Canto XI dell'Inferno

Materie:Riassunto
Categoria:Letteratura
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Testo

Analisi canto XI , VI cerchio dell’inferno Dantesco

Nel corso di quest’anno scolastico, in classe, abbiamo letto la “Divina Commedia” di Dante Alighieri; nato a Firenze (s’ipotizza tra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265, ma la data precisa non si conosce).
Uno dei canti che mi è piaciuto di più è stato quello degli eretici (in pratica quelli che non credono nell’immortalità dell’anima, quindi nella vita dopo la morte).
Siamo all'alba del 9 aprile 1300, o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300 (Sabato Santo).Il canto inizia con l’arrivo da parte di Dante e di Virgilio alla città di Dite (che significa diavolo), luogo in cui gli eretici vengono puniti; qui i due poeti vengono scambiati per due anime appena arrivate all’inferno; infatti, lo si capisce dal fatto che le due torri di guardia della città si accendono, segno che stanno arrivando delle nuove anime.
Questo cerchio è custodito da tre furie (o Erinni) che erano: Megera, Aletto, Tesifone (corrispondenti al peccato d’azione pensiero e parola) e da Medusa (personaggio della mitologia greca, figlia di Forco e di Ceto; era l’unica mortale tra le Gorgoni, essa viene anche citata in vari poemi).
Per entrare in questa città però bisognava essere autorizzati da Dio poiché dopo questa città si entrava nel basso inferno.
I due riescono a superare questo cancello e i custodi, grazie ad un angelo di Dio inviato per far proseguire il cammino ai due viaggiatori, dietro il portone aperto dalla verga dell'angelo, si trovava una distesa di sepolcri di pietra in cui bruciavano i peccatori; questa punizione viene data per la legge del contrappasso che stabilisce una pena uguale o contraria al peccato commesso; poiché non credettero nella vita ultraterrena, essi sono ora morti tra i morti e inoltre non possono vedere il presente e il passato ma solo il futuro.
Quando Dante e Virgilio entrano nella città di Dite la prima cosa che il poeta nota è che le tombe sono tutte aperte e incustodite; questa cosa lo incuriosisce quindi chiede al maestro (Virgilio) il perché e lui gli risponde che queste bare sono aperte ma non per sempre; infatti, il giorno del giudizio universale tutte queste tombe verranno chiuse e sigillate. Questo significa che in quel momento, gli eretici non potranno nemmeno vedere il futuro poiché non esisterà più.
Mentre camminano Dante e Virgilio parlano tra loro; ad un tratto un personaggio si alza da una tomba e si rivolge al poeta riconoscendo il suo accento toscano.
È Farinata Degli Uberti (chiamato farinata per il colore dei suoi capelli che erano tendenti al biondo, il suo vero nome era invece Manente degli Uberti), nobile di Firenze ai tempi di Dante, fu un nobile ghibellino e partecipò alla famosa battaglia di Montaperti (vicino a Siena) dove perse per colpa di Bocca degli Abati che si dice abbia tagliato le mani a Jacopo de Pazzi che portava la bandiera per far distinguere una schiera dall’altra.
Questo causò una grandissima confusione e i ghibellini furono costretti a ritirarsi perdendo la battaglia.
Dante discusse con il peccatore parlando della politica di Firenze.
In questo canto Farinata viene descritto come una persona fiera di sé stessa e non pentita di quello che ha fatto in vita, anzi orgoglioso del suo peccato.
Mentre Dante e Farinata parlano, dalla stessa tomba si alza un altro personaggio, è Cavalcante de Cavalcanti; padre di Guido Cavalcanti, grande amico di Dante; egli gli chiede perché suo figlio non è presente in questo viaggio dato che è destinato al più grande poeta di quel tempo; Dante allora gli risponde ma fa un errore: gli parlò al passato. Cavalcante, essendo un eretico, non può vedere il presente e quindi crede che suo figlio sia morto; quindi scoppia in lacrime e si ritira. Dante capisce il suo errore e si scusa; durante questo intermezzo Farinata rimane di marmo senza parlare e nemmeno ascoltare. Quando Cavalcante ritorna nella bara Farinata ricomincia a parlare con Dante, sempre di politica, stuzzicandolo; Dante gli risponde con lo stesso tono facendolo così zittire.
Il canto si conclude con il turbamento di Dante al pensiero della possibilità da parte degli eretici di prevedere il futuro; i due poi superano la città e s’incamminano verso il successivo cerchio che li porta nel girone dei violenti e quindi nei peccati di malizia (quelli commessi per arrecare volontariamente dolore ad altre persone).

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