sconfitta, consegnò ai Genovesi Tenedo, agli austriaci Treviso, all’Ungheria la Dalmazia, ma successivamente, grazie a un’accorta politica diplomatica, recuperò tutto quanto aveva perduto e il fatto stesso che fosse riuscita a sopravvivere all’assalto congiunto dei rivali ne rinsaldò il prestigio in Italia e in Europa. Genova invece pagò la pace esterna al caro prezzo della ripresa delle lotte civili, che di lì a poco la portarono alla rinuncia dell’indipendenza e all’assoggettamento allo straniero. Per questo la sconfitta patita a Chioggia nel 1380 è da considerarsi una data spartiacque nella storia delle Repubbliche marinare: dopo Amalfi e Pisa anche la Superba cedeva sotto i colpi della Serenissima.
DA AGNADELLO A LEPANTO
Lo sviluppo della manifattura tessile e metallurgica e quello della cantieristica rese Venezia ancora più dipendente dalla terraferma, per questo, la prima metà del Quattrocento fu caratterizzata dalle guerre contro Padova, Verona e soprattutto contro Milano, dove il rafforzamento della signoria dei Visconti fu avvertito dai Veneziani come la più pericolosa minaccia alla libera circolazione delle merci nell’area padana. In nome della lotta ai Visconti, Venezia trascurò la difesa del proprio impero marittimo, dove la minaccia turca si fece più pressante. Furono gli anni in cui il progetto di contrastare alla Serenissima la “monarchia d’Italia” le sollevò contro la rivalità degli Stati regionali italiani.
La pace di Lodi (1454) mostrò in realtà quanto fosse necessario intervenire su un altro fronte caldo: l’anno prima Venezia fu costretta ad affrontare da sola una guerra rovinosa. La Cavalleria ottomana arrivò a percorrere le regioni della Dalmazia e del Friuli minacciando da vicino l’integrità territoriale della città, costretta a venire a patti umilianti e a pagare forti indennità in cambio della conservazione dei propri privilegi commerciali.
Seguirono anni terribili, quelli in cui Giulio II tramò fino a coalizzare contro Venezia gli stati italiani, l’Impero, la Francia e la Spagna. Sconfitta ad Agnadello la repubblica vacillò sotto i colpi avversari, ma non cadde e nei mesi successivi le insurrezioni della città della terraferma che le erano state sottratte dimostrarono come il suo governo fosse preferito a quello dei nuovi padroni. L’uomo della difficile ripresa fu il doge Andrea Gritti che combattè per la difesa di Padova e si adoperò per il recupero dei possedimenti della terraferma conquistandosi la simpatia dei concittadini e avviando una decisa politica di risanamento economico e amministrativo.
Stretta tra i due giganti che le erano cresciuti accanto (l’impero turco e asburgico), tra il Quattrocento e il Cinquecento Venezia tornò a conservare un difficile equilibrio diplomatico, mentre la scoperta del Nuovo Mondo e la conseguente apertura di nuove rotte commerciali la costringevano a fare fronte alla propria progressiva marginalizzazione rispetto alle grandi correnti del traffico internazionale delle merci. La Repubblica subì gravi rovesci a opera dei Turchi e da ciò fu indotta a partecipare all’organizzazione della Lega Santa, che a Lepanto avrebbe bloccato l’avanzata ottomana nel Mediterraneo. Dall’impresa la città ricavò scarsi vantaggi e fu costretta a rinunciare definitivamente a Cipro e si ripiegò in Oriente su posizioni difensive, mentre la sua aristocrazia guardava con favore ai possedimenti agricoli della terraferma come a sicuri investimenti.

L’ULTIMA GLORIA E LA FINE
Lacerata dal contrasto interno sull’interpretazione del regime oligarchico al potere, Venezia visse nel Seicento un contrasto con la Santa Sede, che non esitò a colpirla di interdetto quando l’autorità dogale si rifiutò di accondiscendere ai suoi voleri in occasione dell’arresto di due sacerdoti che, secondo l’autorità religiosa, avrebbero dovuto essere giudicati da un Tribunale ecclesiastico.
Negli stessi anni la Repubblica, ripulì le rotte adriatiche dai pirati uscocchi (che alimentavano un clima di guerriglia) e affrontò la rivalità del vicerè di Napoli, il Duca di Ossuta. Alla metà del secolo il rafforzamento della Francia ai danni della Spagna fu avvertito come un’altra minaccia al precario equilibrio che la Repubblica si sforzava di conservare, mentre una nuova epidemia di peste riduceva di un terzo la consistenza della popolazione lagunare.
Seguirono nuovi scontri con i Turchi e la perdita di Creta, avvertita come un durissimo colpo alla libertà di commercio verso l’Oriente. La battaglia dei Dardanelli, terribile disfatta subita dagli Ottomani dopo Lepanto, segnò l’inizio dell’ultima splendida stagione della Repubblica di San Marco, che alla testa di una nuova Lega Santa riconquistò di lì a poco il Peloponneso (1265). Al ritorno di Francesco Morosini, capitano da mar autore dell’impresa, ci fu grande festa. La nuova situazione europea era poco favorevole alla ripresa dell’iniziativa veneziana consentita, nel corso del Settecento, nel solo settore della diplomazia internazionale. Splendida nella sua opulenza, invidiata per lo sfarzo della sua corte e delle feste, protettrice di letterati e artisti, Venezia conobbe una nuova stagione della sua storia, quella di una progressiva decadenza mascherata da una facciata dorata. Quando, nel 1795, il direttorio Francese affidò alle armi del giovane generale Napoleone Buonaparte il compito di sfidare l’Austria nell’italia settentrionale, il popolo della laguna nutrì la speranza della costruzione di una Repubblica democratica sostenuta dai Francesi, ma il sogno fu di breve durata e l’occupazione francese subita quasi senza colpo ferire fu seguita dalla firma del trattato di Campoformio, in virtù del quale la Serenissima fu svenduta all’Austria.
Le ultime ore della Serenissima sono anche quelle del suo ultimo doge Lodovico Manin che non era probabilmente pronto a ricoprire l’incarico, o forse presagiva che l’avrebbe sostenuto poco onorevolmente.

Il Maggior Consiglio si riunì per l’ultima volta il 12 maggio 1797 e in quella circostanza fu deciso che il vecchio ordinamento politico sarebbe stato sostituito da una Repubblica democratica: una municipalità costituita da elementi locali simpatizzanti per la causa francese avrebbe da quel momento governato la città. Lodovico Manin rifiutò di entrarvi a far parte e lasciò la sua residenza proprio nel momento in cui i Francesi entravano in Venezia e una rivolta popolare sottolineava l’appoggio loro accordato dalle classi inferiori. Seguivano la firma del trattato di Campoformio e la cessione della Serenissima all’Austria, operativa dal gennaio 1798 dopo che soldati al servizio di Napoleone si erano abbandonati ad atti di vandalismo e saccheggio quali la distruzione dell’Arsenale e quella del bucintoro simbolo del “odioso” potere doganale. Lodovico Manin trascorse il resto della sua sfortunata esistenza oggetto del rimprovero di chi gli rinfacciava di non avere neppure tentato un onorevole difesa della patria e dell’ammirazione di quelli che invece apprezzarono la sua resistenza a qualsiasi compromesso con lo straniero. Morì nel 1804 a pochi anni di distanza dalla fine della Repubblica di cui per poco aveva retto le sorti.

BIBLIOGRAFIA
• “Storia antica e medievale 2”, C. Barberis, Principato
• “Le repubbliche marinare: Amalfi, Genova, Venezia, Pisa”, Atlante della storia.
• “Il comune: Atti, Funzioni, Servizi, Organi”, E. dell’Isola, Edizioni Giuridiche Simone 1998.
• “Diritto Pubblico 3”, G. Zagrebelsky - G. Oberto - G. Stalla - C. Turco, Le Monnier.

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