L'umanesimo

Materie:Appunti
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Testo

Giulia Monteverdi 31-08-2008

RELAZIONE
L’Umanesimo

Fra la metà del ‘300 e gli inizi del ‘400, un forte crollo demografico, dovuto senza dubbio anche alla peste nera del 1348, si abbatté su tutta l'Europa. Questa crisi portò ad una forte regressione economica; in particolare in Italia i sintomi di questo regresso si manifestarono non solo nell’arretramento degli spazi coltivati e nell’abbandono dei villaggi, ma anche nel fallimento di tutta una serie di importanti compagnie commerciali e finanziarie come Bardi e Peruzzi (ne abbiamo evidente esempio nella novella di Andreuccio da Perugia, nel Decameron di Boccaccio, nella quale il giovane protagonista si reca nella sconosciuta città di Napoli come sensale di cavalli in quanto la nota compagnia finanziaria per la quale lavorava il padre era ormai fallita). Inoltre la tendenza espansiva del periodo precedente subì una brusca inversione: la produzione di beni di consumo diminuì; il commercio internazionale interessò nuovamente beni di lusso; i capitali, anziché nel commercio, vennero reinvestiti nell’acquisto di terre (fenomeno chiamato rifeudalizzazione). Si registrò un cambiamento profondo nella mentalità del borghese e del ricco cittadino: allo spirito imprenditoriale che aveva accompagnato le attività mercantili e finanziarie, si andava sostituendo la ricerca di investimenti poco rischiosi. La situazione europea si presentava più rosea di quella italiana: in Francia e in Spagna i sovrani portavano a compimento un poderoso processo di unificazione e di modernizzazione dello Stato e basavano il proprio potere su un esercito notevole per numero di soldati e potenza degli armamenti. Nessuno stato italiano era abbastanza forte da imporsi su tutta la penisola o da poter sostenere da solo l'urto delle grandi potenze straniere; nello stesso tempo i vari Staterelli erano troppo divisi per far fronte comune contro gli stranieri, e le piccole compagnie mercenarie di ventura operanti in Italia non potevano reggere il confronto con i possenti eserciti delle grandi monarchie europee. E’ in questo periodo che, proprio in Italia, si manifesta un notevole divario tra Nord e Sud: mentre il Nord dopo alcuni decenni subisce una progressiva ripresa dovuta in particolare alla specializzazione nel commercio di merci pregiate quali seta, spezie, pepe, il Sud è colpito dal degrado economico. Per di più solamente in alcune città fiamminghe e tedesche, alla fine del 1400, si poteva trovare qualcosa di paragonabile alle grandi banche di Firenze, Genova e Milano, ai tessuti di seta e alle industrie dei comuni italiani del Nord. Le navi veneziane e genovesi detenevano ancora il grosso del commercio nel Mediterraneo, da Southampton a Beirut, mentre le agricolture padana e toscana erano all'avanguardia per la modernità delle tecniche produttive. La crisi ebbe però ripercussioni sociali e politiche: il malcontento urbano e contadino esplose in tutta l’Europa in una serie di rivolte e tumulti; la società urbana divenne fortemente gerarchica ed oligarchica e si passò dal Comune alla Signoria e in seguito al principato. Questi Stati venivano tramandati di padre in figlio, così da diventare quasi veri e propri beni familiari immobili. La successiva trasformazione fu la costituzione di un sistema di stati regionali governati da grandi famiglie nobili: Milano (Visconti e Sforza), Firenze (Medici), Napoli (Aragona), Ferrara (Estensi), Mantova (Gonzaga), Verona (Scaligeri), finchè i cinque Stati regionali maggiori, ovvero Milano, lo Stato della Chiesa, Venezia, Firenze e il Regno di Napoli trovarono un punto d’incontro pacifico con la pace di Lodi (1454). Ed è in questo scenario di relativo benessere che si collocano le basi per quell’ intensa elaborazione intellettuale che segna la nascita del movimento culturale chiamato Umanesimo. Il termine sottolinea in particolare gli aspetti ideologici e relativi alla cultura e la consapevolezza di sé che furono propri di questo periodo, che si colloca dalla fine del Trecento alla metà del Cinquecento (1545, data del Concilio di Trento e inizio della dominazione spagnola in Italia). All’interno di questo grande arco di tempo possiamo facilmente distinguere due fasi: la prima fu un periodo di splendore che si concluse nel 1492, data della scoperta dell’America e della morte di Lorenzo il Magnifico; la seconda fase si caratterizzò per una maggiore burrascosità sul piano religioso (Riforma protestante) e in Italia anche sul piano politico. Questi furono i principali aspetti innovativi della cultura umanistica: la riscoperta di un individualismo radicato, di una laicizzazione della cultura, di una consapevole e accorta ripresa dei modelli e dei testi classici che conseguentemente porta ad un appassionato slancio nell’applicazione di studi filologici approfonditi. Ma l’aspetto cardinale della cultura umanistica si trovava nell’acquisita coscienza della superiorità dell’uomo sugli altri esseri animati, nell’esaltazione della bellezza umana e naturale, nell’essere all’altezza di un modello superiore di humanitas, nella sua capacità di influenzare e addirittura dominare le leggi della natura e nell’acquisita identità storica ben precisa. L’identità storica porta perciò gli umanisti ad una percezione chiara del proprio distacco dal passato (cosa che era invece assente nel Medioevo), molto evidente nelle opere di Francesco Petrarca, e ad una relativa scelta di accettazione o di rifiuto nei suoi confronti. Ma sarebbe sbagliato esaltare la contrapposizione netta tra Umanesimo (e Rinascimento) e Medioevo; d’altro canto lo stesso Gramsci affermò che “Se il Rinascimento è una grande rivoluzione culturale non è perché dal nulla tutti gli uomini abbiano cominciato a pensare di essere tutto, ma perchè questo modo di pensare si è diffuso, è diventato un fermento universale. …” . Pare infatti che ogni elemento apparentemente così innovativo della cultura umanistica fosse in realtà preesistente, ma sia giunto in quel periodo a piena maturazione. Ma non dobbiamo credere che il periodo umanista sia stato contraddistinto solo da aspetti positivi. Il paradosso sta nel fatto che questa maturazione sia avvenuta proprio in contemporanea con l’apice della profonda crisi politica, economica e sociale che da un secolo attanagliava l’intera Europa. Pur considerando la dignità umana individuale il massimo fra i valori, l’umanista si sottomette ad una logica cortigiana; pur esaltando la perfezione e gli ideali del mondo classico vive in un mondo che rasenta lo sfacelo; pur avendo acquisito una consapevolezza storica maggiore rispetto al periodo precedente in Italia si regredisce dalla struttura politica comunale a quella gerarchica della signoria. Il termine Umanesimo presenta però un’unica sostanziale differenza con il passato, ovvero la coscienza di una profonda differenza fra humanitas e divinitas e quindi fra humane litterae e divine litterae, cioè fra la scrittura con argomento umano e naturale e quella dedicata all’ambito divino. Non c’è da dimenticare che per tutto il Medioevo non era concepita una letteratura che non avesse scopo didattico-moraleggiante. Infatti fu alla fine del Trecento, con Boccaccio e Petrarca, che la letteratura estranea alle divine litterae, e ripresa dalla opere classiche greche e latine, vide il concetto di humanitas come quel desiderio di conoscenza proprio dell’uomo e a cui deve essere subordinata la vita del saggio. Inoltre fu l’analisi razionale, la volontà di apprendere le nozioni con spirito critico di analisi e ricerca, a distinguere gli studiosi-filologi umanisti, come Lorenzo Valla e in seguito Poliziano, da studiosi come Brunetto Latini e Dante. Lo studio dei classici era quindi sottoposto ad un’attenta ricerca filologica. La filologia (dal greco φιλολογία da φίλος 'amico' e λόγος 'discorso', significa 'amore per la dottrina e lo studio'), disciplina che studia i testi letterari al fine di ricostruire la loro forma originaria attraverso l'analisi critica e comparativa delle fonti, veniva utilizzata sia per ricostruire testi corrotti e usurati che per recuperarne di ancora sconosciuti. Spesso i filologi si trovavano quindi costretti a confrontare varie versioni di uno scritto fino a giungere a quella che pareva essere quella più corretta e completa, depurata dagli errori di trascrizione e dalle manomissioni. Fu certo l’approfondita conoscenza delle lingue greca e latina a favorire lo sviluppo dell’arte filologica; già Dante e Coluccio Salutati ne avevano incoraggiato lo studio nella città di Firenze, quest’ ultimo in particolare formando una grande biblioteca che conteneva libri di tradizione classica, da Seneca a Catullo a Cicerone (autore che gli fu molto caro). Lo studio del greco fu reso poi più accessibile con la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi, nel 1453, e la conseguente fuga di diversi studiosi bizantini nella nostra penisola. Spesso i letterati umanisti furono considerati atei, o pagani, ma il loro intento fu semplicemente quello di prendere anche la materia religiosa in modo critico, senza per questo La “culla” della cultura umanistica fu certamente l’Italia, in particolare la Toscana e Firenze, ma tutta l’Europa (Francia, Inghilterra, Spagna e Germania ma anche Boemia, Ungheria e Polonia) fu influenzata dal fenomeno. L’Umanesimo mirava infatti a costituire una comunità di studiosi a livello internazionale che avessero come lingua comune il latino e riconoscessero gli stessi valori. L’umanizzazione della cultura non influenzò solamente il campo letterario: sempre nel corso del 1400 ebbero grande sviluppo i campi della medicina, delle scienze naturali e in particolare l’architettura e la pittura; questi ultimi subirono un’importante modifica: l’applicazione di precise proporzioni matematiche e di criteri di prospettiva. Fu Filippo Brunelleschi agli inizi del ’400 ad applicare all’arte pittorica i principi dell’ottica e della geometria euclidea, imitato poi da artisti del calibro di Donatello e Paolo Uccello anche nella scultura e nell’architettura. Inoltre dai classici gli studiosi e gli artisti umanisti appresero l’arte dell’imitazione della natura, nella quale gli antichi avevano già riscontrato la perfezione geometrica. L’artista divenne così elemento fondamentale del mondo umanistico, al pari del letterato e dello studioso, e l’arte non fu più considerata una disciplina di tipo meccanico e manuale di bassa lega. Durante il periodo umanista assistiamo anche alla nascita di una nuova tipologia di intellettuale-cortigiano. Egli era al servizio di un signore mecenate, proveniva per lo più dalla nobiltà cittadina e dalle ricche famiglie mercantili ed era necessariamente sottomesso agli ordini del proprio signore; egli dedicava la propria vita allo studio delle opere letterarie, teorizzando l’otium o vita contemplativa. La prima figura di un certo calibro che rispecchiò questa filosofia fu Petrarca, che vide, in modo innovativo, l’arte letteraria come una vera e propria professione. Questa figura si diffuse soprattutto in città come Milano, Mantova, Ferrara, Roma e Napoli. Al contrario nelle città di Venezia e Firenze si sviluppò un Umanesimo repubblicano, o civile, nel quale la figura predominante fu sempre l’intellettuale-giurista (proprio come i poeti della scuola siciliana alla corte di Federico II).

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