Letteratura del primo Novecento

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano

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Testo

Il primo 900
Il pensiero della crisi
Un’età di fratture
Nel 900 la maggior critica è mossa alla società di massa creatasi. Il tono di questa invettiva è apolitico. Inoltre gli intellettuali non ricoprendo più un ruolo dominante entrano in crisi. La specializzazione della letteratura richiede un maggior di intellettuali capaci, che accrescono il numero della media – piccola borghesia. Gli intellettuali che s’interessano a tutto ormai sono solo un ricordo. Ci sono una serie di fratture tra massa e intellettuali e tra i diversi settori della cultura. È ormai palese la rottura e l’antagonismo tra cultura scientifica e umanistica.
Filosofia e scienza
Le culture filosofiche del primo del novecento si scagliano contro il positivismo. La critica maggiore è quella che sia una filosofia bassa, solo pratica che non risolva davvero i problemi dell’uomo. Il filosofo più influente del periodo è Enrico Bergson che spiega come l’evoluzione biologica abbia dato per prodotto l’uomo in “L’evoluzione creatrice”(1907). Guglielmo James, autore molto letto in Italia, mette in discussione la concezione della conoscenza come rispecchiamento di dati oggettivi e la conoscenza è uno strumento per l’azione. Egli è il fondatore del pragmatismo. L’estremismo che deriva dalle idee di questi autori fu utilizzato per negare ogni forma di razionalità ed esaltare la violenza (l’azione diretta). Il maggior esponente fu Giorgio Sorel in “Riflessioni sulla violenza” (1907). Il teorizza uno sciopero generale che dovrà far cadere il capitalismo, poiché solo un ideale emotivamente forte può svegliare le masse. In Italia Sorel ispirò il fascismo. Sempre in Italia Croce svalutò la scienza, infatti, egli disse che era una classificazione puramente pratica e piena di pseudo concetti che non erano i veri valori della conoscenza filosofica. Il linguaggio filosofico diventa astruso e solo i tecnici di tale linguaggio lo comprendono. Rifondare i concetti è l’intento della fenomenologia di Edmondo Husserl, che la conoscenza deve ancorarsi alla vita reale ed escludendo gli schemi precostituiti. Martino Heidegger iniziò l’esistenzialismo che descrisse in ottima maniera l’angoscia dell’uomo contemporaneo. L’empirismo logico (o neo positivismo) è completamente diverso dalle correnti precedentemente descritte, infatti, pone al centro dei suoi interessi il sapere scientifico, che è l’unica forma reale di conoscenza. Esclude qualsiasi speculazione metafisica, siccome è priva di senso e non verificabile scientificamente. Un pensatore vicino al questa corrente fu Ludovico Wittgenstein. L’oggetto delle filosofia diventa quindi il linguaggio, che deve controllare se le nostre affermazioni abbiano senso in determinante condizioni. Anche qui il linguaggio è poco chiaro ai più. Il dibattito tra neopositivisti e filosofi alla fine non esiste siccome ognuno procede per la propria strada. Tuttavia anche se svalutata la scienza resta al centro del novecento siccome subisce un notevole sviluppo.
Le scienze umane e la psicanalisi
Le scienze umane si erano venute costituendo dalla seconda metà dell’ottocento, come campi di ricerca autonomi e con le loro peculiarità. Nel reagire al positivismo vi fu una scissione tra le scienze della natura e quelle della cultura. Le ultime dovevano comprendere internamente i fenomeni dello spirito. Le due scienze che ebbero il maggior impatto culturale sulla scena novecentesca furono la sociologia e la psicologia.
La sociologia ebbe il suo più noto esponente in Max Weber che affermò che l’elemento economico non è la “base” di tutto ma è uno dei fattori della società che interagisce con politica e religione. Questo secondo la prima corrente, in cui si differenzia la sociologia, l’altra, sviluppatasi in america e s’incentra più sui problemi che la rivoluzione industriale comportò, come l’integrazione, l’organizzazione del lavoro industriale…
La psicologia, invece, è divisa in una miriade di scuole di pensiero. Alcune tentano di adeguarsi allo schema della matematica attraverso l’elaborazione dei dati statistici. Due correnti simili che così agirono furono il comportamentismo americano e la “teoria dei riflessi” in U.R.S.S. Alla psicanalisi spetta un ruolo di primaria importanza nel novecento. Essa fu fondata da Sigismondo Freud ed ebbe uno sviluppo completamente isolato da quello delle altre scienze. Nata come terapia psichiatrica, divenne presto una teoria sulla personalità applicata alla società. La scoperta di Freud fu l’inconscio, che è una parte della psiche che sfugge al nostro controllo. L’inconscio è costituito da pulsioni elementari e da traumi e desideri infantili che la coscienza rimuove siccome troppo dolorosi. Da qui poi si sviluppano le nevrosi. Ne deriva che l’io cosciente è in bilico tra razionalità e irrazionalità. Questo cambiò il modo di concepire l’uomo. Gli studi di Freud sono di chiara concezione positivista poiché tenta di spiegare l’irrazionalità umana attraverso delle leggi che lo regolano. Alla vecchiaia però Freud è pessimista sul progresso che necessita una regolarizzazione degli impulsi istintivi e quindi porta all’auto repressione e per ciò ad un numero elevato di nevrosi.
Anche lo studio dei linguaggi inconsci influì molto sulla cultura del novecento. L’arte poi è la disciplina che più libera i contenuti inconsci. Le opere d’arte sono create dalle nevrosi degli artisti. Pure in letteratura si trovano influssi di questa scienza, come nel romanzo “La coscienza di Zeno, o in movimenti quali il surrealismo.
Letteratura e Società. Le Poetiche
Una letteratura di élite.
La letteratura novecentesca si confronta obbligatoriamente con la società di massa, di cui critica la mancanza di valori della bellezza e intellettualità. Il nemico è rappresentato dal cinema che distoglie le masse dalla lettura e che alimenta nuovi miti, non più antichi. Alcuni letterati collaborarono fin da subito con il cinema ma si scontrarono con la molteplicità delle persone con le quali bisognava lavorare, quindi sentivano la perdita del loro ruolo centrale. Come non bastasse la frattura tra letteratura colta e bassa è totale. Il romanzo popolare risente delle nuove abitudini indotte dal cinema. Il taglio è breve, la narrazione rapida e l’azione, i dialoghi prevalgono sulla descrizione. La letteratura alta si rinchiude in un linguaggio incomprensibile ai più e ha una rete di riferimenti molto complessa, difficilmente intuibile e piacevole al pubblico. I romanzi per esempio non sono comprensibili alla prima lettura e molto spesso sono invenduti. In poesia s’adotta il verso libero che non è compreso dal lettore. Gli scrittori di questo periodo secondo la morale borghese sono dei disadattati, ma sono proprio gli scrittori a rifiutare la concezione borghese per varie ragioni ( politiche, psicologiche, sociali). Lo scambio tra gli scrittori di tutto il mondo diventa frenetico e molto intenso, come mai prima s’era visto. Fino agli anni 50 Parigi fu il luogo d’incontro per numerosi letterati (americani, russi, italiani), come se fosse una tappa obbligata per la formazione artistica. Proprio da Parigi si dipanano tutte le novità letterarie del novecento. Altri due centri importanti prima della guerra furono Berlino e Vienna.
Le avanguardie
Le avanguardie sono il tratto che contraddistingue il rapporto tra società ed arte nel novecento. Il termine viene dal linguaggio militare ed indica coloro che vanno in avanti a scoprire il territorio. Questi movimento sono organizzati in vari gruppi con delle proprie strutture e manifesti d’azione. Coltivano tutti i generi artistici solitamente, mescolandoli tra loro. Le diverse avanguardie hanno come punto in comune il rifiuto delle tradizioni borghesi, praticano nuove forme, ma a loro volta ricadono nella ricerca del consenso che tanto disprezzavano. Movimenti come il futurismo volevano scioccare e scandalizzare, per questo molte delle riunioni futuriste finivano in risse.
Le avanguardie vogliono cambiare la via in nome dell’irrazionalità e della spontaneità che sono venute meno in questi ultimi anni d’egemonia borghese. Spesso con l’intento di cambiare pure la morale i movimenti entrano in politica, esempi clamorosi sono il futurismo che appoggia il fascismo e il surrealismo che appoggia la rivoluzione sovietica. A volte questi movimenti durano solo pochi anni e non lasciano che annotazioni ed intenzioni, ma saranno poi svolte dagli scrittori successivi. Nella arti figurative ebbero molta più influenza questi movimenti sconvolgendone tutti i campi. La prima avanguardia fu quella di Filippo Tommaso Marinetti, che nel 1909 a Parigi redasse il “Manifesto futurista”. Questo prese tutti i campi e si propagò poi in Russia. Essi lottavano contro il passato, disprezzando la donna ed esaltando la violenza. Il futurismo fu il cantore dell’industria moderna, come miglioramento della vita. Aderì al fascismo perché era a favore della guerra come la sola forza che potesse ripulire il mondo. In Germania si espresse l’espressionismo intorno al 1910 ed era l’unione di più circoli artistici. L’espressionismo aveva una visione critica del mondo, ma al contempo esaltava la vitalità e la soggettività. Tutto ciò che essi vogliono esprimere passa attraverso il grottesco e l’espressione esasperatamente emotiva. Durante la guerra invece si sviluppò in Svizzera il dadaismo. I suoi fondatori erano letterati fuggiti dai loro paesi. Il loro punto chiave era la negazione di tutto e anche il nome non significava nulla. È il vivere presente rinnegando il passato e rinunciando annunciare il futuro. È il culmine della spontaneità assoluta. Il leader fu il rumeno Tristano Tzara. Anche questo movimentò durò pochi anni. A Parigi nel 1924 apparve il manifesto del surrealismo scritto da Andrea Breton. Pure il surrealismo rifiuta la mediocrità quotidiana e sceglie alla libertà irrazionale nascosta. È chiara l’influenza di Freud in questo movimento e la ricerca d’applicazione della scrittura automatica, ovvero la rinuncia alla coerenza delle immagini per scrivere ciò che il poeta vede in quel momento. Il ciò deve portarci a scoprire un qualcosa al di là della realtà. Ci sono due viste per perseguire la liberazione surrealista: la politica e l’ascesi. Tuttavia siccome il partito imponeva una rigida disciplina all’arte pochi anni dopo se ne distaccarono. Il surrealismo visse a lungo anche dopo la fine della sua carità innovativa.
Letteratura e rivoluzione.
Anche fuori dalle avanguardie gli artisti sentono e vedono il bisogno di schierarsi con un ideale. Prima del ’14 tutti sono per una politica di potenza nazionale, ma visti gli orrori della guerra e la rivoluzione russa tutti si schierano con il popolo o contro i regimi totalitari. I futuristi russi sono emarginati perché troppo slegati dai dogmi del partito, che gli preferisce uno stile più “realista socialista”. In occidente invece gli scrittori si schierano con la sinistra e vengono a crearsi i romanzi sociali. In Francia c’è la teoria della subordinazione dell’arte alla causa proletaria. Bertoldo Brecht riuscì a fondere arte e politica. Dopo aver militato nell’espressionismo ed aver subito l’esilio per via dell’adesione al comunismo l’opera brechtiana diventa più proletaria. Il linguaggio per questa scelta diventa esplicito e chiaro. Egli non vuole coinvolgere lo spettatore nell’illusione teatrale, tipica del teatro borghese, vuole mantenere le distanze e per ciò presenta in maniera ironica le storie quello che rappresenta, per far riflettere sulla morale. Alla fine però questa è un’opera che resta isolata fino al ’45.
La nuova poesia
La poesia di questa parte del novecento nasce dalle idee appartate dei singoli poeti. Questa poesia nasce dal simbolismo di Mallarmé. La poesia diventa lirica oltre che per la brevità dei testi, anche per la loro estrema elaborazione stilistica e formale. La poesia vive in un mondo tutto suo isolato dalla masse, pieno di strane metafore, di sinestesie, effetti sonori, che diviene oscuro e non parafrasabile. Si possono indicare due poetica: quella della analogie e quella degli oggetti. La prima deriva dal simbolismo, che vorrebbe ricreare immagini evocative e indefinite. Sono capiscuola Raniero Maria Rilke e Paolo Valéry. La seconda corrente invece è il contrario perché crea un modo definito, nitido, le allegorie degli stati d’animo che sono complessi da decifrare, siccome sono basati su affetti personali o allusioni culturali troppo complesse, (Eugenio Montale, Ezra Pound). Entrambi le visioni tendono all’astrazione lirica con l’inserimento di immagini in situazioni non chiare ed i concetti slegati tra loro. Una poesia così complessa richiede una teorizzazione esplicita che riduca o rifiuti l’ispirazione. Resta un’eccezione qua per la poetica automatica surrealista. Federico Garcìa Lorca affermò che nonostante tutto l’ispirazione, oltre alla tecnica e alla forma è importante per fare poesia.
La nuova narrativa.
Con la frase “La marchesa uscì di casa” Valéry indicò il fatto che la narrativa aveva perso il suo predominio sulle cose e non aveva più una prospettiva unitaria d’interpretazione. Il rapporto con il mondo reale è diventato complesso. Il narratore ha perso la facoltà d’essere creatore e signore d’un mondo organico, non controlla nemmeno più la psicologia e l’umore dei personaggi. I romanzi che meglio incarnano queste mancanze sono “Alla ricerca del tempo perduto”(1913-1927) di Marcello Proust e “La coscienza di Zeno”(1923) di Italo Svevo. Sono i romanzi della memoria. C’è un altalenarsi tra il passato ed il presente. In Giacomo Joyce (Ulisse 1922) si narra addirittura di una sola giornata del protagonista. Anche “In gita al faro”di Virginia Woolf la vicenda principale è la preparazione ad una gita. Con Francesco Kafka l’irrealtà tocca il culmine. Con una prosa minuta e senza ornamenti, racconta storie legate all’angoscia dell’uomo moderno. Il tempo diventa fondamentale, poiché ormai è soggettivo e i protagonisti del libro vanno indietro e avanti con i ricordi. Perdendo la coscienza nel flusso, anche il personaggio perde il suo ruolo e viene inglobato nella frammentazione del divenire. Per esempio Zeno assume le diverse maschere che la società gli impone, come fanno i personaggi pirandelliani. Non si vuole perdere nemmeno un istante della vita. Tutto è importante. Questa mancanza di selezione porta ad opere come quella di Roberto Musil, che in “L’uomo senza qualità” lascia l’opera incompiuta per la vastità della narrazione. Il legame tra narrazione e narratore è cambiato, a volte lo si fa notare anche all’interno dell’opera stessa. Così accade per le tecniche narrative, per esempio in Joyce, che sono più volte modificate per parodiarle, sottolineando il carattere di finzione della narrazione.
La cultura in Italia
Le condizioni materiali
Nel primo quindicennio l’attività editoriale è in crescita. Si consolidano le case editrici milanesi come la Treves, sostituita poi dalla Mondadori nel 1907. Sorgono anche dei piccoli editori in luoghi decentrati come Laterza a Bari. Questi piccoli editori si basano più su classici che sulle novità letterarie. A Firenze invece nascono le edizioni della Voce. Nel mercato giornalistico si vede la crescita della testate delle maggiori città italiane. Il quotidiano in questo momento diventa il mezzo di propaganda per eccellenza e diventano patrimonio di grandi cartelli di potere economico e politico. I giornalisti/letterati iniziano a scomparire per la maggiore specializzazione del campo. La cultura ora è relegata in terza pagina, ma comunque sempre presente. Diminuisci ulteriormente il numero d’analfabeti. Con la maggior diffusione dei libri c’è una maggior circolazione d’idee che creano nuove generazioni d’intellettuali arditi. Con il fascismo invece c’è un freno, la stampa e l’editoria sono controllate dalla censura e la cultura in generale diviene più cauta. Il fascismo si preoccupa di raggiungere ogni angolo del paese con la stampa e la radio.
La lingua
Continua la diffusione dell’italiano come lingua d’uso corrente. Un fattore d’unione è la grande guerra che mette a stretto contatto i combattenti di diverse regioni. Con l’avvento delle nuove tecnologie quali cinema e radio, la diffusione di un certo tipo d’italiano è evidente. La politica purista in campo linguistico voluta dal regime sicuramente è di minor rilievo rispetto ai fattori tecnologici. I dialettofoni ormai sono una minoranza includibile negli analfabeti. C’è una diversificazione: l’italiano parlato è diverso da quello scritto. Il parlato è influenzato dal sostrato dialettale. Si apre un solco profondo. Nel tentativo verista d’accostare la scrittura ai dialetti non avrà un seguito poiché comporta anche problemi stilistici.
Le riviste fiorentine
A Firenze accorrono una moltitudine di giovani intellettuali. È qui il più importante centro di cultura alta dell’epoca. La cultura che si vuol proporre è quella militante, che vuole affrontare i problemi della società. Tutti criticano il giollittismo che vedevano come mediocre e costruita sui compromessi. Criticando il sistema giollittiano criticano lo stato liberale e il positivismo che lo sostiene. Questo però porterà agli sbocchi nazionalistici ed autoritari degli anni ’20. Il giornale nazionalista più importante della prima metà del novecento fu “Il Regno” diretto da Enrico Corradini. Vi collaborarono intellettuali come Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini. I temi di questa rivista sono l’imperialismo, la guerra e la riscossa borghese contro il socialismo. Nel 1908 Prezzolini fonda la “Voce”, con l’intento di rendere gli intellettuali consapevoli dei problemi reali. Trattando quei temi del quotidiano raccoglie personaggi come Gaetano Salvemini e Giovanni Amendola, che appartengono a due schieramenti politici diversi. Questa convivenza forzata alla lunga non dura e nel 1911 Salvemini se ne va e fonda “L’Unità”. I diversi giornali si troveranno tutti a favore della guerra, anche se per diverse ragioni. La filosofia di James e di Bergson a Firenze trova campo fertile per attecchire. La letteratura è respinta e accettata a seconda dei direttori a capo dei giornali. La voce all’inizio rifiutò ogni prosa, ma con la direzione di Giuseppe De Robertis s’aprì alla letteratura. L’eredità della Voce è molto vasta, da qui uscirono alcuni grandi scrittori del secondo novecento.

Benedetto Croce
Croce si trovò nei giovani ambienti fiorenti in età già avanzata nella “guerra” contro il positivismo e il giollittismo. Egli rompe anche con l’irrazionalismo per arrivare ad una razionalità superiore. La sua figura domina per tutta la prima metà del novecento, si potrebbe dire che la sua fu una “dittatura” nel campo della filosofia. Con “L’estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale” (1902) s’afferma la sua filosofia idealista. Nel 1903 fondò la rivista “Critica” diretta e composta da lui medesimo. Il suo pensiero attinge da Vico a De Sanctis passando da Hegel. L’interesse della filosofia crociana è lo spirito umano nelle diverse manifestazioni creative, che s’articola in quattro momenti: arte, filosofia, politica ed etica. A Croce non interessa costruire un sistema metafisico, come quello hegeliano, ma delineare la vita dello spirito. L’estetica di Croce invase tutti i campi del sapere umanistico. L’arte diventa un’intuizione e la realizza nell’espressione. L’arte è autonoma e viene prima della conoscenza. Essa è indipendente ed individuale. Siccome l’arte è lirica si può trovare un accostamento alla poesia simbolista dell’epoca che appunto propugnava il lirismo poetico. Ma Croce lo negò. Poiché l’arte è un fatto spirituale, è già presente nello spirito dell’artista e la sua realizzazione ne consegue che sia secondaria. Mette in discussione la realizzazione delle storia della letteratura siccome ogni poesia è un universo a sé stante. Il critico quindi deve giudicare solo se l’opera sia poesia o meno e rivivere il processo creativo che ha portato a tale poesia. Il pensiero crociano tenne lontano le nuove idee estere come la psicanalisi. Con la svalutazione delle scienze e la conseguenza degli pseudoconcetti approfondì il divario tra le due culture. Rifiutando le scienze umane e sociali s’impedì lo sviluppo di scienze come la linguistica, la sociologia e la psicologia.
Fascismo e antifascismo
Tra la fine della prima guerra mondiale e l’avvento del regime fascista emergono nuove figure di giovani intellettuali: Piero Gobetti e Antonio Gramsci. Gobetti fondò a Torino un giornale (Rivoluzione liberale) dove critica la vecchia classe dirigente italiana a causa dei compromessi e dell’interesse privato. Il giornale venne chiuso non prima d’aver più volte vessato e mal menato Gobetti. Fu anche a causa delle ferite riportate in queste colluttazione che in Francia da esiliato morì. Gramsci fondò il partito comunista. Accentuando il ruolo della coscienza che poi porterà a valutare positivamente il ruolo dell’intellettuale, durante gli anni del carcere. Con la vittoria del fascismo trionfa l’irrazionalismo che aveva dominato la scena nei primi anni del secolo. La veste ufficiale con la quale si presenta il fascismo è quella di restauratore dell’ordine antecedentemente sovvertito. L’ideologo del regime fu Giovanni Gentile, ex allievo di Croce. Gentile non divide le attività spirituali ma le lascia assieme in un atto dello spirito in cui volontà e azione sono un tutt’uno. Gentile teorizzò anche che lo stato deve guidare oltre che le azioni anche il pensiero e la volontà del popolo, quindi lo stato diventa totalitario. Croce aveva avuto simpatia all’inizio per il fascismo ma poi cambiò idea capendo cosa stava diventando. Il “Manifesto degli intellettuali fascisti” fu redatto nel 1925 da Gentile e subito dopo vi si contrappose il “Manifesto degli antifascisti” di Croce. Tra le ultime opere tollerate dal regime, siccome erano state scritte da Croce, ci furono “Storia d’Italia dal 1871 al 1915” e “Storia d’Europa nel secolo XIX”. Non essendo censurate, Croce divenne “l’antifascista capo”. Il regime lasciò abbastanza libertà anche al mondo accademico, dove ci si accontentava di gesti formali. Un esempio evidente di ciò è “L’enciclopedia italiana” realizzata da Gentile a cui parteciparono molti antifascisti. Nelle lettere c’era chi aderì e celebrò il regime, chi invece lo sosteneva solo per pura necessità di pubblicare. Ma la chiusura mentale del fascismo a ciò che veniva da fuori ed il pensiero crociano lasciarono a lungo tempo l’Italia isolata dalle novità.
La letteratura fino alla prima guerra mondiale
Un’età di sperimentalismo.
Tra gli scrittori che esordiscono nel primo quarto del secolo circola lo stesso bisogno d’affermazione generazionale, ovvero la voglia d’uscire dalla tutela dei maestri (Carducci, Pascoli e D’Annunzio). Questi grandi artisti avevano avuto una grande importanza sociale come scrittori. Essi, come abbiamo visto nel secondo ottocento, non avevano avvertito la crisi del ruolo del letterato, già palesemente manifesta negli altri paesi. Ci sono due risposte alla crisi, quella crepuscolare che tende al ribassare i toni e la marginalità della poesia, i futuristi che elevano le ambizioni letterarie cercando di mettere a capo della società industriale la poesia, i “vociani”, infine, cercano di renderla autosufficiente nei frammenti o nella giustificazione moralistica. Ci sono però autori che passano dall’una all’altra esperienza senza cambiare troppo. È un’epoca ricca di sperimentazioni. Il lirismo prevale nella prosa e in poesia. Il confine tra le due arti diventa labile e sottile. In poesia s’afferma il lirismo ed il verso libero. L’impegno nella narrativa è scarso poiché dominano ancora Fogazzaro e D’Annunzio. Svevo e Pirandello sono ancora nell’ombra. Grazia Deledda guarda al passato anche se è nuova sulla scena letteraria. Le sue storie sono cupe e passionali, ambientate in una Sardegna primitiva e selvaggia. È chiaramente d’impronta verista, ma con un’impronta di Manzoni siccome partecipa ai drammi dei personaggi esprimendo giudizi. Lo stile e la costruzione narrativa sono ingenue, ma è grazie ai momenti di commozione se deve la sua fortuna.
La poesia crepuscolare.
I poeti crepuscolari erano un gruppo che trovò punti in comune, senza fondare una “scuola” poetica. Gravitavano intorno alle città di Roma e Torino. Fu Borgese a dare il nome a questo movimento in una sua recensione. Il tono dominante dei crepuscolari è malinconico, basso e discorsivo. I crepuscolari erano in polemica con l’estetismo dannunziano. Essi volevano riportare l’uomo alla mediocrità della sua vita quotidiana. Ma fu proprio D’Annunzio a ispirare questi poeti con il suo “Poema paradisiaco” (1893) dove abbassò i toni a quelli colloquiali e a scenari dimessi, influenzato dal simbolismo di Verlaine. I crepuscolari scherniscono la figura del poeta vate e la missione della poesia stessa. Essi innovarono la poesia introducendo il verso libero e di una lingua dimessa, prosaica, dove finalmente entrano parole dell’uso quotidiano. Il più conosciuto crepuscolare è Sergio Corazzini. Scrisse poco perché morì di tisi. In queste poche raccolte dipinge se medesimo come di un bambino piangente. La lezione simbolista dei minori è pienamente accolta, il verso libero è già esperto e l’ironia e la provocazione è intensa. Stessa malattia toccò al torinese e maggiormente noto crepuscolare Guido Gozzano. Gozzano è il celebratore del cattivo gusto passato. La nostalgia per il passato è a distanza anche perché la letteratura gli ha corroso lo spirito, per ciò non può né elevarsi né tornare indietro allo stato di natura. Gozzano si scaglia contro la banalità della piccola borghesia e contro la retorica di D’Annunzio. Maneggia le forme tradizionali del linguaggio ma è cosciente del fatto che non sono più adatte a descrivere la realtà. I versi abbassati e prosastici danno alla poesia un tono discorsivo. In realtà il discorso che sembra trascurato s’adagia tra le scansioni ritmiche e le rime. Tutt’altro genere è Marino Moretti. In lui è chiara la matrice pascoliana poiché canta delle cose quotidiane ed umili. Emblematico è anche il titolo della sua raccolta di poesie “Poesie scritte con il lapis” (1910). Aldo Palazzeschi (Giurlani) invece non s’accosta totalmente ai crepuscolari anche se ne condivide i paesaggi desolati e dimessi. Condivide gli scatti innovatori del futurismo, al quale aderì in un primo momento. Il suo verso libero è musicale ed immaginifico. Egli reagì all’estetismo dannunziano e alla crisi del poeta giocando con il suo estro. La poesia crepuscolare si può racchiudere in un solo decennio. Questo perché il repertorio era abbastanza limitato e limitante. Chi non morì in giovane età, nella maturità abbandonò il crepuscolarismo e cambiarono idee.
Il futurismo.
Tutto il contrario dei crepuscolari sono i futuristi che vogliono dare una novità alla letteratura italiana. Questo movimento fu guidato da Filippo Tommaso Marinetti. Egli era di ricca famiglia e per questo motivo impiegò molti dei suoi risparmi nel movimento (pubblicazioni letterarie, manifesti d’intenti, serate futuriste). Le scelte dei futuristi riflettono gli intenti della società industriale, poiché bisogna che arte e letteratura impongano le loro opere attraverso le moderne arti pubblicitarie. Il movimento voleva tagliare i ponti con il passato e creare una nuova cultura incentrata sull’industria e sulle macchine (un’automobile è più bella della Vittoria di Samotracia). Il linguaggio futurista è di chiara derivazione simbolista. Il futurismo entra in politica per l’identificazione di letteratura e vita in una stessa cosa. Essi amano tutto ciò che è di stacco con il passato, vitale ed eversivo. Decantano il culto dell’esercito e del maschio violento. Ma questi motivi si trovano anche in altri movimenti del primo novecento. L’idea chiave dei futuristi è la simultaneità. Bisogna emulare il dinamismo della vita moderna. Il movimento sostenne per un certo tempo il verso libero e per questo s’incontrarono con Gian Pietro Lucini. Egli nelle edizioni curate da Marinetti pubblicò uno studio smisurato sul verso libero, ma le letture migliori di Lucini sono le satire antimilitariste. Nel 1912 pubblicando il manifesto della letteratura futurista Marinetti enunciò i versi in libertà ovvero l’abolizione della sintassi, degli aggettivi e dei verbi all’infinito. Il testo con quest’operazione diventa un’impressione emozionante. Anche i caratteri tipografici cambiano e creano una sorta di poesia figurativa, sperimentata da Mallarmé. I futuristi hanno lasciato poche opere durature. La loro fu più un’avanguardia che segnò le generazioni posteriori. In campo teatrale i futuristi scrissero delle “sintesi teatrali”, brevi azioni sceniche basate sul dinamismo dei movimenti, scenari astratti, geometrizzati e azione di oggetti e fantocci, in reazione al psicologismo imperante. Non sortì effetti questo genere di teatro, lasciò una grande eredità d’innovazioni tecniche poi successivamente riprese.
Gli scrittori vociani.
Gli scrittori vociani non formano un gruppo ma sono isolati nella loro provincia, fieri di questo isolamento. Isolati e fiero d’esserlo perché credono che ciò sia segno di una letteratura non contaminata. In comune hanno solo d’essere appartenuti all’ambiente delle riviste fiorentine e l’esigenza morale di ricominciare a costruire una cultura nuova. Da una parte c’è il frammento lirico, poche frasi prodotte in un momento d’euforia, dall’altra la poesia moralista ed autobiografica. Il maggior frammentista è Renato Serra, formatosi alle lezioni di Carducci (culto del classicismo e provincialità), ma capì che quel modello lì era ormai desueto. I suoi scritti denotano come la sua prosa sia mobile ed inquieta. L’ “eredità” di Serra fu raccolta nella “Voce” da Giuseppe De Robertis, che trasferì il rigore morale sul piano ascetico. La letteratura di Ardengo Soffici s’orienta per una poetica disimpegnata che la riduce ad un mero esercizio di belle lettere. Le poesie di “Simultaneità” (1915) accumulano sequenze di lunghi versi liberi, immagini, emozioni ecc. che ricordano la pittura cubista ed i versi calligrafici di Apollinaire. Opposto a Soffici c’è Giovanni Boine, che usa la poesia con intenti morali. Anche lui usò il frammentismo ma come espressione della nascita di un problema d’ordine interiore. La sua raccolta di poesie “Frantumi” (1918) accumula ricordi e stati d’animo in lunghe frasi ritmiche che sono a metà strada tra il verso e la prosa. Questo accostamento produce un effetto espressionista che poi sarà tipico di Clemente Rebora. La sua ricerca lo portò alla crisi spirituale e poi alla conversione. La sua poesia prende di petto l’io, alla ricerca di un’autenticità che appaghi e dia senso all’irrequietezza. Quest’urgenza investe la lingua e la deforma caricandola d’espressività. Sbarbaro invece mantiene un equilibrio classico tra prosa e poesia. Visse in disparte dalla scena letteraria. La sua raccolta “Pianissimo” (1914) esprime la condizione di deserto interiore. Usa endecasillabi sciolti sulla scia di Leopardi, ma su un tono sommesso. La prosa successiva di Sbarbaro è fatta di brevi frammenti e densi “Trucioli” (1920). Nel moralismo vociano si trova anche la tendenza all’autobiografia, come in Giovanni Papini in “Un uomo finito” (1913). La prosa gonfia e ridondate manifesta l’esibizionismo dell’autore. Si leggono maggiormente scrittore che ad una prosa lirica ed autobiografica aggiungono la sincerità dell’esplorazione di sé, come fa Scipio Slataper in “Il mio Carso” (1912). In poche prose rievoca la sua adolescenza divisa tra Trieste ed il Carso alla ricerca delle sue origini. È evidente il contrasto tra natura fortificatrice e civiltà che infiacchisce. La prosa ha nuova energia, grazie alle brevi e taglienti frasi. Serra prima d’andare in guerra scrisse (1915) “L’esame di coscienza di un letterato” dove egli rifiuta la guerra come modificatrice dell’ordine costituito ma si contraddice perché afferma che vuole a partire al più presto possibile per il fronte insieme a tutta la collettività per dare il suo contributo. È un chiaro segno della crisi della società europea di quel tempo. Uno sforzo per unire tutti i letterati è fatto da Piero Jahier. I suoi libri migliori uscirono nel 1919 e sono “Ragazzo” e “Con me e con gli alpini”. Entrambi autobiografici il primo parla dell’infanzia difficile dell’autore e il secondo del periodo della guerra, dove tutti sono affratellati nella difficile vita nella trincea. C’è un certo spirito populista e pedagogico, ma è maggiore la volontà di superamento dell’io per identificarsi in un noi. Il lessico utilizzato è umile, vernacolarismi e la cadenza del parlato. Alterna prosa poetica e verso prosaico, cercando di superare il confine tra i due generi. L’espressione ne risulta intensa emotivamente e reale.
Dino Campana.
La più nota opera di Dino Campana furono i “Canti orfici” (1914), che all’uscita non ebbero successo. Quando furono pubblicati poi nel 1928 attirarono la critica, che lo definì addirittura il Rimbaud italiano, ma Campana in quel periodo era già nel manicomio dove successivamente morirà. L’incompiutezza e la frammentarietà dei suoi scritti fu dovuta all’irrequietezza che lo caratterizzava, più che alla letteratura. Nella poesia di Campana ci si ritrovano echi di D’Annunzio, Carducci, un decadentismo manierato e perfino tracce di futurismo. Sicuramente la lezione di Rimbaud è stata pienamente assimilata. Il titolo ci indica che la poesia canta qualcosa d’inarrivabile all’uomo, come il canto d’Orfeo. Anche se lasciate allo stato d’abbozzo risulta chiaro che Campana era cosciente dei suoi mezzi poetici. Le troppe parole finiscono per immergere il lettore in qualcosa che solo il poeta sa, che non riesce ad esprimere. La prosa lirica con Campana raggiunge il vertice: qui non è uno sfoggio fine a sé stesso ma l’espressione di un’emotività estrema.
La prosa tra le due guerre.
La “Ronda” e la prosa d’arte.
Il periodo tra le due guerre s’apre all’insegna del ritorno all’ordine. Banditrice ne fu la rivista “Ronda”, già il nome scelto è emblematico. Fu fondata da Vincenzo Cardarelli a Roma. Fu un luogo di formazione per giovani scrittori e poi per tutto il ventennio fascista. I rondisti volevano tornare a prima di alcune avanguardie, tornare ad essere scrittori prima che moralisti. Il richiamo imperante ad un moderno classicismo in Italia assume un connotato politico, perché s’incontra con la volontà del regime di restaurare l’ordine nello stato civile. Pur volendo tenersi fuori dalla politica alla fine si schierano tutti a favore del regime soprattutto per il loro mestiere di letterati. Cardarelli sosteneva il rigore stilistico come esigenza morale, poiché nella disillusione della vita lo stile resta l’unica fede. Il suo ideale è il Leopardi delle “Operette morali”. Anche se avversano il frammentismo vociano alla fine assumo il carattere frammentario. Con il procedere degli anni la loro prosa diventa sempre più un fine esercizio estetico di belle lettere e diventa prosa d’arte. La prosa d’arte utilizza l’elzeviro che è un carattere tipico della stampa della terza pagina culturale. Il tema dell’elzeviro divaga su pretesti futili, ma quello dà importanza e lustro al giornale. Emilio Cecchi fu un grande maestro dell’elzeviro. Fu un personaggio eminente nei campi umanistici ed artistici. Altro importante rondista fu Riccardo Bacchelli. La sua importanza è dovuta alla maestria stilistica accompagnata ad una grande capacità prosaica. Scrisse numerosi romanzi a stampo ottocentesco, lontani dalle problematiche moderne. Ebbe anche un discreto successo. I suoi due maggiori romanzi sono “Il diavolo di Pontelungo” (1927) e “ Il mulino del Po” (1938-40). La prosa d’arte è ancora piacevole a leggersi se è applicata a qualcosa d’importante. Uno dei migliori in questo genere fu Roberto Longhi in cui si applica un rigore filologico e la prosa è estrosa e arguta, quasi barocca.
“Solaria” e la narrativa della memoria.
Negli anni dell’antifascismo a Firenze si continuò a coltivare la cultura di respiro europeo. L’impegno fu assunto dalla rivista “Solaria”, per una cultura razionale e illuminista. Il linguaggio ne risente, diventando una lingua solo per addetti ai lavori. La rivista tenne aperto il discorso sulla grande letteratura europea e mise in luce quei narratori italiani che si potevano porre sullo stesso piano. A Solaria si contrappose “Il selvaggio” che si sforzavano di creare una cultura indigena del territorio, con il movimento “strapaese”, che si rifaceva alla violenza dello squadrismo e voleva difendere il carattere rustico della gente italiana. La rivista Solaria rievoca memorie autobiografiche, con una prosa raffinata, sotto l’influsso di Proust. C’è anche l’intenzione di tenere la narrazione su un piano lirico. Questa letteratura intimista resta distaccata dalla realtà con la quale non vuole compromettersi. Un esempio è Romano Bilenchi, che scrive racconti autobiografici, romanzi incentrati sull’analisi dell’infanzia e adolescenza. La prosa è semplice e sobria ma con delicati accenti lirici evocativi. In Gianna Manzini si va oltre la seconda guerra mondiale con la ricerca dell’aura poetica pura. I suoi romanzi, racconti e libri di ricordi propongono uno scavo insistente nella trama dei ricordi con una prosa lavoratissima, che raggiunge grandi momenti quando il ricordo diventa raffigurazione onirica.
Atmosfere surreali.
Un altro filone della prosa dell’epoca evade dai limiti del reale in direzione del fantastico, non stravolto come quello scapigliato ma tranquillo ed ironico. Non ha la tensione ideologica di quello francese ma si risolve in puro gioco. Il teorizzatore fu Massimo Bontempelli, che fondò la rivista “Novecento”, in opposizione a “Strapese”. Egli propugnava un’arte moderna aperta all’Europa, che superasse però le avanguardie. La sua formula era il “realismo magico” un’arte vivente nel senso magico scoperto nella vita quotidiana. I romanzi e i racconti suoi propongono avventure impossibili nel realtà borghese dell’epoca. L’intreccio prevale sulla psicologia, il tono è giocoso e la prosa curata. Più legato al movimento surrealista è Alberto Savinio. I suoi testi narrativi si segnalano per il gusto della deformazione grottesca e allucinata trattata con ironico distacco. Nel genere surreale lo scrittore maggiormente quotato è Dino Buzzati, dalla prosa piana e semplice, più che altro dovuta alla sua attività giornalistica. L’assurdo diventa condizione simbolo della vita umana, nella scia di Kafka, di cui non rispetta però l’impassibilità.
Federigo Tozzi e il filone realista.
I letterati che s’appartano dalla letteratura principale descrivono le situazioni psicologiche e sociali concrete del paese. La loro prosa non piace, siccome “scrivono male” secondo i prosatori d’arte e il regime non li vede bene. Quello che accomuna questi autori sono i personaggi inetti e irrisoluti che si lasciano trascinare dalle circostanze. La crisi dell’eroe romanzesco inizia con i personaggi di Federigo Tozzi e del “Rubè” di Borgese. Sono antieroi impigliati nelle complicazioni della vita e insinceri persino con sé medesimi. Tozzi è il primo di questi autori in ordine cronologico e che fu conosciuto a livello europeo. Nel suo primo romanzo “Con gli occhi chiusi” (1913, ma pubblicato nel 20) influisce la sua vita infantile dominata dalla vita con il padre violento. Fu Pirandello a lanciarlo sulla scena e stimarlo. Il valore della sua opera fu rivalutata solo negli anni sessanta. “Con gli occhi chiusi” narra la storia di un contadino che innamorato dall’infanzia della figlia di un proprietario terriero non si decide a far nulla. La storia priva di avvenimenti è però intrisa di una malinconia torbida e inspiegata. “Tre croci” invece è più strutturato, a differenza del precedente che era un’accozzaglia d’eventi, è anche meno autobiografico. Le sue novelle, più di cento, non sono ancora state studiate ma sono storie provinciali cupe. L’assortimento così vasto e frammentato dà un senso di casualità che comunica angoscia e dispersione dell’esistenza. A prima vista la narrativa tozziana sembra attardarsi al naturalismo, ma nella sua opera la vita non appare comprensibile, scatti d’umore, irrazionalità ecc. i suoi personaggi s’abbandonano a un flusso disordinato d’emozioni e la personalità si disgrega. C’è una crisi dell’io che però qui non è tematizzata ancora. Lo stile di Tozzi è improntato ad un provincialismo voluto ed esibito. La prosa semplice senza fronzoli ma con vernacolarismi. La sua intonazione grigia e piana descrive lo squallore delle persone e della vita. Il critico Giuseppe Antonio Borgese praticava una lettura attenta ai problemi psicologici, etici e politici rispetto a quelli formali e polemizzava con Croce a questo riguardo. Aveva contribuito alla letteratura realista con “Rubè” (1921) romanzo denso d’avvenimenti, che ambisce a rispecchiare l’Italia a cavallo della grande guerra. Ci sono situazioni di grande interesse, nonostante alcuni colpi di scena melodrammatici. La prosa incalzante e sontuosa, carica d’immagini simboliche. Negli anni trenta riappare la narrativa rusticale, cioè quella che voleva descrivere le condizioni del popolo. L’intento di denuncia più efficace è quello d’Ignazio Silone in “Fontamara” (1930). Egli fa raccontare la sua vicenda a turno dai protagonisti ottenendo un effetto corale di stampo verghiano. La prosa è elementare e cadenzata.
La narrativa di consumo.
Il “rosa” sono storie basate sui sentimenti ripetuti su moduli prefissati. La maggiore scrittrice rosa fu Liala, che scrisse oltre settanta romanzi di questo genere. Il codice morale che regola il mondo del romanzo è severo:il peccato è male e chi pecca fa una brutta fine. La sessualità ed i sentimenti sono addolciti, l’unico scopo delle eroine è la conquista dell’uomo, il matrimonio e l’ascesa sociale. Il fascino e il successo è dovuto alle pregiate descrizioni di ambienti e personaggi d’alta estrazione sociale, nei quali le lettrici si possono immedesimare. Nello stesso periodo s’afferma il romanzo kitsch. I temi e gli stili sono presi dalla alta narrativa ma banalizzati e facilmente soddisfacenti per il lettore.
La lirica tra le due guerre.
L’ermetismo.
L’ermetismo è la tendenza che ha influenzato per la maggior parte la poesia del 900. Il termine deriva dal corpo dei libri ermetici, testi di scienza occulta dell’antichità, per questo spesso viene detto l’alchimia della parola magica, l’oscurità. Ermetico ha anche il valore di impenetrabile, sigillato. Gli ermetici si rifanno a Mallarmé e al simbolismo, cioè a una concezione della poesia pura, senza riferimenti alla realtà. Non in tutti i poeti si manifestano i caratteri ermetici. In Ungaretti solo nella seconda fase si troverà questa tendenza, in Montale in forme diverse nelle “Occasioni. La poesia degli ermetici è quella degli stati d’animo, dell’io interiore espresso attraverso un tono sommesso, con un linguaggio raffinato ed evocativo. Il metro utilizzato è il verso libero, che mescola i metri della tradizioni senza voler rompere con essa. Il maggior poeta ermetico è Salvatore Quasimodo che esordì nel 1930 con “Acque e terre”, qui rappresenta la frattura dolorosa tra la natura siciliana della sua infanzia e la pianura lombarda grigia e triste. Tutto ciò con un linguaggio assorto ed evocativo. Un contributo essenziale proveniente dai classici è la traduzione dei “Lirici greci” del 1940, che incarnavano il mito della parola poetica pura. Il centro dell’ermetismo fu Firenze dove i vari poeti elaborarono una linea poetica comune. I due punti maggiori della ricerca ermetica sono la musicalità e la ricerca di associazioni tra le immagini. Alfonso Gatto ricerca gli effetti musicali della poesia mentre Mario Luzi ricerca l’associazioni. Vittorio Sereni con una lingua meno rarefatta dà voce all’alienazione del soldato. Gli ermetici furono affiancati dalla critica militante che condivise il loro linguaggio raffinato ed iniziatico. A quel tempo la critica era un aiuto alla letteratura. Carlo Bo propose un’idea della letteratura come impegno totale di ricerca della verità interiore. Gianfranco Contini fu critico accademico e militante. Portò nello studio il rigore dell’analisi stilistica e filologica, pur restando legato allo stile brillante e allusivo dell’ambiente ermetico.

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  1. università degli studi di bari.

    sto cercando appunti delle lezioni di letteratura italiana moderna e contemporanea.sostengo l'esame alla facoltà di lettere.


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