Ipponatte

Materie:Altro
Categoria:Greco

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Testo

Ipponatte

Ipponatte, poeta greco, visse a Efeso nella seconda metà del VI secolo a.C. All'insediamento della tirannide a Efeso dovette abbandonare la città per motivi politici: ciò fa presupporre che fosse di famiglia aristocratica, come conferma l'origine nobiliare del suo nome. Si rifugiò a Clazomene, dove visse in povertà. Della sua opera rimangono scarsi frammenti, in cui lamenta la situazione di indigenza e l'ineguale distribuzione della ricchezza, o in cui si scaglia contro vari personaggi con crude e violente invettive, tra le quali famosa è quella contro lo scultore Bupalo. La lingua risulta ricca di espressioni popolari e vocaboli stranieri, nel complesso mossa e vivace, funzionale agli intenti parodistici e caricaturali che ispirano la sua poesia cruda e realistica, ancorata alla meschinità della vita quotidiana. A Ipponatte si attribuisce l'invenzione del trimetro giambico con uno spondeo in fine verso, metro utilizzato prevalentemente nella parodia e detto "ipponatteo" o "scazonte" o "coliambo". Varie volte i suoi scritti sono stati interpretati come le grida di un moralista e fustigatore dei costumi, come un vecchio poeta indurito dalle sofferenze o, ancora, come poeta realistico e popolare.
Pregarie da accattone
Ermes in Ipponatte svolge il ruolo che Atena svolge in Omero: è il lume tutelare, il fedele compagno che interviene quando qualcuno si trova in cattive acque, a lui il poeta si rivolge accentuando notevolmente i segni del suo disagio. Probabilmente si tratta di un breve discorso comico svoltosi nel simposio, dove l’autore esasperava la sua situazione da esiliato, privato di ogni suo bene e in cerca di una mano solidale. In versi coliambi l’autore chiede quando a Ermes, quando a Pluto, beni materiali e pecunie.
Dà un mantello a Ipponatte, e una corta tunichetta,
sandaletti e babbucce; e di oro
sessanta stateri, da un’altra casa.
A me tu non hai dato una tunica pesante,
riparo dal freddo d’inverno,
né con babbucce spesse mi copristi
i piedi, perché non mi scoppino i geloni.
Venuto in casa mia, Pluto- è cieco del tutto-
Non disse mai: “ Ipponatte,
ti do trenta mine d’argento,
e tante altre cose”: ha l’animo vile.

Il ventre
Questo frammento esprime in diversi metri il desiderio di una indefinita persona “ persona loquens” di ricevere una zuppa con cui placare i morsi della fame
Per i miei mali renderò la mia anima gemente,
se non mi mandi di corsa un medimno
d’orzo, che con la farina me ne faccia
un ciceone, da bere per medicare la miseria,
a me , o Musa, la prode di Eurimedonte, quella Cariddi che ingoia
Quel coltello nel ventre che divora senza misura,
canta, perché con voto funesto sorte funesta patisca,
per volotà civica presso la riva del mare infecondo.
Uno di loro infatti, con calma e sanza pause,
giorno dopo giorno tonno e salsetta
divorando come un eunuco di Lampsaco
si mangiò tutto il patrimonio; e così si trovò a dovere zappare
pietre montane, mangiando fichi scadenti
e pane d’orzo, roba da schiavi.
Non mangia né pernici né lepri,
non immerge le frittelle nel sesamo,
né intinge le focacce nel miele.
La rissa con Bupalo
In questo frammento come nei precedenti, Ipponate si accanisce contro Bupalo e Atenide: famosi scrittori contro i quali indirizza una serie di invettive. Secondo una leggenda la rissa con Bupalo sarebbe nata dal fatto che i due artisti avevano raffigurato in modo troppo accentuato la deformità del poeta. Ipponate maledice il momento della nascita di Bupalo, chiedendogli quale medico l’avesse assistito.
Tu, stordito da Zeus, quale tagliaombelichi
Ti strigliò e lavò mentre sgambettavi?
Tenetemi il mantello,voglio colpire Bupalo all’occhio.
Sono ambidestro e non manco il colpo.
Bastonandolo su un prato, e frustandolo
Con rami di fico e cipolle, come un capro espiatorio.

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