La Cina.

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Testo

IL TERRITORIO

Per la diversità delle caratteristiche fisiche e climatiche il territorio della Cina viene solitamente diviso in due parti principali: la Cina Orientale o Cina Propria, e la Cina Occidentale o Cina Esterna. La Cina Orientale, attraversata da grandi fiumi, costituisce la parte fertile del Paese ed è anche quella più densamente popolata. Questo territorio comprende due grandi regioni: la Cina del nord-est, dove si trova la distesa fertile intorno al Fiume Giallo (Huang ho) e la pianura della Manciuria; la Cina meridionale formata da zone fertili e ricche d'acqua per la presenza dei due fiumi maggiori, il Fiume Azzurro (Yangtze kiang) e il Si kiang.
Se il litorale della Cina del nord-est si presenta basso ed uniforme, ad eccezione della penisola dello Shantung e del Liaotung, quello della Cina meridionale è molto inciso ed alto, tranne che in corrispondenza dello sbocco dei fiumi.
Anche i climi sono molto diversi: nella Cina del nord-est prevale un clima continentale, con inverni freddi e asciutti ed estati torride, poco piovose; il clima della Cina meridionale è decisamente caldo e umido, con abbondanti piogge monsoniche in estate e tifoni in autunno, che colpiscono le zone costiere.
La Cina Occidentale è composta da tre grandi regioni: Tibet, Sinkiang e Mongolia Interna. Il Tibet è un vastissimo altopiano situato a oltre 4.000 m di altezza, ed è delimitato a sud dalla catena dell'Himalaya che esclude ogni influenza monsonica, determinando nella zona un clima freddo e arido. Gli altipiani del Sinkiang e della Mongolia Interna sono meno elevati del Tibet, ma ugualmente aridi ed inospitali. Il Sinkiang è formato da due ampie depressioni: quella del Tarim, attraversata dal fiume omonimo, e più a nord quella della Zungaria che fu nei secoli passati la porta d'accesso alla Cina dall'Occidente, da cui passava anche la «via della seta».
L'altopiano della Mongolia Interna si estende ad est del Sinkiang e presenta a nord un vasto deserto sabbioso (Deserto dei Gobi) e steppe, e a sud praterie e colture.
Ad est questa regione termina con i Monti del Grande Khingan. Il clima della Cina Occidentale, che è lontana dalla costa, è inospitale.
La rete idrografica della Cina è sviluppata soprattutto nei territori orientali e la disposizione del suolo, che si abbassa da ovest ad est, fa sì che tutti i fiumi di questa zona sfocino nel Pacifico. I più importanti da nord a sud sono: l'Amur, che segna per un lungo tratto il confine tra la Cina (Manciuria) e l'Unione Sovietica; l'Huang ho (Fiume Giallo), che attraversa un altopiano ricoperto dal «loss», polvere gialla che il vento strappa ai deserti. Ha regime irregolare ed è soggetto a piene devastatrici; lo Yangtze kiang (Fiume Azzurro), navigabile per lungo tratto, che è considerato la grande via fluviale della Cina. Ha regime costante ed è anch'esso soggetto a piene, ma non rovinose come quelle dello Huang ho. Il Si kiang, che è il quarto fiume della Cina, anch'esso navigabile.
Nelle regioni occidentali della Cina i rari corsi d'acqua formati dallo scioglimento delle nevi, sono inghiottiti dalla sabbia o consumati dall'evaporazione. L'unico fiume di una certa consistenza è il Tarim, che attraversa il Sinkiang da ovest ad est per oltre 1.000 km e si perde poi nel deserto del Lob Nor.
I laghi sono numerosi nella parte orientale e nell'altopiano del Tibet.

RELIGIONI IN CINA
Taoismo, Buddhismo e Confucianesimo: le tre anime religiose della Cina
Dalla dinastia Han (206 a.C. - 220 d. C.) alla dinastia Tang (618-907), la Cina fu percorsa da movimenti religiosi autoctoni e non, più o meno importanti. Taoismo e Confucianesimo si intrecciarono (a volte scontrandosi) con il Buddhismo, lo sciamanesimo e le pratiche alchemiche della lunga vita. Il buddhismo, in particolare, influenzò il taoismo nelle credenze ultraterrene e nell'organizzazione monastica. Ma fu sotto la dinastia Tang, gli unificatori della Cina, che il taoismo visse il suo massimo splendore. I regnanti avevano il cognome Li, lo stesso di Laozi, da cui pretendevano di discendere. Questo fece gioco ai taoisti, minacciati dalla diffusione del buddhismo considerato una religione straniera, che convinsero gli imperatori ad assumere come religione nazionale il taoismo. Dal 960, sotto la dinastia Song prima e Yuan dopo (1280-1368), il taoismo entrò in una fase di declino. Confucianesimo e buddhismo ripresero piede sotto la spinta politica delle due dinastie Song e Yuan. In seguito, il titolo di maestro del cielo (Tianshi), il più importante dei taoisti, che Zhang Daoling disse di aver ricevuto da Laozi in una rivelazione avuta su una
montagna dello Sichuan nel 142 d.C., venne soppresso dal primo imperatore della dinastia Ming (1368-1644) e sostituito con quello di "Uomo vero" (Zhenren). La successiva dinastia Qing (1644-1911), presto scarsissima attenzione alla dottrina del Dao. Da qui in poi, il taoismo andò deteriorandosi sempre più. E con l'avvento della repubblica popolare (1949) templi e conventi vennero distrutti. Oggi il taoismo, coi suo luoghi di culto malamente ristrutturati, i suoi daoschi e daogu (monaci e monache taoiste dell'ultima generazione), più che religione e pratica filosofica, è considerato dalle autorità cinesi un qualcosa da conservare per scopi puramente folkloristici e come richiamo turistico.
La Terra delle Tre Vie
La religione cinese non costituisce un corpo unico, come l'Ebraismo o l'Islamismo, ma è composta da molte religioni e filosofie diverse. Le più importanti sono quattro: le tre vie o sanjiao, formate a loro volta da numerose e varie correnti, e la religione popolare, così largamente diffusa e practicata da costituire nel suo insieme (pur essendo ancor più composita) una quarta via.
I cinesi non sentono, in generale, di dover scegliere una religione o filosofia rifiutando le altre. Essi scelgono ciò che sembra loro più adatto o utile a seconda delle circostanze, nel privato, nella vita pubblica o per uno dei loro riti di passaggio. Delle sanjiao o tre vie la prima è quella di Confucio (anche noto come Kong Fuzi, Maestro Kong) che si fonda sui Dialoghi o Analecta, contenenti gli insegnamenti di Confucio, e sui Cinque Classici: il
Libro dei Mutamenti, il Libro dei Documenti, il Libro delle Odi, le Memorie sui Riti e gli Annali delle Primavere e autunni. La via de Confucio regola la morale e i riti di passaggio (come nascita, matrimonio o morte) e aspira a creare ed esercitare l'ordine e l'armonia nella famiglia e nella società, equilibrando le opposte forze dello yin e dello yang. La seconda delle tre vie è il Taoismo. Dao vuole dire "la Via". Il Dao è sorgente e garantiza di tutto ciò che vi è in questo o in qualunque altro universo. Esso è il "generatore non generato di tutto ciò che è", la fonte di ogni cosa. Il Taoismo deriva il propio nome dal Dao: esso insegna come vivere seguendo "la Via", andando secondo la corrente e non lottando contro di essa. Il Dao è collegato a De , il potere di condurre il Dao a realizzarsi in tutte le cose. Come disse il taoista Liu Ling "io considero l'intero universo la mia casa e la mia stanza il mio abito". La virtù superiore è un attivo non-agire o
wuwei : "Il Dao è costantemente inattivo, eppure non cè niente che non si faccia."

BUDDISMO
Il fondatore del buddismo, Buddha Gotama, nacque in una ricca famiglia e visse al tempo di Geremia ed Ezechiele, tra il 563 e forse il 483 a. C., la data della sua morte non è sicura. Si sposò ed ebbe un figlio, ma poi lasciò il suo ambiente agiato per cercare una risposta ai problemi fondamentali della vita. La risposta gli giunse, così si racconta, mentre stava in meditazione sotto un albero: lì gli giunse l'illuminazione per la quale da allora è noto come il "Buddha", ossia l' "Illuminato".
Dopo la sua scoperta viaggiò a lungo, ricevendo il cibo che gli offrivano le persone interessate all'insegnamento e alle visioni di cui s'era fatto portavoce.
Nel buddismo andarono sviluppandosi due rami. Di questi, il buddismo mahayana sottolinea la possibilità che tutti vengano salvati per opera di alcune persone che, come il Mahatma della teosofia, con abnegazione rinunziano al loro ulteriore sviluppo ed assistono quanti sono indietro nel processo di purificazione. Il buddismo si è diffuso per tutta l'Asia, soprattutto nell'isola di Ceylon, in Indonesia, nel Nepal, nel Tibet, in Cina, in Corea e in Giappone. L'Annuario delle Chiese americane del 1961 registra, negli Stati Uniti, un arruolamento di 20 mila persone nel buddismo; questo numero è limitato, però, ad americani di origine giapponese.
Più recentemente si è avuta un'azione missionaria buddista anche in Europa.
KARMA.
Il metodo buddista di salvezza si impernia sul "karma". "Il karma può essere descritto come la somma dei pensieri e delle azioni di un individuo nell'insieme delle sue incarnazioni. In ogni incarnazione egli modifica il suo karma o in bene o in male... Il karma può essere migliorato per mezzo di atti moralmente buoni, di riti, e di autodisciplina ascetica. Lo scopo ultimo non è soltanto quello di migliorare il proprio karma, ma di sfuggire all'infinita serie di mutamenti, alla terribile successione eterna di nascite e di rinascite. Ciò sarebbe la salvezza"
LE QUATTRO VERITÀ FONDAMENTALI.
Il Buddha Gotama espose i suoi insegnamenti, derivati dalle sue visioni, in un sommario molto semplice. Egli dice che la serie delle reincarnazioni può essere spezzata coltivando certe virtù e compiendo certi atti.
Ecco le sue quattro verità fondamentali:
a) l'esistenza umana comporta automaticamente la sofferenza;
b) la sofferenza è causata dal desiderio del piacere;
c) il sollievo è raggiunto solo mediante l'estinzione del desiderio del piacere;
d) una "strada ad 8 corsie" dev'essere seguita per eliminare il piacere.
La "strada ad 8 corsie" costituisce in pratica la via della salvezza e consiste nelle seguenti attività:
1) concezioni esatte: sono quelle elencate sopra;
2) giuste aspirazioni: rinunziare al piacere, desiderare il bene;
3) giusto parlare: non mentire, non usare parole oziose;
4) retta condotta: comportarsi bene;
5) retto agire: non vendere persone come schiavi né macellare animali;
6) retto sforzo: coltivare stati mentali positivi;
7) retta diligenza: cercare il dominio di sé in ogni cosa;
8) retta concentrazione: darsi alla meditazione finché giunga la pace.
La meta verso la quale tende il buddismo è un luogo dove il desiderio del piacere, che è la causa della sofferenza, è assente. Questo luogo viene detto Nirvana. Non è chiaro se esso comporti anche la morte, ma certo richiede l'eliminazione di ogni desiderio del piacere
L’uomo è soggetto - come tutti gli esseri - al flusso inarrestabile delle rinascite (samsara), reincarnandosi continuamente – in base alla legge del karma - in corpi sempre diversi. Lo scopo ultimo della vita umana per il Buddhismo è la salvezza intesa come liberazione dal dolore dell’esistenza, che ha come causa l’ignoranza, la quale deve dunque essere eliminata.
Quale posizione assume la Chiesa Cattolica di fronte al Buddhismo?
La Chiesa si è espressa relativamente alle religioni non-cristiane soprattutto in un Documento del Concilio Vaticano II: la Nostra Aetate (28 ottobre 1965), in cui, pur tenendo fermo il fatto che "Essa… annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è ‘vita, verità e vita’ (Gv 14, 6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a se stesso tutte le cose" (n. 2), ha aperto decisamente la via al dialogo interreligioso: "La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini. Essa però annuncia ed è tenuta ad annunziare incessantemente Cristo che è "la via, la verità e la vita" (Gv. 14, 6), in cui gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a sé tutte le cose" (ibid.). Del Buddhismo, in particolare, la Chiesa afferma: "Nel buddhismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema sia per mezzo dei propri sforzi sia con l’aiuto venuto dall’alto" (ibid.).
Guardando però al contesto della nuova religiosità ci si accorge di due problemi fondamentali: chi oggi abbraccia il Buddhismo in Occidente, aderendo a gruppi come la Sokka Gakkai, nella stragrande maggioranza dei casi è un cristiano battezzato, che rinuncia al suo credo per aderire ad un’altra religione. Ovviamente, la Chiesa è preoccupata per la salvezza di ogni suo figlio nella fede, soprattutto perché è cosciente di portare al mondo la Verità totale di un Dio fatto carne per amore dell’uomo.

CONFUCIANESIMO
Il confucianesimo è l’insieme degli insegnamenti di Confucio, tramandati dai suoi discepoli e sviluppati da Mencio (372-289 a. C.), da Chu Hsi (1130-1200) e da Wang Yang-ming (1472-1528). Con il taoismo e il buddismo è considerato una delle tre religioni della Cina. Il punto di riferimento dell’insegnamento morale di Confucio, condensato nei cinque libri detti Ching e nei quattro Shu, è il Tao (via, regola), inteso come una legge universale che presiede e ordina il mondo. Tale legge, a sua volta regolata dalle due forze primordiali (Yang e Yin, maschile e femminile), è la base dell’armonia di ogni essere. L’armonizzazione dell’uomo con l’ordine generale del mondo in tutti gli aspetti della vita implica un comportamento ’nobile’, spirituale, giusto, ispirato alla potenza ordinatrice che guida l’uomo sia nei rapporti con gli altri uomini sia verso gli antenati. In quanto all’organizzazione confuciana della nazione cinese, essa è la teorizzazione del feudalesimo già esistente: una società gerarchica, piramidale, con al vertice l’imperatore. Le persecuzioni avvenute durante la dinastia Ch’in e la distruzione dei libri confuciani hanno conferito l’aureola del martirio ai seguaci di questa corrente e l’immortalità alla sua dottrina. La successiva dinastia degli Han instaurò una politica per cui il confucianesimo divenne la base morale dello Stato cinese fino all’avvento del regime comunista.

CONFUCIO
Kongfuzi, cioè il «maestro Kong» visse attorno alla metà del VI secolo a.C.; le date più probabili sono il 551 per la nascita e il 479 per la morte. Apparteneva ad una famiglia aristocratica di modeste condizioni economiche nello stato di Lu e proprio in questo stato fece la sua carriera come impiegato, amministratore e anche ministro. In seguito a calunnie fu costretto ad abbandonare la città e a girare come esule per 12 anni. Ebbe così l'occasione di diffondere i temi della sua riforma morale e politica. Poté rientrare nella sua città quando aveva già settanta anni; accolto con festose accoglienze non volle occuparsi più di affari pubblici per dedicarsi all'insegnamento e alla revisione della cultura tradizionale. A lui si deve la definizione dei cinque libri canonici, di cui si è già parlato; a questi vanno aggiunti i quattro Zhu, cioè «libri» del confucianesimo: Lun Yu = Annali di Confucio, Daxio = Grande sapienza, Zhong Yong = Giusto mezzo e Mongzi = Le opere di Mencio, un discepolo che approfondì il pensiero di Confucio circa un secolo dopo. La sopravvivenza delle opere di Confucio fu in pericolo quando l'imperatore Qin Shi Hoang Di nel 212 a.C. ordinò la distruzione di tutto ciò che era stato scritto precedentemente il suo regno. Furono gli intellettuali del tempo a salvare le opere di Confucio dalla distruzione.
Vissuto in un'epoca di grandi trasformazioni, nel momento in cui le tradizioni sembravano venir meno, il confucianesimo si presenta come un sistema per creare un ordine dove possano esistere e funzionare i rapporti civili. La tradizione è il grande modello. Confucio è un moralista e un educatore: il suo insegnamento mira a formare un tipo di uomo, saggio, istruito, virtuoso, in grado di divenire a sua volta la guida per un vivere moderato. Nella pietà filiale, nel rispetto per gli antenati e per i superiori si trova la radice del giusto comportamento. L'ordine caro al Perfetto sapiente, così i cinesi chiamano ancor oggi Confucio, era formato sul potere delle autorità: il padre nella famiglia, il maestro nella scuola, il funzionario nel villaggio, l'imperatore nello stato.
Il recupero delle tradizioni (si è visto Confucio organizzare il sapere canonico), il culto degli antenati, il rispetto per i superiori hanno permesso che spesso Confucio venisse considerato come un fautore del sistema gerarchico feudale, come un sostenitore dell'ordine costituito. Non è così: l'osservanza scrupolosa delle regole di buon comportamento non è conformismo per il saggio confuciano, è il modo per esprime la fiducia nell'aspetto razionale che regge la società e la natura. Certo si può osservare che l'ideologia confuciana è più adatta a un mondo e a una civiltà di agricoltori; la mentalità mercantile e imprenditoriale ne è lontana.
Salvati dal rogo cui li aveva destinati il Primo Imperatore e ricostruiti nelle parti mancanti con una paziente opera sotto la dinastia Han, i testi di Confucio sono rimasti per duemila anni i libri dell'educazione di base. Anche Confucio ha avuto un posto di rilievo nella storia della Cina; già il primo imperatore Han offrì sacrifici sulla sua tomba, poi gli furono conferiti onori imperiali e infine si decise di costruire in ogni città dell'impero un tempio a lui dedicato. Ma il confucianesimo non è una religione; Confucio credeva nel «cielo», ma non si pronunciava sull'esistenza di una vita oltre la morte. E cielo per lui era qualcosa simile alla natura. Quando un discepolo gli chiese di compiere dei riti religiosi vedendolo vicino a morire, Confucio rispose: - La mia preghiera è la mia vita -.
TAOISMO
Il Dao: principio e fine di tutte le cose
Il taoismo racchiude in sé sia una forma di pensiero che una religione. E' quindi filosofia ma, soprattutto, misticismo, religione organizzata gerarchicamente con sacerdoti e monaci, templi e conventi; la prima e unica religione indigena della Cina. Le opere che hanno conservato fino ad oggi i concetti taoisti vanno sotto il nome di Laozi, Zhuangzi e Liezi; esse risalgono al IV-III secolo a.C.
All'interno di queste opere compare di sovente la parola dao (tao) che ha conferito il nome a questa forma di pensiero e di religione. Sul suo significato si dibatte tutt'ora. Dai taoisti stessi è stato ritenuto indefinibile. Il tao, osservato con gli "occhiali" taoisti, è immenso, infinito, incommensurabile. Tutto ebbe inizio dal tao e tutto ritorna al tao. Il tao è principio trascendente dell'universo e ad esso anteriore. Vita e morte si alternano ciclicamente. Il non essere diviene essere per poi tornare a non essere. L'uomo, parte di questo ciclo, è solo un elemento del divenire delle cose, è parte, appunto, di questo movimento infinito. Egli pertanto deve conformarsi ed adeguarsi al ritmo dell'universo; deve rispettarlo, senza interferire, senza contrastarlo.
"Il vecchio Maestro"
Laozi, il "Vecchio Maestro". Questo è il nome del primo e maggiore dei pensatori taoisti, ritenuto l'autore dell'opera Daodejing ("Il classico della via e della virtù"). Gli unici dati relativi alla vita di Laozi sono di carattere leggendario. E' lo storico Sima Qian, vissuto circa cento anni prima di Cristo, ad aver raccolto alcune notizie su di lui nel libro "Memorie storiche" (Shiji). Secondo lo storico, Laozi sarebbe stato contemporaneo di Confucio (quindi, metà del V secolo a.C.), ed avrebbe lavorato presso la corte di Zhou. In quegli anni il paese andò incontro ad una profonda crisi sociale e politica. Laozi preferì quindi abbandonare la sua carica e fuggire verso occidente; ma prima di varcare il confine lasciò al guardiano del passo il suo manoscritto. Questo è quanto ci racconta la tradizione. In realtà sembra che Laozi non sia mai esistito e che il Daodejing è una raccolta di testi antichi riordinati intorno al IV secolo.
"Il classico della vita"
Il Daojing è composta da circa 5000 ideogrammi raccolti in ottantuno paragrafi (secondo la leggende, gli anni di gestazione della madre di Laozi). Il testo è diviso in due parti: il Daojing, il "classico della vita", che sviluppa trentasette paragrafi; e il Dejing, il "classico della virtù", che occupa i rimanenti quarantaquattro paragrafi.
Nell'opera vengono trattati argomenti puramente filosofici: la morale, la politica, la metafisica. E il dao, che attraversa e permea tutta l'opera, è assunto a principio e fine di tutte le cose. Il dao esiste prima del cielo e della terra. E' principio e sostanza di tutto. E' qualcosa di inesprimibile e di indefinibile. Il dao è sostanza prima anche di Dio. Pertanto, nel taoismo non vi è un creatore del cielo e della terra e di tutte le cose a noi note ed ignote. secondo il pensiero taoista, l'universo esiste in un divenire incessante per legge di natura. Il principio di tutto questo non sta in Dio, ma nel dao principio creatore da cui tutto ha avuto origine.
La svolta del 1973
I 5000 ideogrammi raccolti nel Daojing hanno fatto, e stanno facendo, impazzire studiosi e traduttori. Ogni volta che si arrivava ad una conclusione su principi e concetti in essi espressi, questi venivano confutati da una nuova e successiva esegesi del testo. Questo fino al 1973, anno in cui venne scoperto un manoscritto che ha capovolto l'interpretazione tradizionale. Innazitutto il titolo: non più Daojing, ma Daodejing ("Il classico della virtù e della via"). Poi, la nuova teoria avanzata dagli studiosi: il libro sarebbe un manuale di strategia che si occupa, direttamente e indirettamente, della guerra. Non più un messaggio di pace quindi, ma un manuale bellico? Un modo per sconfiggere il proprio nemico? Lasciamo agli esegeti il compito di fornirci una risposta.
LA VIA DELLA SETA

Era così chiamata l'antica pista carovanica che stabilì e mantenne per 2.000 anni gli scambi commerciali tra Oriente ed Occidente. La principale merce di scambio era ovviamente la seta, un bene di lusso di cui la Cina conservò a lungo il monopolio. Dalle sponde del Mediterraneo, presso Tiro, la pista si dirigeva verso il cuore della Cina passando per l'Afghanistan. Nel Pamir, in un luogo detto «Torre di Pietra», oggi Tax Horgan, si incontravano i mercanti per barattare le merci dei rispettivi Paesi di origine. La via della seta, ufficialmente riaperta dopo anni di duri lavori e molte perdite umane a causa delle impervie condizioni territoriali e climatiche, si allunga per 5.000 chilometri, tra Xi'an, antica capitale di 11 dinastie imperiali cinesi, fino al passo del Khunjerab, il valico più alto del mondo, situato a 5.000 metri, che segna il confine tra Cina e Pakistan. Questa pista commerciale, caduta in disuso quando si scoprì la maggiore convenienza e rapidità delle rotte marine, si snoda attraverso un paesaggio naturale variamente caratterizzato: dai giallastri rilievi costituiti di loess alla polvere del deserto portata dal vento, dalle pietraie e canaloni al deserto, o meglio all'oasi Takla Makan, assediata dal progressivo avanzamento della grande estensione di sabbia. Qui pittori e scultori hanno lasciato testimonianze di inestimabile valore artistico: dal 366 d.C. al 1300 migliaia di monaci buddhisti hanno intagliato ed affrescato ben 492 grotte. Vi si possono ammirare statue di dieci metri d'altezza e dipinti che ripercorrono la storia imperiale.
In una di queste grotte sono stati rinvenuti 60.000 rotoli di pergamena, scritti da monaci in varie lingue asiatiche trattanti di storia, filosofia, medicina, religione, fisica, geografia, agricoltura e meteorologia. La pista passa anche per le città morte di Gaochang e Jiaohe, decadute e poi abbandonate nel XIV secolo, quando i commerci presero la via del mare. L'ultimo a cadere tra i regni sulla via della seta fu Qomul, oggi Hamì, abbandonato nel 1929.

LA GRANDE MURAGLIA CINESE
In cinese si chiama Chang-Cheng, che significa «il lungo muro». E' un'antichissima ed imponente opera di fortificazione situata lungo i confini settentrionali del Paese. In passato raggiungeva i 6.000 km di lunghezza, ora ne restano circa 2.000. Ha un'altezza tra i 5 e i 10 metri ed uno spessore tale da consentire che la sua sommità fosse lastricata e percorsa da veicoli. Contava più di 10.000 torri e 25.000 castelli, che potevano ospitare un centinaio di soldati ciascuno.
La Muraglia inizia dalla costa a nord-est di Tientsin e procede verso nord-ovest, passando a nord di Pechino. Raggiunge lo Huang ho (o Fiume Giallo) e si dirige verso sud-ovest, poi verso ovest, sfiorando i bordi del deserto dei Gobi.
Non fu costruita tutta in una volta, ma fu piuttosto il risultato dell'unificazione e del collegamento tra fortificazioni preesistenti risalenti ad epoche diverse. L'opera di coordinamento fu ordinata dall'imperatore Shin Huang Ti, primo sovrano della dinastia Ch'in e artefice dell'unità territoriale del Paese nel III secolo a.C. Il grandioso baluardo era volto a difendere la zona dalle invasioni dei barbari delle steppe, soprattutto la feroce tribù dei Hsiung Nu. Un'incessante opera di consolidamento l'ha accompagnata negli anni: il restauro, avvenuto nei secoli XIV-XVII, sotto i Ming, le ha conferito l'aspetto e il percorso attuali. Essa attraversa un paesaggio variato, superando notevoli ostacoli naturali. Si dice che un tempo fosse presidiata da un milione di soldati, con un posto di guardia ogni 6 km e avesse un doppio muro interno come rinforzo. Ancor oggi la grande muraglia costituisce un'attrazione di grande richiamo turistico anche perché si mostra ben conservata, pur avendo perduto l'importanza militare di un tempo.

MARCO POLO
Accompagnato il padre e lo zio che già avevano compiuto viaggi nei paesi dell'Estremo Oriente, Marco Polo nel 1271 inizia la sua grande impresa che attraverso il Medio Oriente e la Persia, lo porta dapprima alle vette del Pamir, poi ai deserti di quello che oggi è il Xinijiang ed infine alle pianure ed alle città dell'impero cinese.
Dal racconto delle sue avventure nasce Il Milione forse il più celebre libro di viaggi. A volte Marco Polo svisa il significato di quanto narrato proprio per il fatto di non essere riuscito ad intendere quale senso preciso avessero certi fatti in una società ed in un mondo lontani dalla sua mentalità e dalla sua educazione. Della Cina lo stupì soprattutto l'elevato livello di ricchezza e di produttività raggiunto: le città vaste e ben organizzate, i canali efficienti, i campi coltivati, gli originali sistemi di lavoro adottati, la cortesia e la raffinatezza dei suoi interlocutori.
Uomo del Medio Evo, era poco sensibile alle dure condizioni di vita e di lavoro delle grandi masse del popolo e si lasciava più facilmente affascinare dallo splendore meraviglioso delle corti.
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