Economia del dopo guerra

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Economia del dopo guerra
Il processo d'integrazione economica dell'Europa occidentale fu il risultato di visioni strategiche e di spinte politiche ed economiche diverse. Da una parte, stava l'interesse americano per il rafforzamento di un'Europa unita su basi ampie in funzione antisovietica, che garantisse anche un saldo ancoraggio della Germania occidentale all'alleanza. Dall'altra, vi era la consapevolezza francese dell'importanza di costituire un'asse politico con la Germania, affiancata dalla necessitа di disporre delle risorse della Ruhr essenziali allo sviluppo della propria economia. Lo sviluppo del commercio intraeuropeo, che stava largamente alla base della crescita delle economie continentali, spingeva, infine, verso una loro integrazione maggiore. I primi sforzi americani per creare una qualche forma di unione che abbracciasse i 16 stati aderenti al Piano Marshall, bloccati soprattutto dalla indisponibilitа della Gran Bretagna, lasciarono cosм spazio all'entrata in vigore di accordi piщ ristretti che, nel 1957, sfociarono nella Comunitа Economica Europea, inizialmente composta da Francia, Italia, Germania e paesi del Benelux. La CEE costituм il nucleo iniziale di un processo d'integrazione economica sempre piщ vasta che, seguendo un percorso difficile e nonostante numerose battute di arresto, portт nel 1992 alla nascita dell'Unione Europea (allargata ora a 15 stati) e alla decisione di creare una banca centrale comune adottando una moneta unica, l'Euro. Tuttavia, al progresso nell'unione delle economie non ha corrisposto un equivalente processo sul piano politico e istituzionale. La mancanza di una diretta legittimazione democratica delle istituzioni europee, ancora dominate dagli accordi tra i governi degli stati membri, e l'assenza, in concreto, di una politica estera e di difesa comune sottolineano che l'Unione и ancora lontana dal costituire un fattore decisivo degli equilibri politici internazionali.

Il modello d'integrazione funzionale delle economie alla base dello sviluppo della CEE non costituм l'unico progetto di costruzione di una nuova identitа europea. A cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta, esso dovette confrontarsi con la strategia gaullista volta a costituire un Europa "dall'Atlantico agli Urali", posta sotto la leadership di Parigi, fondata anch'essa sull'asse franco-tedesco, ma autonoma dal legame strategico con gli Stati Uniti. Nel 1958, De Gaulle divenne presidente di una Francia profondamente scossa dalla sconfitta in Indocina e dalla guerra d'Algeria, e immersa in una crisi che rischiava di sfociare in un colpo di stato militare. Nella sua visione, che rispondeva anche all'esigenza di risollevare la nazione, la nuova "Europa delle patrie" doveva costituire una "terza forza", equidistante dai due blocchi, recuperando la tradizionale centralitа nel sistema delle relazioni internazionali. Il progetto di De Gaulle presupponeva l'acquisizione di una capacitа nucleare autonoma, e questa fu effettivamente raggiunta dalla Francia, nel 1961. Ma, due anni dopo, la sua visione si arenт di fronte all'impossibilitа di allontanare la Germania dall'alleanza politica con gli Stati Uniti e dalla protezione dell'ombrello nucleare americano. Nй, del resto, gli altri partner della Francia si dimostrarono pronti a compromettere la nuova prosperitа economica fondata sul mercato comune e sulla sostanziale cooperazione economica con gli Stati Uniti, per seguire i progetti di grandeur del generale, che si rivelarono velleitari e prematuri; isolato, nel 1966, De Gaulle ritirт la Francia dalla struttura militare della NATO. Gli unici risultati della politica gaullista furono il rinvio al 1973 dell'adesione alla CEE della Gran Bretagna, giudicata troppo vicina agli USA, e un brusco arresto dei piani di integrazione politica nella CEE stessa.

Le nazioni dell'est europeo assorbite nella sfera di influenza dell'URSS mantennero caratteri distinti, nonostante la dura politica di "sovietizzazione" perseguita da Stalin in misura crescente, a partire dal 1947. Tali differenze rifletterono sia la storia prebellica dei singoli stati sia le loro vicende di guerra. I paesi, che si erano liberati dalla dominazione nazista con le proprie armi, come Iugoslavia e Albania, mantennero, per tutta la sopravvivenza del blocco sovietico, una larga autonomia. La Iugoslavia guidata da Tito, in particolare, giunse ad affrancarsi da Mosca giа nel 1948, instaurando un'economia a sistema misto gestita con criteri di autogestione decentrata, in contrasto con il modello sovietico, e schierandosi su posizioni "non allineate" tra i due blocchi. Laddove l'intervento dell'armata rossa era stato determinante, invece, la penetrazione sovietica permise al regime stalinista di instaurare governi fedeli a Mosca, esautorando tutte le forze di opposizione e imponendo un modello economico basato sulla pianificazione centralizzata, e un sistema politico fondato sulla sovrapposizione tra partito unico e stato. Tuttavia, non si deve pensare che le "democrazie popolari" si fondassero solo sulla forza militare dell'URSS. L'instaurazione dei nuovi regimi corrispose anche alla demolizione delle vecchie strutture agrarie e politiche arretrate, favorendo una crescita economica "estensiva" basata sull'aumento della manodopera e del capitale e introducendo un egualitarismo, una mobilitа sociale e un'istruzione di massa che garantirono un certo grado di consenso. Inoltre, la creazione sovietica del Consiglio di mutuo aiuto economico (Comecon) nel 1949, pur rispondendo ad una logica di sfruttamento coloniale delle economie dei paesi satelliti, nel lungo periodo, assicurт loro anche un afflusso di beni e materie prime a basso costo e favorм la differenziazione economica dei singoli stati, modificandone i rapporti reciproci.

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La morte di Stalin, nel marzo 1953, aprм una fase di riforme politiche ed economiche che, nelle "democrazie popolari", ebbe l'effetto di rafforzare le correnti comuniste moderate, facendole giungere, in molti casi, allo scontro politico aperto con gli elementi piщ conservatori del regime. Le nuove battaglie politiche, spesso condotte con le stesse armi del peggiore stalinismo, ebbero sbocchi diseguali e si intrecciarono con le rivendicazioni sociali dei ceti operai e contadini. Una serie di agitazioni, talvolta brutalmente represse, portт a salari piщ alti e a una diversificazione della produzione a favore dei beni di consumo. Tuttavia, gli avvenimenti in Polonia e Ungheria, dove si ebbero le ripercussioni piщ profonde della destalinizzazione, chiarirono che la nuova dirigenza sovietica non era disposta a tollerare l'indebolimento del proprio apparato difensivo, e della fascia di sicurezza in Europa orientale.
Il nuovo corso polacco di Wladislaw Gomulka, un ex dirigente antistalinista riportato alla guida del partito comunista nel 1956 sulla scia di forti agitazioni operaie e intellettuali, scongiurт l'intervento dell'armata rossa, raggiungendo un compromesso che confermт la fedeltа all'alleanza con Mosca e permise l'avvio di riforme economiche, capaci di smantellare la collettivizzazione dell'agricoltura e di introdurre nuovi spazi all'iniziativa privata. In Ungheria, la destalinizzazione ebbe esiti drammaticamente opposti. Un movimento ampio di lavoratori e studenti che, alla fine del 1956, aveva portato alla formazione di un governo riformista guidato da Imre Nagy, sfociт in un'insurrezione generalizzata e nella richiesta della reintroduzione del pluripartitismo e dell'abbandono del Patto di Varsavia. L'inevitabile intervento sovietico schiacciт la rivolta nel sangue, provocando l'esodo di circa duecentomila profughi verso l'Austria. Nagy e gli altri principali esponenti della sollevazione furono messi a morte.

L'esistenza degli arsenali nucleari ha profondamente influenzato la storia della seconda metа del secolo.
Senza la disponibilitа di armi, in grado di infliggere distruzioni inimmaginabili all'avversario, gli Stati Uniti non avrebbero potuto mantenere la strategia del "contenimento" anticomunista, estendendola su scala globale.
Mantenere una forza convenzionale, che svolgesse lo stesso compito con un deterrente sufficiente, infatti, avrebbe comportato una militarizzazione permanente della societа, incompatibile con i sistemi democratici dell'occidente, e con un modello di crescita economica basato sull'espansione dei consumi di massa.
Il costo insostenibile della corsa agli armamenti, inoltre, fu uno degli elementi che portarono alla crisi conclusiva del sistema sovietico.
Ad ovest, esso non ebbe effetti altrettanto dirompenti, ma sottrasse comunque risorse preziose alle politiche sociali, alimentando ingiustizie e tensioni, che pesano tuttora sulle nazioni occidentali.

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