Foscolo: dall'Ortis ai Sepolcri

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Testo

Dall’ ‘Ortis’ ai ‘Sepolcri’: il cammino di un esperienza poetica e umana.

Ugo Foscolo nacque a Zante nel 1778 da padre veneziano e madre greca, e sempre conservò viva nel suo cuore l’immagine della terra natia. In essa vide il simbolo della bellezza e dell’armonia che la grande poesia classica aveva espresso e che egli ricercò continuamente come il supremo ideale della sua vita.
La sua formazione culturale comprende oltre che i classici greci, latini e italiani, anche i filosofi del settecento, cioè Locke, Hobbes, Rousseau, Montesquieu, Voltaire.
Nelle sue prime opere, tra cui l’Ortis s’avvertono influssi settecenteschi, ma soprattutto quelli del Parini, dell’Alfieri, del Monti e del preromanticismo europeo.

Le ultime lettere di Iacopo Ortis è un romanzo epistolare che si svolge inanzitutto su due tematiche fondamentali che si intrecciano: la passione politica e la passione amorosa. La prima, che, col suo fallimento, mette in evidenza da un lato i rapporti negativi con il potere e dall’altro il desiderio di un’Italia che avrebbe potuto essere unificata proprio alla luce delle idee diffuse dalla Rivoluzione Francese e dagli entusiasmi suscitati dalle imprese di napoleone; il fallimento è controbilanciato dall’amor di patria, dall’elogio della virtù individuale e dalla meditazione sulla storia e sulla passata grandezza di Roma e dell’Italia.
La passione amorosa, che col suo fallimento mette in evidenza i rapporti negativi dell’individuo con gli usi, i costumi e le consuetudini che vogliono ancora la donna oggetto del padre o del marito e priva di quella volontà autonoma che la contraddistinguerebbe come persona umana. Ma anche in questo caso, come per la passione politica, il romanzo e i due personaggi Teresa e Jacopo, insieme alla madre della ragazza, rappresentano un atto di fede nel sentimento e nel rinnegamento dell’egoismo.
Il fallimento delle due passioni porta inevitabilmente al suicidi, provocato dal dolore intensamente provato e intensamente protratto fino al limite della rottura finale: ma questo elemento negativo e controbilanciato dalla speranza di un mondo in cui coloro che si amano possano riunirsi per sempre: non la morte come fine di tutto ma come passaggio.

Tuttavia il Foscolo avvertiva nel profondo dell’animo l’ansia di superare l’effimero destino mortale e una sete di ideali di verità, di giustizia, di bellezza, di libertà, di patria, creazioni dello spirito che il Materialismo rinnegava, e del quale egli sentiva la presenza. La ragione gli diceva che erano illusioni, ma il cuore non si rassegnava a considerarli tali.
Nasce così nel poeta una nuova fede, tutta laica e terrena: la religione delle illusioni, cioè il culto dei valori spirituali continuamente contraddetti dalla realtà e tuttavia continuamente risorgenti nell’animo. Questa fede coesiste con la desolata concezione materialistica, senza mai riuscire a superarla; e questo spiega il tono drammatico della grande poesia foscoliana, che è, insieme, accettazione tragica del destino di morte e sfida magnanima a esso. La poesia diviene per Foscolo la voce delle illusioni, anzi, la loro scoperta. Essa è espressione di umanità e civiltà, perché fa vivere questi ideali nel mondo, li sottrae al nulla della morte eternando nei secoli gli eroi e i poeti che li hanno affermati.

Le Odi sono un’inno alla bellezza, sempre minacciata e sempre risorgente, confortatrice dell’aspra vicenda del vivere. Essa e sentita come l’apparire sensibile di un’universale e segreta armonia dell’universo, che lo spirito intravede dietro il vorticoso mutare delle forme e dell’esistenza; verso di essa il poeta si protende, esprimendo la volontà di superare le contraddizioni del proprio animo.
Il Foscolo rivelava così la sua aspirazione ad una composta armonia di spirito e d’affetti, seguendo la suggestione del Neoclassicismo.
Infatti il Foscolo ripropone l’ideale classico-umanistico del bello fuso col bene e della poesia come comprensione profonda dell’uomo e del suo mondo, soluzione del flusso caotico del vivere in una luce di intelligenza, moralità, civiltà; sente questo ideale come ardua conquista, che deve partire dalla realtà della vita e della coscienza. E’ ancora un messaggio aristocratico-eroico, lontano dall’impegno realistico e popolare dei romantici, che vedranno tuttavia nel Foscolo un modello per la ribadita unione fra arte e vita e il superamento del disimpegno neoclassico.

I ‘Grandi Sonetti’ che si usano intitolare Alla sera, A Zacinto, Alla Musa, In morte del fratello Giovanni sono fra i più belli della nostra letteratura.
In questi sonetti l’animo del poeta appare sottratto alle suggestioni immediate della passione, e immerso in una meditazione che, se parte da un’occasione attuale, si allarga alla contemplazione di sentimenti universali. Appaiono così, in una luce poetica intensa, i grandi miti della poesia foscoliana, cioè quelle immagini dense e pregnanti in cui si condensa liricamente tutta una sostanza di vita, di affetti, di meditazioni. Essi sono: la bellezza serenatrice, il sepolcro, nodo di affetti familiari, simbolo del sopravvivere dell’uomo nell’amoroso ricordo dei vivi, e, di qui, nella storia, l’esilio, che sublima l’amor di patria nella luce del sacrificio magnanimo, la poesia, esternatrice della bellezza e dei più alti valori umani. Per quel che riguarda lo stile, troviamo qui la sintesi perfetta di appassionata intimità romantica e di classica compostezza, e soprattutto il caratteristico tono foscoliano che unisce alla profondità del sentire una meditazione complessa sui temi della vita, della morte e del destino.

Il carme Dei Sepolcri fu scritto nel 1806 in seguito ad una disputa che il Foscolo ebbe con Ippolito Pindemonte intorno al problema delle sepolture.
Il sensismo e il materialismo del Foscolo lo portavano a negare l’esistenza di Dio, di una vita futura dell’anima, di ogni ordine provvidenziale dell’universo. Con questa concezione si apre il carme, proclamando l’ineluttabilità della morte, il nulla eterno,l’inutilità delle tombe. Ma proprio da questa visione desolata erompe, tenero e struggente, l’inno alla vita, alla bellezza della natura, alle gioie dell’amicizia e dell’amore, alla dolcezza delle illusioni, prima fra tutte la poesia, non solo quella che si esprime nel verso, ma anche quella che il poeta avvertiva nei suoi sentimenti più elevati; inno che esprime un’ansia di eternità, un bisogno di essere e di durare oltre la parentesi breve dei giorni. E questa illusione, che tale appare alla luce della ragione, diviene anche l’incentivo che spinge l’uomo a opporre alla perenne metamorfosi delle cose e di sé stessi, dei valori che durino intatti nel tempo e diano un significato alla vita.
Su questo contrasto è fondato tutto lo svolgimento del carme, poema della morte e della vita, del loro perenne incontrarsi e scontrarsi, della loro continua e drammatica compresenza.
Da semplice nodo d’affetti familiari, il sepolcro diviene così religione, tradizione e civiltà di una stirpe. Le tombe degli eroi, cioè di coloro che hanno espresso gli ideali più nobili, diventano patrimonio inalienabile d’una nazione e di tutta l’umanità e accendono gli animi generosi a grandi cose. Così le tombe di S. Croce ricordano ancora agli Italiani, avviliti dalla servitù, l’antica grandezza, lì esortano a rinnovarla, a riscattare la patria dall’oppressione.
I sepolcri fondano, dunque, una nuova religione, tutta laica e terrena, del vivere, che si oppone alla trascendenza cattolica, inconcepibile per il Foscolo, ma s’oppone anche al credo razionalistico, esaltando il sentimento e l’eroismo contro il freddo, sterile calcolo della ragione, la quale può solo additare la vanità del vivere e condurci a un’inerzia scorata.
Stilisticamente i Sepolcri uniscono all’impeto, alla passione e alla romantica ricerca del sublime, di una poesia, cioè che esprima in immagini lampeggianti e in intuizioni grandiose la drammatica realtà del vivere, una rigorosa architettura classica, che giova alla concentrazione altissima di immagini, sentimenti, pensieri.

Per Foscolo le tombe trovano giustificazione nella storia; l’uomo quando esce dallo stato ferino, comincia a formare gruppi sociali che hanno bisogno per cementare l’unione fra i singoli componenti, di norme e linguaggio per capirsi: quando istituisce la famiglia, le leggi e il culto dei morti(sepolcri, nozze, altari, tribunali), non solo come elemento di pietà ma soprattutto come elemento eternante, l’illusione di una vita che continua aldilà della morte nella mente dei vivi, possiamo dire che sia nata la società civile.

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