Il nome della rosa

Materie:Scheda libro
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Testo

Matteo Ghione I Cc 22/04/2008

Recensione de “Il nome della rosa” di U. Eco

Il romanzo di Eco si rivela già dalle prime pagine del “vero” inizio, il terzo (il primo riguarda il reperimento del manoscritto medievale, il secondo è relativo all’inizio di tale manoscritto), quello che riguarda la trama della storia, un racconto che parla di semiotica: il monaco francescano Guglielmo da Baskerville, giungendo a un monastero benedettino nei pressi di Alessandria in compagnia del giovane apprendista benedettino Adso da Melk, riesce a descrivere un cavallo, a indicare la direzione che questo aveva seguito e persino a dargli un nome (Brunello, il cavallo preferito dall’abate) senza averlo mai visto, solo analizzando dei segni! Non per niente dunque era stato convocato al monastero come “detective”, come Sherlock Holmes dell’antichità, ad indagare sulla misteriosa morte di un monaco. Arrivati al monastero, l’abate accoglie calorosamente Guglielmo ed Adso e dà loro libero accesso ad ogni parte dell’abbazia tranne che alla biblioteca. Questo luogo si rivela quindi già all’inizio dell’opera un luogo misterioso e inaccessibile, a tal punto che è quasi impossibile per Guglielmo ricacciare la tentazione di accedervi. Le indagini dei due monaci però, invece di dare l’esito di trovare subito l’assassino, vedono la morte di altri monaci prima dell’individuazione del colpevole. La successione dei delitti sembra rifarsi all’Apocalisse in quanto ogni omicidio ha qualche dettaglio che ricorda dei versetti del testo di San Giovanni: il più palese di questi non può non essere che il secondo dove Venazio da Salvemec viene trovato nell’orcio del sangue dei maiali a ricordare “… Un terzo del mare divenne sangue, un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto” (Ap. 8, 8-9).
Come già anticipato, Guglielmo ha bisogno di entrare nella biblioteca per risolvere il caso (visto che ormai si è capito che i monaci morivano perché si erano messi alla ricerca di un libro della biblioteca; si scoprirà in seguito che si tratta della Poetica di Aristotele) e una notte, seguendo la strada che faceva tutti i giorni il bibliotecario, vi si addentra in compagnia di Adso. E così scoprono che la biblioteca era un vero e proprio labirinto formato da sale comunicanti tra loro che recavano impressi dei versetti dell’Apocalisse, da specchi deformanti e con essenze odorose che fanno avere ad Adso delle strane visioni. Scoprono inoltre che al centro della biblioteca si trova una stanza, il finis Africae, che non ha ingressi visibili.
Le ricerche di Guglielmo vengono affievolite prima dal peccato di lussuria commesso da Adso giacendo con una fanciulla proveniente dal villaggio e fatta entrare di nascosto da Salvatore, monaco simbolo dell’Anticristo; e poi dall’arrivo dei Francescani, sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell’Imperatore, e contemporaneamente dei loro nemici della curia papale insediata a quei tempi ad Avignone.
Messi da parte tali problemi, Guglielmo scopre e disegna la pianta della biblioteca dall’esterno dell’Edificio, senza più entrarci e così scopre il percorso da seguire per raggiungere il finis Africae senza perdersi. Siamo dunque arrivati, dopo altre indagini, alcuni interrogatori e altre morti, al settimo giorno dove l’Abate richiede ai due monaci di non indagare più su cose “così turpi”e di lasciare l’abbazia. Però Guglielmo ha ormai capito il vero colpevole e proprio quella notte insieme ad Adso si addentra per la terza volta ormai nella biblioteca e, a seguito dei suoi studi, riesce anche ad entrare nel finis premendo determinate lettere del versetto che si trovava supra specula in un lato di tale stanza. Lì trova il vecchio monaco cieco Jorge da Burgos che rivela sia di essere stato lui ad uccidere i monaci apponendo una piccola quantità di veleno sulle pagine della Poetica (così, chi si leccava le dita per girare le pagine veniva a contatto col veleno) sia di aver mietuto un’ultima vittima proprio quella sera: aveva rinchiuso l’Abate nella scala segreta causandogli la morte per asfissia. L’unico intento di Jorge era quello di distruggere il libro di Aristotele in quanto considerato da lui un’opera eretica e così si suicida per “bibliofagia”, mangiando le pagine intrise di veleno. Il tragico epilogo del racconto è rappresentato dall’ecpirosi di tutto il monastero a causa di una disattenzione di Adso e di Guglielmo (che fanno cadere il lume nella biblioteca per tentare invano di salvare ciò che restava della Poetica).
Degni di nota sono i richiami ad altri autori o ad altri romanzi, quelli che nella poesia petrarchista vengono chiamati calchi. È ormai risaputo che l’incipit del romanzo (“Era una bella mattina di fine novembre…”) è tratto da Snoopy: "Era una notte buia e tempestosa...". Inoltre in quest’inizio è presente il simbolo rappresentato da “una bella mattina” che va controtendenza rispetto a tutto il resto della storia, in cui non accadono che omicidi e suicidi!
Altro richiamo, già notato da Teresa de Laurentis in Umberto Eco, 1981, è quello allo Sherlock Holmes di Conan Doyle. Questo calco percorre tutta l’opera, dalla deduzione iniziale dei protagonisti, fino al finale retrospettivo che racconta cos’è successo nel luogo della vicenda a distanza di tempo. Inoltre, non a caso Guglielmo viene “da Baskerville”, come il noto mastino raccontato da Doyle.
A mio parere, la successione di omicidi che si rifanno all’Apocalisse (idea questa smentita alla fine da Jorge prima di morire), rimanda ad un libro costruito tutto su una serie di delitti basati su un testo esterno: “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. In tale romanzo, dieci sfortunati si ritrovano a trascorrere una vacanza in un’isola deserta e ogni giorno muore uno di loro attuando il contenuto dei versi di una vecchia filastrocca per bambini. Impossibile dunque non accorgersi di come le dinamiche dei due romanzi si assomiglino. Anche il luogo in cui sono ambientate le vicende è similare: è vero che Eco ambienta la vicenda in montagna e la Christie al mare, però, sia l’eremo che l’isola di U. N. Owen sono luoghi isolati e difficilmente raggiungibili.
Domanda da porsi rileggendo la trama del testo è: perché Jorge ricercava la Poetica di Aristotele per distruggerla? A quanto pare dall’unico passo di tale opera riportato da Eco nel romanzo, sembra che il vecchio monaco cieco ritenga un’eresia che l’uomo di Chiesa venga spinto al riso tramite la commedia forse perché lui teme una liberazione globale ottenuta mediante l’ilarità. Però, a quanto pare, non c’è nessun passo delle Sacre Scritture che dica che Gesù non ridesse oppure che Lui avesse ordinato ai suoi fedeli di non ridere. Perciò, Jorge sarebbe stato più encomiabile se, invece di falcidiare monaci nel monastero per la quasi banale e infondata questione del riso in Aristotele, avesse impedito che una fanciulla del villaggio potesse entrare nell’abbazia quasi ogni notte e giacere con questo o con quel monaco per guadagnarsi da vivere.
Di non minore importanza rispetto alla questione del riso è il tema nominalista. Si designa con il termine “nominalismo” un ramo degli universali che indica il concetto soltanto come un nome che serve a designare e a definire una cosa. Non per niente il protagonista della vicenda da noi trattata si chiama Guglielmo: famoso, infatti, nel campo del Nominalismo fu Guglielmo da Ockham che teorizzò la “suppositio” (= che sta al posto di …, che si riferisce a …): in pratica tutto ciò che viene espresso con le parole, ogni nome, serve solo ad indicare una cosa, un oggetto che però non è reale, in quanto suono e il nome non è l’ente, in quanto soffio di voce.
La posizione nominalista viene anche affermata dallo stesso Eco nell’esametro latino posto al termine dell’opera:
stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus
La rosa primigenia esiste in quanto nome, possediamo i semplici nomi.

Quindi non dobbiamo credere di possedere le verità assolute perché, come già sapevano gli antichi, esse non sono raggiungibili e non lo saranno mai: ogni verità umana potrà sempre essere contestabile e a volte anche causa di scherno se proposta appunto come “assoluta”.
Giunti a queste conclusioni sul nominalismo, potremmo parlare ora dell’influenza che ha avuto Dante Alighieri sullo scrittore.
Il nome della rosa si lascia leggere secondo i quattro sensi dell'allegorismo medioevale, enunciati da Dante nella lettera a Cangrande della Scala: romanzo storico, poliziesco, romanzo a chiave sulla realtà contemporanea e romanzo di idee filosofiche, in cui l'etica e la semiotica si fondono.
Il poeta fiorentino viene ricordato anche nel corso dell’opera da Eco che utilizza lemmi tipicamente danteschi ricavati dalla Divina Commedia: “e io gli tenni dietro” e “cadde come corpo morto cade”, eccetera.
Questo romanzo si può definire insieme enigmistico ed enigmatico. Enigmistico, perché contiene una serie di “giochi” da risolvere, come gli enigmi presenti all’interno della biblioteca e insieme enigmatico perché alcune tesi possono non emergere a una prima lettura del testo e si rivelano progressivamente.
In ultimo, ma non per questo meno importante, si può affermare che la lettura più facile del romanzo è quella pseudo-storica del Medioevo. Il romanzo contiene sul Medioevo e sull'Inquisizione le menzogne di principio fondamentali.
L'Inquisizione viene presentata nel romanzo come un tribunale ideologico, inteso a reprimere ogni possibile discussione di una serie di tesi razionalmente insostenibili, che potevano essere imposte solo con la forza delle armi e dei roghi, seminando il terrore attraverso la continua denuncia e perfino la “creazione” di un nemico. “Spesso - osserva Adso - sono gli inquisitori a creare gli eretici”. E un tribunale ideologico non può che condannare sempre e comunque: “Sarai dannato e condannato se confesserai” dice Bernardo Gui al suo imputato “e sarai dannato e condannato se non confesserai perché sarai punito come spergiuro!”. L'Inquisizione nasce tardi, verso la fine del Medioevo propriamente detto, non a fronte di eretici immaginari ma come reazione agli eccessi reali e concreti di movimenti come i catari e i dolciniani.

Leggendo, infine, i romanzi di scrittori quali Candice Robb ed Ellis Peters, thriller questi ambientati in epoca medievale in cui i protagonisti-investigatori sono un arciere o proprio un monaco (come nel caso del libro da noi trattato), ho potuto notare che tali testi sono ad un livello notevolmente inferiore rispetto al romanzo di Eco.
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