Novelle di Pirandello

Materie:Riassunto
Categoria:Italiano
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Data:06.04.2007
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Testo

PIRANDELLO: novelle
La mosca
La novella si apre con i due fratelli Tortorici, Neli (il più piccolo che ha 20 anni) e Saro che corrono a casa del dottor Sidoro Lo piccolo, il quale s’aggirava per la stanza, accudendo le figlie e la moglie malate. I due gli raccontano che il loro cugino, Giurlannu Zarù morendo tutt’a un tratto, in una stalla a Montelusa. Il dottore non appena snete il nome della località si lamenta che la strada è troppo lunga da fare a piedi e allora Saro corre a prendere una mula, mentre Neli, va a farsi la barba, perché è fidanzato con la sedicenne Luzza. Più che del fratello Neli, detto anche Liolà era preoccupato del broncio che gli avrebbe tenuto la ragazza perché, a causa della vicenda del cugino, ora non poteva più stare con lui. Anche Giurlannu era fidanzato. Una domenica, mentre abbacchiava le mandorle a Montelusa, il Lopes, preoccupato perché il giorno prima aveva piovuto, ordinò ai suoi lavoratori, uomini e donne che stavano a rac cogliere le mandorle, di andare in magazzino a smallare, il cugino però si era rifiutato perché il Lopes non lo avrebbe pagato adeguatamente e allora decise di rifiutare il lavoro e di stare lì a guardare. Mentre aspettava però, a Giurlannu venne sonno ed allora decise di coricarsi in una stalla. Le donne e gli uomini lavorarono e la mattina dopo, quando Neli andò a svegliare il cugino, lo trovò sdraiato nella stalla febbricitante. Prima di partire di nuovo per Motelusa insieme al medico ed al fratello, Neli incontra Luzza, sua madre e Mita, la ragazza di Giurlannu, la quale informata della tragedia accadutagli al fidanzato scoppia a piangere disperata. Dopo di che, il dottore e i due fratelli Tortrici si misero in viaggio e arrivarono da Giurlannu. Non appena lo vede, il dottore intuisce che si tratta di carbonchio e chiede al malato se è stato punto recetentemente da qualche insetto. Zarù guardò allora verso il muretto e vide che c’era una mosca. Mentre Zarù chedeva al medico se poteva esser stata la mosca la causa di tutto, questa si era posata sul collo di Neli e lo aveva punto. Il medico allora portò i due fratelli fuori della stalla e gli parlò in privato. Poco tempo dopo Saro rientrò nella stalla prese la mula e se ne andò, abbandonandolo al suo destino.

Fuoco alla paglia
Simone Lampo è ora un pover uomo caduto in disgrazia a causa delle zolfare, ma non è né ricco ne povero perché possiede una casa ed un poveretto che gli consentono a mala pena di pagare il censo alla mensa vescovile. Egli è ritenuto da tuta la gente del paese un pazzo, ma non ci bada. L’unica sua compagna è la mula Nina che carica con un cestello di vimini contenete letame. Il motivo per cui il paese ride di lui è che, per sopravvivere egli ha trasformato il primo piano della sua casa in una trappola per uccelli. Per sopravvivere Simone è costretto a mangiarli. Un giorno mentre Simone tornava a casa colla sua mula, incontra Nàzzaro, un altro barbone anche lui pazzo, il quale per vivere si accontenta di guadare queui quattro soldi giornalieri. Nazzaro non accetta di fare coppia con Simone, per via della faccenda degli uccelli, e allora Simone gli chiede se vuole venire con lui a liberarli. Nàzzaro accetta ma aggiunge che questo gesto d’espiazione non basta: Simone dovrà bruciare anche la paglia che possiede. Simone accetta e Nàzzaro, dopo aver contato le stelle tutta la notte, la mattina seguente si reca a casa di Simone, ove insieme al suo nuova amico, liberano gli uccelli. Dopo ciò, Simone ritorna in un cucina a preparare il caffè, credendo che la sua espiazione fosse finita, ma Nàzzaro lo invita invece a vedere lòa paglia che brucia. Simone allora diventa furioso e dimenticatosi della seconda espiazione se la prende con l’amico accusandogli d’aver dato fuoco all’unica risorsa che aveva par pagare il censo al convento. Nàzzaro allora gli ribatte che potrà vendere la casa la conveto per pagare il debito e che, d’ora in poi,si guadagnerà da vivere solo zappando l’orticello. La novella si chiude con la perplessità di Simone e il ritratto sorridente di Nàzzarò.

Un cavallo nella luna
La storia narra di una coppia di sposi, appena sposatisi: lui, Nino, è un giovanotto basso, grasso e dal volto infocato, unica erede del casato dei Berardi, mentre lei, Ida, è la vispa, intelligente e fresca figlia di un colonnello, venuto col reggimento da un anno in Sicilia. L’aspetto bestiale ed il contegno anomalo dello sposo è motivo di imbarazzo per i convitati ed anche per il padre di lei. Alla fine i tutti i convitati se ne vanno e i due sposi salgono in cime alla collinetta per poter vedere fino all’ultimo le carrozze dei convitati allontanarsi. Ida però non è contenta e propone al marito di andare fino ad un casale oltre la collinetta,. Ma ad un tratto però i due si fermano perché in mezzo alla strada giace per terra un cavallo nero, magro, quasi morto. Mentre Nino prova solo disgusto per la scena, Ida prova così tanta pietà e pena per l’animale che decide di correre fino la casale per chiedera aiuto. Nino rimane quindi lì, solo ed agonizzante, perché la febbre comincia a salire e al vista ad offuscarsi. Egli fa a malapena in tempo a vedere la luna e la testa nera del cavallo prima di morire. Al suo ritorno Ida non può far altro che constatare l decesso sia del marito che dell’animale e fuggire via spaventata.

L’uccello impagliato
La storia narra di due fratelli, Marco (più anziano e più esile) ed Annibale (più giovane ma più robusto) Ricotti. Entrambi sono malati di tisi ed entrambi lottano affinché la malattia non gli uccida prima dei 50, come è accaduto per tutti i membri della lora famiglia, ad eccezione del padre morto di polmonite. Questa scelta comporta ai due fratelli molte costrizioni, tra cui una dieta controllata, l’assunzione di corroboranti, l’ora di coricarsi e levarsi, la possibilità o meno di uscire a passeggiare i pomeriggio. Quando i due ci riuscirono, Annibale, il minore si lasciò andare sempre più a delle trasgressioni. All’inizio il fratello maggiore cercò di frenarlo, ma poi, vedendo che il fratello continuava a rimanere in salute, decise di lasciarlo fare, poiché voleva vedere gli effetti di quelle trasgressioni sul fratello, sperando che un giorno anche lui avrebbe potuto concedersele. Un giorno Annibale gli disse che si era invaghito di una ragazza e che voleva sposarla. Marco era chiaramente contrario e, dopo alcuni litigi col fratello, decise di non opporsi al matrimonio purché poi due sposi fossero andati cad abitare in un’altra casa e che quella paterna fosse rimasta solo a lui, insieme al mobilio della sua camera da letto e ad un antico uccello impagliato. Annibale accettò e si sposò: da quel momento i rapporti tra i due fratelli s’incrinarono, poiché Marco si ritrovò a vivere da solo e sempre stando attento alla sua salute, mentre Annibale si concedeva sempre più trasgressioni e viveva felice in compagnia della moglie. Quando ad una vigilia Annibale andò a visitare il fratello, che gli raccontò che ormai aveva abbandonato tutte le attenzioni e le cure mediche, s’illuse anche lui di poter fare lo stesso. Egli decise allora di andare a trovare Annibale, il quale lo accolse a casa e lo fece mangiare e bere più del dovuto. In seguito a ciò Marco si sentì male dovette restare a letto per alcuni giorni. Quando il fratello lo visitò per dirgli che il malessere era stato causato, non da lui, ma dalla troppa pena che il fratello si dava pre il mantenimento del suo stato fisico, Marco gli rispose premunendogli che di li a poco Annibale sarebbe morto. Così fu. Marco allora si sentì in colpa e da quel momento decise che gli sarebbe dovuto sopravvivere alla malattia fino ai 60 anni, a costo di raddoppiare le cure. Cosi accadde: Marco arrivò ai 60 anni e decide di morire. Ando in camera suo estrasse dall’uccello impagliata e dai mobili tutta l’imbottitura di paglia, si puntò una rivoltella alla tempia e si sparò.

La patente
Il giudice d’istruzione D’Andrea non era certo di bell’aspetto ma era un uomo retto. Passava quasi tute le sue notti alla finestra ad osservare le stelle e a pensare. Questa pensare non gli è però salutare perché si traduce in costipazioni d’anima. Egli inoltre era un assiduo lavoratore e passava ore ed ore sul tavolino dell’ufficio d’Istruzione a lavorare sui suoi incartamenti e le notti passate a meditare non gli erano certo d’aiuto. Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul suo tavolino: era quello relativo al signor Chiarchiaro, un processo iniquo giacche questi cercava d’opporsi senza speranza ad un’ingiustizia arrecatagli. Il Chairchiaro, infatti, iettatore di chiara fama, si querelava per diffamazione contro i primi due che aveva visto fare gli scongiuri di rito al suo passaggio. Per non far fare allo iettatore la figura del buffone di paese, il giudice invitò Chairchiaro nel suo ufficio, nel tentativo di dissuaderlo dal querelarsi, poiché non avrebbe mai potuto vincere la causa. Ma quanto Chairchiaro fu informato dei fatti la sua reazione lasciò di stucco il giudice: egli affermò di volersi querelare perché voleva essere riconosciuto dallo Stato come uno iettatore di professione. Insomma, proprio come il giudice alla fine dei suoi studi aveva avuto la sua patente di giudice , anche lui voleva la sua patente di iettatore. Il signor Chairchairo aveva infatti perso il suo precedente posto di lavoro di scritturale proprio perché da quando era in quel posto di lavoro nessun cliente si presentava più per fare debiti o pegni. Il giudice allora d’istruzione allora abbracciò il poveretto e decise di non tentare più di dissuaderlo.

Ciaula scopre la luna
Siamo in una miniera in un giorno in cui il quantitativo di zolfo estratto giornaliero non è stato raggiunto e i minatori dovrebbero, come vuole il soprastante Cacciagallina, lavorare la notte per rimediare. Nonostante egli li minacci tutti con una pistola solo un minatore rimane a lavorare: quel povero cieco d’un occhio di Zì’scarda. Cacciagallina si sfogava quindi su Zì’scarda, così come questo ultimo si sfogava sul suo caruso: Ciarla, (= cornacchia) che aveva più di 30 anni. Spesso mentre scavava, Zì’scarda, nonostante fosse l’unico allegro nell’ambiente della miniera. Piangeva dal suo occhio sano: era come un vizio. Quattro anni fa, l’unico figlio di Zì’scarda morì per lo scoppio d’una mina, lasciandogli sette orfanelli e la nuora da mantenere: questo dolore si traduceva a volte in una goccia più amara delle altre e in una parola: Cavicchio. A causa della mina Zì’Scarda aveva perso anche l’occhio. Quando Ciarla stava rivestendosi (camicia e corpetto) per scendere in paese. Egli rispose al padrone facendo” cra cra”. Ciarla obbedisce e sale dalla buca tenebrosa scavata in direzione del centro della montagna senza avere paura del buio della miniera. L’unica cosa che teme è il buio non della miniera, ma della notte: questa gli proveniva da quella volta che il figlio di Zì’Scarda aveva avuto il ventre ed il petto squarciato dall’esplosione della mina. Quando cio avvenne, Ciarla corse a ripararsi in un’ antro ma, nel farlo, ruppe la lumiera e, dopo essere uscito dal suo nascondiglio: e in quest’ultima azione che il ragazzo rimase traumatizzato. Infine Ciaula è costretto a caricarsi sulle spalle il carico di zolfo ed a portarlo in cima alla scalinata fuori dalla miniera, ma la vista della luna interrompe la sua azione. Alla vista della luna infatti, Ciaula lascia cadere il carico, s’inginocchia e piange.

Da sé
La storia narra di Matteo Sinagra, un uomo che sta andando al cimitero a suicidarsi. Sono tre anni, infatti, che, da quando egli è caduto in disgrazia, è costretto a lavorare come galoppino per una piccola banca agraria. Il problema è che il personaggio non se ne era mai accorto della miseria della sua condizione fino a quando, quella stessa mattina, un suo vecchio amico, ritornato in paese dopo circa sei anni d’assenza e quindi allo scuro della sua crisi, passando per una via non lo aveva riconosciuto e, peggio ancora, era arrivato a provare pena, disgusto ed incredulità per la sua situazione. Da cquel preciso istante Matteo capì che la vita era divenuta insopportabile e per questo motivo egli si reca al cimitero: per uccidersi spontaneamente, in modo da far risparmiare alla famiglia le spese del funerale, ed in qualità di morto che torna tra i morti.

Il treno ha fischiato
Bellica, un computista, si trova in uno ospizio e tutti suoi colleghi d’ufficio pensano che egli sia affetto da una malattia mentale. Questa tesi è avvalorata da un fatto molto strano: la sera precedente, Bellica, l’uomo più mansueto, sottomesso, metodico e paziente di tutti si era ribellato al suo capo ed anzi gli era addirittura saltato addosso. Quel giorno era cominciato in modo strano fin dalla mattina, poiché Bellica era arrivato in ufficio con mezzora di ritardo e con un aspetto cambiato. Per tutto il giorno a venire poi, non aveva combinato niente. Così, alla sera, il capoufficio entrando nel suo ufficio ed esaminando i registri chiese una spiegazione. Bellica rispose allora che quella notte egli aveva sentito il treno fischiare e che in un attimo era arrivato in Congo e poi in Siberia. Il capo allora, alterato, cominciò a picchiarlo, ma questa volta il computista reagì affermando che, dopo aver sentito il treno fischiare non poteva più accettare d’esser trattato in quel modo. Così lo avevano preso e portato allo ospizio, ove egli continuava a parlare del treno ed ad imitarne il fischio, oppure diceva parole poetiche mai dette prima. Il narratore, quando gli furono riferite queste notizie, non si scandalizzò perché egli conosceva benissimo Bellica: sapeva della sua vita impossibile, della difficile situazione familiare, dell’oppressione derivatagli dall’eccessivo lavoro e si aspettava quindi gli esiti narratogli. A Bellica era successo un fatto naturalissimo che lo aveva mandato in crisi. Bellica infine raccontò al narratore, andatolo a trovare allo ospizio, che la faccenda del treno era successa due sere prima l’incontro col capo.

La carriola
La novella si apre con la confessione da parte del protagonista di un crimine, per il quale, se qualcuno ne venisse a conoscenza,rischierebbe di venir rinchiuso in un o ospizio. Egli afferma che per gli altri non è niente, ma che per lui è tutto, perché, facendolo ogni giorno riesce a provare la voluttà d’una divina e cosciente follia, che per un attimo lo libera e lo vendica da tutto. Il protagonista elenca poi le sue responsabilità verso la famiglia e verso il lavoro che svolge per la società e per i suoi clienti. La sua vittima non può parlare, ma da qualche giorno è intuibile in lei un’espressione di terrore. Egli inoltre afferma che il valore dell’atto che compie è comprensibile solo a quei pochi a cui la vita s’è rivelata d’un tratto come s’è rivelata a lui. Inizia cosiì un flashback: il protagonista tornava da Perugina dove s’era recato per affari in treno, mentre leggeva una carta gli capita, siccome era in difficoltà, di guardare fuori dal finestrino, ma, assorto com’era in quella difficoltà, si rese conto di veder la campagnia umbra, ma di rimanere in uno stato di alienazione dai sensi in cui avvertiva il brulichio di una vita da vivere, lontana e fatta di vere sofferenze e gioie dello spirito. Dopo questa constatazione il protagonista s’addormenta e al suo risveglio tutto gli pare senza senso, ma anche insopportabili per gli occhi. Quando poi egli giunse davanti alla porta di casa con inciso il suo nome, fu come se vedesse se stesso e la sua vita da fuori:egli non si riconosceva più , non s’era mai riconosciuto. Vorrebbe non varcare mai la soglia di casa perché quella non è più la sua vita, ma il ricordo dei figli lo persuade a farlo. Ma ormai il protagonista ha capito la sua tragedia: ogni forma è una morte e nel momento in cui s’arriva al conoscenza della forma si è morti. Per il protagonista è peggio ancora, poiché egli vede quello che di sé è morto. Come liberarsi?Il protagonista prende la sua cagnetta per le zampine di dietro e le fa fare la carriola. Ecco il delitto compiuto dal protagonista.

Fuga
Il signor Bareggi ha 52 anni e soffre di nefrite. Ha spasmi ai reni e piedi gonfi e durante il tragitto da casa all’ufficio sogna un giorno d’andarsene lontano e di non tornare mai più. Le smanie più feroci gliele dava la casa, o meglio le premure angosciose con cui lo opprimevano la moglie e le figlie. Egli però sentiva di non potersi lamentare dinanzi a tuta quella pietà, cosi come sentiva di non potersi lamentare del fatto che egli era obbligato a magiare pane e latte, mentre le donne potevano mangiare carne. Anche se tutti lo credevano buono, il signor Bareggi si sentiva cattivo. Una sera il protagonista, preso da una pazzia fisica, si ritrova ad afferrare le redini del carretto del lattaio e mentre il lattaio parlava con alcune donne diede una frustata ai cavalli che si lanciarono al galoppo. La furia della corsa fa perdere al protagonista non solo le redini dei cavalli ma anche sangue dal naso. Ma mentre il latte gli schizzava alle spalle ed il sangue gli bagnava la faccia, il signor Bareggi rideva, anche se era terrorizzato. Mentre il cavallo correva egli pensava agli ortolani che curavano l’orto. Alla fine il carretto del lattaio si sfracellò contro un casalino e con esso anche i protagonista.

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