verga vita e opere

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Testo

Vita
Giovanni Verga nacque a Catania il 2 settembre 1840, discendente da una famiglia di antica nobiltà rurale. Il nonno fu deputato al Parlamento siciliano. Lo scrittore ebbe cinque fratelli e trascorse l'infanzia e l'adolescenza in Sicilia, scrivendo giovanissimo per i giornali e componendo romanzi storici a imitazione di Alessandro Dumas, scrittore allora assai noto. Frequentò scuole private, si iscrisse alla facoltà di Legge dell'università di Catania, senza conseguire la laurea, perché impegnato nel lavoro letterario. In questo suo proposito venne pienamente appoggiato dal padre, che contribuì alle spese delle prime pubblicazioni.
Fra il 1865 e il 1871 visse a Firenze, a quel tempo capitale d'Italia, dove ebbe i primi contatti letterari e relazioni e successi mondani.
Dal 1872 al 1893 abitò a Milano, dove fu in stretto contatto con gli ambienti letterari, che facevano di Milano la città più viva d'Italia. Importante fu l'amicizia che strinse con Capuana e con Arrigo Boito. Nonostante le molte relazioni amorose, ma non si sposò mai.
Inariditasi la vena creativa, si ritirò a Catania, dove morì il 27 gennaio 1922, quasi in solitudine, in seguito a una trombosi, assistito dalla nipote adottiva e dal fedele De Roberto.
Opere
Amore e patria; I carbonari della montagna (1862); Sulle lagune (1863); Una peccatrice (1866); Storia di una capinera (1871); Eva (1873); Nedda (1874); Tigre reale (1875); Eros (1875); Primavera e altri racconti (1876); Vita dei campi (1880); I Malavoglia (1881); Il marito di Elena (1882); Novelle rusticane (1883); Per le vie (1883); Cavalleria rusticana (opera teatrale, 1884); Drammi intimi (1884); In portineria (opera teatrale, 1885); Vagabondaggio (1887); Mastro don Gesualdo (1888); I ricordi del capitano d'Arce (1891); Don Candeloro e C.i (1894); Dal tuo al mio (1906)
L'attività letteraria di Verga si divide schematicamente in due fasi: nella prima compose romanzi e novelle di studio dell'alta società e degli ambienti artistici. In questi romanzi (Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale, Eros) marcato è il dato autobiografico, forse c'è persino un bisogno di arricchire la propria esistenza con avventure affascinanti, ma realistiche. Associata, vi è la volontà di compiere un'analisi della società contemporanea, in special modo dei ceti alti, mettendone a nudo le magagne sentimentali e le menzogne convenzionali. Verga rappresenta già dei "vinti": tra i suoi personaggi vi è la dama che si avvelena per amore, la giovane che diventa monaca per volere della famiglia, il pittore sconfitto nelle sue ambizioni artistiche e nella sua passione per una ballerina, le passioni distruttive di una contessa russa morta di tisi.
Il verismo
Il verismo italiano costituisce lo sviluppo del naturalismo francese. Nella seconda metà dell'Ottocento, in Francia, Gustave Flaubert pubblica Madame Bovary, che viene accolta fra consensi di critica e guai giudiziari. Con quest'opera si fa iniziare il naturalismo. Essa si pone l'obiettivo di rappresentare oggettivamente la realtà, senza l'intervento diretto dello scrittore. C'è un distacco dell'autore dall'opera che scrive, che non viene influenzata da ideologie e dai valori morali personali.
I fratelli Goncourt aggiungono un altro principio: l'opera deve essere un documento del reale. Il romanzo deve trarre ispirazione da un episodio realmente accaduto. Ci deve essere un rapporto diretto con la realtà. Esigenze di scientificità che approdano poi al romanzo sperimentale di Zola, Teresa Raquin.
Nel romanzo sperimentale si rappresenta l'uomo come prodotto delle condizioni ambientali e di ereditarietà di carattere. Ciò porta a una denuncia della società. I condizionamenti sociali si manifestano con maggior forza fra gli strati più umili. Zola rappresenta perciò i bassifondi di Parigi. La sua visione della vita è deterministica; le sue opere propongono un uomo innocente, condizionato dalla famiglia e dalla società.
Capuana mette insieme i seguenti caratteri: l'impersonalità, la rappresentazione del reale, il romanzo sperimentale del naturalismo francese. Dà così l'avvio a una tendenza letteraria: il verismo, che si propone l'impersonalità nel ritrarre il reale. Siccome la realtà più urgente per noi sono la questione meridionale e le questioni sociali, il verismo diviene lo specchio della società meridionale. I caratteri della produzione verista sono il regionalismo, il provincialismo. Gli alfieri del verismo sono meridionali: Serao, Deledda, Capuana, Verga. Minore è il verismo settentrionale.
La fase verista: la poetica
Nel 1874 esce Nedda. Verga vi racconta la storia di una povera raccoglitrice di olive, vittima della miseria. Verga, in questa novella, non rappresenta più il mondo brillante dell'alta società milanese o fiorentina, ma quello umile e chiuso di un borgo siciliano. La nuova fase dello scrittore si arricchisce, in poco più di una dozzina di anni, di due raccolte di novelle, Vita dei campi dell'80 e Novelle rusticane dell'83.
Progetta, intanto, un ciclo di cinque romanzi, I vinti, e ne scrive i primi due, I Malavoglia dell'81 e Mastro Don Gesualdo dell'88, cui intercala un altro romanzo, Il marito di Elena, dell'82, incerto fra la vecchia maniera e la nuova.
Queste opere sono tutte ambientate in Sicilia, intorno a quella Catania che Verga conosceva perfettamente e a cui era legato da profondo affetto; i protagonisti sono uomini delle classi subalterne, contadini, pastori, pescatori, artigiani, arricchiti e no; se i personaggi sono individui appartenenti ai ceti elevati, si tratta quasi sempre di nobili di paese, lontani dal sentire e dai gusti dei personaggi verghiani di una volta.
I Malavoglia sono la storia di una famiglia, che cerca di emergere dalla miseria e conquistarsi condizioni di vita migliori; Mastro don Gesualdo inscena la sconfitta di chi, vinta la battaglia per una migliore condizione economica, aspira alla promozione sociale, sperando di conquistarla tramite un matrimonio che lo leghi alla nobiltà di un grosso borgo di provincia.
I tre romanzi non scritti del ciclo dei vinti, dovevano narrare la sconfitta di quella vanità aristocratica che può sussistere soltanto a un alto livello sociale ed economico (La duchessa di Leyra); la sconfitta nelle ambizioni politiche tese alla conquista del potere (L'onorevole Scipioni); la sconfitta nella più alta ambizione possibile, nell'aspirazione dell'artista alla gloria (L'uomo di lusso).
L'ideologia
Verga esprime la propria posizione ideologica in una novella di Vita dei campi, dal titolo Fantasticheria. Egli si immagina di recarsi ad Aci Trezza, il paese de I Malavoglia, in compagnia di una signora del gran mondo che, appena arrivata, mostra un fatuo entusiasmo per quella vita semplice, ma già il giorno dopo non ne può più e non capisce come altri possa condurvi l'intera esistenza. Mentre Verga, polemizzando la frivola superficialità della dama, afferma la sua adesione morale al coraggio virile con cui quegli uomini affrontano la vita.
Nelle sue opere più mature non vi è idillio, non vi sono "lavoratori sapienti", come quelli rappresentati dal Prati, che vanno al lavoro cantando, non vi è traccia del fastidioso e offensivo paternalismo, né di un facile ottimismo, ma vi imperversa la tragedia e il pessimismo virile; un intero mondo subalterno viene visto nella sua autonomia, composto non più da "buoni selvaggi" o da "buoni popolani" fra cui ritirasi arcadicamente, ma di uomini con cui trattare da persona a persona.
La visione di Verga è tragica e pessimista. Lo scrittore non crede nella Provvidenza e Dio è assente dai suoi libri. Non è nemmeno un socialista che creda in un trionfo finale del quarto stato, ottenuto attraverso l'unione e la lotta. Verga, invece, condivide la passione del suo tempo per la scienza e l'analisi sociologica e riesce a cogliere il moto e lo sforzo incessante verso il progresso; ma a lui interessano di più "i vinti", quelli che cadono lungo la strada; egli sa essere solo il poeta di chi resta ai margini, mentre la marea procede oltre.
L'ideologia sociale
La concezione della vita di Verga era tipicamente "borghese". Tuttavia molti erano gli elementi positivi: il superamento dello stato d'animo contraddittorio con cui egli guardava nelle sue prime opere l'alta società; il superamento del paternalismo ambiguo proprio della letteratura sociale dei "moderati"; la scoperta della dignità e dell'umanità delle plebi; l'analisi del risvolto negativo del progresso così mitizzato dai contemporanei e quindi delle lacrime e del sangue di cui grondava, dietro l'ottimismo e la facciata rilucente, il secondo Ottocento. Ma proprio perché borghese e quindi incapace di immaginare una società diversa, Verga guardava al presente e al futuro con pessimismo. Flirtò addirittura col nazionalismo.
Ne I Malavoglia, la critica ha sottolineato concorde il momento corale: storia di una famiglia, il romanzo si trasforma nell'epopea di un mondo unito nel destino e negli affetti e canta il lavoro, il legame con la tradizione, l'unità familiare, il culto del focolare domestico: non a caso il centro della vicenda è "la casa del nespolo", perduta e poi riconquistata.
In Mastro don Gesualdo, il pessimismo di Verga è ancora più cupo. Intorno al protagonista si agita un mondo di piccoli uomini voraci e pettegoli, tutti presi nella morsa della passione economica. Mastro don Gesualdo è visto come un eroe del lavoro, della tenacia, della forza che vince gli ostacoli e conquista, faticosamente, palmo a palmo, la sua "roba", finche la volontà di ottenere una promozione sociale lo travolge ed egli è sconfitto nei suoi affetti e muore.
L'arte e la lingua
Verga non ha mai delineato organicamente la sua poetica. Tuttavia la si può dedurre, oltre che da molte altre sue lettere, da una in particolare all'amico romanziere Salvatore Farina, premessa alla novella L'amante di Gramigna.
Verga accettò le linee generali del naturalismo francese, nella mediazione dell'amico Capuana; non accettò troppo il tema della razza o dell'ereditarietà, per quanto nel Mastro don Gesualdo non manchi qualche accenno; rappresentò l'ambiente e il momento storico, come elementi necessari alla spiegazione della psicologia dei singoli; i personaggi non vengono descritti, ma calati nell'azione, in modo che il loro animo si sveli attraverso il comportamento.
Verga concepì il romanzo come occasione di un'indagine critica della società, che ne comprendesse tutti gli strati sociali, dai più bassi ai più alti; accetto pienamente il principio dell'impersonalità. La lingua di cui si servì era composta di espressioni, vocaboli, costrutti propri del dialetto, a caratterizzare le persone messe in azione e a nascondere ancora meglio l'autore.
Caratteristiche delle opere
Amore e patria
Romanzo d'esordio, giovanile, in cui l'autore racconta un episodio della guerra di indipendenza degli Americani del Nord contro la Gran Bretagna.
L'opera mescola la passione amorosa a quella patriottica; gli uomini sono o eroi indomiti o vili traditori.
I Carbonari della montagna
Ambientazione in Sicilia e Calabria, dove i carbonari conducono nmel 1810-12 una guerra partigiana per l'indipendenza.
Un romanzo storico, la cui materia sono ancora l'amore e la patria, il tutto condito di sentimenti antifrancesi.
Il protagonista è Corrado, un eroe puro che morirà divenendo "oggetto della venerazione di tutte le genti d'Italia".
Lo stile è caratterizzato da una aggettivazione fiorita. Il romanzo anticipa alcuni temi che saranno poi sviluppati nelle opere maggiori.
Sulle lagune
Il terzo romanzo giovanile di Verga è ambientato a Venezia, di cui viene fornito un ritratto di maniera.
Si avverte l'influsso dell'Ortis sullo stile e sui contenuti. Le passioni sentimentali si intrecciano su quelle patriottiche. Un ufficiale dell'esercito austriaco si innamora di una veneziana. Il romanzo, che adotta la forma epistolare allora in voga nelle opere romantiche, si distingue per un maggiore approfondimento psicologico.
Una peccatrice
Pietro Brusio è un giovane catanese studente di Legge, che concepisce una travolgente passione per Narcisa Valderi, l'avvenente moglie del conte di Prato. Dapprima respinto, il giovane ottiene, grazie al successo letterario arrisogli con un dramma che lo rende famoso, l'agognato amore della donna.
La realizzazione dei desideri porta tuttavia la stanchezza. Preso atto della fine del loro amore, la donna si uccide. Il giovane resosi conto che il suo successo letterario è effimero fa ritorno al paese natale.
Pietro e Narcisa sono già due prototipi di quei "vinti", che animeranno i romanzi maggiori di Verga.
Una peccatrice risente di una certa enfasi stilistica.
Storia di una capinera
Romanzo di "genere romantico e sentimentale " ricorra ancora alla forma epistolare.
Una giovane educanda, Maria, a causa dello scoppio di una epidemia di colera, abbandona il convento e si ritira in campagna con la famiglia. Durante questo soggiorno si innamora, corrisposta, dio un giovane, Nino, che finirà però con lo sposare la sorellastra di Maria, Giuditta, cui andrà una ricca dote.
Tornata in convento, Maria si macera d'amore per Nino. Assiste dalla terrazza, col cuore spezzato, alle effusioni amorose dei novelli sposi, che sono venuti ad abitare proprio lì vicino. Il dolore, lo strazio condurranno Maria alla morte.
I toni sono spesso melodrammatici e esageratamente sentimentali. I critici, all'uscita del romanzo, vi ravvisarono la tesi sociale della condanna all'istituto della monacazione forzata. È vero, invece, che già in questo romanzo si avvertono il dolore e la solitudine che attanagliano i protagonisti della letteratura verghiana.
Eva
Enrico Lanti, un giovane pittore privo di mezzi, ma sensibile si innamora, essendone ricambiato, di Eva, un'attrice di teatro abituata a corteggiatori facoltosi.
Per amore di Enrico, Eva lascia il teatro, la carriera, il lusso, consapevole che così perderà molto del suo fascino agli occhi del suo nuovo amante.
Infatti, la quotidianità e la mancanza di denaro affievoliscono i sentimenti di Enrico. A questo punto la donna se ne va, riaccendendo in lui l'antica fiamma del desiderio.
Enrico finirà con l'uccidere il nuovo amante di lei e di lì a poco morirà di tisi in seno alla famiglia di origine.
La critica rimprovera a questo romanzo lo stile enfatico e l'aggettivazione troppo pletorica.
Intense le due figure di donna rappresentate: Eva, l'amante in grado di sacrificare tutto sull'altare dell'amore e la madre di Enrico, dignitosa col suo dolore immenso, ma silenzioso e rassegnato.
Nedda
Storia di una raccoglitrice d'olive, una creatura elementare, schiacciata anche nel fisico dalla povertà. Nedda lavora per mantenere la madre ammalata; si innamora di Janu, che viene colpito dalla malaria. Perse tutte le persone a lei care, Nedda rimane sola e disperata, oppressa dalla malvagità e dalle incomprensioni di chi le sta accanto.
L'opera segna il passaggio al "verismo", non è tuttavia un'opera completamente verista. Di verista c'è la concezione della vita, intrisa di amarezza e di fatalismo. Nedda accetta come inevitabile il dolore. Il linguaggio impiegato cerca di essere aderente alla realtà del personaggio rappresentato.
Tigre reale
Giorgio La Ferlita, un giovane siciliano, che ha intrapreso la carriera diplomatica, di bell'aspetto e di esaltata immaginazione si invaghisce della contessa russa Nata, donna avida e capricciosa.
A questa femme fatale fa da contraltare, nel romanzo, Erminia, la moglie siciliana di Giorgio, austera, semplice, dedita agli affetti e alle cure domestiche.
Eros
Il mondo elegante e raffinato è qui fatto oggetto di ironia, se ne denuncia la vacuità.
Alberto Alberti è uno scettico dalla viva intelligenza e dalla esasperata immaginazione, che passa da un amore all'altro.
La cugina Adele cerca di salvarlo dal suo nichilismo sposandolo e dandogli quegli affetti famigliari che gli sono sempre mancati. Ma fallirà. Morirà, anche per colpa del marito, il quale si suicida con un colpo di pistola.
Primavera e altri racconti
Novelle eterogenee, che hanno come denominatore comune l'amore e la ricerca del vero, al di là di ogni scuola letteraria.
Vita dei campi
Riprende l'ambiente e i personaggi di Nedda. Vi è la Sicilia delle classi diseredate. Vi è chi combatte per il pane e la sopravvivenza. I personaggi non sono più animati da passioni intellettualizzate, bensì da problemi pratici, da passioni istintive, non deformate dalla cultura. Si tratta di un mondo di gente semplice, nel quale risulta evidente la dura legge della sopravvivenza.. In evidenza particolare la violenza primitiva delle passioni immediate. Le annotazioni sul paesaggio sono estremamente sobrie.
Questa raccolta di novelle inizia una fase nuova nella produzione di Verga, che assimila la lezione del naturalismo francese. Forte si fa l'aspirazione al vero, alla scientificità, alla oggettività, a quella impersonalità di cui era stato maestro Flaubert.
Si assiste inoltre a una rivoluzione stilistica: l'autore scompare e il suo posto è preso dalla voce narrante popolare.
I Malavoglia
Padron 'Ntoni, capo di una famiglia di Aci Trezza, un paese a nord di Catania, ha un debito con lo zio Crocifisso per una partita di lupini malauguratamente perduta in mare nel naufragio della "Provvidenza", in cui il vecchio capofamiglia perde anche il figlio Bastianazzo.
Per pagare il debito, i Malavoglia compiono rinunce dolorose: sono costretti a vendere la casa del nespolo, che verrà poi ricomprata dal minore dei nipoti di padron 'Ntoni. Numerose le sventure che, nel corso della vicenda, si abbatteranno sulla famiglia. Molti i personaggi che compaiono nella narrazione. Oltre a padron 'Ntoni ci sono: Maruzza, detta la Longa, moglie di Bastianazzo, morirà vittima del colera e i cinque figli: 'Ntoni che, frequentando cattive compagnie finirà in carcere per contrabbando e, uscito dal carcere lascerà il paese; Mena, che, innamorata del carrettiere Alfio, non potrà sposarlo per le difficoltà economiche; Luca, il secondogenito di Bastianazzo, che muore nella battaglia navale di Lissa del 1866; Lia, che, oggetto di pettegolezzi di paese, se ne andrà per fare la prostituta e Alessi, che ricomprerà la casa di famiglia e continuerà l'attività del nonno; inoltre Nunziata (sposerà Alessi); il sensale Pièdipapera; il brigadiere don Michele, Santuzza (l'ostessa).
Padron 'Ntoni è il patriarca della famiglia. Egli trova la forza per combattere la sventura. I tre cardini della sua esistenza sono: la casa del nespolo, l'unità familiare, l'onestà. Il vero vinto del romanzo è il giovane 'Ntoni. La Longa è una donna schiva, riservatissima, ma di affetti profondi. L'amore materno è in lei profondissimo. Si manifesta quando la donna accompagna Luca, quando Luca stesso muore. Ella sembra identificarsi con l'Addolorata.
Aci Trezza è il luogo che vede il corso degli eventi. Povero paese di pescatori, ha vecchie case con gli scogli davanti. Gli avvenimenti politici giungono qui molto attutiti. Vengono recepiti in paese soltanto quegli avvenimenti che incidono profondamente sulla vita della gente. C'è pure qualche sporadico fermento rivoluzionario, per esempio lo speziale, ma prevale il pessimismo nei confronti della giustizia e della sua amministrazione, verso lo stato che ruba gli uomini migliori per arruolarli nell'esercito. L'ambiente è quello tipicamente paesano, che riassume le caratteristiche dell'isola: il pettegolezzo, i luoghi comuni dettati dall'ignoranza. Protagonista del romanzo è, in fondo, tutto il paese. Si è parlato di coralità de I Malavoglia. I personaggi del romanzo non sono generici, ma ogni personaggio ha una propria autonomia artistica.
Il marito di Elena
La protagonista è una sorta di Madame Bovary, insoddisfatta del proprio stato, cui il debole marito ha sacrificato i propri averi per consentirle una vita lussuosa.
Romanzo di analisi psicologica.
Novelle rusticane
Il fattore economica domina povere vite; ci si arrabatta per la roba.
Per le vie
Ambientato a Milano, ha per protagonisti i poveri, i derelitti, gli emarginati, gli umili. I temi trattati sono: la lotta per la vita, le solitudini, le piccole ambizioni, gli egoismi.
Vagabondaggio
Emerge un pessimismo sempre più cupo. Esistenze intrise di gelosia, malinconia, solitudine, egoismo, continuo vagabondare alla ricerca di una condizione migliore.
Mastro don Gesualdo
Gesualdo Motta è un intraprendente e ricco uomo di Vizzini. Si è costruito la sua ricchezza con le sue forti mani di lavoratore. Sposa Bianca Trao, discendente di una nobile famiglia decaduta e con questa progressione sociale aumenta il suo prestigio: i suoi affari migliorano ancora, ma la vita non gli dà che amarezze. La moglie e la figlia non lo amano ed egli morirà di cancro, a Palermo, in una solitudine dolorosa e tragica, nel palazzo del duca di Leyra, marito della figlia Isabella. Partecipano alla vicenda anche altri personaggi: Speranza, sorella di don Gesualdo, il canonico Lupi, la baronessa Rubiera, don Diego e don Ferdinando Trao, fratelli di Bianca, Diodata, la serva devota di don Gesualdo.
Mastro don Gesualdo è un titanico uomo solitario, energico, volonteroso, orgoglioso. Di fronte alle difficoltà e alle inquietudini sa rimboccarsi le maniche, rialzarsi, lottare. La fatica fisica e spirituale cui si assoggetta rende il suo culto per la roba privo di grettezza e di alto valore etico. Ha un bisogno insaziato d'affetto, che né la moglie, gelida e distante, né la figlia che assomiglia come carattere alla madre sanno colmare. La sua morte assurge alla dignità della tragedia. Egli muore solo, in un palazzo che gli è estraneo, fra gente cui è indifferente o inviso, mentre il suo patrimonio viene dilapidato dagli eredi, rendendo vana ogni sua fatica e svuotando di significato la sua esistenza.
Sullo sfondo la storia, il declino fisico e morale della nobiltà siciliana e l'ascesa della borghesia fondiaria.
I ricordi del capitano d'Arce
Racconti che prefigurano l'incompiuto romanzo del ciclo dei vinti La Duchessa di Leyra.
Don Candeloro e C.i.
Racconti di povera gente, avventure di artisti girovaghi, miseri guitti di provincia, storie di arrampicatori sociali, ambienti sociali regolati dalla legge dell'utile.
Il tono usato dall'autore è sarcastico e grottesco.
Dal tuo al mio
Ultimo romanzo di Verga mette in scena il dramma della nobiltà decaduta, ridotta ad arabattarsi alla bell'e meglio per tirare avanti e nascondere il più possibile la miseria; nel contempo, l'ascesa della piccola borghesia che lotta per impossessarsi della peroprietà e la questione "sociale" degli zolfatari.
Rosso Malpelo (commento)
Malpelo può sembrare un malvagio, seppure di una malvagità innocente e selvatica. In realtà la sua malvagità è il modo istintivo con cui egli si difende dagli uomini ed esprime la sua protesta di accattone, di sottoproletario condannato ai ferri, trattato a colpi di badile e di cinghia dal soprastante e persino dai compagni di lavoro. In questa creatura del limbo, costretta a vivere sotterra, ignara di ogni cosa che non siano la fatica e le battiture, è sorta per istinto una filosofia degna del Machiavelli, di una logica implacabile. La malizia è l'unico mezzo che gli è concesso per sfogare il suo oscuro istinto di rivolte, di ribellione inconsapevole. Il linguaggio, che pare derivato tutto dall'ambiente, non rivela mai l'intervento del letterato; come se il paese stesso, o meglio un diarista del popolo, raccontasse la vicende del protagonista.
Interessante anche la tecnica del racconto, che non procede ordinato, conforme ad uno schema logico di vicende, ma per aggiunzioni, riprese, ritorni su motivi tralasciati; quasi si trattasse di una rievocazione corale ad opera di un gruppo di cavatori, dinnanzi a una fiammata di sterpi.
Conclusioni. Nell'opera di Verga sono racchiuse la complessità e la ricchezza della vita. Egli compone, con le sue opere letterarie, un grandioso affresco dell'esistenza passando dai toni malinconici, drammatici, tragici a quelli ironici, comici, umoristici.
Un filo conduttore dell'opera di Verga può essere rinvenuto nell'amore, quello di "lusso", esasperato, verboso, travolgente e quello essenziale e silenzioso delle persone semplici.
Egli, inoltre, procede a uno scavo approfondito della natura umana, analizza e rappresenta l'inesausta lotta per la vita, inscena le solitudini che si sviluppano in un mondo inospitale.
Verga "dà alle sue creature dimensione poetica universale mediante uno stile epico-lirico unico, straordinariamente suggestivo, scaturito da felice "contaminatio" tra lingua e dialetto". (Zappulla Muscarà)
D.H. Lawrence definì Verga uno scrittore "omerico", reincarnazione del genio ellenico, il solo scrittore moderno che possa contrapporsi a Dostoevskij.
Bibliografia
Russo, L. Giovanni Verga. Bari, Laterza, 1995
Zappulla Muscarà, S. Invito alla lettura di Verga. Milano, Mursia, 1984
Tuttavia il Verga fotografo, non sempre ineccepibile dal punto di vista tecnico, risulta essere efficace e immediato tanto quanto il Verga scrittore.
“Potrà forse apparire sorprendente che lo scrittore Giovanni Verga fosse anche un appassionato fotografo”, dichiara Roberto Mutti, curatore della mostra. “Proprio come i suoi amici Capuana e De Roberto (e come Émile Zola in Francia o Jack London in Inghilterra), Verga con le sue opere ribadisce lo stretto rapporto che lega letteratura e fotografia. Nonostante la scoperta delle lastre su cui lo scrittore siciliano aveva impresso le sue immagini risalga al 1970, la conoscenza delle sue fotografie è poco nota presso il grande pubblico. Con questa mostra ci poniamo l’obiettivo di colmare questa carenza e di dare un contributo al dibattito su rapporti e interdipendenze tra arti diverse”.
Così come nei suoi romanzi e nelle sue novelle, anche nella sua produzione fotografica Verga interpreta e cerca di riprodurre soprattutto un paesaggio umano. Accanto ai numerosi ritratti di parenti e amici, nella mostra “Giovanni Verga, scrittore fotografo” compaiono immagini della Catania non aristocratica che svelano una continuità con il Verga scrittore. Fattori, contadini, massari, cameriere e tutta una gran quantità di uomini e donne, sono ripresi nella loro semplicità, inseriti nel loro ambiente quotidiano o in luoghi comuni, come un terrazzino della casa catanese dello scrittore-fotografo, utilizzati come set fotografico in alternativa a muri decorati o semplici teli. Le posture, gli abiti, lo stesso modo di ripresa rappresentano indizi importanti capaci di comunicare molto dello stile di vita, dell’estetica e della storia del tempo.
Verga fotografo non si dedica solo al ritratto. Con uguale interesse realizza scatti di paesaggi. La Sicilia è spesso presente nelle sue visioni delle campagne come in quelle urbane (con evidenti analogie letterarie con quanto descriveva nelle pagine scritte). Ma altri e più inaspettati paesaggi sono quelli dei laghi lombardi o di Bormio e dei suoi dintorni, che Verga ebbe modo di visitare partendo da Milano.
Le cento immagini della mostra “Giovanni Verga, scrittore fotografo” provengono tutte dall’Archivio Fotografico della Fondazione 3M. Non si tratta di fotografie originali, ma di stampe recenti ricavate indirettamente, attraverso interventi digitali realizzati da Lorenzo Ceva Valla, dalle lastre in vetro verghiane. Queste, date le loro precarie condizioni, sono risultate troppo delicate per essere maneggiate: alcune lastre, infatti, hanno subito danni alle emulsioni (che in qualche caso si sono addirittura parzialmente distaccate per colpa dell’umidità) o sono state addirittura accidentalmente rotte.
L’Archivio Fotografico della Fondazione 3M Italia, oltre alle immagini di Verga, conserva trentamila fotografie tra lastre, dagherrotipi, stampe originali e negativi. In questo spazio è raccolta la storia del marchio Ferrania e dell’omonima rivista che, dal ’46 al ’67, ha raccontato la storia del nostro paese attraverso le foto e l’evoluzione del costume.
L’allestimento della mostra “Giovanni Verga, scrittore fotografo”, curato dagli architetti Ester Garzonio e Leonardo Nava, punta soprattutto sull’aspetto documentario cercando di esaltare la delicatezza e la schiettezza dell’autore; in questo si avvarranno del supporto tecnologico fornito da 3M per l’elaborazione e la stampa digitale raccontando la fotografia di un autore per molti versi ancor oggi sorprendente.
A corredo delle fotografie delle scrittore-fotografo, RAITECHE presenta “Verga visto dalla tv” di Silvana Palumbieri. Il programma breve “Verga visto dalla TV” è composto da registrazioni, letture, film a lungometraggio, balletti, opere liriche e sceneggiati delle opere letterarie verghiane. E consente anche di dar vita ad una proposta critica per comparare i modi di trasposizione messi in atto dai linguaggi visivi. Balletto e pièce teatrale ripresi dalla televisione (La Lupa), opera lirica, balletto e film (Cavalleria rusticana), riduzione televisiva e grande progetto filmico (I Malavoglia e La terra trema). In questo romanzo è di straordinario interesse confrontare e analizzare come il linguaggio cinematografico possa realizzare “l’impersonalità dell’arte” propugnata da Verga. Nella più importante opera televisiva verghiana Mastro Don Gesualdo – prima produzione RAI su pellicola – Giacomo Vaccari esperimenta profondità di campo, frasi dialettali e quadri corali anziché l’iterato ricorso ai primi piani degli sceneggiati degli anni ’60.
Completa la mostra il catalogo edito da De Agostini “Giovanni Verga Scrittore Fotografo”, che sarà in vendita in mostra al costo di 25 euro.
Guido Bezzola, che si è occupato dell’introduzione del catalogo della mostra, descrive così le opere dello scrittore-fotografo: “Abbiamo innanzi a noi una serie di fotografie verghiane scattate o fatte scattare in età relativamente tarda, per cui acquistano un valore particolare se vogliamo interpretarle appunto come un’altra opera di Verga, scritta con la luce invece che con la penna… può notare come certi sentimenti, certi legami, certa maniera nell’affrontare i soggetti mostrino senza dubbio una continuità non interrotta col Verga scrittore”.
Gianni Ravasi Presidente della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori di Milano racconta il motivo della finalizzazione della mostra al Progetto “Strada della Guarigione”.
“Giovanni Verga parla dell’uomo nei suoi romanzi, fotografa l’uomo nei ritratti: questo lo accomuna alle attività della nostra Associazione, che pone l’uomo, quello malato come quello sano, al centro di un sistema che lo informi, lo tuteli e salvaguardi il suo benessere, non solo fisico, ma anche psicologico.
La scelta della finalizzazione per il ricavato di questa mostra sottolinea questo legame.
Il Progetto “Strada della Guarigione” è un’iniziativa di assistenza per gli adulti e i bambini malati di tumore che risiedono a Milano, o giungono qui per cure presso i Centri Oncologici.
Per loro c’è un servizio di accompagnamento alle cure, di alloggio presso Case d’Accoglienza, di rimborso viaggi di trasferimento, un Centro d’ascolto e di assistenza per venire incontro alle loro necessità di ordine pratico e psicologico.
Nel 2003 abbiamo ospitato 830 pazienti, adulti e bambini, nelle nostre Case d’Accoglienza, abbiamo rimborsato 1756 viaggi di chi è giunto a Milano per cure, ed abbiamo accompagnato 6950 malati alle cure. Abbiamo fatto tutto questo, ma vogliamo e dobbiamo fare di più”.
MOSTRA “GIOVANNI VERGA, SCRITTORE FOTOGRAFO”
Potrà forse apparire sorprendente che lo scrittore Giovanni Verga, uno dei padri del Verismo, fosse anche un appassionato fotografo. Proprio come i suoi amici Capuana e De Roberto (e come Émile Zola in Francia o Jack London in Inghilterra), Verga ribadiva lo stretto rapporto che lega letteratura e fotografia.
Per quanto la scoperta delle lastre su cui lo scrittore siciliano aveva impresso le sue immagini risalga al 1970, la conoscenza delle sue fotografie è poco nota presso il grande pubblico, una carenza che questa mostra tenta di colmare.
Sono presentate cento immagini che provengono dall’archivio fotografico Fondazione 3M: non si tratta di fotografie originali perché queste sono inspiegabilmente andate perdute, ma di stampe recenti ricavate indirettamente dalle lastre verghiate che, date le loro precarie condizioni, sono troppo delicate per essere maneggiate. Erano infatti conservate in scatole abbandonate in un armadio e alcune di queste lastre (tutte in vetro) hanno subito danni alle emulsioni – che in qualche caso si sono addirittura parzialmente distaccate per colpa dell’umidità – o sono state addirittura accidentalmente rotte.
Autore attivo a cavallo fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, Verga non era sempre ineccepibile dal punto di vista tecnico, tanto da lamentarsi quando i risultati non gli apparivano soddisfacenti, ma è anche un fotografo efficace e immediato che si dedica con ugual interesse al paesaggio come al ritratto.
La Sicilia è spesso presente nelle sue visioni delle campagne come in quelle urbane (con evidenti analogie letterarie con quanto lo stesso autore descriveva nelle pagine scritte) ma altri e più inaspettati paesaggi sono quelli dei laghi lombardi o di Bormio e dei suoi dintorni che Verga ebbe modo di visitare partendo da Milano.
Ancora più ampia è la produzione di ritratti ed è curioso notare che, accanto ai numerosi parenti ed amici, compaiono spesso in queste immagini fattori, contadini, massari, cameriere e tutta una gran quantità di uomini e donne semplici che evidentemente non animavano solo i romanzi e le novelle di Giovanni Verga. Talvolta tutti costoro vengono ripresi nel loro ambiente, in altri casi in luoghi, come un terrazzino della sua casa catanese, che lo scrittore fotografo prediligeva per allestire i suoi set che, quando non utilizzavano i muri decorati, prevedevano come fondale un semplice telo.
Le posture, gli abiti, lo stesso modo di ripresa sono ora per noi indizi importanti capaci di dirci molto dello stile di vita, dell’estetica e della storia del tempo.
La mostra “Giovanni Verga, scrittore fotografo” intende ricostruire tutto ciò in un allestimento suggestivo che punta soprattutto sull’aspetto di documentazione e sfrutta tutta la spettacolarità delle nuove tecnologie per parlarci della fotografia di un autore per molti versi ancor oggi sorprendente.
DIDASCALIE FOTOGRAFIE DI GIOVANNI VERGA
DISPONIBILI PER LA STAMPA
001 Autoritratto, 4 dicembre 1887 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
032 Mario Verga, fratello di Giovanni, con i nipoti / Archivio Fotografico Fondazione 3M
046 Premadio (Bormio): Giulia e Guido Treves, 13 agosto 1893 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
053 Catania, Novaluccello: bambina alla finestra, 1911 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
054 Novaluccello, Catania: il cacciatore Cristalli, 1911 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
057 Vizzini, 3 maggio 1892 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
058 Vizzini, lato sud della Chiesa Matrice, 3 maggio 1892 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
063 Vizzini, lato sud da via per il cucco, 3 maggio 1892 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
073 Tebidi, 1897: Lucia Angelico e Giovanna detta “Pampinedda”, cameriera di casa Verga / Archivio Fotografico Fondazione 3M
089 Il Duomo di Como, 1893 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
092 Pontile sul lago di Como, 1893 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
096 Barche a vela sul lago di Como, 1893 / Archivio Fotografico Fondazione 3M
106 Loverciano (dintorni di Mendrisio): ritratto di Paolina / Archivio Fotografico Fondazione 3M
*N.B. La dizione / Archivio Fotografico Fondazione 3M è obbligatoria
**N.B: il numero si riferisce al codice che accompagna le immagini nel CD e trascritto a matita sulle diapositive
GIOVANNI VERGA E LA FOTOGRAFIA
Le fotografie di Giovanni Verga per molto tempo sono rimaste sconosciute: solo il ritrovamento alla fine degli anni Sessanta da parte di uno studioso, il prof. Giovanni Garra Agosta, di molte lastre in vetro e di negativi in pellicola in un armadio della casa dello scrittore, ha permesso di scoprire questa dimensione dell’espressività dello scrittore siciliano. Iniziato alla fotografia dall’amico Luigi Capuana, in realtà Giovanni Verga appare, nei suoi primi esperimenti iniziati nel 1878, un amateur alla continua ricerca di un miglioramento tecnico ed estetico. Se si mettono a confronto le sue immagini con quelle di Émile Zola, per fare un esempio di un suo contemporaneo di valore, ci si rende conto che spesso Verga non possedeva quella disinvoltura grazie a cui si potevano realizzare paesaggi o ritratti di grande efficacia. Se è vero che la sua Sicilia appare in gran parte della sua produzione, non si coglie la mano del documentarista capace di descrivere una realtà né del fotografo di paesaggio che individua le specificità di un luogo. Si ha, al contrario, la sensazione che di fronte all’obiettivo di Verga passi una sorte di grande famiglia allargata: i protagonisti sono i fratelli, i nipoti, le cognate, le persone di servitù e i contadini, i paesaggi sono quasi sempre le proprietà che fanno da sfondo mentre raramente si arriva fino al non lontano mare. Perfino per le ambientazioni lo scrittore fotografo predilige il cortile o il terrazzo di casa. Quando però lascia la sua Sicilia per spingersi in Lombardia, anche le fotografie cambiano: prevale il paesaggio – dei laghi, di Bormio, dei viaggi e soggiorni in Svizzera – ma quando ricompaiono i ritratti sono più briosi, originali, freschi. Sarebbe tuttavia un errore confrontarsi con il Verga fotografo per constatare che aveva meno disinvoltura che con la penna: se si sa andare oltre le iniziali incertezze, si può anche scoprire un fotografo capace di migliorarsi e di arrivare, in alcuni casi, a esiti pregevoli. Se è vero che alcuni amici come il conte Premoli e lo stesso Capuana dimostravano uno stile più personale e una indubbia padronanza della tecnica, Giovanni Verga mette in luce una espressività con cui bisogna fare i conti anche perché spesso molto ci dice del suo approccio alla vita, della sua attenzione per il mondo, del suo modo di esprimersi parallelamente con la pagina scritta e con l’immagine fotografica.
Roberto Mutti
PRIMA DEL “SECOLO BREVE”
In una situazione internazionale caratterizzata dalla grave crisi del periodo 1870-1890, l’Italia conosce nel 1876 quello che poteva essere un profondo mutamento politico perché diviene primo ministro Agostino Depretis, esponente della Sinistra Storica, movimento in cui convergevano forze diverse che andavano dai radicali ex mazziniani e garibaldini ai moderati esponenti degli interessi della borghesia terriera meridionale. Per quanto avesse presentato, in un discorso elettorale tenuto a Stradella nel 1875, un programma coraggioso, arrivato al potere subito deve abbandonare l’idea del decentramento amministrativo, smussare gli angoli della sua politica fiscale, rinunciare al suffragio universale sostituito da un ampliamento della base elettorale e prevedere un ridimensionamento dell’idea di una istruzione elementare gratuita e laica. La legge Coppino del 1877 non risolve i veri problemi dell’istruzione in Italia: essendo le scuole comunali, nelle zone più povere non ci sono fondi sufficienti per gestirle e questo spiega come nel sud l’evasione scolastica raggiunga il 90% mentre nel nord sfiora il 10%. Va ricordato che la stessa legge fissa in settanta il numero massimo di alunni per classe!
Rapidamente, quanto può apparire innovativo scompare nel turbine di una nuova linea, quella del Trasformismo: la inusuale alleanza fra esponenti della Destra e della Sinistra Storiche consolida il potere in un unico gruppo dirigente perdendo così l’occasione di creare le condizioni per un’alternanza fra i due schieramenti. Ancora una volta si può dire che tutto era cambiato perché nulla cambiasse. Il potere passa quindi nel 1887 a Francesco Crispi, avvocato siciliano in passato vicino alle posizioni garibaldine ma poi a quelle di Bismarck, che attua una politica estera caratterizzata da infelici avventure coloniali e una interna fieramente avversa al movimento operaio. Ma è proprio quest’ultimo a farsi sentire con più forza: nel 1882 nasce a Milano il Partito Operaio Italiano diventato undici anni dopo Partito Socialista Italiano, nel 1891 nasce sempre a Milano la prima Camera del Lavoro e in quello stesso anno Catania vede la nascita del primo dei Fasci siciliani, strutture organizzative e sindacali molto combattive che nel 1893 danno vita al primo grande sciopero agrario italiano e l’anno dopo vengono sciolte per decreto dal governo di Crispi. Alla sua caduta nel 1896 la possibile alternativa verso sinistra viene bloccata dalle forze più retrive che puntano sul marchese Di Rudinì e gli piazzano pure a destra, come pungolo, il reazionario Sidney Sonnino. Non contente di tutto ciò, a fronte dei moti scoppiati in tutta Italia per il caro vita, scatenano una repressione che vede il culmine a Milano il 6 maggio del 1898 quando l’esercito comandato dal generale Bava Beccaris cannoneggia ad alzo zero la folla uccidendo 80 persone. A questo punto si sfiora più volte il colpo di stato: ne sono protagonisti lo stesso Di Rudinì che vorrebbe lo scioglimento delle camere, il re che solo all’ultimo viene dissuaso dal farlo e il generale Pelloux che, chiamato a creare un nuovo governo, propone subito tali limitazioni alle libertà costituzionali da indurre la sinistra all’ostruzionismo parlamentare. Il 6 aprile 1900 si indicono nuove elezioni che vedono il successo dell’opposizione di sinistra, provocano le dimissioni di Pelloux e aprono la strada che, nel giro di due anni porta al potere Giovanni Giolitti, uno dei pochi uomini politici che nella storia del nostro Paese abbia lasciato l’impronta dell’autentico statista. L’età giolittiana, come è stato definito il periodo che si conclude nel 1914, segna un’epoca politica nuova caratterizzata soprattutto da un livello alto delle istituzioni che Giolitti non volle mai direttamente coinvolte nello scontro di classe. Ben altre tragedie, caratterizzate dallo scoppio della Grande Guerra e dalla caduta di ogni illusione sulle “magnifiche sorti e progressive” della belle époque, erano alle porte per inaugurare quello che Eric J. Hobsbawm ha definito con felice intuizione “il secolo breve”. Ma questa è un’altra storia.
UN’EPOCA DI INVENZIONI
Fra la seconda metà dell’Ottocento e il primo decennio del secolo successivo si susseguono scoperte e invenzioni che modificano il modo di produrre e distribuire le merci incidendo profondamente sulla realtà quotidiana di milioni di persone modificando e talvolta rivoluzionando la loro vita e quella delle generazioni successive.
1839 La ricerca di un processo fotografico precede di molto la data in cui l’invenzione viene annunciata al mondo, ma la ricerca prosegue e nel 1880 si arriva a proporre macchine di piccolo dimensioni e quindi adatte al gran pubblico. Nello stesso 1839 si inaugura la Napoli-Portici, prima linea ferroviaria italiana
1840 Invenzione dei fiammiferi a sfregamento
1843 Morse inventa il telegrafo elettrico
1851 Singer mette in produzione la sua invenzione, la macchina da cucire
1859 Darwin pubblica “L’origine della specie attraverso la selezione naturale”
1863 A Londra si inaugura la prima metropolitana sotterranea
1865 Mendel scopre le leggi sull’ereditarietà
1867 All’Esposizione Universale di Parigi viene presentato il primo ascensore; scoperta la celluloide, prima materia plastica artificiale; Bell brevetta il telefono.
1875 Il nuovo procedimento dei fratelli Martin per produrre acciaio abbatte i costi del 50%
1878 Thomas Alva Edison inventa il fonografo e la lampadina a filamento
1884 Primi coloranti e prime fibre sintetiche per costruire tessuti; Mergenthauer inventa la “linotype” per tecniche tipografiche
1886 Daimler costruisce la prima motocicletta (ha sella da cavallo e telaio in legno)
1887 Zamenhof inventa l’esperanto mondolingva, tentativo di creare una lingua universale
1895 Grazie alle ricerche dei fratelli Lumiére fa la sua comparsa l’immagine in movimento: è nato il cinematografo.
1896 Giuseppe Marconi inventa il telegrafo senza fili; nasce la radio
1890 Il motore a scoppio – inventato 28 anni prima – viene montato sulle prime automobili

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