Intervista ad Igiaba Scego

Materie:Tesina
Categoria:Italiano
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Data:28.04.2009
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Testo

Intervista a Igiaba Scego

Moderatore:
La scorsa volta è stato presentato uno scrittore algerino, Amara Nacuss, e è stato quindi avviato il discorso della così detta “letteratura della migrazione” (fine anni ‘80-inizi anni ‘90).
Amara Nacuss è nato e ha studiato in Algeria per poi emigrare, con grande forza di volontà, in Italia perché innamorato di questa cultura, dove ha iniziato a scrivere libri prima in arabo, poi in arabo e italiano assieme e infine in italiano (Amara Nacuss è quindi prima scrittore arabo e poi scrittore italiano: questa precisazione occorre farla perché la letteratura di un paese è la letteratura scritta nella lingua di quel paese e quindi nel momento in cui Amara Nacuss scrive un libro in italiano, quel libro fa parte della letteratura italiana, ma ciò non vuole sottovalutare i suoi libri scritti in arabo perché, come tutti i libri scritti in una lingua diversa dall’italiano, rappresentano una “novità” per la nostra letteratura in quanto introducono notizie su altre culture). Nel caso di Igiaba Scego non è la prima volta che leggiamo qualcosa sulla Somalia (infatti la scrittrice nei suoi libri parla un po’ della cultura somala), perché la letteratura europea ha già parlato di Paesi lontani come questo: tuttavia, mentre il punto di vista con cui la letteratura ce ne ha parlato è quello dell’esotismo (sguardo di chi va, osserva e giudica), il punto di vista con cui ce ne parla e ce ne può parlare un immigrato (che talvolta si fa aiutare da un collaboratore italiano: troviamo infatti libri firmati da due autori, uno italiano che cura la lingua e uno immigrato che racconta la storia, come L’immigrato e Il mio venditore di elefanti) è quello privo di mediazioni da parte dello sguardo occidentale, ma al contrario è reale e diretto. Ma, oltre a questo fatto, c’è un aspetto ancora più interessante: gli immigrati, che portano dentro di se un’altra cultura, hanno la possibilità di guardare con occhio diverso noi stessi facendoci notare aspetti che noi altrimenti non vedremmo, attraverso racconti che spesso ritraggono la loro storia in Italia: quindi aiutano a conoscere la loro e la nostra realtà. Il percorso di Igiaba Scego è perciò diverso da quello di Amara Nacuss o di altri scrittori della migrazione perché Igiaba Scego è nata a Roma da genitori somali espatriati che sono venuti in Italia nel ’79 dopo il colpo di stato in Somalia: c’è quindi stato da una parte il confronto con la cultura somala perchè è vissuta in una famiglia di tradizione somala e perché fino all’età delle scuole medie tornava periodicamente in Somalia, e dall’altra parte il confronto con la cultura italiana perché vive in Italia. Non sorprende quindi che nei suoi due racconti presenti nel libro Pecore nere sia forte il tema dell’identità.
Il primo racconto si chiama Dismatria (nuovo termine coniato che richiama la “matria” ovvero l’Africa): i temi principali che spiccano sono quello della valigia, quello, opposto, dell’armadio e i vari confronti culturali (perché, oltre al confronto precedentemente citato, c’è anche il confronto che deriva dalla decisione della protagonista di portare a casa una sua amica transessuale: solo dopo si accorge che questa non è stata una scelta felice→può portare una persona bianca o una persona cattolica o di un’altra religione, ma non è sicuramente facile presentare una drug queen=uomo vestito da donna, di cui ne accentua gli aspetti più appariscenti-esasperazione della donna-, che, al contrario del travestitismo, pratica antica e consolidata, rappresenta un fenomeno nuovo e recente). Il tema dell’accettazione dell’altro quindi complica ulteriormente il problema di sentirsi continuamente “dismatriati” (disancorati dalla matria, ovvero l’Africa), che tuttavia viene definitivamente superato quando si capisce che accettare un’altra patria non vuol dire rinnegare la propria. Nel secondo racconto Salsicce, invece, il tema dell’identità nasce da una polemica verso l’Italia e la legge Bossi-Fini (rispetto alle impronte e al concorso che la protagonista deve fare): anche qui, leggendo la storia, nasce il confronto con un’altra vita, possibile (chi legge molto è privilegiato perché ha l’occasione per confrontarsi con altre realtà). Il racconto comincia con la protagonista che si reca in una macelleria per comprare delle salsicce, ma, questo atto che apparentemente per noi è abituale, non è altrettanto banale per una persona appartenente ad una religione che considera la carne di maiale impura, forse perché crede di poter acquisire l’identità italiana mangiando il cibo italiano. Una persona è contraddistinta da tante caratteristiche, ma a volte solo una di queste fagocita tutte le altre: ad esempio, Igiaba Scego è una cittadina italiana, è una studentessa, è una scrittrice, è una donna giovane ecc., ma ciò che noi italiani percepiamo di lei subito è che è di colore forse perché questo aspetto è per noi ancora una novità. Quindi una persona immigrata percepisce la precarietà della sua identità.

Igiaba Scego:
Aggiunge alcuni dettagli alla presentazione già fatta dal moderatore: è nata da genitori somali a Roma, ma non per caso in questa città.
La Somalia ha avuto molti legami con l’Italia perché, assieme all’Etiopia, alla Libia e all’Eritrea, è stata una delle colonie di cui si vantava Benito Mussolini. La guerra è stata però persa dall’Italia e quindi dalle colonie: tuttavia sono seguiti dieci anni in cui le Nazioni Unite hanno dato all’Italia il compito di traghettare la Somalia verso la democrazia e l’indipendenza. Ma è impossibile introdurre la democrazia perché questa deve essere l’immagine che ognuno si crea di vedere il mondo. Suo padre negli anni ’50, assieme ai quadri politici somali, è stato formato in Italia e quindi, quando nel ’79 è dovuto fuggire dalla Somalia, ha scelto come destinazione l’Italia perché conosceva la lingua e Roma, dove non gli sembrava male abitare. E questo è il motivo per cui è nata a Roma: non è facile essere italiana per lei che, come aveva già anticipato il moderatore, è peraltro nera perché non si è abituati ad essere di colori e allo stesso tempo italiani. Ma con il tempo ha capito che questo problema esiste anche all’estero (la questione non verte molto sulla linea del colore della pelle, quanto sulla non accettazione di identità multiple) e ha capito che lei, come tutti i figli di migranti, vive su una sorta di “linea” (non a caso una sua coetanea cantante ha intitolato il suo disco La linea, nel quale utilizza la lingua somala assieme ad altre lingue per raccontare che è “divisa” da una linea in due parti, sinonimo di epidermide chiara e scura, luce e ombra, speranza e paura, e che cammina lungo questa linea; e un regista francese ha girato un film in una casa dove l’identità di una persona cambia in base alla stanza in cui nasci): lei non si riesce infatti a definire. Già quando era adolescente (16-17 anni) cercava una strada perché quando sei piccolo vorresti essere parte integrante di un gruppo e vorresti essere capito almeno dalla tua famiglia. E questa ricerca dell’identità è sorta proprio in un momento difficile per la Somalia che, da circa 17 anni, è in preda ad una guerra civile “cronica”, come la definisce la scrittrice la quale ci riporta l’esempio di Mogadiscio: qui la guerra ha distrutto tutta la città (si moltiplichi ciò che è accaduto alle torri gemelle per mille, duemila, tremila, ecc.) e i somali della diaspora cercano di ricordarla attraverso siti internet. In più quest’anno la situazione si è aggravata perché la Somalia è minacciata dagli etiopi. Ciò che l’ha aiutata quindi a trovare una strada è stata la letteratura: in quello che scrive ci sono infatti molti riferimenti alla guerra e alla donna in fase di migrazione o durante una guerra. Non mancano però accenni su Roma e in particolare sui quartieri periferici (lei vive a Prima Valle, una borgata che negli anni ’70 non era molto tranquilla per traffici di droga, ma che nel tempo si è “imborghesita”).

Spettatore:
Prendendo spunto da uno dei temi di fondo del racconto Dismatria, qual è il suo attuale rapporto con le valigie?

Igiaba Scego:
Questo aspetto delle valigie è interessante, ammette la scrittrice e racconta: un suo professore di università le aveva riferito che sua moglie rispecchiava questo tema.
Igiaba Scego ha scelto quindi questo espediente per rispettare le valigie perché consapevole del fatto che gli armadi rappresentavano un ostacolo alla speranza di tornare in patria (erano scomodi), nonostante in Somalia ci sia e ci sia stata la guerra, perché rappresentavano un simbolo per lei esistenziale in quanto i suoi genitori non si sono mai comprati una casa di proprietà in Italia, e perché possono essere paragonate a internet, entrambi infatti danno la possibilità di creare un mondo virtuale visto che il paese vero non esiste più (i somali hanno bisogno di rinominare le cose→si pensi ai testi delle canzoni hip hop). Quindi Igiaba Scego pensa che tenere le valigie, creare siti internet e nominare i luoghi facciano parte di un disegno dove la gente non si riesce a rassegnare davanti alla perdita di un paese.

Moderatore:
Il caso di Igiaba Scego è più complicato rispetto ad altri perché i somali non possono più tornare in patria o comunque se tornassero non troverebbero più la Somalia: non si tratta quindi solo di allontanamento da un paese, ma della sua vera e propria perdita.

Igiaba Scego:
Igiaba aggiunge infatti che la perdita del suo paese è aggravata dal fatto che quest’ultimo è assente, come invece non lo è da parte della Francia nei confronti delle sue ex colonie, nel colonialismo italiano e quindi nella scuola: la scrittrice ricorda infatti che, quando lei andava a scuola, il concetto di colonialismo italiano si limitava a illustrare quali erano le colonie conquistate e dove esse si concentravano, piuttosto di esaltare la capacità dell’Italia di sottomettere il luoghi e le popolazioni come se questo fosse una virtù. In verità le informazioni negative esistono ma non sono diffuse (Igiaba Scego riporta l’esempio della censura di un documentario della BBC intitolato L’eredità fascista e della storia di un censurato intitolata Il leone nel deserto). Secondo la scrittrice invece, alla luce di tutto quello che sta succedendo, è importante venire a conoscenza dei fatti realmente accaduti.

Moderatore:
L’Italia non ha fatto i conti con il suo passato coloniale: i primi libri del Voca hanno avuto molta difficoltà a circolare e sono stati ampiamente criticati, e, allo stesso modo, quando nel dopo guerra l’Italia ha dato una lezione all’umanità nel cinema con il neorealismo, rappresentando la realtà, il grande politico italiano Andreotti ha dichiarato di essere turbato dal grande successo di questi film nel mondo perché davano un’immagine negativa dell’Italia. Il giudizio di Andreotti rispetto al neorealismo è lo stesso di quello dato dagli autori dei libri scolatici e dai professori che parlano del fascismo (rifiuto di fare i conti con il passato e accontentarsi di questo mito di “italiani brava gente”). Eppure è importante conoscere il passato per “vaccinarci” e per conoscere la realtà, in questo caso della Somalia, dell’Eritrea e dell’Etiopia, che è anche responsabilità nostra.

Spettatore:
Qual era il suo rapporto con i compagni di classe e quindi con la scuola?

Igiaba Scego:
Il rapporto con la scuola è stato abbastanza complicato: ha affrontato la scuola elementare nei pressi del quartiere “Balduina” (dove abitava), in modo difficile perché era l’unica persona di colore e perché, negli stessi anni, era uscito uno sceneggiato intitolato Radice che parlava di uno schiavo riuscito a liberarsi. Si trattava di una storia interessante che la scrittrice però viveva male perché talvolta si personificava nel protagonista, spesso frustato. Però, fortunatamente, da piccola è stata aiutata dalla sua insegnante delle elementari che si era impegnata a portare a termine un lavoro di mediazione con i genitori. Ancora attualmente la scrittrice si investe in progetti dedicati ai migranti di seconda generazione: è iscritta ad un’associazione chiamata G2 (migranti di seconda generazione) che temporaneamente sta collaborando per discutere con il ministro Ferrero una legge sull’immigrazione. Capita infatti che al giorno d’oggi nella scuola ci sono persone provenienti da tutto il mondo che non sono considerate straniere, ma appartenenti a quel luogo, come nei casi di Londra e Parigi. La scrittrice, che ritiene interessante questo cambiamento, ha provato a raccontarlo, insieme ad una sua amica, nella storia intitolata Quando nasce Marulet: raccogliendo interviste di figli di immigrati africani provenienti da zone differenti dell’Africa (perché quando si parla di Africa si tratta di una situazione un po’ confusa essendo molto grande e molto diversa), sono emersi molti aspetti interessanti, come ad esempio il fatto che molti ragazzi frequentano la scuola qui, ma non hanno la cittadinanza italiana perché giungono nel nostro paese piccoli e si ritrovano stranieri a 18 anni, dovendosi confrontare con una situazione abbastanza delicata. Quindi, ribadisce la scrittrice, lei ha la cittadinanza, ma, al contrario, molte persone non la hanno e non averla, nel luogo in cui ti sei formato, è sfavorevole e difficile perché non puoi votare e non ti puoi iscrivere all’interno di alcuni ambiti professionali.

Moderatore:
Questo deriva dal fatto che in Italia, al contrario di quanto avviene ad esempio a Parigi o a New York, non è ancora diffusa l’abitudine di convivere con cittadini italiani di origine somatica differente.

Igiaba Scego:
Lei pensa che questo sia dovuto al fatto che in Italia, al contrario di altri paesi, l’affluenza di immigrati deriva da più luoghi (circa 185 etnie differenti): Igiaba Scego definisce questa la “carta vincente”, spiega infatti che l’Italia ha la possibilità, anche se ancora non la sta sfruttando, di avviare un ciclo di interazione in cui veramente si possa creare una linea italiana democratica nel vivere insieme.

Spettatore:
Perché nel racconto Dismatria ha scelto come figura stravagante una drug queen, piuttosto che un’altra categoria di persone ugualmente considerate marginali all’interno della società?

Igiaba Scego:
La scrittrice ricorda di aver scelto questa figura perché si è ispirata alla società brasiliana, che ammette di amare molto, dove fra le principali immagini “di rottura” c’è appunto il transessuale. In verità lei non ha mai avuto un’amica transessuale, come la protagonista del racconto, ma ha un’amica brasiliana che si occupa di fotografare le impronte dei transessuali e inoltre ha incontrato, durante la sua carriera letteraria, un’autrice drug queen che, assieme a Iannelli, ha scritto un libro “a quattro mani”, la cui prima edizione fu pubblicata in sardo e in portoghese, di cui poi si sono perse le tracce.

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