Socrate

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Testo

Ad una regola di saggia tolleranza verso i propri avversari, la democrazia greca fece una sola eccezione: quella ai danni di un uomo che era senza dubbio uno dei più grandi ateniesi viventi, e che avversario certamente non era. Socrate.
La condanna di Socrate rimane oggigiorno uno dei più grandi misteri dell’antichità.
I suoi avversari lo incriminarono non sul piano politico, bensì su quello religioso e morale; l’imputazione sporta contro di lui nel 399 era di “pubblica empietà nei riguardi degli dèi e corruzione della gioventù”. La giuria era composta da ben 1500 cittadini; in qualità di cronisti, tra gli altri, Senofonte e Platone, i cui resoconti possono essere considerati uniche testimonianze attendibili del processo.
Molto probabilmente i motivi passionali presero sopravvento su ogni criterio di giustizia, ma appunto per questo motivo il processo ce la dice lunga su quella che poteva essere la psicologia ateniese.
Dei tre cittadini che avevano sporto l’accusa (Anito, Meleto e Licone), il primo aveva personali motivi di rancore nei confronti di Socrate poiché, quando era dovuto andare in esilio, suo figlio si era rifiutato di seguirlo per rimanere accanto al Maestro di cui era divenuto affezionato seguace. Anito era un autentico democratico, che per le sue idee aveva sofferto e combattuto plurime battaglie; ma, come padre, secondo logica covava un certo risentimento. Sorprendentemente condiviso da gran parte della cittadinanza, come venne dimostrato.
Le ragioni per cui molti, spesso inconsciamente, lo detestavano erano profonde, e ben lontane, per esempio, dai suoi ambigui costumi sessuali. Socrate era per natura un aristocratico, inteso nel senso intelletuale del termine; era povero, non si abbigliava delle più pregiate stoffe, nessuno poteva rimproverargli la minima slealtà nei riguardi dello stato democratco. Era stato un valoroso soldato ad Anfipoli, a Delio, a Pontidea. Si era dimostrato giudice scrupoloso al processo degli ammiragli delle Arginuse. Aveva praticato l’ossequio alle leggi della città, prima di predicarlo. Ma come filosofo, aveva posto la necessità che quelle stesse leggi fossero in tono con la giustizia, e aveva spinto i suoi seguaci ad un controllo razionale degli avvenimenti. Secondo lui il cittadino esemplare era colui che obbediva al ricevimento di un ordine dall’autorità, ma che prima di riceverlo e dopo averlo compiuto, discuteva se l’ordine era buono e se l’autorità l’aveva formulato bene. Ricercava i concetti generali, tentando di raggiungerli attraverso le induzioni (Aristotele: “due cose gli si debbono riconoscere: i discorsi induttivi e le definizioni”). Probabilmente il suo scopo era quello di creare, o meglio, preparare una classe politica che potesse governare secondo giustizia, dopo aver imparato che cosa la giustizia effettivamente sia..
Tutto questo la plebe non lo sapeva, poiché non era in grado di seguire la dialettica socratica; così odiava istintivamente Socrate e il suo impercepibile modo di ragionare, da cui si sentiva così profondamente esclusa. Aristofane non era stato che l’interprete della protesta plebea, che pretendeva di opporre a Socrate un buonsenso volgare. E, come nella Firenze del ‘500, la gente di cultura costituiva una ristretta minoranza in una massa di livello basso/mediocre: da questa massa veniva la maggioranza dei giurati. Eppure c’è da pensare che che si sarebbe arrivati difficilmente alla condanna se Socrate stesso non avesse partecipato con del suo per provocarla. Certo non si rifiutò di difendersi, anzi lo fece con eloquenza e modestia. Ma subito dopo si lanciò nella più inopportuna ed orgogliosa apologia di se stesso, proclamandosi messaggero degli dèi incaricato di rivelare la verità.
Allibirono tutti, non solo perché quelle parole erano una chiara sfida al tribunale, ma anche perchènella bocca di un uomo mostratosi sempre modesto e pieno di autocritica, suonavano assolutamente nuove e stonate. I giurati cercarono di fermarlo su questa strada, peraltro pericolosa, ma egli non li ascoltò e proseguì fino in fondo, chiedendo alla fine non solo di essere prosciolto, ma persino di essere proclamato pubblico benefattore.secondo procedura ateniese, i verderri erano due: nel primo si affermava o si negava la colpevolezza, nel secondo si stabiliva la pena, per cui l’accusatore faceva una proposta, l’accusato un’altra, e il tribunale poteva poi scegliere tra le due. Socrate, alla proposta di morte di Meleto, rispose con la richiesta di essere ospitato nel Pritaneo, indispettendo, con un’alterigia che oltretutto dovette costargli un enorme sforzo perché non era nel suo carattere, pubblico, giudici e giurati.780 votarono la pena capitale contro 720. Socrate aveva ancora la possibilità di proporre un’alternativa. Inizialmente si rifiutò, infine si arrese alle suppliche di Platone e di altri amici, proponendo per sé una multa di trenta mine. Quando si contarono i voti, quelli favorevoli alla condanna erano aumentati di circa 80.
Socrate venne messo in carcere, dove ai suoi discepoli furono permesse assidue visite. A Critone che gli diceva: “muori immeritatamente”, rispose: ”ma se non lo facessi, lo meriterei”. Non si commosse nemmeno quando sopraggiunsela moglie, in lacrime, con l’ultimo loro figlio tra le braccia. Pregò uno dei suoi amici di riaccompagnarla a casa. Giunto il momento, bevve la cicuta con mano ferma, si sdraiò sul letto, si coprì con un lenzuolo ed attese la morte sotto di esso.finchè ebbe un briciolo di fiato in gola, consolò i discepoli che intorno a lui piangevano: “perché vi disperate? Non sapevate che dal giorno in cui sono nato, la naturami ha condannato a morire? Meglio farlo in tempo, col corpo sano, per evitare la decadenza…”.
Forse la spiegazione del mistero vive in queste parole. Socrate aveva avvertito come con il sacrificio della vita avrebbe assicurato il trionfo alla sua missione. Tutti si erano ingannati sul suo conto: sotto la sua apparente modestia, covavano un’ambizione ed un orgoglio immensi.
I frutti non tardarono a maturare: il cadavere era appena posato nella fossa, che già Atene accusava e condannava chi aveva provocato la condanna. Nessuno volle dare più un tizzone ai tre accusatori perché potessero accendere i loro fuochi.
Meleto lapidato, Anito esiliato.
I frutti caddero al suolo.

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