riassunti su leopardi e manzoni

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano

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Testo

Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni
Nell’invitare i letterati italiani a tradurre gli scrittori stranieri, la De Stael traccia un quadro fortemente critico della cultura italiana del tempo: nel rifarsi continuamente alla mitologia antica, ormai morta, le fantasie si impoveriscono. Per dar vita ad essa non resta che aprirsi alla circolazione viva con la cultura europea, per arricchire le conoscenze e stimolare la creazione con nuovi temi e nuove forme. Negli anni stagnanti della Restaurazione, la staticità degli schemi classici era ormai irrimediabilmente superata. L’intervento della De Stael ebbe il merito di far venire alla luce energie ed idee nuove.

La poesia popolare
Il passo presenta alcuni punti essenziali della nuova nozione romantica di letteratura:
1. la poesia deve scaturire dalla “fantasia” e dal “cuore”
2. deve esprimere lo spirito nazionale. Per questo Berchet critica il cosmopolitismo illuminista ed il classicismo troppo legato ad un patrimonio inaridito.
3. questa nuova letteratura deve, infine, indirizzarsi al popolo, inteso non come la plebe(Ottotoni), e neanche come l’aristocrazia(Parigini), ma con le classi medie, quindi la borghesia.

Alessandro Manzoni
La vita
Nacque a Milano nel 1785, dal conte Pietro e da Giulia Beccaria. Ricevette una tradizionale educazione classica, ma in seguito criticò il formalismo religioso e i metodi pedagogici dei suoi collegi. Si inserì poi nell’ambiente culturale milanese del periodo napoleonico e strinse amicizia coi profughi napoletani Cuoco e Lodomaco ed i poeti Monti e Foscolo. Nel 1805 raggiunse la madre a Parigi, dove entrò in contatto con gli “ideologi”(intellettuali eredi del patrimonio illuministico). Ebbe un fitto scambio di lettere con Furiel che divenne un importante punto di riferimento per Manzoni. Sotto l’influenza della moglie Enrichetta Blondel ed in concomitanza con l’inizio delle sue crisi nervose si convertì al cattolicesimo. Nel 1810 torna a Milano dove abbandonò tutta la sua letteratura classicheggiante e si dedicò alla stesura di una serie di Inni Sacri(1812-1815), che aprivano la strada ad altre opere di carattere romantico, storico e religioso. Fu vicino al movimento romantico milanese ma rifiutò di collaborare al “Conciliatore”.
Aveva sinceri sentimenti patriottici e seguì con entusiasmo gli avvenimenti del ’20-’21, anni in cui nascono le odi civili, la Pentecoste, le tragedie, le prime stesure del romanzo, oltre alle “Osservazioni sulla morale cattolica”, al “Discorso sopra alcuni punti della storia lombardica in Italia”, ai saggi di teoria letteraria sulle unità drammatiche e sul Romanticismo. Ma con la pubblicazione dei “Promessi Sposi” si conclude il periodo creativo di Manzoni. Egli tendeva a rifiutare la poesia considerandola falsità di contro al vero storico. L’amicizia con Furiel fu sostituita con quella con il filosofo cattolico Antonio Rosmini. In questi anni della maturità ebbe vari lutti e dissapori familiari. Manzoni era ormai una figura “pubblica”. Seguì con entusiasmo le 5 Giornate del ’48 e pubblicò l’ode patriottica “Marzo 1821”. Costituitosi il Regno d’Italia nel 1860 fu nominato senatore. Era contrario al potere temporale della Chiesa e favorevole a Roma capitale. Negli anni della vecchiaia fu circondato dall’ammirazione della borghesia italiana. Morì a Milano nel 1873.

Prima della conversione: le opere classicistiche
Tra i 16 ed i 25 anni, scrive opere con linguaggio aulico, fitte di rimandi dotti e mitologici secondo il gusto classicistico. Nel 1801 scrive una “visione” allegorica in terzine, “Il trionfo della libertà” che richiama il genere tipico del Monti, dove inneggia alla Rivoluzione Francese e si scaglia contro la tirannide politica e religiosa, ma già rivela l’amarezza per il tradimento di Napoleone. Seguono l’“Adda”,poemetto idillico indirizzato a Monti, e quattro “Sermoni” sul modello del Parini, dove polemizza sugli aspetti del costume contemporaneo. Del 1805 è il “Carme in morte di Carlo Imbonati”, qui immagina che questi gli appaia in sogno dandogli nobili ammaestramenti di vita e di poesia. Si vede nascere l’idea del “giusto solitario”, che si ritrae dinanzi al caos della storia contemporanea e si rifugia nella propria solitudine(Alfieri e Foscolo). Nel 1809 compone un altro poemetto, l’“Urania”, che parla degli uomini primitivi iniziati alla civiltà dalle Muse. “A Parteneide”, invece, è una risposta al poeta danese Baggensen, con cui lo scrittore si scusa di non poter tradurre il suo idillio borghese Parthenais. Manzoni sente ormai il bisogno di una letteratura nuova e abbandona i vecchi progetti.

Dopo la conversione: gli Inni Sacri
Scrive le “Osservazioni sulla morale cattolica”(1819), per controbattere le tesi esposte dallo storico Simonie de Sismondi nella “Storia delle repubbliche italiane del Medio Evo”, e cioè che la morale cattolica è stata la radice della corruzione del costume italiano. Vi si trova qui una fiducia assoluta nella religione come fonte di tutto ciò che è buono e vero.
Manzoni ha così un atteggiamento risolutamente anticlassico: i Romani non erano un popolo virtuoso, ma violento che disprezzava il resto del genere umano. Nasce così in lui l’interesse per il Medio Evo cristiano, e rifiuta la celebrazione dei Grandi. Diviene centrale il problema del male radicato nella storia, della miseria dell’uomo incline inevitabilmente al peccato. Nasce il bisogno di una letteratura che guardi al “vero”. Vi è così il rifiuto del formalismo retorico, dell’arte come esercizio ornamentale, il bisogno di un’arte che si ponga come fine l’“utile” nel campo morale come in quello civile. Nella lettera a Cesare D’Azeglio(1823) fisserà brevemente i principi che muovono la sua ricerca letteraria: “L’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”.
Gli “Inni Sacri”(1812-1815), sono l’esempio concreto di una poesia nuova. Manzoni sente la materia mitologica e classica come repertorio ormai morto, “falso”. Ne deriva quindi una poesia che vuole avere un orizzonte più “popolare”; ricorre così a metri dal ritmo agile (settenari, ottonari, decasillabi), lontanissimi sia dalla solennità dell’endecasillabo classico, sia dalla leziosa grazia arcadica. Anche il linguaggio si libera dalle formule auliche del classicismo, senza tuttavia abbassarsi ad una dizione prosastica. Aveva progettato dodici inni che cantassero le maggiori festività dell’anno liturgico, ma ne scrisse solo quattro pubblicati nel 1815: “La Resurrezione”, “Il Natale”, “La Pasqua” e “Il nome di Maria”. Un quinto fu terminato solo nel 1822: “La Pentecoste”. Il modello di quest’opera era fornito dall’antica innografia cristiana ed era costruita su uno schema fisso: enunciazione del tema, rievocazione dell’episodio centrale, commento che affronta le conseguenze dottrinali e morali dell’evento. L’ultima ode, invece, rompe lo schema mettendo da parte i motivi teologici e l’episodio, ed insiste sul rivolgimento portato dallo spirito Spirito, nella sua discesa nel mondo, culminando in un’invocazione affinché esso scenda ancora sull’umanità. Un’analoga forza di rottura possiede anche la lirica patriottica e civile. Dopo due tentativi infelici di canzoni, nel 1821 compone l’ode “Marzo 1821”, dedicata ai moti di quell’anno e alla speranza che l’esercito piemontese si riunisse agli insorti lombardi, e “Il 5 maggio”, ispirato alla morte di Napoleone. Nella prima ode Dio stesso soccorre la causa dei popoli che lottano per la loro indipendenza, perché opprimere un altro popolo è contrario alle sue leggi; nella seconda, l’alternanza di glorie e di sconfitte della vicenda napoleonica è valutata dalla prospettiva dell’eterno. Vicino alle forme di “Marzo 1821” è il coro del “Carmagnola”, che è una deprecazione delle lotte fratricide che dividevano il popolo italiano nel ’400.il primo coro dell’“Adelchi” è un esempio di poesia della storia, la ricostruzione delle vicende di quelle masse che la storia ha sempre ignorato, i Latini dell’VIII secolo, divisi tra due dominatori, Longobardi e Franchi. Il passato è così visto con l’occhio del presente. Poesia psicologica e drammatica è, invece, il secondo coro, dedicato alla morte di Ermengarda: è la ricostruzione dei tormenti interiori dell’infelice eroina, ripudiata dal marito Carlo Magno, che trova una via di liberazione solo nella prospettiva dell’eterno.

Le Tragedie
Manzoni sceglie la tragedia storica e rifiuta le unità aristoteliche. Egli vuole infatti collocare i conflitti dei suoi personaggi in un determinato contesto storico, ricostruito con fedeltà. I principi che lo guidano sono da lui esposti in un ampio saggio, la “Lettre à M. Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie”, concepito nel 1820 come risposta al critico che gli aveva rimproverato il suo non seguire le unità aristoteliche. Egli è convinto che non ci sia bisogno di inventare fatti perché nella storia vi è già il più ricco ed affascinante repertorio di soggetti drammatici. Ciò che lo distingue dallo storico, è che egli ‘completa’ i fatti investigando con l’invenzione poetica i pensieri ed i sentimenti di chi è stato protagonista di quegli avvenimenti; qui vi si nota l’influenza di Shakespeare. A confermare tali convinzioni contribuì anche la lettura delle tragedie storiche di Shiller e di Goethe, e di opere teoriche del Romanticismo come il “Corso di letteratura drammatica” di Schlegel. Il ‘romanzesco’ è così visto come una forzatura artificiosa di caratteri e di passioni che non corrisponde alla maniera d’agire degli uomini nella realtà.
Le sue riflessioni avevano già trovato espressione in una serie di appunti come i “Materiali estetici”, inediti, e la prefazione della tragedia “Il Conte di Carmagnola”. Questa, scritta tra il 1816 ed il 1820, si incentra sulla figura del capitano di ventura de ’400, Francesco Bussone, al servizio del Duca di Milano. Sospettato di tradimento dai veneziani per la sua clemenza verso i prigionieri, venne condannato a morte. Manzoni era convinto dell’innocenza del conte, quindi la tragedia si traduce nel conflitto tra l’uomo d’animo elevato e la Ragion di Stato. Un tema centrale del Manzoni è, infatti, la storia umana come trionfo del male, a cui si contrappongono esseri incontaminati. Il tentativo però è poco riuscito. Lo stesso conflitto si trova anche nella seconda tragedia, l’“Adelchi”(1822). In scena vi è il crollo del regno lombardo in Italia nell’VIII secolo, sotto l’urto dei Franchi di Carlo Magno. Le ricerche storiche da lui compiute avevano dato luogo ad un vero e proprio saggio storico, il “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”, in cui Manzoni subiva l’influenza degli storici liberali francesi(Augustin Thierry). La tragedia si incentra intorno a quattro personaggi: Desiderio, animato dalla volontà di vendicarsi di Carlo ed avido di potere; Adelchi, suo figlio, che sogna nobili imprese e non riesce a realizzarle in un mondo ingiusto; Ermengarda, che vorrebbe distaccarsi dalle passioni ma è devastata dal suo “amor tremendo”per il marito, Carlo, che l’ha ripudiata ma riesce a tacitare il rimorso per la ragion di Stato e che si presenta “campione di Dio”, difendendo il Papa dall’attacco dei Longobardi. Vi è qui una contrapposizione tra i personaggi ‘politici’, Carlo e Desiderio, ed i personaggi ‘ideali’, Adelchi ed Ermengarda che, nella loro purezza, sono inadatti a vivere nel mondo e quindi destinati alla sconfitta. Viene poi introdotto il ‘coro’, una novità nel teatro moderno. Esso, precisa nella prefazione della Carmagnola, non vuole avere la funzione di spettatore ideale che aveva nella tragedia greca, ma vuole costituire un “cantuccio” dove l’autore “possa parlare in persona propria”. Per Manzoni la tragedia deve quindi essere rappresentazione di caratteri e conflitti oggettivati, in nome sempre del “vero”.

Promessi Sposi
Questa è l’opera che possiede la più forte carica innovatrice nei confronti della tradizione letteraria italiana. Il “romanzo” era ritenuto dalla mentalità classicista un genere letterario inferiore. Per Manzoni, invece, risultò lo strumento ideale per tradurre in atto i principi che ispiravano la battaglia romantica per un rinnovamento della cultura italiana in senso moderno, borghese ed europeo. Inoltre, esso risponde perfettamente alla poetica del “vero”, dell’“interessante” e dell’“utile”. Essendo il romanzo un genere nuovo, dai caratteri non ancora definiti, poteva esprimersi con piena libertà, senza dover lottare con regole arbitrarie imposte dall’esterno. Egli sceglie così di rappresentare una realtà umile ignorata dalla letteratura classica, o vista solo in luce comica: elegge protagonisti due semplici popolani della campagna lombarda. La rappresentazione seria della realtà è, infatti, il tratto che più caratterizza il moderno realismo europeo. Il personaggio è rappresentato in rapporto organico con un dato ambiente, in modo che nessun suo gesto o pensiero si possa comprendere se non riferito a quel preciso terreno storico. Vengono così descritti individui dalla personalità unica, complessa e mobile, rifiutando l’idealizzazione del personaggio.
Con la sua opera Manzoni si propone di offrire un quadro di un’epoca del passato, ricostruendo tutti gli aspetti della società, il costume, la mentalità, le condizioni di vita,i rapporti sociali ed economici. I grandi avvenimenti e gli uomini famosi costituiscono così solamente lo sfondo delle vicende vissute dai semplici protagonisti. Egli si documenta con lo scrupolo di uno storico; pur seguendone il modulo, critica, infatti, Scott, che a suo parere tratta con troppa disinvoltura la storia. Egli afferma la necessità di respingere completamente il “romanzesco”, e di “considerare nella realtà la maniera d’agire degli uomini”, evitando di costruire quella “unità artificiosa che non si trova affatto nella vita reale”.
Il quadro storico scelto da Manzoni è quello della società lombarda del ’600 sotto la dominazione spagnola. Egli si colloca nei confronti del passato, con l’atteggiamento polemico dell’illuminista. Il ’600 lombardo, ai suoi occhi, si presenta come il trionfo dell’ingiustizia, dell’arbitrio e della prepotenza, oltre che dell’irrazionalità nella cultura, nel costume e nell’opinione comune. Non mancano però le connessioni con il suo presente; egli risale infatti al passato per cercare le radici dell’arretratezza in cui si trova l’Italia presente, e attraverso la critica di quella società, offre alle nascenti forze borghesi il modello di una società futura da costruire. Don Rodrigo e Gertrude rappresentano la funzione negativa dell’aristocrazia, il Cardinal Federigo quella positiva e l’Innominato, con la sua conversione, il passaggio dal negativo al positivo. Per quanto riguarda i ceti popolari, ad impersonare il modello negativo arriva la folla sediziosa e violenta di Milano, il positivo da Lucia on la sua rassegnazione cristiana, ed il passaggio da negativo a positivo è dato da Renzo. Per i ceti medi, infine, Don Abbondio e l’Azzeccagarbugli costituivano l’esempio negativo, mentre quello positivo era portato da Fra Cristoforo. Questo ideale di società si nutre dei principi della nascente borghesia liberale a cui si aggiunge la componente religiosa. Il modello è quello di una società giusta ma senza conflitti tra le classi, dove gli abbienti donino spontaneamente ciò che loro hanno in eccesso, i diseredati si rassegnino cristianamente alla loro condizione senza pretendere di rivendicare con la forza i propri diritti, ed il ceto medio, uscito dal suo gretto egoismo, funga da tramite tra le due classi. Per Manzoni la religione cattolica è l’unica forza riformatrice e può riuscire dove le riforme politiche hanno fallito. Egli ha una concezione pessimistica della storia risalente al peccato originario, ma è convinto che l’uomo abbia una possibilità di riscatto e debba quindi agire per contrastare il male nella società.
La situazione iniziale del romanzo è di quiete e di serenità, ma l’idillio è solo apparente in quanto i due giovani sono già immersi nel flusso turbolento della storia. Renzo sperimenta il male nel campo sociale e politico(la sommossa di San Martino, il disfacimento della Milano appestata), Lucia, soprattutto nel campo morale(l’

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