Il tema della morte nelle opere di Giovanni Pascoli

Materie:Tesina
Categoria:Italiano
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Testo

RELAZIONE DI ITALIANO N°1, NOVEMBRE 1999
ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE "F.CORNI"
LICEO SCIENTIFICO-TECNOLOGICO
LETTERATURA:
IL TEMA DELLA MORTE NELLE OPERE DI
GIOVANNI PASCOLI
Studente: Marco Bernabei
Classe: V A l.s.t
Scuola: I.T.I.S Fermo Corni
Materia: Italiano
Prof.ssa: C.Pincelli …….…………
INTRODUZIONE
Questa breve tesi che ho preparato con l'ausilio di alcuni libri di testo di letteratura e di critiche e scritti di diversi autori, ha lo scopo di illustrare in maniera sintetica, ma il più possibile esauriente, uno dei temi più importanti delle poesie del Pascoli: il suo rapporto con il pensiero della morte.
In molte delle sue opere il celebre poeta introduce elementi che sono in realtà simboli: sono significanti che, oltre a ricondurre il lettore ai loro propri significati immediati, vogliono comunicare anche idee e pensieri diversi aventi una comune radice improntata sul lutto; intendendo letteralmente questa parola e quindi nella sua accezione di dolore per la scomparsa dei propri cari.
Ho suddiviso questa relazione in tre parti: nella prima ho voluto fornire le notizie fondamentali di ordine biografico sul Pascoli, per poter capire le basi della sua poetica e quindi ciò che lo portò ad adottare alcuni temi fissi ricorrenti nei suoi scritti; nella seconda ho invece raggruppato e sintetizzato le critiche e gli studi inerenti al tema che ho scelto di trattare, aggiungendo mie considerazioni su di essi; nella terza parte, infine, ho riportato frammenti di poesie tratte da opere diverse per riscontrare, da un punto di vista più concreto e meno teorico, quanto detto nelle precedenti sezioni.
PRIMA PARTE:
IL TEMA DELLA MORTE RAPPORTATO ALLA VITA DI GIOVANNI PASCOLI
La vita di Giovanni Pascoli (1855-1912), sebbene caratterizzata da una distinta e crescente fama letteraria (era insegnante, poeta ed era occupato sul piano politico), fu segnata nel corso dell'infanzia, da profondi traumi dovuti alla tragica perdita, in momenti contigui, di entrambi i genitori e di alcuni dei suoi nove fratelli.
La morte del padre, che avvenne per un omicidio mai punito e apparentemente senza cause, fu la prima di questa serie di disgrazie; la sua immagine nella mente dell'ancora fanciullo poeta, fu da allora ricondotta alla convinzione che la morte incombe sugli uomini e su tutto il mondo
Furono proprio queste tristi fatalità a portare il Pascoli a rinchiudersi in se stesso e a vivere una vita perennemente legata ai tempi e ai luoghi della sua prima infanzia, in un continuo rimpiangerli nel dolore della nostalgia, che condivideva con la sorella "Mariù" assieme alla quale visse dal 1895 sino alla morte.
I simboli pascoliani principali:
la "casa-nido"
La poesia pascoliana è da un lato ancora in parte legata al naturalismo, come dimostra, ad esempio, il fatto che egli era molto scrupoloso nella descrizione della fauna e della flora, ma è di molto prevalente il nuovo aspetto irrazionale e simbolistico; tra questi simboli il più importante è quello della "casa-nido". Essa è una cellula accogliente all'interno ma piena di spine all'esterno (proprio come i nidi degli uccelli) e simboleggia protezione, amore, e più in generale gli affetti familiari; la figura che rappresenta il nido è la madre e a lei è collegata l'immagine della culla. La famiglia e la casa sono "come un nido caldo, chiuso, segreto, raccolto in una sua esistenza senza rapporti con l'esterno, ma brulicante di complici intimità, di istinti e di aspetti viscerali"1. Questa concezione positiva della casa come ambiente che protegge l'uomo deriva, però, da un contesto negativo: le crudeltà, le ingiustizie e i lutti del mondo devono rimanere esterni a questo rifugio, e le persone che lo abitano devono essere unite contro i continui pericoli che incombono. Il più grande di essi è la dispersione della famiglia che può essere causata dalla morte o dall'abbandono di uno dei suoi componenti (Pascoli si sentì tradito dalla sorella Ida quando lasciò la casa per sposarsi). "Nel mondo simbolico-ideologico- pascoliano la relazione fondamentale è fra un obbligo inderogabile, la fedeltà al "nido" custodito dall’inflessibile presenza dei morti, e un divieto assoluto: l'abbandono del "nido", la costruzione di un nuovo "nido", l'accettazione del mondo, di ciò che è esterno, violento e caotico"2.
Fuori da questo ambiente ovattato, protetto, non si può vivere serenamente, è per questo che le poesie del Pascoli non trattano mai della vita di paese e delle relazioni sociali, trattano invece della campagna ad imitazione del poeta latino Virgilio, osservandola con occhi di bambino; ma essa non ha più nulla di positivo, si popola di ombre, di minacce e di presenze oniriche che la rendono inquietante.
Questo legame e la nostalgia quasi maniacale per la sua famiglia e per l'infanzia furono i motivi per i quali il Pascoli si chiuse al mondo esterno e si angosciò per la morte.
Il discorso fatto sulla "casa-famiglia-nido" può essere esteso senza pericoli di artificiosità alla patria e al cimitero: "La madre e il nido familiare si trasformano a poco a poco per transfert nella dimensione della nazione, specularmente ripetendo le uguali vicende patetiche di abbandono come strazio e dolore, di separazione dal nido come male e colpa, e come origine di ogni affanno e di ogni fatica del cuore, di distacco come vera immagine del negativo"3.
Il cimitero è anch'esso un ambiente protetto, a sé stante, una casa che accoglie persone (sebbene morte) isolata dal mondo esterno; i suoi abitanti non hanno però un ruolo passivo, i morti vigilano sui vivi e non possono addormentarsi, è loro compito assicurarsi che il nido che hanno lasciato venga custodito dai parenti ancora vivi: in "La voce" tratta dai Canti di Castelvecchio, si ha un dialogo immaginario tra la madre morta e il poeta, in esso la donna esorta il figlio, a quel tempo in carcere, a non suicidarsi perché deve mantenere le sorelline e vendicare il padre (in questa poesia si capisce così chiaramente che il Pascoli era contrario al suicidio).
SECONDA PARTE:
SCRITTI E CRITICHE SUL PASCOLI
E' interessante oggetto di studio da parte dei critici l'evoluzione stilistica del Pascoli, in quanto egli non maturò sin dalla giovinezza i temi e il linguaggio simbolico che lo caratterizzeranno, ma compì un percorso graduale che comunque è distinguibile in due periodi; tra il 1885 e il 1890 avvenne il passaggio dal primo al secondo.
Mettendo a confronto le prime due edizioni di "Myricae" con la terza e la quarta, si nota un infittimento dell'uso dell'allegorismo e del simbolismo, accompagnato da un progressivo incupimento del tono poetico.
Nel 1912 il Borgese4, che fu il primo a porsi questo problema, osservò che l’edizione iniziale dell'opera citata era tutta di tono chiaro e festoso, che la prefazione, in cui si parlava già della morte del padre, non mostrava quasi alcuna attinenza col libro, e che le principali poesie di intonazione querula o tragica ("Il giorno dei morti" - "Colloquio") furono aggiunte più tardi. Le spiegazioni che possono essere date a questo fatto sono molteplici ma non necessariamente divergenti; sempre secondo il Borgese si possono considerare queste ipotesi: si può dire che il Pascoli in quel momento s'accorse della sua rinunzia all'amore, alla famiglia, all'azione e che quindi si riaprì l'antica piaga infantile; si può pensare che la gloria e quel po' di fortuna che finalmente gli toccò lo intenerirono, egli allora si sfogò con gli uomini lasciando libero corso ai suoi sentimenti e alle sue pene, ed essi diventarono buoni nei suoi confronti e lo consolarono; ancora si può dire che, una volta che si sentì finalmente poeta, poeta esperto, diventò interessante a se stesso, e sentì la necessità di esprimere la sua esperienza personale in un'opera dotata di una continuità di programma; o ancora che l'esercizio della poesia gli diede l'opportunità di approfondire il suo cuore e la sua mente (non parlo di anima in quanto Pascoli non era religioso) e di scoprire se stesso, la sua storia il suo passato.
Tutte le ipotesi riportate sopra non tengono però conto dell'aspetto linguistico-espressivo che il tema luttuoso può fornire: è possibile, infatti, che la scelta tematica del poeta sia stata dovuta, prima che a un'esigenza interiore e profonda, alla volontà di sperimentare nuove tecniche di linguaggio e di espressione (come può essere l'uso del simbolismo) per le quali il tema della morte riusciva ad adattarsi molto bene. Se si considera prevalente questo aspetto, allora è consentito dire che i simboli più intensi furono utilizzati per creare un crescendo di tensioni, una sorta di climax ascendente per ottenere il quale il Pascoli partì da un'immagine più o meno serena di vita campestre, per poi arrivare a un culmine, un simbolo che solitamente è situato poco prima della conclusione, e che ci esplicita il reale messaggio su cui il poeta intende soffermarsi: un messaggio drammatico di morte o di tristezza5. Forse in questo modo verrebbero però svalorizzati i sentimenti e gli argomenti trattati, che risulterebbero non più "scopi" della poesia ma meri mezzi. Si possono conciliare i due aspetti ammettendo che la poesia pascoliana è il risultato di entrambe queste esperienze (quella umana e quella stilistico-letteraria).
Come ci fa notare Furio Felini, non è difficile accorgersi di analogie con vari altri autori sia italiani sia stranieri, anche se è ancora necessario consolidare queste osservazioni; si possono citare, per esempio, il Carducci e i poeti che a lui si sono ispirati (Marradi e Ferrari), e autori stranieri quali Poe e Hugo: tutti, infatti, sebben in modo diverso l'uno dagli altri, si cimentarono in una tematica funebre.
Resta da chiarire, ancora, se e quale incidenza abbia avuto il D'Annunzio nel processo di instaurazione e d'accentuazione della tonalità luttuosa in Pascoli; le critiche sono infatti concordi nel ritenere che il D'Annunzio abbia avuto un ruolo predominante per il contributo tematico e linguistico alle Myricae. Il fatto è che tutt'altro che infrequenti risultano nei testi dei due scrittori le convergenze di gusto lessicale, le somiglianze tematiche (limitatamente a singoli spunti o nuclei ideativi), i sintagmi con funzioni descrittive o foniche e persino i titoli. L'occasione che diede l'opportunità ai due poeti di scambiarsi le proprie idee e di ascoltarsi reciprocamente, si ebbe nel 1887/88 durante il soggiorno livornese del Pascoli; bisogna però dire che già nel periodo immediatamente precedente, i suoi testi poetici presentavano più di un segnale di questo progressivo incupimento dei temi trattati, culminato nei primi anni novanta dell'Ottocento. Sempre a proposito dello sperimentalismo pascoliano, riporto una frase di Benedetto Croce6:
"[...] i lettori non l'accusano di parlar troppo di suo padre, ma di non parlarne abbastanza poeticamente [...]. Quella tragedia familiare gli sta dinanzi come un grosso blocco di marmo, che non sa come lavorare: ne fa con lo scalpello saltare qualche scheggia".
Prendendo ora in considerazione altre opinioni di critici, voglio far notare diverse prese di posizione: da G.Nava7 scopriamo un interessante collegamento con il passaggio da un movimento letterario al successivo: il tema dei lutti familiari è legato "a un irrisolto trauma personale, all'emergere di tendenze regressive di autocompatimento e di ritorno al grembo materno, in un quadro culturale che vede il tramonto del Positivismo e l'avvento d'uno spiritualismo decadente".
Altra idea, secondo me intersessante, è quella dataci da Onofri:
"Pascoli, io penso, è uno di quei poeti che in parte hanno subito la poesia come un intimo male sublime, che si cova all'interno, quale una felicità molle e segreta, e in parte l'hanno esacerbata a forza di volontà, inasprendo la piaga, per il piacere indicibile di sentirsela dolere sempre, specie quando il male s'era scrudito, lasciando al malato un certo respiro".
Probabilmente per Pascoli la poesia era un modo per riscattarsi dalla condizione di orfano, un mezzo per comunicare con gli altri sfruttando un linguaggio, quello poetico, adattabile tanto ai discorsi ch'egli teneva come guida civile del popolo, in qualità di figura pubblica chiamata a compiti di retorica politica, quanto al suo ruolo di poeta che con la propria esperienza privata, poteva svolgere attività pedagogiche parlando di valori semplici ma fondamentali, come la famiglia.

TERZA PARTE:
IL TEMA DELLA MORTE NELLE POESIE PASCOLIANE
Dopo avere affrontato l'argomento da un punto di vista strettamente teorico, mi ripropongo ora di mostrare sul piano della produzione letteraria, analizzando qualche poesia o tratto di essa, la veridicità di quanto detto.
Studiando le opere del Pascoli ci si accorge presto del ritorno di medesimi elementi in poesie diverse; "molte liriche sono dominate da parole-chiave, che ritornano ossessivamente di strofa in strofa e di componimento in componimento: "mamma", "dolore", "cuore", "pianto", "occhi", "morta", "camposanto" […]8; se ne possono poi aggiungere altre: le campane, gli uccelli (in particolare sono ricorrenti quelli notturni: pipistrello, assiuolo), e i fiori della campagna. "Digitale purpurea", ad esempio, ci fa conoscere questo fiore proibito il cui profumo è "così penetrante che faceva morire"; esso simboleggia l'ignoto, con la misteriosa attrazione che esercita, in quanto attrazione verso la morte (G.Getto); oppure potremmo dire che è il fiore dell'amore e delle morte, o meglio di un amore vissuto come tentazione e colpa, e tale quindi da dare la morte (il fiore può qui essere interpretato come simbolo sessuale).
Ne "Il gelsomino notturno" ritroviamo ancora il tema che stiamo trattando, ma continuamente rapportato a quello della vita: durante la notte questo fiore si apre per essere fecondato (tema positivo), ma nel momento stesso il poeta pensa alla morte ("nell'ora che penso a' miei cari" - tema negativo). Questa contrapposizione è riscontrabile in molte poesie, poiché il Pascoli tende a conciliare gli estremi accogliendoli entrambi nella medesima poesia; così in "La mia sera" troviamo "La fame del povero giorno - prolunga la garrula cena"; "Là, presso le allegre ranelle - singhiozza monotono un rivo"; "E', quella infinita tempesta, - finita in un rivo canoro" e altri esempi ancora. In questo modo Pascoli riesce ad attenuare i toni eccessivamente tristi con immagini più serene.
Non sempre questa contrapposizione è presentata in versi vicini; come già avevo scritto nella seconda parte in molte poesie si riscontra un inizio gaio, tranquillo, disteso, per poi arrivare gradualmente a versi più intensi e ad una realtà più tenebrosa:
[Da Myricae, Novembre]
Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...
[...]
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti.
Similmente "Lavandare" inizia con un'immagine di campagna tranquilla anche se descritta in modo piuttosto serio e poco sereno, ma solo alla fine si giunge a conoscere il tema principale, che è più malinconico:
[Da Myricae, Lavandare]
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggiero.
[...]
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.
Come annunciato l'immagine più triste è posta alla conclusione della poesia, viene ripreso il tema iniziale già di per sé un po' mesto, ma viene ulteriormente incupito dalla rievocazione della partenza dell'amato, di colei alla quale il Pascoli attribuisce le parole.
E’ importante capire che il tema della morte non è sempre e necessariamente presentato in modo esplicito: nella maggioranza dei casi esso appare “tra le righe”, è strettamente correlato con la tristezza, la malinconia e soprattutto la nostalgia; non v’è dubbio, infatti, che questi tre stati d’animo siano propri di coloro ai quali è venuta a mancare una persona cara.
Altri esempi di poesie, sempre tratte da Myricae, dalle quali traspare bene questo senso di inquietudine e di abbandono, sono: “Temporale”, “Il lampo” e “L’assiuolo”, che qui di seguito riporto e commento brevemente:
[da Myricae, Temporale]
Un bubbolìo lontano…
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

Si notino la descrizione di questo paesaggio sconvolto, il bubbolìo (lamento) lontano, l’accostamento dei due colori forti del tramonto rosso “affocato” e dei monti nero-pece; in particolare si osservi l’immagine finale del casolare immerso nel nero: esso è chiaramente inteso come luogo di riparo, come “ala di gabbiano”, immagine, quest’ultima, di un qualcosa che sovrasta, che esprime protezione e sicurezza. Ritorna quindi il simbolo della “casa-nido”, unico luogo nel quale ci si può rifugiare e trovare consolazione.
[Da Myricae, Il lampo]
E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto,
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

Anche in questa poesia il Pascoli ci pone innanzi agli occhi un paesaggio stravolto, fortemente animato e personificato, che sembra essere stato tragicamente colpito da una catastrofe (compare infatti in un primo abbozzo l’espressione “ciel ferito”); non manca tuttavia quell’elemento basilare che è la casa, che appare e scompare tutto d’un tratto come occhio che si apre e si chiude nella notte nera. Allo stesso modo della poesia precedente, “Il lampo” esprime la dialettica, la contrapposizione tra il male del mondo e la positività dell’ambiente familiare: una luce che brilla nelle tenebre e non deve mai essere spenta, poiché costituisce il solo punto saldo, l’unica verità, alla quale l’uomo può sempre continuare ad aggrapparsi.
[Da Myricae, L’assiuolo]
Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco di un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…)
e c’era quel pianto di morte…
chiù…

Nuovamente ci troviamo immersi in un paesaggio tetro, buio, ma che questa volta non incute quel senso d’angoscia e di paura che ci trasmetteva la poesia vista poco sopra; il tono della descrizione appare meno forte ma più patetico: se prima il poeta sembrava voler evidenziare la violenza della natura “in guerra con se stessa”, ora ne mostra la quiete, ma anche la malinconia, che è capace di trasmettergli. Ad intensificare questa sensazione c’è il canto singhiozzante e ripetitivo dell’assiuolo, il chiù riportato alla fine di ogni strofa. Lo spunto della poesia viene dal folklore popolare: i contadini credevano che il canto del chiù, o assiuolo, annunciasse all’alba disgrazie. Il poeta istituisce allora una corrispondenza tra il verso dell’uccello e il suo lugubre annuncio; mentre il simbolo dei sistri d’argento allude agli antichi culti di Iside: dea di una risurrezione che non sembra più possibile. Tutto il componimento è dunque una meditazione sul mistero della vita, un enigma che attira gli uomini ma che questi non hanno il potere di risolvere. Il motivo conduttore è il canto di un uccello notturno simile alla civetta, una suggestione attorno alla quale si condensa ogni altra idea. Il verso dell’assiuolo chiude tutte le strofe e ogni volta allude a stati d’animo diversi: inizialmente è una semplice voce, ma già arricchita dal senso dell’ignoto; poi diviene un singulto, un singhiozzo che provoca turbamento nell’ascoltatore; infine si trasforma in un vero e proprio pianto di morte, col quale la natura ricorda agli uomini la loro esistenza nel dolore che si conclude proprio con la morte. La poesia è ricca di simboli: animali, piante e suoni cercano di comunicare il mistero che ci circonda e che resta insondabile (le invisibili porte, quelle della morte, non s’aprono più).
Se la lettura della prima strofa, come ho detto prima, può non incutere ancora quel senso di tormento appena descritto, e che era subito ravvisabile nella poesia precedente, ci si deve però ricredere in seguito, poiché anche in questo componimento abbiamo quella crescita di tensione che precedentemente ho fatto notare in “Novembre” e che era presente in modo minore in “Lavandare”.
Propongo, in conclusione di questa relazione, l’analisi di un’ultima poesia tratta dai Canti di Castelvecchio: “La bicicletta”. Ho ritenuto significativo questo componimento poiché in esso è possibile leggere, interpretando i diversi simboli che il Pascoli utilizza, una vera e propria e propria allegoria della vita e della morte.
[Dai Canti di Castelvecchio, La bicletta]
I
Mi parve d’udir nella siepe
La sveglia d’un querulo implume.
Un attimo… Intesi lo strepere
cupo del fiume.
Mi parve di scorgere un mare
Dorato di tremule messi.
Un battito… Vidi un filare
di neri cipressi.
Mi parve di fendere il pianto
D’un lungo corteo di dolore.
Un palpito… M’erano accanto
le nozze e l’amore.
dlin… dlin…
II
Ancora echeggiavano i gridi
dell’innominabile folla;
che udivo stridere gli acrìdi
su l’umida zolla.
Mi disse parole sue brevi
qualcuno che arava nel piano:
tu, quando risposi, tenevi
la falce alla mano.
Io dissi un’alata parola,
fuggevole vergine, a te;
la intese una vecchia che sola
parlava con sé.
dlin… dlin…
III
Mia terra, mia labile strada,
sei tu che trascorri o son io?
Che importa? Ch’io venga o tu vada,
non è che un addio!
Ma belo è quest’impeto d’ala,
ma grata è l’ebbrezza del giorno.
Pur dolce è il riposo… Già cala
la notte: io intorno.
La piccola lampada brilla
per mezzo all’oscura città.
Più lenta la piccola squilla
dà un palpito, e va…
dlin… dlin…
Il viaggio in bicicletta, il paesaggio che il ciclista lascia continuamente alle proprie spalle, la sequenza di immagini e di eventi, anche contrastanti fra di loro, che trascorrono ai suoi lati, l’oscurità della notte che si avvicina e che è contrastata dalla sola “piccola lampada” (il fanalino), rappresentano il cammino che l’uomo percorre nella sua vita, con le sue mille avventure, sorprese, eventi piacevoli e spiacevoli, e la morte che, inesorabilmente, si avvicina come crepuscolo di un lungo giorno.
Molti sono i simboli, i termini usati con un valore puramente metaforico, che compongono la poesia: la “terra”, la “labile strada”, il “giorno” e la “notte”, il “riposo”; la terza parte dichiara quasi esplicitamente il vero significato di queste parole, espressioni di una rassegnata coscienza di una vita che passa, di un “ritorno”, di una notte che “già cala” ma che porta con sé un “pur dolce…riposo” se consegue ad una vita non accidiosa.
La poesia ha un valore importante nella nostra vita: è “la piccola lampada” che brilla e ci accompagna illuminando il buio dell’ignoranza, è “la piccola squilla” (il campanello) che continua a suonare se pur “più lenta”, perché compatisce e vuol confortare la nostra stanchezza.
La realtà ci viene presentata come un insieme di parvenze che noi crediamo di percepire distintamente, ma in realtà non è così: il tempo assimila tutto il nostro passato in un’unica e indistinta compresenza di eventi, in una mescolanza di episodi che non permette più di seguire il loro effettivo corso nella storia; tutto questo viene stupendamente mostrato nella poesia proposta sopra mediante l’accostamento rapido di immagini contrastanti. Nel corso della sola parte iniziale il Pascoli allude prima ad una situazione di vita (“la sveglia di un querulo implume”), poi ad un evento tenebroso (“lo strepere cupo del fiume”), successivamente riprende il tono gaio e luminoso dell’inizio (“un mare dorato di tremule messi”) per poi introdurre l’immagine funebre dei “neri cipressi” (gli alberi dei cimiteri) e del “pianto d’un lungo corteo di dolore”, dopo poco accantonata per lasciar posto al “palpito” per le nozze e l’amore che ora si celebrano di fianco al poeta.
Allo stesso modo nella seconda parte il procedimento si ripete: incontriamo la figura di una “fuggevole” vergine che stona con quella falce in mano che non le si addice (è simbolo di morte) e che si scontra con la “vecchia che sola parlava con sé”; oltertutto l’anziana signora percepisce l’“alata parola” che era stata rivolta alla ragazza dal poeta e che questa non intende.
La terza e ultima parte fornisce le chiavi di lettura di tutta la poesia, la similitudine, il paragone del viaggio in bicicletta con la vita diventa più chiaro, anche se nulla viene detto esplicitamente in merito al significato nascosto.
La simbologia è ricca sia di elementi quotidiani (come il fanalino e il campanello) sia di immagini della cultura antica o dantesca (ad esempio il fiume dal rumore cupo che simboleggia i fiumi infernali dell’oltretomba). Interessante, infine, è notare come il Pascoli leghi ad alcune parole uno spiccato fonosimbolismo: così quelle con la “s”, come “strepere” e soprattutto “stridìre”, vanno ricondotte alla voce e alla presenza dei morti.

CONCLUSIONE
Dopo avere analizzato il tema nei suoi diversi aspetti, ritengo di aver fornito sufficienti elementi per poter conoscere in maniera discreta l'argomento trattato.
Sebbene quanto detto possa essere approfondito in molti altri scritti, spero di essere stato esauriente nella trattazione, chiaro e preciso nell'esposizione.

Marco Bernabei
-FINE-
BIBLIOGRAFIA
-AUTORI VARI: "Cento libri per mille anni", "Giovanni Pascoli".
Edizione dell'Istituto Poligrafico e Zecca dello stato, 1999.
-AUTORI VARI: "I cinque libri del sapere"; libro primo "Libro delle letterature".
Edizioni Garzanti, Torino 1964.
-CESERANI R. - DE FEDERICIS L.: "Il materiale e l'immaginario"; vol.5.
Editore Loescher, Torino 1993.
-DI SACCO P. - CAMISASCA F. - MASTRORILLO M. - SERIO M.: "Scritture", vol.5. Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Varese 1997.
-TRERE' S. - GALLEGATI G.: "Nuovi itinerari nella comunicazione letteraria".
Editore Bulgarini, Firenze 1985.
INDICE
-INTRODUZIONE……………………………………………………pag.1
-PRIMA PARTE………………………………………………………pag.2
-SECONDA PARTE…………………………………………………..pag.5
-TERZA PARTE……………………………………………………….pag.9
-CONCLUSIONE………………………………………………………pag.19
-BIBLIOGRAFIA………………………………………………………pag.20
1 -G.Barberi Squarotti, “Simboli e strutture della poesia del Pascoli”.
2 -A.Marchese, “Metodi e prove strutturali”, Milano, Principato, 1974.
3 -G.Barberi Squarotti, op.cit.
4 -G.A.Borgese, “Idee e forme di G.Pascoli” in “La vita e il libro”, Bologna 1928.
5 -Cfr.terza parte.
6 -B.Croce, “Giovanni Pascoli” (1907) in “Letteratura della Nuova Italia”, vol.IV, Bari 1942.
7 -G.Nava, “Storia di “Myricae””.
8 -G.Nava, op.cit..
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