Conseguenze sociali e politiche del primo dopoguerra

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Testo

Mutamenti Politici e Sociali

La guerra ebbe importanti conseguenze politiche e sociali che avrebbero successivamente influenzato, se non determinato, il corso dello sviluppo di molti paesi europei. Del resto, non ci si poteva di certo aspettare che dopo una guerra di tali dimensioni la vita politica e sociale rimanesse immutata.
La grande mescolanza di classi sociali all’interno delle file militari, l’afflusso delle donne ai lavori industriali, il rafforzamento del sindacalismo e della partecipazione degli operai nell’industria e gli effetti livellatori dell’alta tassazione non potevano certo mancare di avere un certo impatto nella società. La guerra rese evidenti alcune delle disuguaglianze e ingiustizie sociali presenti nella maggior parte delle società. Più importante di tutti, la guerra fece aumentare il livello di tassazione tollerato: l’incidenza fiscale non ritornò più ai livelli prebellici, anche se gli elevati livelli del tempo di guerra vennero ridotti. Ciò diede ai governi capacità maggiori di incidere sulla situazione economica e fornì una base per riforme sociali più estese.
Da questo punto di vista, la guerra può considerarsi benefica per la società, ma in un contesto più ampio ebbe effetti negativi, in quanto indebolì la stabilità delle strutture sociali esistenti. Si aprì così la strada a disordini sociali, giacché le classi inferiori si scontrarono con il potere consolidato:
- in Russia il coup politico ebbe completo successo, anche se economicamente fu un disastro;
- l’Ungheria generò una dittatura comunista nel 1919;
- i regimi esistenti in Germania, Austria, Bulgaria e Turchia furono deposti;
- in Italia vi fu un’ondata di scioperi con l’occupazione da parte dei lavoratori delle fabbriche e delle proprietà agricole, ma i vantaggi ottenuti furono esigui.
La crescita d’importanza e di dimensioni delle organizzazioni dei lavoratori durante la guerra rafforzò il potere dei lavoratori e diede luogo in quasi tutti i paesi a disordini industriali. In particolare la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti furono colpiti da scioperi di massa.

Nell’Europa centrale e orientale si affermò una diffusa domanda di riforme agrarie che prevedevano la frantumazione delle grandi proprietà e la redistribuzione delle terre ai piccoli contadini impoveriti. Dodici paesi europei portarono a termine una riforma agraria e sessanta milioni di acri (11% del territorio) furono ridistribuiti.
In questi anni pochi paesi sfuggirono ai turbamenti sociali e politici, l’importante non è la misura in cui furono conseguiti successi, che in generale furono piuttosto modesti, ma il fatto che questi eventi indebolirono il tessuto sociale. Ne risultarono governi deboli e politiche che ostacolarono la ricostruzione e il progresso economico. Ad esempio: il movimento contro le forse della reazione in Germania condusse ad una serie di governi deboli che resero la Repubblica di Weimar impotente a cavalcare l’inflazione. Neanche le riforme della proprietà terriera in Oriente portarono immediati benefici economici, anzi, a causa della frammentazione della proprietà, una volta completata la riforma, spesso le eccedenze di prodotti agricoli vendibili sul mercato diminuirono.

Non possono esservi dubbi che la guerra abbia lasciato in Europa lo stato seriamente indebolito. Pochi paesi sfuggirono indenni alle sue conseguenze e per molti i compiti posti dalla ricostruzione e dalla ripresa erano enormi. All’epoca dell’armistizio pochi statisti in tutto il mondo valutarono appieno la vastità dei problemi economici che la guerra aveva lasciato dietro di sé. Era opinione comune che questi problemi si sarebbero risolti appena le cose fossero tornate normali e ciò significava ricreare il mondo che era stato perso. Ma nessuno si rese conto che era impossibile, e tentarono invano di ritornare al passato, solo quando fu troppo tardi si resero conto che il passato non era poi così attraente. In conclusione, gli anni del dopoguerra non furono di certo contrassegnati da sagge decisioni.

Il Trattato di Pace

Furono conclusi trattati di pace separati con ciascuna delle potenze nemiche, i più importanti dei quali con Germania, Austria e Ungheria. Essi imposero pesanti riparazioni ai nemici e disposero considerevoli mutamenti territoriali nell’Europa centrale e orientale. Infatti, i mutamenti geografici del dopoguerra rappresentarono il più consistente esercizio di modificazione delle frontiere europee mai intrapreso. Gli stati indipendenti di nuova creazione comprendevano la Polonia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania.
La Germania ebbe considerevoli perdite: in base al trattato di Versailles perse tutte le sue colonie, l’Alsazia-Lorena e la Saar che andarono alla Francia, lo Schleswig settentrionale alla Danimarca, la Prussica orientale e la Slesia superiore alla Polonia, Eupen e Malmedy al Belgio. Fu privata del 13% del suo territorio e 10% della popolazione. Inoltre, gli alleati confiscarono la marina mercantile, quasi tutti i suoi investimenti all’estero e le richiesero pagamenti in natura nel periodo transitorio, prima di presentarle il conto delle riparazioni, nel 1921. Il Trattato prevedeva anche il disarmo della Germania. Ma questo tipo di comportamento non fu limitato alla Germania, si sarebbe fatto ricorso a questo esercizio anche nella definizione dei trattati per il continente europeo. Infatti, anche l’Impero austro-ungarico fu decimato, l’Austria e l’Ungheria furono ridotte ad un quarto di quello che erano state. Altri paesi che soffrirono perdite territoriali furono la Bulgaria, Turchia e Russia.
I principali beneficiari del rimodellamento europeo furono la Polonia, che si assicurò pezzi di territori sottratti alla Germania, Austria e Russia; la Jugoslavia e la Cecoslovacchia che approfittarono del collasso dell’Impero asburgico; la Romania che si allargò a spese di paesi vicini.
In conclusione, la redistribuzione territoriale non può esser considerata soddisfacente da nessun punto di vista, meno che mai da quello economico, in quanto creò ancora più problemi di quelli che già c’erano. La riorganizzazione lasciò molte minoranze nazionali sotto dominazione straniera e creò enormi problemi di integrazione economica. I fattori economici non vennero tenuti in gran conto allorché si definirono le frontiere degli stati di nuova creazione e di quelli ricostituiti.
Oltre ai compiti della ricostruzione, i nuovi stati dovevano anche, mettere in piedi nuove organizzazioni economiche con i diversi pezzi di territorio loro attribuiti. Ciò comportò la creazione di nuove unità amministrative, nuove monete, nuove vie di comunicazione e l’instaurazione di nuovi collegamenti economici e commerciali in sostituzione di quelli che erano stati distrutti. Quindi, sia chi aveva guadagnato sia chi aveva perso doveva affrontare problemi difficili.

L’Assenza di Aiuti

Nell’immediato dopoguerra il principale problema dell’Europa era quello degli aiuti. La maggior parte del continente era impoverita sotto ogni punto di vista. La produzione era bassa, la carestia imminente, la scarsità di materia prime disperata, i sistemi di trasporto disorganizzati, i meccanismi monetari e finanziari sfuggivano ad ogni controllo. I fermenti sociali diedero luogo a governi deboli con limitate capacità di affrontare la situazione.
Alla fine del 1918 la carestia incombeva su una vasta area dell’Europa centrale e orientale. Grossi aiuti provennero da organizzazioni americane, ma dopo la metà del 1919 i programmi di aiuti vennero bruscamente ridimensionati ed in seguito gli aiuti furono gestiti da organizzazioni private o semiufficiali. Ma il programma di aiuti fu inadeguato alle reali esigenze, fino all’inizio del febbraio 1919 non arrivò nessun rifornimento e poi questi furono sospesi nell’estate di quell’anno, molto prima che il problema della fame e della miseria fosse stato risolto. Combattere la carestia era soltanto il primo passo nel processo di ricostruzione, l’Europa scarseggiava di materie prime, di capitali e beni di consumo. Non si concepì mai un programma complessivo di aiuti per la ricostruzione e l’intervento internazionale fu limitato. Di conseguenza, l’Europa dovette arrangiarsi come meglio poteva e alla fine del 1919, quando il programma di aiuti terminò, le importazioni di generi alimentari caddero bruscamente, furono pagati prezzi elevati per quanto veniva importato e gli ampi disavanzi commerciali dovettero essere coperti con prestiti.
Chiaramente, perciò, dopo la prima guerra mondiale l’azione internazionale per promuovere la ricostruzione europea fu dichiaratamente inadeguata. In nessun momento fu concepito un piano coordinato per gli aiuti e la ricostruzione dell’Europa, e gli aiuti effettivamente attuati furono del tutto inadeguati. Le conseguenze di questa azione inadeguata ebbero effetti diretti su eventi successivi: poiché molti paesi non erano in grado di ottenere rifornimenti sufficienti, la ripresa fu ritardata, le fabbriche rimasero inoperose e la disoccupazione elevata.
Il collasso di diversi paesi europei nei primi anni 1920 può perciò essere attribuito, in parte, all’incapacità di prendere provvedimenti efficaci.

Gli anni ’20 non cominciarono sotto auspici molto favorevoli: diverse potenze economiche stavano scivolando nella depressione mentre altre cavalcavano l’inflazione. La ricostruzione e la ripresa postbelliche erano lungi dall’essere completate e le politiche seguite dai governi alleati nel periodo successivo all’armistizio a ostacolare quanto a promuovere la rinascita economica dell’Europa. In particolare, l’incapacità di organizzare un soddisfacente programma di assistenza internazionali che consentisse ai paesi di rimettersi in piedi, può essere considerato uno dei peggiori errori di questo periodo. Alla fin fine, l’Europa fu costretta a provvedere a sé stessa. Per altri paesi, tuttavia, gli anni ’20 fecero segnare significativi progressi economici, pur se si trattò di un periodo di equilibrio instabile che alla fine sfociò nella peggiore depressione che si ricordi.

Ripresa e Instabilità negli Anni Venti

Quasi tutti i paesi conobbero un certo progresso economico e alla fine del decennio la maggior parte recuperò o superò i livelli prebellici di produzione e reddito, ma c’è una differenza abissale tra la rapida crescita conseguita da paesi come Olanda, Norvegia, Cecoslovacchia e Svizzera, e la quasi totale stagnazione di Austria, Russia e Bulgaria.
Fino al 1925 i paesi stavano riprendendosi dalla guerra; i tassi di crescita furono spesso elevati eppure, nonostante ciò, molti paesi alla metà del decennio non avevano ancora recuperato i livelli produttivi prebellici. La seconda metà del periodo vide un consolidamento e un’ulteriore crescita, q in qualche caso condizioni di boom.
Indipendentemente dall’andamento dei singoli paesi, bisogna sottolineare che negli anni ’20 lo sviluppo economico europeo si fondava su un retroterra politico ed economico instabile. L’economia rimase vulnerabile per tutti i tardi anni ’20 malgrado l’apparente equilibrio.
C’erano anche i problemi dei debiti e delle riparazioni, la disorganizzazione monetaria, l’inflazione e i problemi strutturali, la disoccupazione.

La Fase della Ricostruzione

Prima che l’Europa recuperasse i precedenti livelli di attività, passarono sette anni. Alcuni paesi non erano ancora riusciti a raggiungere i livelli produttivi prebellici e molti di quelli che ce la fecero continuavano a soffrire di disoccupazione e capacità in eccesso.
Il ritmo della ripresa fu molto diseguale, anche tra i diversi paesi compresi in una stessa area. L’Italia ebbe un andamento di gran lunga superiore rispetto a quello di qualsiasi altro alleato; la Danimarca e l’Olanda fecero meglio degli altri neutrali; il ritmo della Finlandia fu superiore a quello dei paesi scandinavi; Francia e Belgio, pur colpiti in pari misura dalle distruzioni, ebbero tempi di ripresa molto diversi.
Il compito della ricostruzione era pesante: non si trattava semplicemente di riparare ai danni materiali, si dovevano ricreare sistemi economici funzionanti e nei primi anni del dopoguerra, le condizioni economiche e politiche non erano tali da favorire una rapida ripresa, non passò anno in cui non si verificasse almeno una crisi.
Ci furono inoltre difficoltà monetarie, molto diffuse in questo periodo, e l’instabilità monetaria fu certamente un impedimento alla ripresa generale. Diversi paesi non riuscirono a portare l’inflazione sotto controllo e alla fine le loro monete crollarono per l’eccessiva tensione. Vennero spese energie in transazioni speculative sulle monete, invece che in transazioni commerciali vere e proprie.
Altro ostacolo alla ripresa fu la scarsità di risorse, non solo di scarsità di macchinari e materie prime, bensì di una scarsità di capitale. I paesi dell’Europa orientale e centrale non erano in grado di raccogliere capitali sufficienti all’interno né di guadagnare valuta estera sufficiente per pagare le importazioni di macchinari e materie prime essenziali allo sviluppo economico. Unica soluzione era il ricorso all’indebitamento esterno, ma non riuscì a raggiungere le dimensioni necessarie. Esaurita l’assistenza contro la carestia, le esportazioni di capitali verso l’Europa continentale furono limitate. L’afflusso di crediti non aumentò fino alla metà degli anni ’20 quando la situazione economica divenne più stabile.
In sostanza, tutti i paesi dovevano far fronte a problemi gravi e dovevano cercare di evitare la disintegrazione economica.
La vita economica, politica e sociale di quasi tutti i paesi d’Europa orientale piombò nel caos. La carestia imperversava, i saccheggi degli eserciti invasori danneggiavano ciò che poteva servire per la produzione, il commercio era quasi inesistente. Le clausole del trattato di pace peggiorava la situazione, e a tutto questo si aggiungeva la pressione demografica, infatti in molti paesi la popolazione stava crescendo molto più rapidamente che in Occidente, e in un momento in cui era chiusa la valvola di sicurezza dell’emigrazione. Ciò comportò pressioni maggiori sui territori agricoli già densamente popolati. Ci furono riforme agrarie ma portarono solo alla frammentazione delle aziende. La ripresa della produzione agricola non avrebbe comunque offerto un’adeguata soluzione di lungo periodo del problema fondamentale. L’alternativa era lo sviluppo industriale, ma la situazione non lo incoraggiava: disorganizzazione delle infrastrutture, situazione economica caotica, miseria della popolazione.
Venne attuata un’industrializzazione forzata che diede però luogo a imprese inefficienti, venne impressa una spinta artificiale che non portò benefici reali e duraturi.
Solo alla metà degli anni ’20 la situazione politica ed economica dell’Europa iniziò ad essere più stabile: il Patto di Locarno del 1925, la revisione degli accordi di riparazione dell’anno precedente e gli accordi relativi ai debiti di guerra degli Alleati, contribuirono molto ad alimentare la fiducia internazionale e ridurre le tensioni politiche e i timori di conflitti. Iniziava così il periodo fiducioso, di stabilizzazione e di espansione.

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