Emigrazione Italiana 800-900

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Testo

L'emigrazione è un fenomeno demografico caratterizzato dallo spostamento di grandi masse di popolazione da uno Stato a un altro o da una regione all'altra di una stessa nazione. In genere i fenomeni migratori sono motivati da uno squilibrio fra popolazione e risorse. Chi non trova dove è nato possibilità di lavoro sufficienti a permettergli una vita decorosa, si sposta dove ritiene che esistano maggiori possibilità di lavorare e condizioni di vita favorevoli.

Storicamente il flusso migratorio più importante è stato quello diretto dall'Europa verso le Americhe che ha avuto come protagonisti, in epoche diverse, Spagnoli, Portoghesi, Olandesi, Francesi e soprattutto Irlandesi, Scozzesi, Tedeschi e Italiani.

Gli italiani sono sempre stati tra i protagonisti dei flussi migratori. Negli ultimi anni del XIX secolo gli emigrati furono in media 150.000 all'anno. La cifra annuale raggiunse le 300.000 unità tra il 1906 e il 1910 per toccare una punta di 880.000 persone nel 1913.

L'emigrazione fra Ottocento e Novecento non fu un fenomeno solamente italiano ma si inserisce in un quadro migratorio di eccezionale ampiezza che coinvolse gran parte dell'Europa. Si stima che non meno di 40 milioni di europei lasciarono tra il 1800 e il 1930 il vecchio continente per non farvi più ritorno. M. R. Reinhard e A. Armengaud, nella loro Storia della popolazione mondiale, oltre che nella pressione demografica derivante dalla incapacità o impossibilità di un paese a espandersi a ritmi tali da tener dietro a quelli di incremento della popolazione, elencano i seguenti fattori scatenanti o quanto meno predisponenti l'emigrazione:

1. la situazione economica;
2. l'attrattiva esercitata dalle opportunità di arricchimento e di una sistemazione economico-sociale vantaggiosa (si pensi alla corsa all'oro, alle terre vergini, e ad altre opportunità più o meno eccezionali e/o fantasiose);
3. il sistema dei trasporti che ha influenzato, assieme alla posizione geografica, tanto le zone di partenza che quelle di arrivo o di insediamento;
4. i fattori politici, favorevoli o contrari all'emigrazione a seconda del perseguimento o meno di una politica espansionistica da parte delle nazioni di immigrazione;
5. i fattori umani, quali l'esistenza di colonie o regioni o nazioni già a forte insediamento di nuclei di immigrati della stessa nazionalità.

Subito dopo, gli stessi autori avvertono che la complessità del fenomeno e la mancanza di informazioni sufficienti impediscono uno studio specifico sulla considerazione del peso avuto da ciascuno dei fattori considerati e di altri che possano essere rintracciati. Si può invece affermare con sufficiente sicurezza che, nel complesso, le migrazioni europee contribuirono da una parte ad alleviare, almeno momentaneamente, tensioni non solo demografiche nei paesi di partenza, dall'altra si rivelarono spesso decisive per la costruzione di società nuove e per il progresso e la definitiva affermazione di società più giovani di quelle europee. Un elemento di sostanziale omogeneità, nel grande quadro dell'emigrazione europea dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento, risiede nelle caratteristiche strutturali, sesso ed età, delle masse degli emigranti. A emigrare, anche dall'Italia, sono soprattutto i maschi adulti, quelli che con maggiore probabilità troveranno un lavoro qualsiasi.

Espatriati per sesso e destinazione (dati in migliaia)

Dal – al
Espatriati
Maschi
Femmine
Paesi continentali
Paesi transoceanici
Esp. per 10.000 ab
1876-80
544
464
80
411
133
39,0
1881-85
771
654
117
476
295
53,6
1886-90
1110
871
239
454
656
74,4
1891-95
1283
989
294
546
737
83,1
1896-00
1552
1240
312
743
809
97,2
1901-05
2770
2287
483
1224
1546
168,7
1906-10
3256
2658
598
1218
1525
155,9
1911-15
2743
2198
545
1218
1525
155,9
Ciò vale, tuttavia, piuttosto per l'Italia del nord e per l'emigrazione "temporanea" in cui si parte pensando a tornare prima possibile. Per il sud, invece, conseguentemente al carattere definitivo o comunque di lunga durata dell'emigrazione, sono più frequenti i casi di famiglie intere che lasciano i propri paesi. Comunque, sia la proporzione dei sessi, tra maschi e femmine, che quella tra le diverse fasce d'età risultano nell'emigrazione sbilanciate a favore degli uomini e dei più giovani. Questo fatto avrebbe avuto a lungo andare un risvolto negativo, in modo particolare per le aree più svantaggiate del mezzogiorno e per quelle più interne e montuose del paese. Il depauperamento delle migliori energie umane che ne derivò fu compensato solamente in parte dalle rimesse degli emigranti. Sul piano demografico l'impatto del fenomeno migratorio provocò una perdita netta di popolazione, data dalla differenza tra espatri e rimpatri, di circa 9 milioni di italiani registrata dall'unificazione alla fine degli anni '70 del presente secolo, e una certa diminuzione della natalità (negli anni 1901-10 passa dal 32,7 al 27,2 per mille).

L'emigrazione come fenomeno sociale, prodotto cioè essenzialmente dalla necessità di sfuggire la miseria e la disoccupazione, comincia a comparire nei primi anni successivi all'unificazione politica del paese, si fa robusta a partire dal 1870, e assume vere e proprie dimensioni di massa a partire dal 1880. Per tutto l'ultimo ventennio del secolo diciannovesimo e nel primo decennio del ventesimo il tasso di emigrazione aumentò regolarmente ogni anno, fino a toccare il massimo nel 1913 (anno in cui gli emigrati sono oltre 872.000), per poi subire un brusco calo in coincidenza con gli anni della prima guerra mondiale.

Le statistiche sull'emigrazione nel periodo considerato non sono del tutto attendibili, poiché non si distingue fra emigrazione definitiva ed emigrazione temporanea. Si può comunque dire che per quanto riguarda l'emigrazione nei paesi extraeuropei questa va considerata, nella grande maggioranza dei casi, come definitiva. Nella seguente tabella, compilata sulla base dei dati disponibili, sono indicate, per ogni quinquennio a partire dal 1871, le medie annue degli espatri nei paesi europei e del bacino mediterraneo, nei paesi transoceanici, e il totale complessivo.

Anni
Europa
Oltre oceano
Totale
1871-75
95977
25101
126395
1876-80
82201
26595
108796
1881-85
95146
58995
154141
1886-90
90694
121005
221699
1891-95
109067
147443
256510
1896-00
148533
161901
310434
1901-05
244808
309242
554050
1906-10
257594
393694
651288
1911-12
289602
333043
622645
1913
313032
559566
872598
Dopo la flessione del 1876-80 si ha un brusco aumento dell'emigrazione nel 1881-85, con una regolare tendenza all'aumento negli anni successivi. Per quanto riguarda le destinazioni del flusso migratorio, i paesi europei assorbono la quota maggiore degli emigrati fino al 1881-85, poi col quinquennio successivo questa passa ai paesi transoceanici. In particolare, la Francia è il paese col maggior numero di immigrati italiani nel decennio 1876-85, ma nel quinquennio 1886-90 il suo posto è preso dall'Argentina, quindi dal Brasile e infine dagli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la composizione sociale degli emigrati, la stragrande maggioranza di questi è formata da contadini, in prevalenza meridionali e quindi veneti e friulani. Alla radice del fenomeno stavano i profondi squilibri dello sviluppo economico e sociale italiano, soprattutto fra nord e sud, fra città e campagna, fra zone industrializzate o a tendenziale industrializzazione e zone agrarie arretrate e in via di disgregazione sociale ed economica. La contraddizione tra la crescente pressione demografica e la scarsa disponibilità di nuovi posti di lavoro di una struttura economica arretrata poteva essere risolta o attraverso un radicale rivoluzionamento della struttura economica stessa o attraverso la valvola di sfogo dell'emigrazione.

In assenza di iniziative governative e di alternative concrete, le masse meridionali contadine scelsero spontaneamente la via dell'emigrazione. Lo stesso governo vide favorevolmente questo fenomeno che da una parte allontanava il pericolo di esplosioni sociali e dall'altra contribuiva, mediante le rimesse degli emigrati, al riequilibrio della bilancia dei pagamenti. Ciò nondimeno, il governo si mosse solo tardivamente e in modo insufficiente: la prima legge in materia è del 1888. Gli effetti di lunga durata di questa emorragia di forza-lavoro furono contraddittori. L'allentamento della pressione demografica, traducendosi in una relativa diminuzione dell'offerta di lavoro, permise a chi restava di conquistare salari più alti e condizioni di lavoro migliori. Ma nel lungo periodo lo spopolamento delle campagne meridionali ne ritardò lo sviluppo, sottraendo a quelle regioni le forze più giovani e dinamiche.

Il censimento generale del 1861 accertò l'esistenza di colonie italiane, già abbastanza numerose, sia nei paesi di Europa e del bacino mediterraneo sia nelle due Americhe:

Francia
Germani
Svizzera
Alessandria d’Egitto
Tunisi
Stati Uniti
Resto delle Americhe
77.000
14.000
14.000
12.000
6.000
500.000
500.000
Intorno al 1870 il movimento assunse la consistenza di un vero fenomeno di massa, raggiungendo una media annua di 123.000 nel periodo 1869-75. Cifre più sicure e fra loro comparabili si hanno a partire dal 1876, anno in cui, sotto la guida di L. Bodio, s'iniziò a rilevare con regolarità l'emigrazione italiana. Nei primi anni, ancora disorganizzata e sporadica, l'emigrazione si mantenne intorno ad una media di 135.000 emigrati, diretti in prevalenza verso paesi europei e mediterranei; dal 1887, per l'aumentata offerta di lavoro del mercato americano, si sviluppa rapidamente l'emigrazione transoceanica e la media annua complessiva raddoppia, passando a 269.000 unità (periodo 1887-900).

La Francia, seguita a una certa distanza dall'Austria, dalla Germania e dalla Svizzera, tiene sempre il primo posto tra i paesi di destinazione dell'emigrazione continentale in questo primo venticinquennio. L'Argentina e il Brasile, che assorbono la maggior parte dell'emigrazione transoceanica nei primi venti anni, si vedono invece rapidamente sorpassare dagli Stati Uniti verso la fine del secolo. L'incremento dell'emigrazione transoceanica, in valori assoluti e nei confronti di quella continentale (da 18,25% dell'emigrazione complessiva nel 1876 a 47,20% nel 1900), e lo spostamento della sua direzione dall'America meridionale alla settentrionale, si devono mettere in relazione sia con le mutate condizioni del mercato del lavoro nei paesi americani che con la diversa partecipazione delle varie regioni d'Italia all'espatrio.

Nei primi anni del Regno emigrarono soprattutto abitanti delle regioni settentrionali, socialmente più progredite e con popolazione più numerosa. Nelle regioni meridionali, meno densamente popolate, il fenomeno fu per lungo tempo irrilevante, a causa del loro isolamento, della scarsa viabilità e dell'ignoranza, residui dei passati regimi, ma anche del tradizionale attaccamento alla terra e alla casa e di minori necessità economiche, derivanti da una vita esclusivamente agricola e patriarcale. In pochi decenni il rapporto si invertì sia a causa dell'intenso ritmo di accrescimento demografico sia per le poco floride condizioni economiche (in parte dovute alla tariffa protezionistica dell'87, che sacrificò l'agricoltura all'industria) che non permettevano di assorbire l'eccesso di manodopera.

Negli ultimi anni del secolo XIX, la quota fornita all'emigrazione complessiva dall'Italia settentrionale diminuì (da 86,7% nel 1876 a 49,9% nel 1900) mentre crescevano quella dell'Italia meridionale e insulare (da 6,6% a 40,1%) e dell'Italia centrale (da 6,7 a 10%). In questo primo periodo il fenomeno fu lasciato a se stesso; la sola legge varata dal Parlamento fu la numero 5877 del 30 dicembre 1888, che peraltro si limitava a sancire quasi esclusivamente norme di polizia in vista dei molteplici abusi degli incettatori di manodopera. La situazione migliorò e i soprusi degli speculatori cessarono solamente quando fu approvata una legge organica dell'emigrazione e fu creato un organo tecnico specifico per l'applicazione della legge stessa:

furono abolite le agenzie e subagenzie,

il trasporto fu consentito solo sotto l'osservanza di determinate cautele e garanzie,

si crearono organi pubblici, per fornire le necessarie informazioni ai desiderosi di espatrio,

si stabilirono norme per l'assistenza sanitaria e igienica, per la protezione nei porti e durante i viaggi e, successivamente, anche per la tutela giuridica dell'emigrazione e la disciplina degli arruolamenti per l'estero.

Assistita, organizzata e diretta laddove maggiori fossero le possibilità di occupazione, l'emigrazione italiana, per quanto con andamento irregolare dovuto alle crisi attraversate dai paesi di destinazione, tende ad aumentare, nei primi anni del secolo XX. La media annua nel 1901-13 sale a 626.000 emigranti e il rapporto con la popolazione del regno, nel 1913 tocca i 2.500 emigranti per ogni 100.000 abitanti, pari a un quarantesimo circa dell'intera popolazione.

E' soprattutto l'emigrazione dall'Italia meridionale e insulare che si sviluppa, giungendo a sorpassare quella dell'Italia settentrionale: 46% contro 41% dell'Italia settentrionale e 13% della centrale, su un totale di più di 8 milioni del periodo 1901-13. Ciò spiega anche l'assoluto prevalere, nel periodo, dell'emigrazione transoceanica sulla continentale (il 58,2% contro il 41,8%). Gli emigrati dall'Italia meridionale, prevalentemente addetti all'agricoltura e braccianti, costretti all'espatrio dalla povertà dei loro paesi erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro e anche a stabilirsi definitivamente all'estero, nelle terre d'oltremare, mentre l'emigrazione dall'Italia settentrionale, più altamente qualificata e, in genere temporanea, era per lo più assorbita da paesi europei.

Tra i paesi di destinazione dell'emigrazione continentale, la Svizzera passò al primo posto superando la Germania, l'Austria e la stessa Francia. Nell'emigrazione verso paesi d'oltremare si accentuò invece il primato degli Stati Uniti, dove si diressero, dal 1901 al 1913, oltre 3 milioni di italiani, contro i 951.000 dell'Argentina e i 393.000 del Brasile. Gli alti salari offerti al mercato nordamericano, la diminuzione delle terre libere nei paesi dell'America Meridionale, la maggiore facilità e rapidità di guadagni, consentita dalla grande industria degli Stati Uniti, concorsero a dirottare il flusso dell'emigrazione dall'Italia.

Il venire meno del vincolo fondiario, che lega l'emigrato al paese d'arrivo, e il diminuito costo dei trasporti favorirono una minore durata dell'espatrio e molti lavoratori decisero di investire i loro risparmi in Italia, prevalentemente in acquisto di terre o nella casa di proprietà . Questo carattere temporaneo, che già era dominante nell'emigrazione continentale e che cominciava ad estendersi a parte dell'emigrazione transoceanica, si ripercuote beneficamente sull'economia italiana, sia perché gli emigrati tornano, in genere con accresciute capacità di lavoro e di iniziativa e muniti di capitali accumulati all'estero, sia perché, contando di rientrare in patria, molti emigranti vi lasciavano le loro famiglie e ad esse provvedevano durante l'espatrio con l'invio di rimesse, quelle rimesse che contribuirono attivamente al saldo della bilancia dei pagamenti dell'Italia con l'estero.

L'emigrazione italiana negli ultimi anni dell'anteguerra era ben diversa da quella dell'ultimo venticinquennio del secolo XIX. Non si trattava più di masse prive di appoggio, emigranti alla ventura in cerca di lavoro, ma di masse guidate e assistite, e capaci a loro volta di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche e sociali della patria. L'emigrazione, ritenuta inscindibilmente connessa alla struttura economica del paese e al ritmo di accrescimento della sua popolazione, fu largamente incoraggiata e protetta.

Emigrazione per aree di provenienza
Verso l'Europa e il Bacino Mediterraneo (dal 1876 al 1900)
Aree di provenienza
1876-80
1881-85
1886-90
1891-95
1896-00
Piemonte
25053
23812
17060
18150
12413
Liguria
1510
1318
351
248
269
Lombardia
13635
12675
7860
6733
11477
Veneto
27826
35932
48370
67396
92721
Emilia
3738
5117
2981
2994
11279
Toscana
6116
7776
7318
5140
8035
Marche
210
243
140
265
1150
Umbria
25
15
20
54
645
Lazio
48
10
14
15
1034
Abruzzo e molise
281
199
1265
2082
1963
Campania
1955
2708
1900
2645
3115
Puglia
401
451
530
774
955
Basilicata
389
503
783
805
735
Calabria
353
1817
1027
921
1245
Sicilia
642
929
954
772
1341
Sardegna
19
144
121
73
157
Regno
82201
95146
90694
109067
148534
Verso l'Europa e il Bacino Mediterraneo (dal 1901 al 1913)
Aree di provenienza
1901-05
1906-10
1911-12
1913
Piemonte
30132

Liguria
1130

Lombardia
34320

Veneto
93175

Emilia
23652

Toscana
19348

Marche
6672

Umbria
4799

Lazio
1142

Abruzzo e molise
7403

Campania
6765

Puglia
3684

Basilicata
480

Calabria
2599

Sicilia
6689

Sardegna
2818

Regno
244808

Testimonianze
Nemico solidale
(Inviato da Pino Ulivi)

Nel 1944, assieme a mia mamma, mio fratello e alle mie due sorelle, fuggimmo da Ancona (quasi totalmente distrutta) per Santa Sofia (provincia de Forlì), una cittadina dell'interno dove pensavamo di essere al sicuro dagli effetti devastatori della guerra. Purtroppo la cittadina fu attraversata dal fronte e testimoniò, tra l'altro, numerose e intense battaglie eroiche da parte della resistenza partigiana. In una notte orribile, in cui la città stava subindo intensi bombardamenti, la mia sorellina minore (8 anni) ebbe un fortissimo attaco di appendicite acuta. Gridava tanto che ancor oggi ricordo le sue grida di dolore e sofferenza. Nessuno di noi sapeva cosa fare, quando d'improvviso apparve il Maggiore Medico tedesco che occupava una stanza della nostra casa per imposizione del comando, e che ebbe l'iniziativa di avvolgere mia sorella in una coperta e di levarla all'ospedale (che si trovava a circa due chilometri di distanza) a piedi e sotto una intensa pioggia di bombe che cadevano um po' dappertutto. Arrivato all'ospedale, i pochi medici que si trovavano là rifiutarono di riceverla a causa delle condizioni precarie dovute al bombardamento. Il Maggiore, sebbene il suo grado imponesse una certa autorità, arrivò a minacciarli con la pistola per obbligarli ad effettuare la chirurgia anche in quelle condizioni perchè mia sorella già stava morendo. In seguito egli ci disse che per tutto il tempo pensò que poteva trattarsi della propria figlia (che aveva la stessa età di mia sorella) e che, se lei si trovasse nelle stesse condizioni, egli sperava che incontrasse qualcuno, anche se "nemico" per soccorrerla. Mia sorella, Anna Maria, oggi gode di buona salute grazie al sentimento di amore e solidarietà che dimostrò il Maggiore, anche se nemico, in quel momento di afflizione della mia famiglia.

Semplicemente una storia reale
(inviata da Luiz Teixeira da Silva)

Alessandro Del Fiume era un cittadino italiano nato nella bella città rinascimentale di Firenze nel 1871. Già quarantenne apparve qui in Lavras all'inizio dell'anno 1911. Era um artigiano specialista nella confezione di fiori di carta e di vari tipi di tessuto. Annunciava, atraverso dei bollettini, un processo moderno di fabbricazione da lui patentato in vari paesi d'Europa, in Argentina ed in Brasile. Prometteva insegnare in 5 giorni per 80.000 réis (moneta in vigore all'epoca) pagabili solo alla fine del corso. Chi non apprendesse non pagherebbe. Aveva una ricca documentazione che lo raccomandava come un cittadino retto e degno di frequentare qualsiasi residenza o istituzione per insegnare la sua arte alle signore e signorine.

Fu contrattato per un determinato periodo dal Colégio Nossa Senhora de Lourdes per insegnare alle alunne interne ed esterne. Nel collegio fece amicizia con mia nonna che era italiana e lavorava nella lavanderia. Conversavano nella loro lingua madre. Un certo giorno, sempre nel 1911, Alessandro passò per la via Das Flores, oggi via Saturnino de Pádua, dove risiedeva mia nonna. In quel tempo questa via era l'ultima della zona Est della città. Da lí in avanti c'erano soltanto cammini per Baunilha e per la Mata da Prudente. Alessandro aveva con sè una borsa con alcune bottiglie piene. Salutò mia nonna, scambiarono alcune parole di circostanza in italiano e presto si accomiatarono. Alessandro scese la via del Ponte, oggi via Benedito Valadares, attraversò il canale della Santa Casa, salì la collina, attraversò il ponte di legno sopra l'antica ferrovia della EFOM, salì ancora alcuni metri e si sedette in una protuberanza della scarpata a destra. Prese le bottiglie che contenevano cherosene e con questo liquido infiammabile inzuppò tutti i vestiti che aveva addosso. Accese un fiammifero! Morì carbonizzato sul posto. Persone caritatevoli misero una croce di legno sul posto che restò conosciuta come la Croce del Fioraio.

Nacqui undici anni dopo, nel 1922. Siccome l'argomento durò molto tempo io, adolescente, ancora ascoltavo casi di storie di fantasmi che succedevano lì. Un chiarore era visto di notte e perseguitava chi si azzardasse a mettere i piedi in quel luogo. Mia nonna diceva: "Poverino, è stata una passione per una bellezza già compromessa con un altro". La città si sviluppò anche da quel lato e a poco a poco la regione perse il suo carattere al punto che, dovuto all'agglomerato di abitazioni, il fantasma sentì che la sua intimità era invadita e scomparve. Il luogo dove la croce era sempre stata, è ancora là, coperto di arbusti. Se le persone vi si inoltrassero, sarebbe ancora possibile incontrare alcuni vestigi, poichè attorno alla croce c'erano sempre alcuni resti di immagini rotte. Vecchi abitanti della regione si ricordano ancora di quando erano perseguitati dall'anima dell'italiano.

Non so perché, ma da un tempo in quà, quel fatto ogni tanto mi torna alla memoria. Io ho sempre saputo che Alessandro ha lasciato un diario e che questo diario è sempre stato con il Bi Moreira. Cosa ci poteva essere scritto? Qualcosa da rivelare? Sarei io l'intermediario? Se il diario stava con Bi, certamente ora dovrebbe trovarsi nel Museo fondato e organizzato dall'indimenticabile giornalista. Ho cercato quindi il dedicato Ângelo Delfino, direttore del Museo. In pochi minuti egli incontrò il volume sollecitato, anzi, un volume abbastanza grosso. Emozionato, lo presi in mano. Subito nella prima pagina c'è una foto di Alessandro, il suo nome completo, locale e data di nascita manoscritti. Non è un diario. È un libro di ritagli di giornali e riviste, foglietti annunciando corsi, documenti e foto. Si vede que era un mezzo che gli facilitava le prentazioni dove passava con il proposito di insegnare la sua arte e guadagnare il pane quotidiano.

Ho incontrato più di 350 ritagli di giornali di città di 12 stati brasiliani, dal Rio Grande do Sul, passando per São Paulo, Rio, Minas fino alla Amazonas, e molte volte tornando alle città già visitate anteriormente; 32 fotos di alunne, gruppi di diplomande e saloni di esposizione dei fiori; 5 documenti di autorità e 22 ricordi personali di bellezze dell'epoca. Le esposizioni con i lavori delle diplomande erano sempre in locali nobili come fori, club o collegi di suore, sempre animate da bande di musica. L'album inizia con la data del 1903, che dovrebbe essere l'anno in cui Alessandro venne in Brasile dopo essere passato per l'Argentina. Ho visto vari ritagli di giornali di São Luiz, Maranhão, dove apparve un concorrente spagnolo ed ognuno andava dicendo che era migliore dell'altro. Alessandro, in uno di questi ritagli, sfidava il rivale per una disputa in piazza pubblica per essere giudicati dalla popolazione. Ci furono repliche e ancora repliche, ma non ho incontrato il finale di questa contesa. Curioso: i ritagli che si riferivano a questo argomento sono tutti incollati a testa in giù nell'album. C'é una lunga relazione, in ordine di data, di città dove passò ed insegnò. Si vede che è stato in São João Del Rei dal 5 Gennaio al 3 Febbraio del 1911. Subito dopo arrivò in Lavras, però senza la data del suo arrivo e senza alcun riferimento scritto o stampato circa la sua permanenza ina cittá. Io seppi del suo rapporto con il Colégio N. S. de Lourdes da mia nonna, come ho già affermato sopra.

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Ventotto miliardi e mezzo di dollari le rimesse degli emigranti negli ultimi trent’anni del secolo appena finito

ROMA - Le rimesse che i nostri connazionali emigrati hanno negli anni rinviato in Italia, il loro ammontare scandito per decenni, i Paesi di provenienza e le Regioni di arrivo: è uno dei temi trattati dal primo "Rapporto sugli Italiani nel Mondo" della Fondazione Migrantes presentato la scorsa settimana a Roma. Che quello delle rimesse sia un tema centrale non solo per l’Italia, ma nel mondo lo confermano le stime della Banca Mondiale che, si legge nel rapporto, nel 2005 hanno toccato i 175 miliardi di dollari.

Storicamente, nel nostro Paese, che ha una storia più che centenaria di emigrazione, le rimesse, soprattutto nel periodo della ricostruzione postbellica, sono state inserite tra i fattori di sviluppo di una nazione in ripresa. Con il conseguimento dello sviluppo industriale, la loro rilevanza per l'economia nazionale ha cominciato a diminuire, anche se è rimasta significativa ancora per diversi anni. Fino agli albori del nuovo secolo, in cui, diventato paese di immigrazione, l’Italia ha per la prima volta visto diminuire le rimesse in entrata a favore di quelle in uscita.

A cavallo dei secolo scorsi (fine ‘800 - inizio ‘900), anni della cosiddetta grande emigrazione, le rimesse si stabilizzarono sopra il 10% delle entrate della bilancia dei pagamenti. Allora, prosegue il Rapporto, era la Sicilia la prima regione di destinazione, seguita dal Veneto. Il primo utilizzo delle rimesse fu per il pagamento dei debiti, a cominciare da quelli contratti per affrontare il progetto migratorio, ma anche per il miglioramento delle condizioni di vita, dalle abitudini alimentari all'abbigliamento, dagli attrezzi del lavoro artigianale all'abitabilità delle case.

Gli italiani continuarono ad emigrare soprattutto tra le due guerre mondiali fino a quando gli Stati Uniti, parliamo degli anni dal 1921 al 1924, non adottarono misure restrittive in materia. Ma, nonostante questo, hanno rilevato dalla Migrantes, le rimesse non diminuirono. Anzi, il 1924 fu l’anno record per ingressi di valuta da lavoro migrante, che arrivò a coprire quasi il 30% delle entrate della bilancia dei pagamenti, e che continuò per altri due anni quasi agli stessi livelli.

Poi ci fu la grande crisi del 1929 e poi, ancora, la seconda guerra mondiale e le rimesse tornarono ai livelli di inizio secolo.

Con gli Usa che limitavano l’ingresso di nuovi migranti, gli italiani, dopo il conflitto mondiale, ripartirono in massa e lasciarono il Bel Paese alla volta del Sud America, del Canada, dell’Australia e della solita, più accessibile, almeno geograficamente, Europa.
Questa ripresa dell'emigrazione, si legge ancora nel Rapporto della Migrantes, ha comportato una risalita dell'afflusso delle rimesse. In valore assoluto dal 1947 al 1970 i migranti inviarono oltre 10 miliardi di dollari, di cui quasi 8 dal 1961 al 1970. Le ragioni della continua crescita delle rimesse, anche in presenza di un calo degli espatri, alla fine degli anni Sessanta va spiegata con l'incremento dei salari, la rivalutazione delle monete estere, in particolare il marco tedesco, e la maggiore circolazione dei lavoratori, con più frequenti contatti con le famiglie.

Quanto ai Paesi di partenza di questo flusso di denaro, il Rapporto evidenzia come oltre il 60% proveniva dai paesi europei, di cui metà soltanto dalla Germania e il 15% dalla Svizzera. Un quarto delle rimesse aveva invece origine dall'America del Nord, in gran parte dagli Stati Uniti. Un calcolo delle rimesse pro capite, utile per avere un'idea approssimativa delle tendenze degli emigrati al risparmio, vedeva al primo posto la Germania, seguita dagli Stati Uniti, e poi la Svizzera, il Regno Unito, il Canada e l'Australia. Naturalmente, precisano dalla Migrantes, si tratta di un dato piuttosto impreciso, dal momento che non tiene in sufficiente conto la diversità delle comunità italiane all'estero.

Alla metà degli anni 60 la destinazione principale di questi soldi era il Sud Italia, seguito dal Nord e dal centro. Nel 1970 era la Sicilia la prima regione beneficiaria di rimesse, con il 16,2%, seguita dal Veneto (10,6%), la Campania (9,8%) e l'Abruzzo (9,7%).

Quanto all’incidenza delle rimesse sulla bilancia dei pagamenti del Paese, anche se non si arrivò più ai livelli degli anni ‘20, per tutti gli anni Cinquanta le rimesse oscillarono tra il 5% e il 6 % delle entrate e si mantennero sopra il 7% dal 1958 al 1967, per scendere poi sotto il 6% nel 1970.

28,5 miliardi di dollari: questo, secondo un’indagine del Cespi, l’ammontare delle rimesse che entrarono nel Paese tra il 1970 e il 1999. Una cifra che ha collocato l’Italia al decimo posto nella classifica di nazioni di emigrazione. E se nel 1985 i nostri connazionali all’estero versavano 5.420 miliardi di lire, è nel 1990 che le rimesse cominciano a scendere, tanto che nel 1999 l’Italia cala al trentesimo posto della classifica delle nazioni per rimesse. Il dato interessante, sottolineano dalla Migrantes, è che se il calo definitivo degli espatri viene individuato a metà anni '7O, quello delle rimesse avviene con un ritardo di circa dieci anni.

Insieme al calo assoluto, diminuisce considerevolmente anche l'incidenza delle rimesse sulle entrate correnti della bilancia dei pagamenti, che scende a metà anni Novanta sotto 1'1 %.
Quanto alla destinazione se nel lungo periodo le regioni "classiche" rimangono ai primi posti (Sicilia e Campania in testa) è anche vero che avviene un rimescolamento nella graduatoria. In particolare, si legge nel Rapporto, negli anni ‘90 il Lazio passa in testa alla graduatoria, confermandosi anche nel 2000. Rilevante inoltre l'incremento percentuale delle rimesse in Lombardia. Oltre a un possibile effetto di migrazione interna, questi cambiamenti vanno probabilmente spiegati con l'utilizzo da parte degli istituti bancari di sedi centrali situate in città importanti come Roma e Milano per operazioni relative ai trasferimenti dall'estero.

Come accennato, negli ultimi trenta anni i cambiamenti socio economici hanno reso l’Italia un Paese di immigrazione: ma è solo nel 1998, cioè 20 anni dopo il declino definitivo dell’emigrazione italiana, che le rimesse in uscita superano quelle in entrata.

Nel Rapporto della Migrantes non manca il paragrafo dedicato agli ultimi 5 anni, dal 200 al 2005, un periodo in cui sostanzialmente è stato confermato la tendenza a un calo delle rimesse iniziato negli anni Novanta. Calo anche abbastanza rilevante se è vero che le rimesse nel 2005 sono calate del 40% rispetto al 2000. Rispetto a cinque anni fa, il calo più vistoso viene registrato nella Germania (meno 59%) e nella Svizzera (meno 54%), due tra i paesi più importanti di origine delle rimesse. In Europa tengono invece la Francia e l'Inghilterra, che fa rilevare un miglioramento del 18%. Fuori dell'Europa si constata la sostanziale tenuta del Canada, che si mantiene nella media decennale, mentre si registra un calo vistoso delle rimesse dagli Stati Uniti (meno 63% rispetto al 2000). Il calo dall'Argentina (meno 78%) si spiega anche con altre ragioni, in particolare la grave crisi finanziaria in cui il paese è precipitato qualche anno fa.

Nella graduatoria per nazioni "di partenza" delle rimesse, le prime cinque nel 2005 sono rimaste le stesse del 1995, ma con variazioni di ordine: invece della Svizzera, sono gli Stati Uniti al primo posto, seguiti da Regno Unito e Francia, mentre Svizzera e Germania sono passate al quarto e quinto posto. Le prime dieci, che includono anche Lussemburgo, Belgio, Canada, Olanda e Australia, abbracciano 1'85% delle rimesse. In questo, non vi è sostanziale variazione con il 1995, dove le prime dieci nazioni originavano 1'87% delle rimesse.

Per quanto riguarda la distribuzione per regioni, la tendenza iniziata negli anni Novanta appare in modo ancora più nitido dopo il 2000. Si tratta della tendenza delle banche a utilizzare determinati istituti collocati in sedi metropolitane per i trasferimenti dall'estero. È solo in questo modo, spiegano gli autori del Rapporto, che si può spiegare l'improvviso balzo della Lombardia al primo posto, con quasi il 21% delle rimesse, mentre molte altre regioni, soprattutto quelle del Sud, sono in calo, e diminuisce anche il Lazio dal 13 all'8%, che per la stessa ragione era balzato al primo posto nel 2000.

Secondo i dati raccolti dalla Migrantes nell’intento di dare un quadro complessivo della situazione, dal 1970 al 2005 il 43,6% delle rimesse ha raggiunto le regioni del Nord, il 20,1% il Centro, il 24,6% il Sud e l’11,7% le Isole. Se nel Nord, per le ragioni su esposte, è la Lombardia a far la parte del leone, come al Centro è il Lazio, al Sud negli anni considerati è la Puglia al primo posto, mentre nel testa a testa tra Sicilia e Sardegna, al prima batte la seconda con il suo 9,7% sull’11% totale. (m.c.\aise)
http://www.lagazzettadelsudafrica.net/Articoli/2006/Ottobre%202006/Art_131006_2.htm



PREMESSA AL PERCORSO

I dati relativi ai movimenti migratori degli italiani all'estero, prima del 1860, sono quasi inesistenti. Dopo questa data, la neonata Italia Unita, comincia a valutare il fenomeno dell'emigrazione della popolazione italiana all'estero, sia in relazione alle dimensioni considerevoli che di anno in anno stava assumendo, ma anche per censire, in qualche modo, il grande esodo di manodopera cui l'Italia assisteva impotente, e per valutare il flusso di denaro, che i lavoratori italiani all'estero mandavano ai loro congiunti rimasti in Italia. In poche parole, se per un verso, questa situazione era vantaggiosa per l'Italia, dall'altro contribuiva ad impoverire le risorse umane e professionali di cui l'Italia aveva bisogno. Il censimento generale del 1861, accertò l'esistenza di colonie italiane, già abbastanza numerose, sia nei Paesi di Europa e del bacino mediterraneo sia nelle due Americhe, infatti dai dati emerge la seguente situazione: Francia, 77.000; Germania, 14.000; Svizzera, 14.000; Alessandria d'Egitto, 12.000; Tunisi, 6.000; Stati Uniti, 500.000; Resto delle Americhe, 500.000. Prima del 1976, anno in cui, sotto la guida di L. Bodio, s'iniziò a rilevare con regolarità l'immigrazione italiana, riuscendo ad ottenere cifre più sicure e comparabili fra loro, il flusso migratorio mostrava già i lineamenti di un fenomeno di massa. Stava assumendo dimensioni annue di consistente entità, infatti già intorno al quinquennio, precedente questa data, cioè dal 1869 al 1875, la media delle emigrazioni si aggirava intorno alla cifra, record per quel tempo, di 123.000 unità. In questo periodo, però, l'emigrazione italiana appare ancora disorganizzata e sporadica, e mantiene questo carattere, con una media di 135.000 emigrati, diretti in prevalenza verso Paesi europei e mediterranei, fino alla prima metà degli anni 1880; dal 1887, a causa del notevole incremento dell'offerta di lavoro del mercato americano, si sviluppa rapidamente l'emigrazione transoceanica e, si determina così, un raddoppio della media annua complessiva, che passa.a.269.000.unità (periodo.1887-900). Per quanto riguarda le destinazioni privilegiate dall'emigrazione continentale, è la Francia, seguita a una certa distanza dall'Austria, dalla Germania e dalla Svizzera, che tiene sempre il primo posto tra i Paesi europei durante questo primo quarto di secolo; l'Argentina e il Brasile, invece, che assorbivano la maggior parte dell'emigrazione transoceanica nei primi venti anni, vedono rapidamente svanire il loro primato, a causa del repentino incremento dell'immigrazione negli Stati Uniti, avvenuto verso la fine del secolo.

Gli emigranti italiani che lasciavano l'Italia fra la fine dell'800 e l'inizio del '900, facevano il viaggio in condizioni terribili, ammassati nelle cabine di terza classe dei transatlantici, che partivano dai maggiori porti italiani.

Per una maggiore comprensione dell'incremento dell'emigrazione transoceanica, in valori assoluti e nei confronti di quella continentale (da 18,25% dell'emigrazione complessiva nel 1876 a 47,20% nel 1900), e dello spostamento della sua direzione dall'America meridionale a quella settentrionale, è utile ora mettere in relazione questi dati, sia con le mutate condizioni del mercato del lavoro nei paesi americani, sia con la diversa partecipazione delle varie regioni d'Italia all'espatrio. Nei primi anni del Regno, maggiormente colpiti dal fenomeno dell'emigrazione, furono gli abitanti delle regioni settentrionali, socialmente più progredite e con popolazione più numerosa; nelle regioni meridionali, meno densamente popolate, il fenomeno fu per lungo tempo irrilevante, a causa del loro isolamento, della scarsezza di mezzi di trasporto, di vie comunicazione e dell'ignoranza. Questa situazione di arretratezza e di estraniamento dalla vita del resto del Paese, continuò per lungo tempo, e senza ombra di dubbio, si può considerare come il residuo dei passati regimi, ma anche del tradizionale attaccamento alla terra e alla casa e di minori necessità economiche, derivanti da una vita esclusivamente agricola e patriarcale. In pochi decenni, però, il rapporto si invertì, sia a causa dell'intenso ritmo di accrescimento demografico, sia per le poco floride condizioni economiche (in parte dovute alla tariffa protezionistica dell'87, che sacrificò l'agricoltura all'industria), che non permettevano di assorbire l'eccesso di manodopera. Negli ultimi anni del secolo XIX, la quota fornita all'emigrazione complessiva dall'Italia settentrionale diminuì (da 86,7% nel 1876 a 49,9% nel 1900) mentre crescevano quella dell'Italia meridionale e insulare (da.6,6%.a.40,1%) e dell'Italia centrale (da.6,7.a.10%). L'analisi e il controllo del fenomeno, in questo periodo iniziale, furono trascurati, infatti, la sola legge varata dal Parlamento fu la n. 5877 del 30 dicembre 1888, che peraltro si limitava a sancire quasi esclusivamente norme comportamentali. Tale legge affidava alla polizia, il controllo per arginare il fenomeno dei molteplici abusi, ad opera di chi si occupava di reclutare manodopera a basso costo. La situazione migliorò e i soprusi degli speculatori cessarono, solamente quando fu approvata una legge organica dell'emigrazione e fu creato un organo tecnico specifico per l'applicazione della legge stessa: furono abolite le agenzie e sub agenzie; il trasporto fu consentito solo sotto l'osservanza di determinate cautele e garanzie; si crearono organi pubblici, per fornire le necessarie informazioni ai desiderosi di espatrio; si stabilirono norme per l'assistenza sanitaria e igienica, per la protezione nei porti e durante i viaggi e, successivamente, anche per la tutela giuridica dell'emigrazione e la disciplina degli arruolamenti per l'estero. Assistita, organizzata e diretta laddove maggiori fossero le possibilità di occupazione, l'emigrazione italiana, per quanto con andamento irregolare dovuto alle crisi attraversate dai Paesi di destinazione, tende ad aumentare nei primi anni del secolo XX; la media annua nel 1901-13 sale a 626.000 emigranti e il rapporto con la popolazione del regno, nel 1913, tocca i 2.500 emigranti per ogni 100.000 abitanti, pari a un quarantesimo circa dell'intera popolazione. E' soprattutto l'emigrazione dall'Italia meridionale e insulare che si sviluppa, raggiungendo livelli nettamente superiori rispetto a quelli dell'Italia settentrionale: 46% contro 41% dell'Italia settentrionale e 13% della centrale, su un totale di più di 8 milioni del periodo 1901-13. Ciò spiega anche l'assoluto prevalere, nel periodo, dell'emigrazione transoceanica sulla continentale (il 58,2% contro il 41,8%). Gli emigrati dall'Italia meridionale, prevalentemente addetti all'agricoltura e braccianti, costretti all'espatrio dalla povertà dei loro Paesi erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro e anche a stabilirsi definitivamente all'estero, nelle terre d'oltremare; al contrario, l'emigrazione dall'Italia settentrionale, più altamente qualificata e, in genere temporanea, era per lo più assorbita da Paesi europei. Tra i Paesi di destinazione dell'emigrazione continentale, la Svizzera passò al primo posto superando la Germania, l'Austria e la stessa Francia; nell'emigrazione verso Paesi d'oltremare si accentuò invece il primato degli Stati Uniti, dove si diressero, dal 1901 al 1913, oltre 3 milioni di italiani, contro i 951.000 dell'Argentina e i 393.000 del Brasile. Gli alti salari offerti al mercato nordamericano, la diminuzione delle terre libere nei Paesi dell'America Meridionale, la maggiore facilità e rapidità di guadagni, consentita dalla grande industria degli Stati Uniti, concorsero a dirottare il flusso dell'emigrazione dall'Italia. Il venire meno del vincolo fondiario, che lega l'emigrato al paese d'arrivo, e il diminuito costo dei trasporti favorirono una minore durata dell'espatrio: molti lavoratori decisero di investire i loro risparmi in Italia, prevalentemente in acquisto di terre o nella casa di proprietà. Questo carattere temporaneo, che già era dominante nell'emigrazione continentale e che cominciava ad estendersi a parte dell'emigrazione transoceanica, si ripercuote beneficamente sull'economia italiana, sia perché gli emigrati tornano, in genere con accresciute capacità di lavoro e di iniziativa e muniti di capitali accumulati all'estero, sia perché, contando di rientrare in patria, molti emigranti vi lasciavano le loro famiglie e ad esse provvedevano durante l'espatrio con l'invio di rimesse, quelle rimesse che contribuirono attivamente al saldo della bilancia dei pagamenti dell'Italia con l'estero. L'emigrazione italiana negli ultimi anni dell'anteguerra era ben diversa da quella degli ultimi vent'anni del XIX secolo. Non si trattava più di masse prive di appoggio, emigranti alla ventura in cerca di lavoro, ma di masse guidate e assistite, e capaci alla loro volta di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche e sociali della patria. L'emigrazione, ritenuta inscindibilmente connessa alla struttura economica del Paese e al ritmo di accrescimento della sua popolazione, fu largamente incoraggiata e protetta.
http://www.brigantaggio.net/brigantaggio/Documenti/Emigrazione/Emigrazione6.htm

IL GRANDE ESODO VERSO GLI STATI UNITI

di: Arrigo PETACCO - da: Storia Illustrata n. 370, 1988



Mamma mia dammi cento lire, che in America voglio andar... Imploravano una volta i giovanotti meridionali sull'aire di una canzone allora molto in voga. In quegli anni, infatti siamo negli ultimi due decenni del secolo scorso - per le genti del sud italiano - l'America assunse un significato particolare. Più che un luogo geografico rappresentava un sogno. E moltissimi italiani inseguirono questo sogno convinti che sarebbe stato molto facile realizzarlo.

Il ponte di Brooklyn a New York nei primi del novecento

Mai come in quegli anni si assistette ad un simile esodo dalle regioni meridionali della nostra penisola. Come un contagio, la voglia di migrare colpì un po' tutti, uomini e donne, grandi e piccini. Affascinate dal "sogno" (ma anche perché deluse dall'unità nazionale che le aveva vieppiù impoverite) intere popolazioni lasciarono i loro villaggi per affrontare la grande avventura. Gente che non si era mai allontanata, se non di pochi chilometri, dal campanile del paese, affrontò gli oceani per raggiungere la terra sognata. Una delegazione governativa americana che in quegli anni visitò l'Italia, si sentì accogliere dal sindaco di un paese abruzzese con queste parole: "Vi dò il benvenuto a nome di tutti i seimila abitanti della nostra città: tremila di essi sono già in Arnerica e gli altri si accingono a partire". Inutile precisare a questo punto che l'America sognata non era il continente americano, bensì gli Stati Uniti o, meglio ancora, New York e dintorni. Infatti, la stragrande maggioranza dei quattro o cinque milioni di meridionali che varcarono l'Atlantico a partire dal 1880 si fermò nella nascente metropoli americana, o negli immediati dintorni, e vi si stabilì definitivamente. Salo naturalmente quelli - circa la metà - che preferirono rientrare in patria appena messo da parte il gruzzolo necessario per acquistare la casa e il podere. Perché questa massa di gente si fermò a New York, invece di proseguire verso la cosiddetta "Nuova Frontiera", ossia il West, più ricco di opportunità, lo vedremo in seguito. Sostiamo per il momento al capolinea di quella marea umana che un viavai ininterrotto di bastimenti vomitava sui moli. Nel giro di pochi anni New York diventò la "città italiana" più popolosa dopo Napoli. La "Little Italy", come venne subito chiamato il quartiere abitato dagli italiani, contava intatti circa 600.000 abitanti. Inutile dire che questa massa enorme di nuovi arrivati non mancò di creare problemi gravissimi. Se infatti la città aveva gran bisogno di braccia a buon mercato per scavare tunnel o per elevare grattacieli, nel contempo non era assolutamente attrezzata per accogliere i nuovi ospiti. Di conseguenza, il primo impatto dei nostri emigianti con la terra sognata fu molto duro.

Completamente impreparati ad affrontare il nuovo ambiente, resi ciechi, sordi e muti dall'incapacità di esprimersi in inglese, i nuovi arrivati si trovarono subito alla mercè di connazionali senza scrupoli che specularono sulla loro pelle ora truffandoli vergognosamente, ora "affittandoli" a questa o quell'impresa edile per malpagati lavori di pick and shovel, di picco e pala. L'impossibilità di comunicare con gli altri li costrinse anche a raggrupparsi fra loro fino a dare vita a dei ghetti le cui condizioni di vita sono difficilmente descrivibili. A New York, per esempio, l'oltre mezzo milione di italiani che vi si insediò scelse di stabilirsi nei decrepiti edifici di legno, abbandonati da tempo dai precedenti abitanti, che si allungavano a ridosso del ponte di Brooklyn. Questo improvviso affollamento della zona fece naturalmente la fortuna dei padroni di case, ma trasformò quel quartiere in un formicaio dove la miseria, la delinquenza, l'ignoranza e la sporcizia erano gli elementi dominanti. I resoconti dei visitatori che soggiornarono a quell'epoca nella Little Italy offrono un quadro agghiacciante della situazione. Il commediografo Giuseppe Giacosa, che vi abitò nel 1898, ha scritto: "E' impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità fetente, l'ingombro, il disordine di quella zona". Questo era l'ambiente in cui centinaia di migliaia di nostri connazionali si erano trasferiti inseguendo il sogno di far fortuna. Un agglomerato di gruppi regionali diversi dove ogni domenica si festeggiava qualche santo patrono, dove riecheggiavano grida in tutti i dialetti del sud italiano, ma dove non si udiva quasi mai una parola inglese. Un formicaio in continuo movimento, dove i pedoni dovevano essere sempre pronti a scansare le docce di rifiuti che piovevano dalle finestre, dove oltre cinquemila carretti a mano si aggiravano per le strade fangose vendendo di tutto: dai lacci da scarpe ai provoloni. Questa era la sognata America che veniva incontro ai nostri emigranti appena sbarcati o appena rilasciati dai Lager di Ellis Island dove venivano internati prima di ricevere il permesso ufficiale d'ingresso nel Paese. Dimenticati dal loro governo, che si limitava a rallegrarsi per "l'attivo" della bilancia dei pagamenti favorito dalla politica "dell'esportazione delle braccia", snobbati dagli aristocratici diplomatici che quasi si vergognavano di rappresentarli, questi nostri sfortunati connazionali finirono ben presto per ritrovarsi, come al paese d'origine, alla mercé degli speculatori e dei malviventi. E' infatti inutile dire che questi ghetti italiani, formatisi a New York e nelle altre città della costa orientale, rappresentarono quasi subito un grosso problema per la polizia americana. In questi ghetti, infatti, centinaia di malviventi mafiosi, approdati tranquillamente in America grazie alla facilità con cui i governi liberali italiani distribuivano i passaporti per liberarsi di affamati e di "pecore nere", come li chiamava Giolitti, trovarono subito il terreno adatto per trapiantarvi i loro illeciti sistemi. Incapace di comprendere la lingua e gli usi dei nuovi ospiti, la polizia americana si limitò da parte sua a circondare simbolicamente i ghetti con un cordone sanitario, lasciando praticamente liberi i pochi malviventi italiani di taglieggiare la moltitudine onesta e pacifica dei loro connazionali. Insomma: che gli italiani se la sbrigassero pure fra di loro. L'importante era impedire che i loro sistemi sconfinassero nelle zone più civili della città. Per giunta, gli emigranti italiani trovarono in America un ambiente decisamente ostile. Furono subito gratificati con ogni sorta di nomignoli spregiativi. I più diffusi ancora in uso sono Guinea, Wop e Dago. Ricostruire l'etimologia di questi nomi è molto complesso e sono state avanzate le ipotesi più diverse. Guinea è quello di origine più recente: a meno che non si volesse fare riferimento al fatto che molti italiani del sud venivano considerati "non bianchi". L'origine di Wop ha due spiegazioni: chi vuole che sia una deformazione fonetica di "guappo" (Wop si pronuncia e chi sostiene che sia semplicemente una sigla, WOP infatti significava without official permission (senza permesso ufficiale) ed era una sorta di marchio d'infamia che veniva stampigliato con tale sigla accanto al nome dei clandestini o degli stranieri indesiderabili. Dago è invece di origine incerta. E' una deformazione di Diego, nome molto diffuso tra gli spagnoli, assieme ai quali gli italiani vengono accomunati.

In questo clima, gli italiani spesso furono costretti a subire le prepotenze di gangsters irlandesi o ebrei che agivano sotto lo sguardo sornione di poliziotti che erano pure irlandesi o ebrei. La polizia di New York, in quegli anni, era infatti costituita dai rappresentanti dei due gruppi ex etnici coi quali gli immigrati italiani appena giunti a New York vennero a diretto contatto. E vale la pena di sottolineare che per i nostri immigrati l'America di quegli anni era popolata "soltanto" da irlandesi ed ebrei. Tanto è vero che a "Litile Italy" si usava dire dell'America: "Gli italiani l'hanno scoperta, gli irlandesi la governano e gli ebrei la comandano". In realtà, a governare e a comandare l'America erano i Wasp, i White Anglo Saxon Protestant, i bianchi anglosassoni, protestanti, ossia il gruppo etnico più numeroso e più potente del Paese, ma questo gli italiani non lo sapevano: essi dovevano fare i conti col poliziotto ebreo o irlandese o col gangster ebreo o irlandese, e questa era per loro l'America. Un'America amara. Tanto amara che, come scrisse Giuseppe Prezzolini, soltanto i santi potevano resistere alla tentazione di farsi a loro volta gangsters o amici dei gangsters. Indubbiamente si tratta di un paradosso, ma non del tutto infondato. D'altra parte è risaputo che la mafia americana nacque qui, in questi ghetti, inserendosi abilmente nel vuoto lasciato dall'assenza delle leggi e da chi avrebbe dovuto farle rispettare. Fu proprio l'apparizione spesso clamorosa di questi focolai di malvivenza italiana ad accrescere la diffidenza e l'ostilità degli americani verso i nuovi venuti. L'opinione pubblica, solita a fare di ogni erba un fascio, finì ben presto per considerare tutti gli italiani dei potenziali malviventi o comunque gente da tenere alla larga. Fu appunto in questo periodo che si diffuse per l'America l'immagine dell'italiano suonatore d'organetto, piccolo, bruno, di razza incerta, dedito ai lavori più umili e sempre pronto a impugnare il coltello. Quest'immagine durerà molto a lungo e non è ancora del tutto scomparsa. Per esempio, ancora negli anni precedenti la prima guerra mondiale, gli italiani immigrati venivano suddivisi in Northitalian e Southitalian, italiani del nord e italiani del sud, e questi ultimi venivano classificati fra i non bianchi e trattati di conseguenza. Questa diversità di immagine fra italiani del nord e italiani del sud ha delle giustificazioni storiche. Le differenze fra gli emigrati dell'Italia meridionale, rimasti fuori della grande corrente culturale europea e quelli dell'Italia settentrionale, che in tale corrente erano stati immersi, e che erano orgogliosamente consapevoli della parte avuta nell'unificazione del Paese, persistettero in America non meno forti che in Italia. A questo si aggiunga che i piemontesi, i liguri, i lombardi erano arrivati in America molto prima dei calabresi, dei siciliani e dei napoletani. Fino al 1876, per esempio, oltre 1,85 per cento dell'emigrazione italiana complessiva era dato dall'italia del nord. Costoro, quasi tutti operai specializzati se non imprenditori fantasiosi e volenterosi, si erano conquistato stima e prestigio nel Paese ospite sia perché erano pochi (44.000 su 50 milioni al censimento del 1878) e sia perché erano generalmente più colti dell'americano medio. A quei tempi, d'altra parte, il termine racket aveva ancora il suo significato originale di racchetta (assumerà poi il suo attuale significato per assonanza col termine italiano "ricatto" pronunciato alla siciliana) e i vocaboli esotici quale "mafia" o "camorra" neppure figuravano nei più aggiornati dizionari della lingua inglese. Mentre il nome Italia evocava nella mente degli americani soltanto immagini positive: arte, bellezza, Michelangelo, Giuseppe Verdi o Giuseppe Garibaldi...

Le cose cambiarono quando la corrente emigratoria degli italiani del sud andò intensificandosi fino a trasformarsi in una vera e propria ondata. Si pensi che nel periodo di maggiore intensità dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti, ossia fra il 1900 e il 1914, quando circa 3.400.000 persone varcarono l'Oceano, si registra anche il maggior numero di emigrati provenienti dal sud. Ecco alcune cifre significative. Nel 1907 gli Stati Uniti vengono scelti come meta dal 6,1 per cento degli emigranti veneti, dall'11 per certo dei lombardi, dal 78 per cento dei napoletani e dal 75 per cento dei siciliani.

Figli di emigranti in una miniera della Pennsylvania - inizio secolo -

Le prime ostilità fra gli italiani del nord e quelli del sud si registrarono nel campo del lavoro. I primi, più inseriti nel sistema e più politicizzati, aderivano da tempo alle leghe sindacali e spesso ne erano essi stessi gli animatori. I meridionali, invece, più deboli, più indifesi o, peggio ancora, più affamati, erano facile preda degli arruolatori di crimini. Soltanto molti anni dopo, ammaestrati dalle dure esperienze, anche gli italiani del sud parteciperanno attivamente alle lotte sindacali e per l'emancipazione femminile. Non a caso uno slogan diventato famoso: "Vogiiamo pane, ma anche rose", fu scritto per la prima volta su un cartello impugnato da una filandina napoletana durante i terribili scioperi di Lawrence, Massachusetts, del 1912. Ma all'inizio, come si è detto, l'impatto fra italiani del nord già residenti e i nuovi immigrati meridionali fu difficile e sotto ogni aspetto negativo. I primi, infatti, o si isolarono dalla comunità nazionale confluendo in quella americana fino a confondersi con essa, oppure si allontanarono dalla costa occidentale per cercare più a ovest un luogo dove sistemarsi definitivamente. Gli italiani che alla fine del secolo scorso si inoltrarono nel continente fino a raggiungere la costa del Pacifico furono certamente molto meno numerosi di quelli che preferirono fermarsi nei ghetti della costa atlantica. Ma furono i più intraprendenti. A spingerli verso il West influirono certamente motivazioni diverse. Ma è fuor di dubbio che la principale fu la consapevolezza che il West offriva ancora quelle opportunità di affermazione personale e sociale che la costa atlantica ormai satura negava agli ultimi arrivati. Si può anche dire che mentre l'immigrazione italiana sulla costa orientale degli Stati Uniti fu di massa, quella che si spinse oltre le grandi pianure fino alle coste del Pacifico fu individualista ed elitaria. Anche gli storici concordano nel vedere nell'individualismo uno dei caratteri distintivi del West americano, tuttavia oggi la gente cade in errore (grazie ai film abilmente strumentalizzati) immaginando l'abitante del West come un rustico anglo-americano con spalle quadrate, capelli biondi e faccia di Robert Redfort o di Paul Newman. Niente di più falso. Un esame attento delle statistiche demografiche, dei giornali dell'epoca e degli annuari smentisce questa idea preconcetta sull'omogeneità razziale della gente del West. Ci fu, invece, un'importante componente cosmopolita che improntò di sé la vita dei ranch; delle città minerarie e soprattutto di molti accantonamenti ferroviari. Insomma, tutti i villaggi e le nascenti città del West pullulavano di immigrati europei. Anche l'esercito di frontiera non trasgrediva alla regola. Pochi sanno che il famoso 70 cavalleria, oltre che essere costituito da avventurieri o da avanzi di galera, contava un angloamericano, ossia un Wasp, ogni otto soldati. Gli altri sette erano tedeschi, spagnoli, polacchi, italiani. Non mancarono gli italiani neppure fra i cow boys e i pistoleros. Uno di questi diventò anche famoso benché pochi conoscano la sua origine piemontese. Si chiamava Charlie Siringo. Cow boy, pistolero, cacciatore di taglie, Siringo fu uno dei principali collaboratori di quell'Agenzia Pinkerton che dava la caccia ai fuorilegge del West. In particolare, Siringo si distinse nella caccia e nell'uccisione di Butch Cassidy (pare che fosse italiano anche costui) e di Saudance Kid che inseguì per anni fino a raggiungerli nel loro nascondiglio in Sudamerica. Un libro di memorie scritto da Siringo (Texas Cowboy, or Fifteen Years on the Hurricane of a Spanish Pony) ha venduto più di un milione di copie.

Un altro singolare personaggio italiano del West fu suor Blandina Segale, una ragazza ligure, che con altri religiosi opero nel Nuovo Messico. Suor Blandina ha raccontato la sua esperienza nel West selvaggio in un affascinante libro dal titolo At the End of the Santa Fe Trail, dove è fra l'altro narrato il curioso incontro della suora con il sanguinario Bill the Kid, morto a ventun anni con ventun omicidi al suo attivo. Blandina Segale, che si spostava da un capo all'altro del territorio per assistere gli operai italiani che lavoravano alla costruzione della ferrovia, incontrò Bill the Kid fra Trinidad e Santa Fé dove il bandito spadroneggiava. Non fu però un incontro cruento. Ecco come ce lo descrive l'intraprendente suorina: "Riponete le pistole, prego, dissi con un tono di voce che non era né implorante né aggressivo (ai suoi compagni in diligenza, n. d. r.). Le pistole scomparvero Si sentiva lo scalpiccio sordo degli zoccoli di un cavallo che si avvicinava alla portiera. Veniva da dietro e il cavaliere vide anzitutto i due signori che ci sedevano di fronte, ed io potei scorgerlo prima di esserne scorta. Mi tolsi la gran cuffia che portavo in testa, perché potesse vedermi bene e capire che io e la mia compagna eravamo due suore. Quando i nostri sguardi si incrociarono, egli si tolse il cappello a larga tesa facendogli compiere un ampio cerchio, si inchinò dando segno di avere compreso con chi aveva a che fare e, allontanandosi rispettosamente di qualche cosa come tre pertiche, si fermò e ci diede un meraviglioso saggio di maneggio di cavalli bradi. il cavaliere era il famoso Billy te Kid". Ma lasciamo questi casi un po' eccezionali per tornare all'italiano anonimo che rifiutò di fermarsi a New York (dove tutti gli spazi erano già occupati da altre etnie che lo avevano preceduto nel tempo) per spingersi a ovest (quando non proseguì per il Sudamerica) dove lo attendevano certamente maggior rischi ma anche maggiori possibilità di affermazione. L'italiano che si spinse nel West, anche se costituì una sezione minoritaria dell'ondata migratoria, diventò una volta tanto nella sua storia nazionale, un "invasore". Anche se non fu indenne da discriminazioni razziali, anche se gli capitò più volte di sentirsi chiamare Wop o Dago, non si lasciò sfuggire l'occasione di allearsi o di confondersi con gli Wasp nella conquista delle terre che appartenevano agli indiani, come quando occuparono la riserva degli indiani Paiute nel Nevada. Insomma, l'italiano che si spinse nel West riuscì più facilmente di quanti erano rimasti sulla costa orientale ad inserirsi nella nascente società americana Vignaioli, coltivatori, locandieri, minatori, commercianti, gestori di ristoranti - per non citare che alcune delle occupazioni più tipiche degli immigrati italiani - essi furono favorevolmente accolti nella terra in cui avevano scelto di venire a vivere senza essere costretti a chiudersi nei loro ghetti come accadeva nelle città dell'est. I pochi dati statistici conosciuti ci segnalano alcuni aspetti particolari della nostra emigrazione nel West. Per esempio, pare che nel West l'italiano analfabeta fosse un'eccezione, mentre a New York l'analfabetismo fra i nostri connazionali superava il 60 per cento.

Secondo altri dati ufficiali, nel 1901 il 63 per cento degli italiani giunti in California proveniva dall'Italia del nord; tale percentuale salirà al 73 per cento nel 1904. In tutto il West, nel 1901 solo il 2 per cento degli italiani presenti proveniva dall'Italia del sud mentre, in quello stesso anno, gli italiani del sud rappresentavano l'88 per cento degli emigranti che sbarcavano a New York. A circa un secolo da quella grande trasmigrazione, l'immagine dell'italiano in America si è lentamente modificata. oggi si può dire che in America non esistono più "italo-americani", come si usava e ancora si usa dire, ma americani di origine italiana, come ci sono americani di origine irlandese, tedesca o inglese. Il censimento svoltosi nel 1980 negli Stati Uniti ha introdotto per la prima volta una domanda sull'origine etnica degli intervistati. Si trattava di una domanda delicata e complessa che poteva anche non far piacere a quei cittadini che desideravano tenere nascosto il luogo di provenienza della loro famiglia. E infatti su 226 milioni di americani, coloro che hanno risposto al quesito qualificandosi etnicamente sono stati 188 milioni. Di questi, 118 milioni si sono identificati in un singolo gruppo etnico, mentre 70 milioni hanno dichiarato origini miste. Ebbene, gli americani che si sono riconosciuti di origine italiana sono stati 12.180.000, pari al 5,4 per cento del totale degli abitanti. Ciò colloca l'origine italiana al sesto posto negli Stati Uniti dopo l'inglese (50 milioni), la tedesca (49 milioni), l'irlandese (40 milioni), l'africana (21 milioni) e la francese (13 milioni). La cifra, peraltro ragguardevole, di oltre 12 milioni di americani di origine italiana è comunque molto più bassa di quella stimata dagli esperti, che valutano in 25 milioni la consistenza numerica del gruppo etnico italiano. Oggi, nomi italiani abbelliscono gli uffici dei presidenti di società, governatori, senatori e rettori di università. Elencare i nomi dei grandi personaggi americani di origine italiana sarebbe un compito faticoso e forse anche inutile. I figli e i nipoti dei nostri emigrati sono ormai diventati americani a tutti gli effetti. E se non si vergognano più di denunciare la loro origine, si arrabbiano quando qualcuno li definisce italo-americani. Naturalmente l'immagine dell'italiano mafioso o delinquente potenziale, anche se molto diluita, non è purtroppo del tutto scomparsa. Molti pregiudizi sono ancora diffusi contro di loro. Vale la pena di ricordare ciò che disse a proposito degli italiani il presidente Nixon appena pochi anni or sono: "Non sono come noi. La differenza sta nel fatto che hanno un odore diverso, un aspetto diverso, un comportamento diverso. Naturalmente il guaio è che non se ne trova uno solo che sia onesto". Ma vale anche la pena di ricordare che furono due italiani "onesti, il giudice John Sirica e il deputato Peter Rodino, a cacciare con ignominia il presidente Nixon dalla Casa Bianca.

LA CORSA VERSO IL BRASILE E L'ARGENTINA

di: Aurelio LEPRE - da: Storia Illustrata n. 370, 1988



Nella storia degli Stati Uniti, la "frontiera" ha avuto una grande importanza. Sulla "frontiera" i coloni americani hanno affrontato gli indiani e hanno messo a coltura immense estensioni di terre. La "frontiera" per gli americani non è stata una linea di confine, ma il limite mobile della colonizzazione, oltre il quale si aprivano vastissimi territori aperti all'espansione e alla conquista. Anche gli italiani hanno avuto una loro "frontiera" nel corso dell'ottocento: l'hanno avuta nel Sudamerica, dove gli emigrati hanno spesso lavorato e lottato in condizioni analoghe a quelle dei pionieri. I loro indiani sono stati gli Indios.

"Temiamo i selvaggi", scriveva da Urussanga, in Brasile, un emigrato di Belluno ai parenti rimasti in Italia. E raccontava di un giovane che era stato colpito con una freccia da un uomo di alta statura color di rame con lunghi capelli, mentre si stava costruendo una casa in mezzo ai campi di granturco. Anche in seguito i "selvaggi", come scrisse due anni più tardi un altro emigrato, "continuarono a mietere vittime" nella zona. In cambio, c'era terra in abbondanza, quella terra che in Italia era in mano ai "signori". I "signori", per dissuadere i contadini dal partire, dicevano che in America c'erario "le bestie feroci". Ma, in Italia, affermava un emigrato, Vittorio Petrei, le bestie feroci erano proprio loro, i signori. Insistere sugli aspetti avventurosi dell'emigrazione italiana in Sudamerica non significa volerne trascurare gli altri. Non vogliamo fare nemmeno un paragone troppo stretto tra le condizioni di vita dei coloni del Far West e di quelli italiani nelle terre vergini del Sudamerica. In realtà, le condizioni di vita di questi ultimi erano, in generale, molto più dure. Non c'erano nemmeno, come sarà per i pionieri americani, miniere d'oro da scoprire; c'era soltanto la terra da strappare alla foresta vergine e alla prateria. Per raggiungere i lotti assegnati, gli immigrati dovevano camminare per decine di chilometri, con l'intera famiglia, aprendosi faticosamente la strada. Dappertutto spini, piccoli tronchi aguzzi, sporgenti dal terreno, fiumi da passare a guado, pantani, pozzanghere, narrava un colono. I viaggiatori erano tormentati da migliaia di zanzare e moscerini. La sera dormivano in baracche coperte di foglie. Arrivati a destinazione non trovavano né una casa né animali: c'erano soltanto il cielo e la foresta: "mai ci siamo trovati così soli e abbandonati come allora". Le bestie feroci c'erano davvero e la notte si doveva dormire lasciando i fuochi accesi. La durezza delle condizioni di vita dei primi coloni, descritta nelle lettere che gli emigrati mandavano a casa, è rimasta anche nel ricordo della tradizione orale. Gli Indios "bugres" (che gli italiani chiamavano "bulgari") dovevano essere tenuti lontani a colpi di fucile. Le prime abitazioni furono capanne di canne e frasche sollevate da terra, solo dopo qualche tempo si riusciva a costruire baracche di leguo. Nelle foreste vergini del Brasile, racconta un immigrato, il colono italiano per costruirsi una casa aveva bisogno soltanto di un'accetta per abbattere gli alberi, di una sega, di uno scalpello, del martello e di chiodi. Si fabbricavano anche i letti, mentre coperte, lenzuoli e pagliericci erano stati portati da casa. Si mangiava polenta e riso; il pane solo quando era possibile perché la farina costava troppo. Le verdure e gli ortaggi del luogo erano diversi, per aspetto e sapore, da quelli di casa. In alcune zone si mangiavano "fagiolini di foresta", conditi con erbe acidule e anche brodo di pappagallo e scimmia; si facevano pranzi nuziali a base di "pugnoni" (pinoli delle araucarie). Era molto sentita la mancanza di chiese e di preti. Per la maggior parte degli immigrati, dunque, le condizioni iniziali di vita furono molto difficili. Ma in Italia non stavano meglio. In uno dei più importanti libri sull'emigrazione, Sull'Oceano, di Edmondo De Amicis, pubblicato nel 1889, un emigrante lo dice in maniera molto efficace: "Mi emigro per magnar". Lo avevano esortato a restare, perché il governo avrebbe bonificato la Sardegna, la Maremma e l'Agro romano. Ma lui aveva risposto: "Ma se intanto mi no magno! Come se ga da fare a spetar o no se magna?"'. Indubbiamente, non era questa la sola ragione. Molti giovani emigravano per sottrarsi alle famiglie, altri speravano di fare fortuna, altri, infine, erano costretti ad allontanarsi dall'italia per ragioni politiche. Ma la grande maggioranza di coloro che lasciarono l'Italia negli ultimi decenni dell'ottocento e nei primi del novecento lo fece perché non riusciva più a viverci. L'emigrazione ha rappresentato una valvola di sicurezza che ha impedito l'esplosione di rivolte nelle campagne. Ma in un primo tempo le classi dirigenti guardarono ad essa con preoccupazione, e non solo per motivi umanitari. Il 23 gennaio 1868 fu diramata ai prefetti una circolare in cui si ordinava di non lasciar partire i lavoratori italiani che non mostrassero di avere un'occupazione assicurata e sufficienti mezzi di sussistenza. La questione fu discussa alla Camera il 30 gennaio. Un deputato affermò che la gente espatriava non "per vaghezzza di far fortuna", ma "piangendo e maledicendo ai signori e al governo"; un altro, ligure, sostenne invece che il problema non doveva essere posto in questi termini. Gli emigrati contribuivano al benessere della Liguria. Accanto a poveri contadini partivano per l'America meridionale "persone indurite ed abituate al lavoro"', che accumulavano laggiù un discreto capitale, fondando case di commercio e fabbriche. Sia coloro che sostenevano l'utilità dell'emigrazione sia quelli che la condannavano avevano dietro le spalle interessi di determinati gruppi economici da difendere. Gli armatori respingevano ogni limitazione. Quelli genovesi, m crisi per la concorrenza della flotta mercantile inglese nel commercio dei grani del Mar Nero e del Mediterraneo orientale, vedevano nel trasporto degli emigranti al Plata un rimedio alla crisi.

In questi ambienti, a opera di Jacopo Virgilio, nacque la teoria dell'espansione fondata sull'emigrazione: il commercio tra Italia e Sudamerica era aumentato proprio grazie alle case commerciali fondate dagli italiani in Brasile, Cile, Guatemala, Haiti, Guiana, Perù, Venezuela, e soprattutto Argentina e Uruguay.

Può sembrare più difficile comprendere perché anche i proprietari di terre chiedessero al governo di porre limiti all'emigrazione. In realtà, gli agrari temevano la mancanza di manodopera e il conseguente rialzo dei salari agricoli. Essi protestavano, infatti, anche nel Mezzogiorno, dove il lavoro certo non abbondava. Gli agrari di Bari, nel marzo 1874, si dissero preoccupati dal fatto che in molti luoghi le terre restavano incolte, per l'espatrio di "robusti coloni" e per l'impossibilità di sostituirli, "tanta era generale la febbre di emigrare". Erano fortemente interessate all'emigrazione anche le agenzie che si occupavano del viaggio degli emigranti. Nel 1873, in un'altra circolare governativa, gli agenti furono definiti "speculatori" che, incassato il prezzo del viaggio, per il quale i contadini avevano dovuto vendere spesso le masserizie e una parte degli indumenti, li imbarcavano a "somiglianza di mandrie". Il costo del viaggio era elevato. Nel corso di un'inchiesta svolta nel 1892 da Agostino Bertani, nell'ambito dell'inchiesta agraria Jacini sulle condizioni nelle campagne, un contadino della Basilicata, che nella sua terra guadagnava una lira al giorno, dichiarò di averne dovuto pagare 235 all'agente. I commissari erano saliti sul vapore "Navarre" a Genova, che avrebbe dovuto far rotta per il Rio della Plata. La nave, di proprietà francese, non sembrava riservare agli emigranti un trattamento troppo duro. Ma i membri della commissione d'inchiesta rimasero lo stesso profondamente colpiti dalle dichiarazioni degli emigranti. Un contadino di Cosenza partiva senza conoscere il luogo di destinazione. La somiglianza dei nomi, in qualche caso, sembrava, se non annullare le distanze, rendere omogenei gli spazi. A un altro contadino della Basilicata fu chiesto da dove venisse e dove andasse. Rispose: "Di Rionero". I commissari insistettero: Di Rionero, va bene, ma volete dire che andate a Rio de Janeiro? Rispose: "Sì, a Rionero". Su un'altra nave, la "Colombo", anch'essa in partenza per il Sudamerica, la commissione interrogò un contadino di Giffoni, presso Salerno, che aveva lasciato al paese la moglie e tre figli. Gli chiesero come avrebbero fatto a vivere senza di lui. Rispose: "Dio ci pensa". In Sudamerica non aveva nessun conoscente (molti emigranti, invece, vi avrebbero trovato, ad accoglierli, parenti e amici), ma affermò di sapere che chi aveva buona volontà vi trovava lavoro. Questi frammenti di dialoghi rappresentano in maniera efficace la mentalità degli emigranti. Il viaggio era un'esperienza traumatizzante, o almeno molto dura. E non solo per quei contadini che non avevano mai visto il mare, ma anche per gli altri. Nel 1888 sul piroscafo "Matteo Bruzzo", partito da Genova per il Brasile, morirono 18 emigranti per mancanza di viveri; altri 27 morirono per asfissia nel 1889 sul "Frisca". Nello stesso anno, un giovane medico, Teodoro Ansermini, che prestava servizio sulla nave "Giava", in viaggio per Buenos Aires, rilevò l'assenza di pulizia, l'affollamento dei malati in uno spazio troppo ristretto, la mancanza di acqua e aria. Durante la navigazione, vi furono ammalati di tifo, di vaiolo, di difterite. Una commissione nominata dal ministero della Marina trovò vere solo in minima parte le accuse del medico e ne censurò il comportamento. Ma proprio nel 1889, con la sua opera Sull'oceano Edmondo De Amicis portò anche questo problema all'attenzione della più vasta opinione pubblica. Una volta arrivati in Sudamerica gli immigrati erano ospitati nelle "case d'immigrazione". A Buenos Aires, l'Asilo era un immenso baraccone di legno, dove ricevevano una razione sufficiente di cibo, dormivano in ampi cameroni e venivano curati, se ammalati. Ma le donne erano separate dagli uomini, e la separazione aumentava il senso d'insicurezza. Inoltre, dopo cinque giorni, gli immigrati dovevano cercarsi un'abitazione e un lavoro. E qui intervenivano spesso altri speculatori. A San Paolo la "casa d'immigrazione" era uno stabilimento che ospitò migliaia di persone provenienti da ogni parte d'Europa. I sensali vi accorrevano a offrire lavoro, gareggiando in promesse per accaparrarsi la manodopera: lavoro e cibo per un anno, acqua e aria buone, un cavallo e tutto ciò che potessero desiderare.

Gli immigrati ne erano attirati, ma molto spesso si trovavano ingannati. A San Paolo lavoravano nelle piantagioni di caffè (dopo il 1888, al posto degli schiavi negri, liberati in quell'anno). Era un lavoro diverso da quello dei coloni che ricevevano terre vergini da coltivare, ma non meno duro, soprattutto durante la stagione delle piogge. Ogni famiglia doveva badare a un certo numero di piante di caffè, secondo le braccia da lavoro. Nella stagione delle piogge l'erba cresceva a vista d'occhio, scriveva l'immigrato veneto Francesco Costantin, e se anche la terra era bagnata bisognava zappare, zappare, zappare (...); qui non c'è redenzione, terra asciutta o bagnata, bisogna zappare".

In Sudamerica gli immigrati italiani non dovettero affrontare gravi problemi di carattere etnico o razziale, anche se l'inserimento non fu sempre facile. Le società sudamericane, e quella brasiliana ancor più di quella argentina, erano società in formazione, dove i nuovi venuti non venivano a scontrarsi contro strutture consolidate. E non si sentivano nemmeno portatori di una civiltà superiore, se non, talvolta, nei confronti degli Indios. Con i neri del Brasile i rapporti non furono difficili. Gli italiani li consideravano guaritori o stregoni, a cui ricorrere in caso di assoluta necessità, e non mancarono matrimoni tra neri e ragazze immigrate. I "brasiliani", scriveva nel 1889 Giuseppe Manzoni, venuto a San Paolo dal Veneto, sono buoni, in maggioranza sono neri. I neri sono molto buoni, gente allegra senza pensieri". Si tratta di una testimonianza tanto più significativa, perché il Manzoni, se non aveva pregiudizi quanto al colore della pelle, non ne era però privo in assoluto: riteneva, infatti, "brutta gente" tutti i napoletani immigrati a San Paolo. In alcuni casi, come si è già detto la manodopera italiana venne a sostituire gli schiavi negri e molti proprietari delle grandi aziende agricole finirono col considerarli alla stessa stregua e, di conseguenza, a trattarli male. Atteggiamenti che possono essere considerati razzistici ebbero una certa diffusione anche in una parte dell'opinione pubblica borghese. Ma non ci furono conflitti. In Argentina l'immigrazione italiana fu più scelta che in Brasile. Nel 1896 un deputato, il radicale Pantomo, affermò alla Camera che le sue condizioni morali e materiali erano assai migliori che in Brasile, ma che, per certi aspetti, restavano gravi: "i facchini, i lustrascarpe, i menestrelli da strapazzo" erano reclutati tra gli italiani che accettavano, di fronte agli altri emigranti, questo stato di inferiorità. Ma questo rischiava di diventare un luogo comune. Lo ritenevano falso, nel 1910, due osservatori della realtà argentina, Cittadini e De Duca, scrivendo a proposito dell'operosità italiana in Sudamerica: "Non è vero che l'italiano all'estero faccia soltanto l'accoltellatore, l'ubriacone, il suonatore d'organetto, il lustrascarpe". E già nel 1896 un altro pubblicista, Scardin, aveva ricordato che in Europa chi nasceva povero, quasi sempre moriva povero. In Sudamerica, invece, c'erano molte occasioni da cogliere. Appena arrivato, un avvocato poteva anche fare il cocchiere, il contabile, il cuoco, ma veniva sempre il momento in cui ciascuno poteva trovare la sua strada. Anche dopo il 1870, quando ci fu un'immigrazione di massa, proveniente dalle campagne, gli italiani diedero all'Argentina medici, scienziati e imprenditori. E molte volte il contadino venuto dall'Italia si trasformò, una volta arrivato in Argentina, in commerciante. E anche vero, d'altra parte, che per la maggior parte degli italiani, l'ascesa sociale ebbe luogo con i loro discendenti argentini. Gli immigrati nel Sudamerica, così come in altri continenti, cercarono di mantenere stretti rapporti con la loro patria d'origine. E non solo attraverso le lettere, che costituiscono oggi per gli storici una delle fonti più preziose per la storia dell'emigrazione, ma anche fondando associazioni e giornali. Con le lettere essi cercavano di perpetuare i legami con la comunità d'origine, dando e ricevendo notizie sulla vita d'ogni giorno.

Con le associazioni e con i giornali cercavano di formare delle isole di italianità. Il 21 settembre del 1895 un giornale di Buenos Aires, La Nacion, diede ampio rilievo alla celebrazione del 20 settembre I anniversario della conquista di Roma da parte dello stato italiano: il ripetuto scoppio di petardi e razzi in tutti i quartieri della città aveva annunziato fin dalle

prime ore che la comunità italiana si preparava a festeggiare la ricorrenza "con inusitato splendore e con il maggior entusiasmo". La grande quantità di bandiere, in certi quartieri, dava a Buenos Aires l'aspetto di una città italiana. Non era un'esagerazione. Nel 1895, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani. Il più italiano era il quartiere di Boca. La popolazione era povera, ma gli italiani occupavano le posizioni migliori: erano italiani l'80 per cento dei commercianti e il 70 per cento degli impiegati. Nello stesso 1895, su 143 pubblicazioni periodiche, 13 erano scritte in italiano. Quale fu l'atteggiamento degli argentini, della popolazione creola originaria o anche degli immigrati spagnoli, di fronte a quella che in certi momenti poté sembrare una vera e propria invasione? Nel 1899 un medico e sociologo, Ramos Mejifa, espresse le preoccupazioni della classe dirigente. Gli immigrati (che egli considerava in maggioranza italiani) erano tanti e ormai invadevano tutto: i teatri di secondo e terz'ordine, le passeggiate, "perché sono gratuite", le chiese, "perché sono credenti devoti e mansueti", le vie, gli asili, le piazze, gli ospedali, i circoli e i mercati. La cosa più preoccupante era che da questa massa amorfa stava emergendo, sia pure faticosamente e lentamente, una élite: per necessità o per ambizione, gli italiani affrontavano ogni difficoltà e riuscivano a farsi strada. La loro ascesa sarebbe stata temibile, secondo Ramos Mejifa, se non vi fosse stato l'intervento della cultura nazionale argentina. Poco più di dieci anni più tardi, nel 1913, un altro membro della classe dirigente argentina, Rodriguez Larreta, espresse analoghe preoccupazioni: egli aveva davanti agli occhi la prima generazione dei figli degli immigrati che aveva ormai possibilità molto maggiori di affermarsi, e si rendeva conto che, grazie al suo numero e alle sue capacità, un giorno essa sarebbe diventata classe dirigente. Si rendeva conto che si trattava di un'evoluzione inevitabile, ma riteneva che sarebbe stato bene non accelerarla. Le tesi dell'argentinizzazione si affermarono tra il 1900 e il 1910, con una politica a cui Ramos Mejifa diede anche un contributo pratico. La necessità di adottare misure repressive trovò fermi sostenitori anche per il pericolo che per la borghesia argentina rappresentavano le idee degli immigrati anarchici e socialisti. Nel 1902 e nel 1910 furono approvate leggi repressive. In quest'occasione gli immigrati trovarono il sostegno di una parte del parlamento italiano e La Patria degli Italiani, il maggior giornale di Buenos Aires in lingua italiana, riportò le interrogazioni di alcuni deputati che chiedevano al ministero degli Esteri d'intervenire, per impedire arresti e espulsioni. Un'altra ragione dei tentativi dì parte argentina di limitare le possibilità di affermazione degli immigrati era però data dal fatto che nella comunità italiana si andavano diffondendo tendenze nazionalistiche, che non erano soltanto una risposta alla politica aggressiva del governo argentino, ma contenevano esse stesse una certa carica di aggressività. Era irritante, per gli argentini, soprattutto la pretesa di certi ambienti italiani di essere portatori di una cultura superiore. Si può ricordare, come un significativo esempio di questi atteggiamenti, un decalogo patriottico che Ferdinando Martini fece pubblicare nel 1910 su La Patria degli Italiani. Nel decalogo si ricordava agli immigrati che la loro vera patria era l'Italia, e li si esortava a celebrare le feste nazionali, a onorare i rappresentanti ufficiali dell'italia, a non modificare il loro cognome, a insegnare la lingua italiana ai figli e a sposare un'italiana. Ma proprio nel 1910 diventò presidente della repubblica argentina Roque Sàenz Pena. Egli fece approvare una legge elettorale che concedeva il suffragio segreto e universale. Con esso gli immigrati diventavano cittadini argentini di pieno diritto, in grado di influire sulle scelte politiche del Paese. L'assimilazione fu facilitata e, se rimasero vive a lungo tradizioni italiane, la vera patria cominciò a essere l'Argentina. Del resto, era ormai cresciuta una generazione che della patria d'origine conosceva ormai soprattutto ciò che ne narravano i padri.

Si chiudeva così, verso il 1920, un ciclo che aveva avuto inizio nei primi decenni dell'ottocento. Vi sarebbero stati anche in seguito emigranti italiani nel Sudamerica dopo il 1920 antifascisti perseguitati dal fascismo e dopo il 1945 fascisti che riuscivano così a sottrarsi alla giustizia italiana. Ma la grande ondata emigratoria era ormai terminata. Il processo migratorio in Sudamerica si era svolto in diverse fasi.

Nei primi decenni dell'ottocento aveva riguardato gruppi limitati di persone che vi si recavano soprattutto per ragioni di affari. Questa fase è stata definita "ligure" per la prevalenza di genovesi, interessati al traffico commerciale. A partire dal 1820 vi fu anche un'emigrazione politica, che si intensificò dopo il 1848. La partecipazione degli esuli alla vita civile del Sudamerica, in difesa dell'indipendenza e della libertà di quei popoli, è il dato che contraddistingue questo tipo d'emigrazione. Gli esuli non chiedevano soltanto un asilo, un rifugio, ma portavano ai popoli che li accoglievano il contributo della loro passione politica e delle loro idee. L'esempio più noto è ovviamente quello della "legione italiana" di Garibaldi, ma se ne potrebbero ricordare anche altri. La seconda fase ebbe inizio col 1870 e durò fino al 1890. Essa è stata definita "nord-occidentale" per la prevalenza di emigranti provenienti dall'Italia del nord. Dal 1890 al 1920, infine, vi fu, invece una prevalenza di meridionali. La grande emigrazione che ebbe inizio nel 1870 è legata ai processi di trasformazione che ebbero luogo nelle campagne. Si discute se questa ondata emigratoria sia stata causata più da fattori interni o esterni, cioè se si sia trattato di un processo di espulsione dall'Italia di masse che non riuscivano più a trovarci le condizioni elementari di sopravvivenza, o a un processo di attrazione da parte della "Merica" (così, di solito, gli emigranti definiscono nelle loro lettere la nuova terra) su persone che volevano migliorare le loro condizioni di vita. È indubbio che in quei decenni ci fu un peggioramento di queste condizioni e che esse sarebbero state ancora più gravi se la pressione demografica non avesse trovato sfogo nell'emigrazione. Certo, non si possono nemmeno escludere, tra le motivazioni che spingevano a lasciare l'Italia, la volontà di tentare la fortuna, spesso sull'esempio di compaesani, sia che l'avessero già trovata sia che la immaginassero, nel Sudamerica, vicina o almeno possibile. La documentazione disponibile, e soprattutto le lettere degli emigranti che finora sono state pubblicate, mette in rilievo soprattutto le difficoltà della nuova vita e, insieme, quelle che gli emigranti si lasciavano alle spalle, ma questo non è un elemento decisivo a favore della tesi dell'espulsione, perché una parte notevole di questa documentazione fu raccolta da quanti, per i loro interessi economici, erano contrari all'emigrazione, alla perdita di manodopera a buon mercato. Resta tuttavia, al di là di qualsiasi revisione storiografica, il fatto che l'abbandono in massa delle campagne, il distacco dalle comunità d'origine, non fu certo un fenomeno indolore. Il calcolo della ricchezza che gli emigrati apportarono all'Italia con le loro rimesse non deve far dimenticare come fu difficile e faticoso, per la grande maggioranza, risparmiare e accumulare qualcosa. La ragione di fondo della fuga dall'Italia è stata pur sempre quella che Edmondo De Amicis raccolse dalla voce di un emigrante: "Di peggio di come stavo non mi può capitare. Tutt'al più mi toccherà di far la fame laggiù come la pativo a casa".

IN AUSTRALIA COL MIRAGGIO DELL'ORO

di: Emilio FRANZINA - da: Storia Illustrata n. 370, 1988

Terra di deportati, lontanissima geograficamente e, anche dopo l'apertura del canale di Suez, scarsamente serviti da linee marittime che non fossero straniere. L'Australia non poteva suscitare in Italia, nè fra le classi popolari, nè tutto sommato nei gruppi dirigenti, quelle aspettative che da tempo veniva legittimando l'America in tutte le sue parti. Così nel periodo che Joseph Gentili ha definito - l'epoca degli individualisti - e cioè dagli anni quaranta dell'ottocento al 1901, non furono molte le occasioni di contatto "emigratorio" fra l'Australia e il nostro Paese.

La stessa grande emigrazione che dilagò a partire dal 1876 e che dopo il 1901, sino alla guerra, costituì la componente "transoceanica" dell'esodo costante e ininterrotto di italiani all'estero, non diede luogo a fenomeni statisticamente apprezzabili per quanto riguarda l'Australia. E' stato calcolato infatti che tra il 1876 e lo scoppio del primo conflitto mondiale non furono più di 20.000 gli italiani che raggiunsero l'Oceania. Nulla o pochissimo, quindi, di fronte agli oltre quindici milioni di connazionali emigrati, nello stesso arco di tempo, per questa o quella parte del mondo, in cerca per lo più di lavoro e secondariamente di benessere o di "avventure". Una certa avventurosità comunque caratterizzò il movimento emigratorio italiano per l'Australia negli ultimi decenni dell'ottocento quando, gradualmente, si esaurì la tendenza dei governi europei, e di quello inglese soprattutto, a farne luogo d'invio per condannati. Artisti. missionari e qualche professionista provenienti dalla penisola, come l'urbinate Raffaello Carboni o come il musicista veneziano Ernesto Zelman, rappresentano a dovere, con le loro storie personali, l'episodicità un pò rapsodica degli arrivi e delle partenze, o delle stesse permanenze forzose che di tanto in tanto si rendevano palesi attraverso esperienze assai specifiche d'immigrazione. Alla fine degli anni sessanta dell'ottocento, per esempio, l'interesse per la cultura musicale italiana (il nostro melodramma era allora all'apice del suo successo) invogliò alcuni impresari australiani a scritturare cantanti e professori d'una certa fama per una stagione d'opera a Melbourne e in altre località. Giunti alla meta nel 1869, già l'anno seguente essi si ritrovavano privi di lavoro e nel 1871 un giornale di Melbourne pubblicava la notizia che "il tenore Neri si guadagnava da vivere spaccando scandole, il basso Dondi insegnava nelle scuole e un altro cantante, tale Contini, aveva trovato impiego in lavori agricoli". Professionisti e intellettuali (come il terzetto fiorentino composto di due ingegneri e un fisico, Ettore Checchi, Carlo Cattani e Pietro Baracchi che, approdò in Australia nel 1874 trovandovi pronta sistemazione) difficilmente potrebbero essere scambiati per i precursori effettivi della nostra futura emigrazione proletaria. Tuttavia agirono talora da battistrada in un'impresa e in un gesto che incontrava, tra gli altri ostacoli già ricordati, anche quello della precocissima ostilità dei nativi Wasp (ossia dei bianchi anglosassoni protestanti che discendevano dai primi coloni). Sparsi nel vasto continente, per lo più sprovvisti di conoscenze linguistiche elementari (all'ignoranza dell'inglese si aggiungeva assai spesso l'uso pressoché esclusivo dei rispettivi dialetti regionali), in collegamento saltuario con casa e non organizzati, tranne poche eccezioni, in "nuclei coloniali", i radi immigrati italiani dell'ottocento non assomigliavano troppo ai loro compatrioti che avevano scelto per destinazione le Americhe. Tuttavia, a guardar bene, e al di là delle singole "storie" - individuali o di gruppo - cause e modalità dell'emigrazione in Australia non differivano di molto dalle ragioni e dai modi del flusso emigratorio di massa verso il continente americano. Se una differenza "qualitativa" esisteva poi, e per certo vi fu, essa consisteva nel fatto che gli emigranti "australiani" si avvicinavano maggiormente al prototipo dell'emigrante intraprendente e attivo, autonomo nelle sue scelte obbligate (c'è molto di grottesco, ma anche un pizzico di vero in tale espressione) e, come vengono oggi scrivendo vari storici, autore e responsabile del proprio destino. Certo che alle origini di questo capitolo di storia della modernizzazione ancora abbastanza controverso e condizionato dalle tradizioni un pò pietistiche e lacrimose della nostra letteratura "antiemigrazionista", si ritrovano poi situazioni ed uomini, storie di vita ed esempi che mettono in rilievo soprattutto le fasi dure e penose dell'espatrio, del viaggio (il doppio o il triplo di quello per l'America che pure durava, come ricorda la canzone, quaranta giorni di macchina a vapore) e del primo ambientamento, senza che a ingentilire il quadro intervengano magari, come per i casi americani, sogni e speranze di tipo "mitemico".

Quello che non nasce cioè, nell'ottocento, è un "mito" dell'Australia paragonabile al "mito" dell'America diffusosi invece con grande tempestività a partire dai primi anni settanta e sapientemente amministrato al di qua e al di là dell'Oceano. Solo intorno agli anni venti del novecento, comincerà a funzionare qualcosa di simile nelle predisposizioni mentali dei protagonisti dell'esodo nel nuovissimo continente. E anche allora con indicative riserve che Filippo Sacchi, giornalista all'epoca del Corriere della Sera, saprà cogliere descrivendo il colloquio d'un emigrante deluso col nostro rappresentante diplomatico a Melbourne: "Per loro (ossia per gli emigranti n.d.r.) fuori dall'italia tutto il resto è paese per trovar lavoro, terra per fare fortuna: America. Donde la frase di un italiano ch'era andato dal console a domandare il visto per rimpatriare: "Signor console, desidero rimpatriare, perché questa "Merica non mi piace"'.. Per la verità, un momento in cui era stato lì lì per nascere il mito, poi dissoltosi, della Australia quale terra se non di cuccagna, almeno di opportunità e di ricchezza, si potrebbe, volendo, individuare. E paradossalmente esso risale agli albori dell'immigrazione "libera" del continente con la partecipazione di migliaia di contadini, di montanari e di valligiani che erano sì cittadini svizzeri, ma anche italiani di lingua e di cultura.

La concomitanza di due fatti piuttosto eccezionali per un lato, ma anche "fisiologici" e quasi normali per un altro, aveva propiziato, negli anni cinquanta dell'ottocento, l'insorgere di questa emigrazione dall'arco alpino: una vera e propria carestia che aveva impoverito ai limiti della sopravvivenza le popolazioni della Svizzera italiana e, contemporaneamente, la notizia, diffusasi in un baleno attraverso l'Europa, che in Australia era stato scoperto l'oro. La voce delle prime scoperte d'imponenti giacimenti auriferi si era sparsa a Sydney nel maggio del 1851 e i primi cercatori erano all'opera da pochi mesi quando una vera e propria "febbre dell'oro" invase coloni e residenti per trasferirsi poi, con estrema rapidità, fra aspiranti "milionari" ed emigranti potenziali di tutto il vecchio continente. L'avvio della ricerca mineraria, che dall'oro si spostò più tardi, ampliandosi, in altre direzioni, divenute tutte causa e occasione di lavoro per migliaia di europei emigrati, modificò tra l'altro le basi della società arcaica e per così dire "agro-pastorale" delle colonie australiane, che cominciarono a convertirsi in embrioni d'una nuova nazione moderna ed evoluta. L'immigrazione dei "pionieri" fu a lungo contraddistinta dalla prevalenza dei maschi partiti soli e dalla loro dispersione, agli inizi, sul territorio di arrivo. La maggior parte dei nostri connazionali, evocati dai numeri delle statistiche ufficiali, si distribuiva infatti tra le zone minerarie e le zone agricole bisognose di manodopera avventizia. Secondo le stime di Gianfranco Crescioni, forse il maggiore storico italo-australiano dell'ultima generazione, solo una minoranza trovava impiego nelle città. D'accordo con i sindacalisti e con gli osservatori d'età giolittiana, come Angiolo Cabrini Crescioni suggerisce il quadro variegato delle occupazioni e dei mestieri collegandoli ai dati d'estrazione regionale per la provenienza e a quelli d'insediamento geografico per l'arrivo. Dalla Valtellina venivano allora i minatori impiegati nei giacimenti auriferi di Kalgoorlie, Coolgardie, Murchison, Wiluna e Gwalia, nell'Australia Occidentale e di Broken Hill nel Nuovo Galles del Sud. In questa "colonia madre", e poi stato importante della confederazione, altri valtellinesi lavoravano in miniera nell'estrazione di rame a Colon e del carbone a Newcastle e a Maitland. Lombardi, toscani e piemontesi dimostravano una più spiccata propensione per l'agricoltura e per i lavori di disboscamento, laddove friulani e veneti denotavano invece maggiori inclinazioni al lavoro salariato di tipo operaio in veste di manovali, muratori, cementisti ecc.

Nella coltura delle primizie e dei prodotti ortofrutticoli spiccavano i siciliani, mentre i loro compaesani del sud, napoletani e lucani, esercitavano i mille mestieri dell'ambulante e del girovago svariando dalle competenze artigianali (calzolai, arrotini ecc.) ai classici del "nomadismo lavorativo" - su cui esiste un'intera letteratura deprecatoria - in qualità di lustrascarpe, suonatori d'organetto, intrattenitori, fiorai.

Le specializzazioni coincidevano talvolta con particolari catene emigratorie determinate dai meccanismi ben noti della "chiamata" (che poteva venire da amici e da parenti, ma anche semplicemente da "paesani"): quasi senza eccezione e per lungo tratto di tempo gli emigranti dalle Isole Eolie furono dediti in Australia alla coltivazione e alla commercializzazione degli ortaggi. Sia in situazioni di questo genere che nell'industria mineraria, dove i nostri trovarono impiego dapprima come "lavoratori autonomi" e come minatori a giornata, pronti a vivere in luoghi disagiati e di grande isolamento, e poi come dipendenti al soldo di grandi compagnie, gli italiani, gruppo minoritario, dovettero fare i conti con le idiosincrasie etnico-politiche dei nativi bianchi e in più anche con le attitudini culturali difformi della restante immigrazione europea o con il problema, come essi dicevano, "dei mori", ossia degli aborigeni. Nei confronti dei quali, sia ben chiaro, nemmeno i nuovi arrivati, in condizione di grande inferiorità, si sforzarono mai di praticare le virtù cristiane della tolleranza e lo sforzo più civile dell'accettazione. Stretti nella morsa del protezionismo operaio australiano e delle ritornanti folate xenofobe, innescate sovente dall'avversione per i cinesi, il "pericolo giallo", gli italiani, che a un certo punto qualcuno cercò di ostracizzare come "pericolo oliva", dovevano innanzitutto guardarsi, a quei tempi e a lungo anche dopo, dai rischi dell'ospitalità condizionata ch'era loro concessa dagli australiani. Nelle città e nei centri urbani, pigiati in "pensioni" (boarding-houses) e alla mercè degli ispettori sanitari, saltuariamente vittime d'incidenti e di ristrutturazioni con licenziamento frequente, gli operai della Penisola, a ogni modo, riuscirono a dar vita a delle comunità etniche abbastanza riconoscibili. Nelle città, scrive Gentili, la popolazione italiana tendeva a raggrupparsi al centro, dove le case antiquate e un pò trascurate si potevano prendere in affitto a buon prezzo e dove si formavano quindi delle "Little Italies" che erano disprezzate dagli xenofobi, "ma visitate forse alla chetichella dai buongustai che volevano farsi una bella mangiata di pasta". Da un punto di vista regionale prevalevano nettamente i settentrionali, oltre il 60 per cento della popolazione italiana immigrata sin verso la fine degli anni trenta, con forti presenze siciliane (un 25 per cento del totale) e con minori aliquote di centro meridionali. Un caso a sé che merita d'essere almeno accennato è poi quello dell'arrivo "fuori stagione" e senza programmazioni di sorta, d'un gruppo d'oltre duecento contadini trevigiani e vicentini che a partire dal 1882 diedero vita all'inconsueto nucleo etnico rurale della "New Italy" di Woodhurn. Le cose erano andate così: vittime di una truffa consumata ai loro danni da un avventuriero e utopista clerico-reazionano francese, il marchese de Rays, i duecento coloni veneti erano stati "arruolati" con larghe promesse nel 1880 per trasferirsi a Port Breton in una costituenda colonia (la "Nuova Francia") da cui si sarebbe dovuta irradiare l'azione "legittimista" ed educativa dei colonizzatori cristiani su tutto l'arcipelago delle Bismarck. Salpati da Barcellona nel luglio del 1880 e arrivati dopo tre mesi e mezzo di traversata travagliatissima alla loro primaria destinazione, i contadini come tanti altri loro compatrioti in quel tempo, finirono dentro a un meccanismo infernale di stenti, di fame e d'impossibilità materiale a sopravvivere in climi e su suoli soltanto all'apparenza "paradisiaci". Decimati da un'epidemia e abbandonati alla loro triste sorte dal marchese, i sopravvissuti a bordo dello stesso vascello che li aveva trasportati dall'Europa poterono alcuni mesi più tardi approdare in una località della Nuova Caledonia francese da dove, in uno slancio encomiabile di solidarietà, le autorità britanniche del vicino Nuovo Galles del Sud li trasferirono a proprie spese in territorio australiano provvedendoli di aiuti e avviandoli in gruppi sparsi al lavoro.

Benevolo ed umanitario in questa sua predisposizione, il governo coloniale però fece di tutto per impedire che si realizzasse una 'improvvida" concentrazione di immigrati dello stesso ceppo etnico e addirittura di estrema compattezza reale e familiare.

L'ostinazione proverbiale dei veneti, tuttavia, l'ebbe vinta, nel giro di alcuni anni, sulla comprensibile, ma non giustificabile attitudine Wasp delle autorità australiane e così fra il 1882 e il 1885 alcune decine dì famiglie superstiti poterono fondare nei pressi di Woodburn un piccolo villaggio, dotato di scuola, di chiesa e di servizi elementari, dove l'insolita comunità visse per alcuni decenni del lavoro dei campi e dell'allevamento dei bachi da seta, un'attività che proprio un colono di "New Italy", memore delle tradizioni regionali, importò fra i primi in Australia. Per qualche tempo l'identità italiana del gruppo si preservò intatta esaltando anzi i caratteri "veneti" dell'insediamento, ma via via anche impellenti ragioni economiche contribuirono a smantellare quell'angolo d'italia casualmente sorto nel Nuovo Galles del Sud. Questo insormontabile ostacolo della difficile assimilazione e della ancor più difficile costruzione di comunità etniche coeve spiega una delle ragioni del successo che arrise per molto tempo alle pratiche "anti-italiane" delle autorità e degli stessi sindacati operai australiani, rendendo a tratti patetica e comunque inefficace l'azione svolta presso i nostri immigrati dalle élite politiche della sinistra di classe del tempo. Nondimeno rivestono grande importanza, nella storia dell'emigrazione italiana in quel continente, le iniziative che Sceusa, Ercole, Munari e altri ancora assunsero fra otto e novecento per promuovere la sindacalizzazione e la presa di coscienza (politica certo, ma un poco anche nazionale) dei lavoratori italiani a cui nei primi anni nel nuovo secolo cominciarono a rivolgersi giomali socialisti come l'Uniamoci. Assieme ad altri fogli redatti in lingua italiana, l'Unianzoci ingaggiò per tempo una battaglia sia difensiva che "propositiva" al fine di indurre gli immigrati italiani a una più conveniente integrazione. Ad una prima svolta si giunse così dopo la grande guerra e all'indomani dell'affermazione del fascismo quando riprese quota in maniera decisa il movimento emigratorio internazionale per un'ultima volta prima che le frontiere (lei Paesi ospiti di mezzo mondo, e di quelli transoceanici in particolare, si richiudessero per quasi vent'anni. C'era di mezzo la complicazione appunto del fascismo e di conseguenza, nel momento in cui la presenza italiana cominciava a farsi consistente di peso se non sempre d'influenza in una nazione costruita all'insegna del restrizionismo e degli Immigration Acts (i provvedimenti di "quota" che limitavano o impedivano per legge l'accesso di troppi lavoratori stranieri in Australia), il rinnovato afflusso di emigranti dal nostro Paese prese a svolgersi sotto l'ipoteca di una dura contrapposizione ideologica: cacciati o indotti ad andarsene dall'Italia per motivi politici e di "sicurezza", molti antifascisti e protagonisti del biennio rosso si trovarono mischiati, prima nei bastimenti e poi in terra straniera, agli antagonisti di appena ieri costretti a propria volta ad andarsene per ragioni di carattere esclusivamente economico. Le autorità consolari italiane, e quelle politiche australiane un pò meno prevedibilmente, copersero di attenzioni e di appoggi la parte lealista e d'ordine nelle nostre colonie (nuclei o "Little Italies" che fossero), mentre a tener desta l'animosità degli oppositori all'estero del regime provvidero vari gruppi e vari leaders della sinistra socialista ed anarchica, già distintisi prima dell'espatrio come protagonisti delle violente lotte politiche del tempo. Uomini come lo sdedense Frank Carmagnola per l'ala, come oggi diremmo, "militarista" (era un ex Ardito del popolo d'altronde) o come Omero Schiassi, per l'ala gradualista, impedirono ai fasci italiani in Australia di accampare l'alibi dell'unanimismo. E non mancarono sino agli anni trenta inoltrati gli scontri anche cruenti, gli agguati, le bastonature e le morti violente accanto al difficoltoso emergere di un dissenso politico organizzato e strutturato.

Fuori dai problemi dell'assimilazione condizionata e dalle diatribe tra fascisti e antifascisti - che allo scoppio della guerra verranno incautamente internati tutti assieme negli stessi campi di concentramento dagli australiani, responsabili, perciò, della morte di non pochi antichi oppositori del regime uccisi da connazionali fascisti - si assiste intanto anche alla formazione di qualche "grande" fortuna e alle origini di un vero e proprio nucleo di "australiani" d'origine italiana che si naturalizzano o che ottengono la cittadinanza, anche se fra il 1935 e il 1946 il periodo non è e non sembra dei più propizi. L'emigrazione di massa, quella vera, riprende nelle forme pianificate dell'afflusso negoziato dai governi tra il 1946 e i primi anni settanta. Grazie alle ondate dell'ultimo dopoguerra, quello italiano è ormai il secondo gruppo etnico immigratorio del Paese e si presta a narrazioni di segno diverso. In chiave cinematografica, per esempio, alle performances di Alberto Sordi e di Claudia Cardinale nella pellicola di Zampa del 1971 Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata. Tra foreste e località sperdute ancora alle soglie del nostro tempo, con i palliativi ovvi dlla modernizzazione (dai trasporti alle comunicazioni) la vita dell'emigrante italiano in Australia si svolge all'insegna d'una dichiarata difficoltà ad ambientarsi, che risulta assai più frequente e incisiva di quanto non accada in ogni altra località d'insediamento transoceanico di ieri e di oggi. Di fronte alle ragguardevoli medie annue dei decenni 1946-1955 (12.851 unità) 1956-1965 (15.244 unità) e 1966-1975 (7694 unità) l'emigrazione italiana in Australia si conferma come caso a sé stante che non riesce a superare però la separatezza dagli altri casi anche per questi semplici e, verrebbe voglia di dire, universali motivi. Nel Veneto, una delle regioni del nord tradizionalmente più interessate all'esodo in Australia, s'è costituita anni fa un'associazione di ex emigrati in Australia, lavoratori e gente soda che talora dall'estero è tornata con il classico gruzzolo o con qualche piccola fortuna, ma che ha sentito il bisogno di mettersi insieme per superare alcuni contraccolpi psicologici di un destino piuttosto beffardo: male ambientati in Oceania e disadattati per motivi culturali e linguistici, al loro ritorno dopo venti o più anni in un'Italia profondamente cambiata e arricchita hanno sentito il morso d'una nuova situazione di disagio e di disorientamento. E per vincerlo si sono costituiti in associazione adducendo come pretesto primo il fatto d'essere stati per qualche tempo accomunati da un disagio del tutto simile in Australia.

IN AUSTRALIA COL MIRAGGIO DELL'ORO

di: Emilio FRANZINA - da: Storia Illustrata n. 370, 1988

Terra di deportati, lontanissima geograficamente e, anche dopo l'apertura del canale di Suez, scarsamente serviti da linee marittime che non fossero straniere. L'Australia non poteva suscitare in Italia, nè fra le classi popolari, nè tutto sommato nei gruppi dirigenti, quelle aspettative che da tempo veniva legittimando l'America in tutte le sue parti. Così nel periodo che Joseph Gentili ha definito - l'epoca degli individualisti - e cioè dagli anni quaranta dell'ottocento al 1901, non furono molte le occasioni di contatto "emigratorio" fra l'Australia e il nostro Paese.

La stessa grande emigrazione che dilagò a partire dal 1876 e che dopo il 1901, sino alla guerra, costituì la componente "transoceanica" dell'esodo costante e ininterrotto di italiani all'estero, non diede luogo a fenomeni statisticamente apprezzabili per quanto riguarda l'Australia. E' stato calcolato infatti che tra il 1876 e lo scoppio del primo conflitto mondiale non furono più di 20.000 gli italiani che raggiunsero l'Oceania. Nulla o pochissimo, quindi, di fronte agli oltre quindici milioni di connazionali emigrati, nello stesso arco di tempo, per questa o quella parte del mondo, in cerca per lo più di lavoro e secondariamente di benessere o di "avventure". Una certa avventurosità comunque caratterizzò il movimento emigratorio italiano per l'Australia negli ultimi decenni dell'ottocento quando, gradualmente, si esaurì la tendenza dei governi europei, e di quello inglese soprattutto, a farne luogo d'invio per condannati. Artisti. missionari e qualche professionista provenienti dalla penisola, come l'urbinate Raffaello Carboni o come il musicista veneziano Ernesto Zelman, rappresentano a dovere, con le loro storie personali, l'episodicità un pò rapsodica degli arrivi e delle partenze, o delle stesse permanenze forzose che di tanto in tanto si rendevano palesi attraverso esperienze assai specifiche d'immigrazione. Alla fine degli anni sessanta dell'ottocento, per esempio, l'interesse per la cultura musicale italiana (il nostro melodramma era allora all'apice del suo successo) invogliò alcuni impresari australiani a scritturare cantanti e professori d'una certa fama per una stagione d'opera a Melbourne e in altre località. Giunti alla meta nel 1869, già l'anno seguente essi si ritrovavano privi di lavoro e nel 1871 un giornale di Melbourne pubblicava la notizia che "il tenore Neri si guadagnava da vivere spaccando scandole, il basso Dondi insegnava nelle scuole e un altro cantante, tale Contini, aveva trovato impiego in lavori agricoli". Professionisti e intellettuali (come il terzetto fiorentino composto di due ingegneri e un fisico, Ettore Checchi, Carlo Cattani e Pietro Baracchi che, approdò in Australia nel 1874 trovandovi pronta sistemazione) difficilmente potrebbero essere scambiati per i precursori effettivi della nostra futura emigrazione proletaria. Tuttavia agirono talora da battistrada in un'impresa e in un gesto che incontrava, tra gli altri ostacoli già ricordati, anche quello della precocissima ostilità dei nativi Wasp (ossia dei bianchi anglosassoni protestanti che discendevano dai primi coloni). Sparsi nel vasto continente, per lo più sprovvisti di conoscenze linguistiche elementari (all'ignoranza dell'inglese si aggiungeva assai spesso l'uso pressoché esclusivo dei rispettivi dialetti regionali), in collegamento saltuario con casa e non organizzati, tranne poche eccezioni, in "nuclei coloniali", i radi immigrati italiani dell'ottocento non assomigliavano troppo ai loro compatrioti che avevano scelto per destinazione le Americhe. Tuttavia, a guardar bene, e al di là delle singole "storie" - individuali o di gruppo - cause e modalità dell'emigrazione in Australia non differivano di molto dalle ragioni e dai modi del flusso emigratorio di massa verso il continente americano. Se una differenza "qualitativa" esisteva poi, e per certo vi fu, essa consisteva nel fatto che gli emigranti "australiani" si avvicinavano maggiormente al prototipo dell'emigrante intraprendente e attivo, autonomo nelle sue scelte obbligate (c'è molto di grottesco, ma anche un pizzico di vero in tale espressione) e, come vengono oggi scrivendo vari storici, autore e responsabile del proprio destino. Certo che alle origini di questo capitolo di storia della modernizzazione ancora abbastanza controverso e condizionato dalle tradizioni un pò pietistiche e lacrimose della nostra letteratura "antiemigrazionista", si ritrovano poi situazioni ed uomini, storie di vita ed esempi che mettono in rilievo soprattutto le fasi dure e penose dell'espatrio, del viaggio (il doppio o il triplo di quello per l'America che pure durava, come ricorda la canzone, quaranta giorni di macchina a vapore) e del primo ambientamento, senza che a ingentilire il quadro intervengano magari, come per i casi americani, sogni e speranze di tipo "mitemico".

Quello che non nasce cioè, nell'ottocento, è un "mito" dell'Australia paragonabile al "mito" dell'America diffusosi invece con grande tempestività a partire dai primi anni settanta e sapientemente amministrato al di qua e al di là dell'Oceano. Solo intorno agli anni venti del novecento, comincerà a funzionare qualcosa di simile nelle predisposizioni mentali dei protagonisti dell'esodo nel nuovissimo continente. E anche allora con indicative riserve che Filippo Sacchi, giornalista all'epoca del Corriere della Sera, saprà cogliere descrivendo il colloquio d'un emigrante deluso col nostro rappresentante diplomatico a Melbourne: "Per loro (ossia per gli emigranti n.d.r.) fuori dall'italia tutto il resto è paese per trovar lavoro, terra per fare fortuna: America. Donde la frase di un italiano ch'era andato dal console a domandare il visto per rimpatriare: "Signor console, desidero rimpatriare, perché questa "Merica non mi piace"'.. Per la verità, un momento in cui era stato lì lì per nascere il mito, poi dissoltosi, della Australia quale terra se non di cuccagna, almeno di opportunità e di ricchezza, si potrebbe, volendo, individuare. E paradossalmente esso risale agli albori dell'immigrazione "libera" del continente con la partecipazione di migliaia di contadini, di montanari e di valligiani che erano sì cittadini svizzeri, ma anche italiani di lingua e di cultura.

La concomitanza di due fatti piuttosto eccezionali per un lato, ma anche "fisiologici" e quasi normali per un altro, aveva propiziato, negli anni cinquanta dell'ottocento, l'insorgere di questa emigrazione dall'arco alpino: una vera e propria carestia che aveva impoverito ai limiti della sopravvivenza le popolazioni della Svizzera italiana e, contemporaneamente, la notizia, diffusasi in un baleno attraverso l'Europa, che in Australia era stato scoperto l'oro. La voce delle prime scoperte d'imponenti giacimenti auriferi si era sparsa a Sydney nel maggio del 1851 e i primi cercatori erano all'opera da pochi mesi quando una vera e propria "febbre dell'oro" invase coloni e residenti per trasferirsi poi, con estrema rapidità, fra aspiranti "milionari" ed emigranti potenziali di tutto il vecchio continente. L'avvio della ricerca mineraria, che dall'oro si spostò più tardi, ampliandosi, in altre direzioni, divenute tutte causa e occasione di lavoro per migliaia di europei emigrati, modificò tra l'altro le basi della società arcaica e per così dire "agro-pastorale" delle colonie australiane, che cominciarono a convertirsi in embrioni d'una nuova nazione moderna ed evoluta. L'immigrazione dei "pionieri" fu a lungo contraddistinta dalla prevalenza dei maschi partiti soli e dalla loro dispersione, agli inizi, sul territorio di arrivo. La maggior parte dei nostri connazionali, evocati dai numeri delle statistiche ufficiali, si distribuiva infatti tra le zone minerarie e le zone agricole bisognose di manodopera avventizia. Secondo le stime di Gianfranco Crescioni, forse il maggiore storico italo-australiano dell'ultima generazione, solo una minoranza trovava impiego nelle città. D'accordo con i sindacalisti e con gli osservatori d'età giolittiana, come Angiolo Cabrini Crescioni suggerisce il quadro variegato delle occupazioni e dei mestieri collegandoli ai dati d'estrazione regionale per la provenienza e a quelli d'insediamento geografico per l'arrivo. Dalla Valtellina venivano allora i minatori impiegati nei giacimenti auriferi di Kalgoorlie, Coolgardie, Murchison, Wiluna e Gwalia, nell'Australia Occidentale e di Broken Hill nel Nuovo Galles del Sud. In questa "colonia madre", e poi stato importante della confederazione, altri valtellinesi lavoravano in miniera nell'estrazione di rame a Colon e del carbone a Newcastle e a Maitland. Lombardi, toscani e piemontesi dimostravano una più spiccata propensione per l'agricoltura e per i lavori di disboscamento, laddove friulani e veneti denotavano invece maggiori inclinazioni al lavoro salariato di tipo operaio in veste di manovali, muratori, cementisti ecc.

Nella coltura delle primizie e dei prodotti ortofrutticoli spiccavano i siciliani, mentre i loro compaesani del sud, napoletani e lucani, esercitavano i mille mestieri dell'ambulante e del girovago svariando dalle competenze artigianali (calzolai, arrotini ecc.) ai classici del "nomadismo lavorativo" - su cui esiste un'intera letteratura deprecatoria - in qualità di lustrascarpe, suonatori d'organetto, intrattenitori, fiorai.

Le specializzazioni coincidevano talvolta con particolari catene emigratorie determinate dai meccanismi ben noti della "chiamata" (che poteva venire da amici e da parenti, ma anche semplicemente da "paesani"): quasi senza eccezione e per lungo tratto di tempo gli emigranti dalle Isole Eolie furono dediti in Australia alla coltivazione e alla commercializzazione degli ortaggi. Sia in situazioni di questo genere che nell'industria mineraria, dove i nostri trovarono impiego dapprima come "lavoratori autonomi" e come minatori a giornata, pronti a vivere in luoghi disagiati e di grande isolamento, e poi come dipendenti al soldo di grandi compagnie, gli italiani, gruppo minoritario, dovettero fare i conti con le idiosincrasie etnico-politiche dei nativi bianchi e in più anche con le attitudini culturali difformi della restante immigrazione europea o con il problema, come essi dicevano, "dei mori", ossia degli aborigeni. Nei confronti dei quali, sia ben chiaro, nemmeno i nuovi arrivati, in condizione di grande inferiorità, si sforzarono mai di praticare le virtù cristiane della tolleranza e lo sforzo più civile dell'accettazione. Stretti nella morsa del protezionismo operaio australiano e delle ritornanti folate xenofobe, innescate sovente dall'avversione per i cinesi, il "pericolo giallo", gli italiani, che a un certo punto qualcuno cercò di ostracizzare come "pericolo oliva", dovevano innanzitutto guardarsi, a quei tempi e a lungo anche dopo, dai rischi dell'ospitalità condizionata ch'era loro concessa dagli australiani. Nelle città e nei centri urbani, pigiati in "pensioni" (boarding-houses) e alla mercè degli ispettori sanitari, saltuariamente vittime d'incidenti e di ristrutturazioni con licenziamento frequente, gli operai della Penisola, a ogni modo, riuscirono a dar vita a delle comunità etniche abbastanza riconoscibili. Nelle città, scrive Gentili, la popolazione italiana tendeva a raggrupparsi al centro, dove le case antiquate e un pò trascurate si potevano prendere in affitto a buon prezzo e dove si formavano quindi delle "Little Italies" che erano disprezzate dagli xenofobi, "ma visitate forse alla chetichella dai buongustai che volevano farsi una bella mangiata di pasta". Da un punto di vista regionale prevalevano nettamente i settentrionali, oltre il 60 per cento della popolazione italiana immigrata sin verso la fine degli anni trenta, con forti presenze siciliane (un 25 per cento del totale) e con minori aliquote di centro meridionali. Un caso a sé che merita d'essere almeno accennato è poi quello dell'arrivo "fuori stagione" e senza programmazioni di sorta, d'un gruppo d'oltre duecento contadini trevigiani e vicentini che a partire dal 1882 diedero vita all'inconsueto nucleo etnico rurale della "New Italy" di Woodhurn. Le cose erano andate così: vittime di una truffa consumata ai loro danni da un avventuriero e utopista clerico-reazionano francese, il marchese de Rays, i duecento coloni veneti erano stati "arruolati" con larghe promesse nel 1880 per trasferirsi a Port Breton in una costituenda colonia (la "Nuova Francia") da cui si sarebbe dovuta irradiare l'azione "legittimista" ed educativa dei colonizzatori cristiani su tutto l'arcipelago delle Bismarck. Salpati da Barcellona nel luglio del 1880 e arrivati dopo tre mesi e mezzo di traversata travagliatissima alla loro primaria destinazione, i contadini come tanti altri loro compatrioti in quel tempo, finirono dentro a un meccanismo infernale di stenti, di fame e d'impossibilità materiale a sopravvivere in climi e su suoli soltanto all'apparenza "paradisiaci". Decimati da un'epidemia e abbandonati alla loro triste sorte dal marchese, i sopravvissuti a bordo dello stesso vascello che li aveva trasportati dall'Europa poterono alcuni mesi più tardi approdare in una località della Nuova Caledonia francese da dove, in uno slancio encomiabile di solidarietà, le autorità britanniche del vicino Nuovo Galles del Sud li trasferirono a proprie spese in territorio australiano provvedendoli di aiuti e avviandoli in gruppi sparsi al lavoro.

Benevolo ed umanitario in questa sua predisposizione, il governo coloniale però fece di tutto per impedire che si realizzasse una 'improvvida" concentrazione di immigrati dello stesso ceppo etnico e addirittura di estrema compattezza reale e familiare.

L'ostinazione proverbiale dei veneti, tuttavia, l'ebbe vinta, nel giro di alcuni anni, sulla comprensibile, ma non giustificabile attitudine Wasp delle autorità australiane e così fra il 1882 e il 1885 alcune decine dì famiglie superstiti poterono fondare nei pressi di Woodburn un piccolo villaggio, dotato di scuola, di chiesa e di servizi elementari, dove l'insolita comunità visse per alcuni decenni del lavoro dei campi e dell'allevamento dei bachi da seta, un'attività che proprio un colono di "New Italy", memore delle tradizioni regionali, importò fra i primi in Australia. Per qualche tempo l'identità italiana del gruppo si preservò intatta esaltando anzi i caratteri "veneti" dell'insediamento, ma via via anche impellenti ragioni economiche contribuirono a smantellare quell'angolo d'italia casualmente sorto nel Nuovo Galles del Sud. Questo insormontabile ostacolo della difficile assimilazione e della ancor più difficile costruzione di comunità etniche coeve spiega una delle ragioni del successo che arrise per molto tempo alle pratiche "anti-italiane" delle autorità e degli stessi sindacati operai australiani, rendendo a tratti patetica e comunque inefficace l'azione svolta presso i nostri immigrati dalle élite politiche della sinistra di classe del tempo. Nondimeno rivestono grande importanza, nella storia dell'emigrazione italiana in quel continente, le iniziative che Sceusa, Ercole, Munari e altri ancora assunsero fra otto e novecento per promuovere la sindacalizzazione e la presa di coscienza (politica certo, ma un poco anche nazionale) dei lavoratori italiani a cui nei primi anni nel nuovo secolo cominciarono a rivolgersi giomali socialisti come l'Uniamoci. Assieme ad altri fogli redatti in lingua italiana, l'Unianzoci ingaggiò per tempo una battaglia sia difensiva che "propositiva" al fine di indurre gli immigrati italiani a una più conveniente integrazione. Ad una prima svolta si giunse così dopo la grande guerra e all'indomani dell'affermazione del fascismo quando riprese quota in maniera decisa il movimento emigratorio internazionale per un'ultima volta prima che le frontiere (lei Paesi ospiti di mezzo mondo, e di quelli transoceanici in particolare, si richiudessero per quasi vent'anni. C'era di mezzo la complicazione appunto del fascismo e di conseguenza, nel momento in cui la presenza italiana cominciava a farsi consistente di peso se non sempre d'influenza in una nazione costruita all'insegna del restrizionismo e degli Immigration Acts (i provvedimenti di "quota" che limitavano o impedivano per legge l'accesso di troppi lavoratori stranieri in Australia), il rinnovato afflusso di emigranti dal nostro Paese prese a svolgersi sotto l'ipoteca di una dura contrapposizione ideologica: cacciati o indotti ad andarsene dall'Italia per motivi politici e di "sicurezza", molti antifascisti e protagonisti del biennio rosso si trovarono mischiati, prima nei bastimenti e poi in terra straniera, agli antagonisti di appena ieri costretti a propria volta ad andarsene per ragioni di carattere esclusivamente economico. Le autorità consolari italiane, e quelle politiche australiane un pò meno prevedibilmente, copersero di attenzioni e di appoggi la parte lealista e d'ordine nelle nostre colonie (nuclei o "Little Italies" che fossero), mentre a tener desta l'animosità degli oppositori all'estero del regime provvidero vari gruppi e vari leaders della sinistra socialista ed anarchica, già distintisi prima dell'espatrio come protagonisti delle violente lotte politiche del tempo. Uomini come lo sdedense Frank Carmagnola per l'ala, come oggi diremmo, "militarista" (era un ex Ardito del popolo d'altronde) o come Omero Schiassi, per l'ala gradualista, impedirono ai fasci italiani in Australia di accampare l'alibi dell'unanimismo. E non mancarono sino agli anni trenta inoltrati gli scontri anche cruenti, gli agguati, le bastonature e le morti violente accanto al difficoltoso emergere di un dissenso politico organizzato e strutturato.

Fuori dai problemi dell'assimilazione condizionata e dalle diatribe tra fascisti e antifascisti - che allo scoppio della guerra verranno incautamente internati tutti assieme negli stessi campi di concentramento dagli australiani, responsabili, perciò, della morte di non pochi antichi oppositori del regime uccisi da connazionali fascisti - si assiste intanto anche alla formazione di qualche "grande" fortuna e alle origini di un vero e proprio nucleo di "australiani" d'origine italiana che si naturalizzano o che ottengono la cittadinanza, anche se fra il 1935 e il 1946 il periodo non è e non sembra dei più propizi. L'emigrazione di massa, quella vera, riprende nelle forme pianificate dell'afflusso negoziato dai governi tra il 1946 e i primi anni settanta. Grazie alle ondate dell'ultimo dopoguerra, quello italiano è ormai il secondo gruppo etnico immigratorio del Paese e si presta a narrazioni di segno diverso. In chiave cinematografica, per esempio, alle performances di Alberto Sordi e di Claudia Cardinale nella pellicola di Zampa del 1971 Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata. Tra foreste e località sperdute ancora alle soglie del nostro tempo, con i palliativi ovvi dlla modernizzazione (dai trasporti alle comunicazioni) la vita dell'emigrante italiano in Australia si svolge all'insegna d'una dichiarata difficoltà ad ambientarsi, che risulta assai più frequente e incisiva di quanto non accada in ogni altra località d'insediamento transoceanico di ieri e di oggi. Di fronte alle ragguardevoli medie annue dei decenni 1946-1955 (12.851 unità) 1956-1965 (15.244 unità) e 1966-1975 (7694 unità) l'emigrazione italiana in Australia si conferma come caso a sé stante che non riesce a superare però la separatezza dagli altri casi anche per questi semplici e, verrebbe voglia di dire, universali motivi. Nel Veneto, una delle regioni del nord tradizionalmente più interessate all'esodo in Australia, s'è costituita anni fa un'associazione di ex emigrati in Australia, lavoratori e gente soda che talora dall'estero è tornata con il classico gruzzolo o con qualche piccola fortuna, ma che ha sentito il bisogno di mettersi insieme per superare alcuni contraccolpi psicologici di un destino piuttosto beffardo: male ambientati in Oceania e disadattati per motivi culturali e linguistici, al loro ritorno dopo venti o più anni in un'Italia profondamente cambiata e arricchita hanno sentito il morso d'una nuova situazione di disagio e di disorientamento. E per vincerlo si sono costituiti in associazione adducendo come pretesto primo il fatto d'essere stati per qualche tempo accomunati da un disagio del tutto simile in Australia.

L'EMIGRAZIONE E L'ITALIA MERIDIONALE
di Francesco Saverio Nitti
da: "Scritti sulla questione meridionale" - Editrice Laterza, Bari, 1958

L'emigrazione ha trovato in tutti i tempi fautori ed avversari numerosi. Però dalle opere di coloro che l'han combattuta come dannosa, si vede chiaramente la miseria di argomenti degli avversari; quando tutte le ragioni sono esaurite e la statistica ha dimostrato chiaramente i numerosi vantaggi che da una larga e continua

emigrazione possono venire, essi invocano i vecchi argomenti, che facevano commuovere i nostri nonni, e tirano fuori l'amor della patria, questo santo amore in nome del quale tutte le ingiustizie sì sono coperte, e tutte le tirannie si sono legittimate. Parlare d'amor di patria a chi emigra per fame, perché il lavoro gli manca e perché la ricompensa, che nella dolce patria riceve, è così esigua da non poter nemmeno bastare ai primi bisogni della vita, è una stupidità che non ha nome. La patria intesa in questo senso è un carcere duro. Gli avversari dell'emigrazione mostrano, come ho detto, una così grande ignoranza dei fatti sociali, una conoscenza così incompleta della vita italiana e della vita delle campagne, da poter credere che una semplice retorica a sangue freddo possa far breccia nell'animo di una persona, che forse la sola emigrazione salva dal diventare un malfattore. Entrate nei paesi dove grande è l'emigrazione, girate un po' per quei tristi villaggi di Basilicata, della Calabria, del Salernitano, dove famiglie intere emigrano dopo lunghe lotte per raccogliere le poche centinaia di lire necessarie al viaggio, e parlate di patria a quei disgraziati, che la sola fame costringe ad abbandonare il proprio paesello. Il contadino, specialmente il contadino del Mezzogiorno, tranne la passione brutale per la terra, ch'egli ha coltivata con tanti stenti e con tanto poco frutto, non intende altro amore ed altra passione. La sua passione per la terra è soltanto grandissima; io ne ho visto moltissimi ricorrere al fitto elevato, soggiacere alle usure più crudeli, pur di coltivare un pezzo di terreno, assai spesso sterile e pietroso. Poi i contadini, come tutte le nature vergini che la civiltà non ha guaste e lo studio non ha infiacchite, sono lenti nelle loro risoluzioni; ma quando si sono indotti a qualche cosa, che credano utile, non vi è ragione al mondo che possa persuaderli in contrario. Credete voi che essi emigrino leggermente, e senza aver prima lungamente meditato sulle conseguenze del loro proposito? Ogni giorno essi sono costretti a subire da parte delle classi dirigenti soprusi e ingiustizie, che in paese civile sembrano impossibili. Il loro lavoro duro e senza tregua per tredici o quattordici ore al giorno (lavoro quasi improficuo e che non frutta che scarso guadagno) non basta quasi sempre a sostentare le famiglie miserabili. E così, per una paga, che difficilmente sorpassa i trenta centesimi, le donne sono costrette anch'esse a lavorare in duri lavori, in cui l'organismo femminile si sciupa e si logora. I bambini, quando per la tenera età dovrebbero ancora non occuparsi di nulla, sono costretti ad aiutare i loro genitori nell'opera laboriosa ed improficua. Credete veramente che le leggi siano per il contadino una estrinsecazione della morale e della giustizia? Egli spesso non vede in esse che dei soprusi alla sua miserabile condizione. Se voi osservate le statistiche vedrete che nelle campagne il numero dei reati che si denunziano è assai scarso. Il contadino ricorre assai raramente alla giustizia; se ha i mezzi di vendicarsi, si vendica, se no sopporta in silenzio tutte le ingiustizie che gli si fanno. Osservate un poco il numero degli attentati contro la proprietà, nelle province meridionali specialmente; in certi luoghi è grandissimo. Così, chi non riesce a vendicarsi in altro modo, si vendica devastando i beni del suo nemico. Il contadino, che non crede alla legge, che teme soltanto gli esecutori di essa, accumula ogni giorno nell'animo le ragioni di odio contro i signori del suo villaggio: " crescono - dice l'on. Fortunato - alla sorda e si avviluppano i contrasti, le ire, i sospetti, le invidie fra la borghesia e il proletariato; avari sono i possessori, cupidi i diseredati dalla fortuna, profondi e implacabili gli odi dall'una parte e dall'altra". Così, ad ogni partenza di piroscafo, dal fondo delle province, torme di emigranti vanno ad imbarcarsi, e danno un addio, per fortuna non eterno, alla patria, che è stata crudele con essi. Nobile sentimento l'amore della patria; ma, inteso nel senso in cui lo intendono gli avversari dell'emigrazione, farebbe l'uomo schiavo della terra. Del resto il concetto di patria si è venuto ogni giorno più allargando e oggi, dice Jules Duval: "la patrie n'est pas mème le territoire, elle est l'unité morale que constitue l'accord des traditions, des intérèts et des idées, unité qu'anime l'àme collective d'un peuple, qui se personnifie dans un gouvernement, et que protége le drapeau, bien loin souvent du centre principal du corps de nation". Dopo una invocazione alla dolce patria, gli avversari dell'emigrazione cominciano quasi sempre dal narrare i danni che da essa derivano: mancanza di braccia destinate all'agricoltura, rialzo dei salari, ribasso del valore venale dei terreni nei paesi di grande emigrazione. Noi abbiamo visto come per grande che possa essere la emigrazione di un paese come l'Italia, è assai difficile che questa venga a subire un notevole spopolamento. Vedete che i paesi di maggiore emigrazione in Europa, come la Svezia, la Norvegia, l'Inghilterra e la Scozia, hanno tutti una natività assai maggiore di quella dell'Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia. Notate pure un altro fenomeno interessantissimo: dove, come negli Stati Uniti d'America, e in Russia, la densità è scarsa, il numero dei matrimoni e grandissimo in paragone di quello dei paesi di maggiore densità, e la mortalità è minore. Direi quasi che la popolazione tenda a circoscriversi in certi limiti, e che le cause sociali esterne vi apportino mutamenti assai limitati. Gli altri danni, che si fanno ordinariamente derivare dall'emigrazione, non hanno certo un maggiore fondamento. Io sarei lieto, per esempio, se veramente l'emigrazione avesse potuto produrre un generale aumento dei salari; e la conseguenza, che fa inorridire i buoni economisti da strapazzo, avrebbe agli occhi miei rappresentato uno dei più notevoli benefizi dell'emigrazione. Dare a chi lavora tredici o quattordici ore al giorno, 60 centesimi, come retribuzione del suo lavoro, è tale vergogna che non certamente si deve esser dolenti, se una qualunque causa possa metter fine a una consimile ingiustizia. I salari dei contadini, pur troppo, dal 1860 ad oggi, non hanno avuto nessun notevole aumento. Questo fatto, dunque, distrugge anche certe strane argomentazioni che l'on. Salandra adopera per difendere la legge, affamatoria ed ingiusta, dell'aumento del dazio sui cereali. Dice di credere l'on. Salandra che un maggior costo del grano possa rialzare nell'Italia meridionale il salario degli agricoltori; i produttori, egli dice, quando venderanno la loro merce a prezzo più elevato, potranno meglio retribuire le fatiche dei lavoratori. Però, dicendo questo, l'on. Salandra mostra d'ignorare, poiché è impossibile ch'egli ignori, che quando nel 1873 il prezzo del grano arrivò a L.38,54 l'ettolitro, le mercedi degli agricoltori erano quelle di ora e fors'anche in certi punti più scarse, e che invece i generi alimentari di prima necessità costavano più di ora. Che venga dunque questo benefico aumento dei salari; sarà un altro benefizio dell'emigrazione, e, chi non giudichi le cose dal lato del proprio interesse, ne sarà certo lietissimo. Finora però il prezzo della mano d'opera nei paesi di emigrazione è rimasto quasi invariato. Le province che danno maggior numero di emigranti per paesi non europei sono: Potenza che nel 1886 n'ebbe 10.642, Salerno 7824, Campobasso 6847, Cosenza 6749, Torino 4336, Genova 4158, Cuneo 5535, Milano 3068, Avellino 2582, Alessandria 2507, Catanzaro 2462, Caserta 2263, Como 2300, Chieti 2197, Pavia 2122, ecc. Sentite ora le relazioni prefettizie. "La mancanza di braccia nei comuni che forniscono il maggior contingente all'emigrazione ha fatto aumentare di pochi centesimi il meschino salario degli operai, mentre, per contrario, appezzamenti di terreno rimangono incolti e crescono i prezzi dei prodotti. Aggiungasi che i lavoratori della terra non trovano garanzia, se non raramente, ed a patti onerosissimi per l'affitto delle terre, o il prelevamento del grano e del danaro dai Monti frumentari o dagli istituti di prestiti e risparmi, e quindi i terreni vengono coltivati nella maggior parte per conto del padrone, ed il contadino è forzatamente tenuto nella condizione di semplice giornaliero". Da questo brano della relazione del prefetto di Potenza si vede bene come, nella provincia dove l'emigrazione è maggiore, il salario medio non si sia aumentato che di pochi centesimi. "Nei circondari di Salerno e Campagna - dice il prefetto di Salerno - durante l'ultimo decennio, l'emigrazione non ebbe per effetto di accrescere la misura dei salari, né di modificare i prezzi delle terre". Anche più chiara è la relazione del prefetto di Campobasso: "Per quanto l'emigrazione, che va di anno in anno aumentando, rechi gravissimo danno (?) allo sviluppo economico della provincia, nessuna influenza nel decennio ha portato nella misura dei salari". "In questa provincia - dice il prefetto di Cosenza - nello scorso decennio si è verificato un sensibile aumento nell'emigrazione. Non può dirsi però che questa abbia esercitato influenze sulla misura dei salari, né sul valore delle terre ". E press'a poco nell'istesso modo sono concepite le altre relazioni dei prefetti del Regno. Da uno spoglio di esse risulta che l'emigrazione non ebbe alcun effetto sui salari nelle province di Brescia, Mantova, Pavia, Padova, Treviso, Udine, Venezia, Verona, Modena, Parma (Borgo S. Donnino), Reggio Emilia, Firenze, Livorno (Portoferraio), Ancona, Macerata, Campobasso, Chieti, Napoli, Salerno (nei circondari di Salerno e Campagna), Bari, Catanzaro, Cosenza, Messina e Trapani; che i salari aumentarono assai poco per effetto dell'emigrazione nelle province di Alessandria, Cuneo (circondano di Saluzzo), Genova (nei soli comuni di montagna), Bergamo, Como, Pavia (nei soli circondari di Bobbio e Voghera), Sondrio, Belluno, Parma (nel Voltarese), Piacenza (solo in pochi comuni), Massa, Caserta (circondano di Piedimonte), Salerno (nei circondari di Sala e Vallo); che i salari aumentarono alcun poco per cause estranee all'emigrazione, nelle province di Novara, Torino, Porto Maurizio, Cremona, Vicenza, Pisa, Aquila e Reggio Calabria; che nelle altre province l'emigrazione non ebbe nessunissimo effetto sui salari, che non aumentarono nemmeno per altre cause. Dov'è dunque questo temuto aumento dei salari? Se, soltanto, stando alle pubblicazioni statistiche ministeriali, dal 1876 ad oggi, sono emigrati press'a poco 700 mila italiani, se da alcune province, come la Basilicata, dove non si è avuto alcun aumento nei salari degli operai-agricoltori, l'emigrazione dell'undicennio 1876-1886 è stata superiore ai 100 mila emigranti, come mai i salari vorranno ora soltanto aumentare precipitosamente? Ma i Tibulli dell'emigrazione cercano soprattutto gli argomenti che toccano il cuore; ecco, essi dicono, ecco i terreni della patria, incolti per mancanza di braccia, perdere continuamente valore. Il buon cav. Florenzano, dopo aver notato tutti i pretesi danni dell'emigrazione, giacché non riesce a trovare alcun rimedio al nuovo male, consiglia nientemeno agli emigranti di stabilirsi nelle isole italiane quasi incolte: l'Elba, la Capraia, la Gorgona... e perché mai non pure la Pantelleria? Così, egli pensa, l'emigrazione potrà arrestarsi. Oltre questo innocente rimedio il cav. Florenzano non consiglia quasi altro; e agli occhi suoi gli emigranti sembrano degli sconsigliati affetti da monomania emigrante, che la sete dell'oro gitta in lontane regioni, dove, orribile a dirsi, si trovano i serpenti bovi, gl'insetti vampiri e perfino... la pu/ex penetrans che, secondo il Mantegazza, "vi salticchia sui piedi, e aprendosi il cammino tra le cuciture delle vostre scarpe, e le maglie delle vostre calze, vi si introduce sotto la pelle, ecc. "Dice pure il cav. Florenzano che nelle città più popolose d'America, a Guatimala, Lima, Caracas, ecc. ecc., si e esposti alla " frequente ruina dei terremoti ". Chi volete ora che sia così pazzo da emigrare? Meglio soffrire la fame, e spidocchiarsi al sole nel proprio paese, che andare nelle città, dove i terremoti si succedono continuamente, e nelle campagne dove i serpenti bovi, gl'insetti vampiri e la terribile pulex penetrans fanno stragi degli emigranti. Non è poi vero che i terreni delle province d'emigrazione abbiano subita una notevole diminuzione di valore. Le province che diedero maggior numero di emigranti per paesi fuori d'Europa sono in Italia, Potenza, Campobasso, Cosenza, Salerno, Avellino, ecc. ecc. "Il valore venale delle terre non si può dire né diminuito, né cresciuto " dice la relazione del prefetto di Potenza. E sebbene il prefetto di Campobasso creda anch'egli dannosa l'emigrazione, aggiunge che "nessuna influenza... ha portato nella misura dei salari, né sul valor venale delle terre". " Non può dirsi - scrive il prefetto di Cosenza - che l'emigrazione abbia esercitato influenza sulla misura dei salari né sul valore delle terre". Che anzi in certe province, proprio per effetto dell'emigrazione, si è avuto un sensibile aumento nel valore venale della terra. Nelle province di grande emigrazione in generale, come abbiamo visto, il valore delle terre è rimasto invariato. Soltanto nel circondano di Vallo, della provincia di Salerno, nel circondano di Saluzzo, della provincia di Cuneo, e nella provincia di Belluno "sembra essere diminuito". Il gran numero degli emigranti italiani è, come ho detto altrove, di agricoltori e di braccianti; così che quando essi ritornano in patria, ed hanno del danaro, ne comprano terra: perciò il prezzo di essa si è nelle province di Sondrio, Piacenza, Massa e Caserta " aumentato alquanto per causa dell'emigrazione". Dove è dunque questa temuta diminuzione del valore venale delle terre? Dove sono poi questi terreni incolti per causa dell'emigrazione? Nell'Italia meridionale, specialmente, la condizione degli agricoltori è assai disagiata. La proprietà è assai male distribuita e soprattutto mancano i capitali, che ogni buona coltivazione richiede. La grande quantità delle terre coltivate a cereali, la nessuna trasformazione avvenuta finora nei modi di coltivazione, il sistema barbarico del fitto a condizioni cattive per il fittuario e qualche volta anche per chi fitta, han prodotto in alcuni paesi un grave impauperimento; e non è raro il caso di terre che non si coltivano per assoluta mancanza di capitali. Con tutto questo l'emigrazione non ha nulla a vedere. La quantità delle terre incolte (il numero non è poi così grande, come persone interessate vorrebbero far credere) la quantità delle terre incolte non è certo assai maggiore di quella che era dieci o quindici anni sono, quando la concorrenza indiana e la americana non erano grandissime, e quando per giunta il prezzo dei cereali era elevatissimo. Se dunque delle terre incolte in Italia vi sono, non è da incolparne l'emigrazione; poiché in questo caso si ammetterebbe che essa avesse spopolato la nazione; là dove la densità media dell'Italia è superiore a quella della Germania, dell'Austria, della Svizzera, della Spagna, del Portogallo, della Grecia, della Francia, ecc. ecc. Ora in Francia, in Germania e in Svizzera, proporzionatamente al numero degli abitanti e all'estensione del territorio, la quantità dei terreni atti a produzione, che nondimeno rimangono incolti, è inferiore a quella dell'Italia. Da questo, naturalmente, si conclude che in Italia, se vi sono delle terre incolte, non è da incolparne l'emigrazione, ma la mancanza dei capitali e il genere poco produttivo di coltura. " L'aumento della popolazione - dice il Roscher - si verifica per legge naturale fino a che lo permette la massa delle sussistenze (nel senso più largo dell'espressione) comparata ai bisogni usuali del paese. Questa legge di natura è, nella sua sfera, così incontestabile come la legge di gravitazione. Ogni aumento relativo della massa delle sussistenze, proveniente da produzione più abbondante, o da una restrizione dei bisogni dei lavoratori, apporta un accrescimento di popolazione. Ora è innegabile che la credenza universale di un aumento delle sussistenze, debba avere il medesimo effetto dello stesso aumento realizzato. Se, per esempio, quando è incoraggiata l'emigrazione, dei milioni di tedeschi immaginino che non soltanto gli emigranti sono in una posizione migliore di prima, ma che ancora quelli che son rimasti nel paese se ne gioveranno, questa semplice speranza basta per far conchiudere un gran numero di matrimoni, e produrre un gran numero di nascite, che non si sarebbero avverate". E di un'altra cosa si è dolenti. Ecco, ha detto qualche ingenuo scrittore, l'emigrazione che prima era composta quasi esclusivamente di contadini e di artigiani, ora attira a sé anche molti borghesi; e sono i capitali della patria, che con questi ultimi si allontanano. Vi è stato anche uno scrittore assai reputato - credo bene ch'egli abbia detto per celia - che si è lagnato che negli ultimi (tempi) fossero partiti un centinaio di avvocati. L'emigrazione non deve essere sempre ed esclusivamente composta ed alimentata dalle classi indigenti. Ma per essere feconda, come giustamente nota il Duval, deve abbracciare i tre inseparabili elementi di ogni produzione normale "le capital qui fournit les avances et les instruments de travail, l'intelligence qui en dirige l'application, le travail qui les met en ceuvre". Gli Stati non s'impoveriscono per questo allontanamento, "la bourgeoisie industrielle et commerciale qui reste, voit s'accroitre, pas la réduction de la concurrence, toutes ses chances de prospérité: les capitaux deviennent plus féconds". "Le buone conseguenze dell'emigrazione - dice il Mérivale - sotto questo rapporto nelle differenti località, quando essa è accompagnata da buoni regolamenti, han potuto produrre in pochi anni una rivoluzione materiale nel prezzo dei salari, e un miglioramento rilevante nella condizione dei poveri di alcuni luoghi" Anche il Duval e il Leroy - Beaulieu credono che una emigrazione bene ordinata possa in certe date circostanze diminuire il pauperismo. "Ammirate - dice il Duval, parlando dell'Irlanda in un rapporto al Congresso internazionale di beneficenza di Bruxelles - il meraviglioso risultato, ben degno di essere meditato dalla saggezza umana! Mentre che la popolazione non si è diminuita che di un quarto, il numero dei poveri inscritti al libro delle carità comunali è diminuito di cinque sesti; da oltre 600 mila, quanto era nel 1850, è sceso a 106.802 nel 1855". Ma tutti coloro che parlano dei danni dell'emigrazione, tacciono, e può darsi anche che ignorino, i benefici che da essa ci son venuti. "Si l'émigration - dice Jules Duval - ne diminue pas le nombre des familles ni des enfànts, est-ce à dire qu'elle soit sans influence heureuse sur le pauperisme? Non. Elle fe diminue en faisant à ceux qui restent une condition meilleure. Ils étaient prolétaires misérables, et par conséquent époux et pères de misérables: gràce au tri qui s'est fait, les salaires haussent, les denrées baissent, le chef de famille cesse d'ètre un indigent, il devient un ouvrier gagnant sa vie par un salaire convenable; sa femme, ses enfants, se ressentent de son bien-ètre, les nouveaux venus au sein de la famille ne naissent plus, ne grandissent plus, au sein d'une incurable misère. L'émigratiQn les aura indirectement relevés de la déchéance en relevant les pères. Et tant que ce déversoir restera ouvert à l'excédant des populations, les familles pourront, sans danger aucun, à moins d'une intempérance désordonnée, conserver la position meilleure une fois acquise. Dans ces limites et de cette facon l'émigration remédie au paupérisme qui provient du malheur ou d'une population surabondante; mais elle ne dispense ni de prévoyance, ni de bonnes mesures politiques et économiques, ni de bonnes moeurs. Elle n'est pas qu'une ressource considérable ajoutée à d'autres et les complétant". Ma a che serve l'emigrazione? Perché, dicono gli oppositori, perché mai la madrepatria deve incoraggiarla, o almeno tollerarla quando ad essa non viene alcun vantaggio? L'emigrazione, secondo il Leroy Beaulieu è "le fait générateur de la colonisation", e queste grandi forze umane, che abbandonano ogni anno la madrepatria, per recarsi in contrade lontane, vi apportano la loro lingua, le loro abitudini. E al commercio della metropoli si aprono nuovi e larghi sbocchi. Voi vedete come grandissimo sia il commercio dell'Italia con le Repubbliche della Plata, con gli Stati Uniti, con il Brasile, dove grande è il numero degli emigranti, mentre è quasi insignificante quello con il Messico, con il Perù e con il Chile, dove scarso è il numero dei nostri connazionali. E queste grandi forze umane, che, per assai più della metà, ritornano, dopo qualche anno, in patria, riportando una discreta agiatezza, contribuiscono alla diminuzione del pauperismo assai più di ogni legge sociale. E vedete pure da quante vergogne ci ha salvato l'emigrazione! I nomi di Calvello, Laurenzana, Corleto, Viggiano, Marsicovetere in Basilicata, Sora, Picinisco e Villa Latina in Terra di Lavoro, di Nè e Mezzanego in Liguria, di Boccolo di Tarsi, Bardi e Roccabruna nel Piacentino erano in faccia al mondo sinonimo d'infamia. Ogni anno da questi tristi paeselli partivano torme di bambini per lontane regioni, e questi disgraziati da miserabili speculatori erano adibiti in duri mestieri girovaghi. Ogni anno i padri con regolari contratti cedevano a persone ignote i bambini che non potevano mantenere, e che andavano a Parigi, a Vienna o in America a disonorare il nome italiano. A New-York erano venduti giornalmente i bambini d'Italia, e il prezzo dei maschi variava da 100 a 200 dollari e quello delle femmine, specialmente quando erano graziose, da 100 a 500. "Due giovinette che suonavano abilmente in Wall-Street, furono vendute 1600 dollari". I trattamenti che i disgraziati bambini riceveano dai loro padroni erano orribili; i rapporti consolari sono pieni di racconti di sevizie inaudite e di ferocie inconcepibili. Ma da quando il 18 dicembre 1783 la Camera dei deputati volle, colla legge di "Proibizione d'impiego di fanciulli in professioni girovaghi" far finire il triste mercato, dai paesi dove esso avveniva si mosse larga corrente d'emigrazione. E, coloro che non riuscivano a vivere nel proprio paese, non potendo più sbarazzarsi dei propri figlioli, emigrarono insieme ad essi, nella speranza di paesi migliori, dove il salario non suonasse una triste irrisione della miseria. E ora l'emigrazione di questi paesi è grandissima, e annualmente tende ad aumentare…….. Ma oltre che sulle condizioni economiche, l'emigrazione ha una larga influenza sulle condizioni morali degli Stati. In Italia, da quando una larga corrente d'emigrazione si è stabilita, da quando ogni anno parecchie decine di migliaia di contadini abbandonano i propri paeselli, la cifra della delinquenza si è grandemente diminuita. "Dal 1862 al 1870 - osserva su questo argomento il professor Tammeo - vi è stata una sensibile diminuzione nel numero degli omicidi, specie in Basilicata, che da 42,42 calano a 21,10 per ogni 100.000 abitanti. - Guardando queste cifre, noi ci persuadiamo che l'emigrazione, in questa provincia segnatamente, è un bene; poiché la stessa causa, che prima spingeva un individuo all'assassinio, ora lo spinge fuori della patria in lontane contrade". E' la giusta osservazione del prof. Tammeo io l'ho riscontrata poi in quasi tutte le province dove grande è l'emigrazione. Se la delinquenza è soprattutto una dolorosa conseguenza del disquilibrio sociale, se ad alimentarla contribuiscono, oltre che fattori naturali, le condizioni economiche dei popoli, si comprende benissimo, come l'emigrazione debba essere un freno potentissimo. Il numero dei delitti è venuto in Italia man mano diminuendo, come il numero degli emigranti si è accresciuto. Così nelle province di grande emigrazione come Potenza, Salerno, Campobasso, Cuneo, Avellino e Cosenza, l'emigrazione ha grandemente diminuito il numero dei delitti, mentre nelle province, dove essa è insignificante, come nelle Romagne e in Sardegna, in Sicilia e in Toscana, può ben dirsi che dal 1870 la delinquenza non abbia avuto nessuna notevole diminuzione. Così che, tutto sommato, i timori che generalmente si hanno dell'emigrazione, mi sembrano a dirittura infondati. L'Italia non ha avuto da essa economicamente alcun danno; il prezzo delle terre è rimasto inalterato, e se in alcuni punti, per cause estranee all'emigrazione, è diminuito, in alcuni altri, proprio per effetto dell'emigrazione, è aumentato; i salari sono rimasti invariati, se bene, fortunatamente, tendano a rialzarsi, e la delinquenza è venuta rapidamente a decrescere. È stata soltanto l'emigrazione che ci ha salvato dalla miseria e dalla crisi agraria, che ha distrutto la triste necessità della vendita dei bambini addetti a mestieri girovaghi, e che, per alcune province, che la mancanza di ogni ricchezza sociale avea discreditato, è stata in faccia al mondo una vera e propria riabilitazione.

LA TRATTA DEGLI ITALIANI

di: Fernando RITTER

da: La via mala - Altri saggi sgraditi, All'insegna del pesce d'oro, Milano 1973, 9-23

da: http://www.ilbolerodiravel.org/letteraturaStraniera/pound/ritter.htm

Alla fine degli anni '60 vi erano ufficialmente, sparsi attraverso il mondo, 6 milioni di individui in possesso di passaporto italiano. Di questi, oltre 2,4 milioni vivevano in Europa: 900 mila in Francia, 700 mila in Svizzera, 400 mila in Germania, 250 mila nel Benelux, 150 mila in Gran Bretagna. In realtà, il numero degli italiani all'estero era allora sensibilmente superiore alla cifra ufficiale, in quanto da essa erano stati esclusi tutti coloro che, nel corso degli anni, avevano rinunciato o dovuto rinunciare alla propria cittadinanza originaria. Innumerevoli quindi sono stati gli italiani costretti a prendere la via dell'esilio per cercare, all'estero, quel pane che veniva loro negato in patria. Ciò avvenne precisamente da quando, conquistato dai piemontesi il Regno delle due Sicilie, cominciò in nome dell'Unità d'Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un'amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d'Italia. Stato pacifico che, tra l'altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all'avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l'illuminazione a gas, con 10 anni d'anticipo sulle altre città della Penisola. Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L'Unità d'Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord - con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni. L'Unità portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino alla conquista legalmente inamovibili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militari. L'incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principî, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali - sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l'ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell'impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario "spietato", ma dal borghese "liberale". Così il contadino dell'ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l'Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra - introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine - non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l'industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all'industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo [1]. Si interruppe in conseguenza - tra l'altro - la corrente migratoria della mano d'opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l'estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l'intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila - media annua del periodo 1876 -1880 - a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell'anno 1912, a 872 mila nell'anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese. Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana "liberale" di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o - per pochi mesi - tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. Politica che costrinse, nell'ultimo biennio dell'era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l'inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all'inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.

[1] Codificato dalle leggi protezioniste del 1887 a favore delle industrie del Nord.

Esempio



  


  1. serena

    sto cercando una relazione sull'emigrazione verso gli USA all'inizio del 900 sostengo l'esame di maturità per il liceo turistico


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