Fare affari in Cina

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FARE AFFARI IN CINA

Nel 2003, la Cina ha ricevuto un flusso di investimenti diretti dall'estero prossimo ai 60 miliardi di dollari, strappando per la prima volta agli Stati Uniti lo scettro di principale destinazione degli IDE. La Cina, infatti, esercita da sempre un'irresistibile attrazione sugli investitori di tutto il mondo per via del suo immenso mercato interno: oggi i cinesi sono quasi 1 miliardo e 300 milioni. Certo, il potere d'acquisto del cinese medio è ancora molto basso, ma dal 1978 il reddito pro-capite della popolazione urbana cresce all'incredibile tasso medio annuo del 14%. In altre parole, l'emergere della classe media - e il contemporaneo sviluppo del credito al consumo - stanno facendo lievitare la domanda interna. Basti pensare che, soltanto nel 2003, in Cina le vendite di auto sono aumentate del 75%. E il potenziale del mercato delle auto è altissimo, se si considera che in Cina vi sono solo 15 auto per 1.000 abitanti, rispetto alle 700 auto per 1.000 abitanti degli Stati Uniti.
Le società straniere, tuttavia, tendono a sottovalutare le difficoltà di penetrare nel mercato cinese. Secondo uno studio condotto dal China's Institute of Research on International Trade and Economic Co-operations, delle quasi 400mila società straniere che hanno investito in Cina, nel 2002 solo un terzo è riuscito a realizzare profitti. E solo due prodotti stranieri - Coca Cola e Pepsi - vengono acquistati in ogni angolo della Cina.
Le difficoltà incontrate dagli investitori stranieri possono essere ricondotte a tre fattori principali. Primo, il mercato cinese è tutt'altro che unitario e omogeneo. In Cina vi sono 31 province, 656 città, 48mila distretti, 7 lingue e 80 dialetti. Clima, geografia, reddito, educazione e stile di vita variano enormemente, dalle gelide province del nord a quelle semi-tropicali del sud. Il mercato urbano e quello rurale sono nettamente distinti e le infrastrutture di trasporto sono molto arretrate. Tutto ciò rende difficile per le società straniere promuovere e distribuire i propri prodotti su scala nazionale.
Secondo, il contesto competitivo è particolarmente agguerrito, non solo per la presenza di quasi tutte le principali multinazionali, ma anche per l'emergere di nuove imprese cinesi. Un caso particolarmente interessante è quello dell'industria delle bevande. Negli anni Ottanta, il mercato cinese è dominato da Coca Cola e Pepsi. Nel 1987, nasce Wahaha, con un prestito di 140mila yuan e 3 dipendenti. Nel 2001, Wahaha vende 2,5 milioni di tonnellate di acqua, latte e bevande gassate - a fronte di 1,3 milioni di tonnellate di Coca Cola e 900mila di Pepsi - per un giro d'affari pari a 6,2 miliardi di yuan.
Il terzo ostacolo incontrato dalle società straniere che investono in Cina riguarda le leggi e la burocrazia. Oltre alle marcate differenze culturali e di mentalità, gli stranieri devono far fronte a un apparato burocratico inefficiente, a un sistema legislativo ambiguo e scarsamente applicato e a una diffusa corruzione dei pubblici funzionari.
Gli investitori stranieri che sono sbarcati in Cina attratti dalle enormi potenzialità del suo mercato interno fanno dunque fatica a realizzare profitti. Risultati ben più positivi vengono invece raggiunti dalle società che hanno investito per beneficiare del basso costo della manodopera cinese nella produzione di componenti o beni per l'esportazione. Alcune multinazionali, al fine di ridurre i costi in maniera più radicale, stanno addirittura pensando di trasferire in Cina le linee di produzione più avanzate e le attività di ricerca.
Per mantenere un forte richiamo nei confronti degli investitori stranieri e prolungare così il miracolo economico degli ultimi anni, il governo cinese dovrà però modernizzare il sistema legale e burocratico, prendendo esempio dalla sua provincia più efficiente - Hong Kong. L'ex colonia, infatti, avendo ereditato le regole commerciali della tradizione britannica, ha raggiunto standard di trasparenza più che accettabili per l'investitore straniero.
UniNews ha approfondito l'argomento con Menzie Chinn, professore di Economia e Relazioni Pubbliche presso University of Wisconsin, Madison

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