Foscolo, patriota italiano

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Testo

FOSCOLO, PATRIOTA ITALIANO
(CARME “DEI SEPOLCRI”)

Mettiamo subito ben in chiaro una cosa: i “Sepolcri” foscoliani sono un capolavoro della nostra letteratura ottocentesca, e ancor più se pensiamo all’epoca in cui vennero alla luce, l’Ottocento appunto, quando spadroneggiavano in Europa i grandi capolavori della letteratura nordica, da cui tra l’altro Foscolo trae le basi (si veda il genere sepolcrale inglese di Gray e Young); analizziamo i motivi per cui l’opera fu oggetto di tanto studio e gloria nell’Ottocento del Risorgimento, mentre ha conosciuto un periodo buio in età contemporanea. Due parole dovrebbero essere sufficienti: troppo aggrappati agli ideali di unità politica, di uguaglianza sociale e agli spiriti nazionalisti, gli Italiani del Risorgimento non hanno esitato a fare dell’opera di Foscolo il loro manifesto per eccellenza, esaltandone il carattere spiccatamente politico incitante al recupero del vecchio spirito nazionale necessario a completare quella tanto desiderata unità nazionale che proprio dal desiderio di quel recupero nasceva.
Nasce così una lettura forzata e parziale del testo, mirante a metterne in chiaro soltanto i risvolti politici, patriottici e nazionalistici, perdendo così di vista non solo l’aspetto globale dell’opera, ma la sua essenza e il suo fine ultimo.
Se da un lato cioè non possiamo negare ai “Sepolcri” un certo carattere nazionalistico (in riferimento per esempio all’esaltazione dei grandi del passato sepolti nella chiesa di “S. Croce” a Firenze), dall’altro, fissandoci solo o troppo su quel carattere ricadiamo nello stesso errore letterario degli intellettuali ottocenteschi. E a buon dire due saggi del nostro secolo possono affermare che: > (P. Cataldi, U. Foscolo “Dei Sepolcri”) e: > ( G. Ferroni, Storia della letteratura italiana).
C’è cioè nell’opera foscoliana un’ideologia ben più profonda di quella politica, un disegno più sentito di quello riconosciuto nell’Ottocento, all’interno del quale si inserisce il tema nazionalistico esposto, come dicevamo sopra, nell’esaltazione dei grandi Italiani del passato.
Così, quando nel Novecento, una volta spenti i bollori unitari e rivoluzionari, si è cominciato ad inquadrare l’opera nella sua globalità, è emerso quel disegno che potremmo definire sociale e spirituale, volto a risvegliare nel presente quei valori del passato che nel presente possano accendere la creazione di nuovi valori.
A scuola ci hanno insegnato che i “Sepolcri” sono il canto di una religiosità laica; nel senso che Foscolo lavorando a quest’opera sente la necessità di fondarla su dei principi tipici del materialismo illuminista che si inquadrano all’interno di una matrice religiosa fondata dallo stesso autore; il suo materialismo nichilista lo porta alla convinzione che la morte è nulla eterno, perdita totale dei sensi e delle sensazioni, annullamento dell’io fisico e spirituale.
D’altro canto però, la spinta a non vanificare l’intento ideologico dell’opera incita Foscolo ad uno slancio ottimistico (che prima è illusione, poi è certezza), nel credere che il culto dei morti non solo permette l’illusione che sia ancora possibile comunicare con il defunto, ma consente, tramite la venerazione del suo sepolcro, un processo di perfezionamento spirituale basato su quei valori che hanno fatto grande l’uomo da vivo, e lo fanno ancora più grande da morto; in questa chiave, in questo processo di perfezionamento si inserisce anche il miglioramento politico, inteso come spinta al riscatto del paese e alla dignità nazionale; ma non ne rappresenta che una parte.
Si innesca così all’interno dell’opera un meccanismo di evoluzione ideologica che permette a Ramat di paragonare i “Sepolcri” alla commedia dantesca, individuando questo movimento “dall’inferno del Materialismo meccanicistico, attraverso il Purgatorio della nobile illusione, giunge al Paradiso della certezza che lo spirito vince la materia”.

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