India: caratteristiche generali

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Testo

India (nome ufficiale Unione indiana; hindi Bharat Juktarasha), repubblica democratica federale dell'Asia meridionale, membro del Commonwealth; costituisce, con Pakistan e Bangladesh, il subcontinente indiano. Comprende l'intera penisola indiana e una parte della regione himalayana con alcuni territori limitrofi; confina a nord con l'Afghanistan, il Tibet, il Nepal e il Bhutan; a est con il Myanmar (già Birmania) e il Bangladesh, a ovest con il Pakistan. Per il resto i suoi confini corrispondono alle linee di costa, bagnate a est, dove lo stretto di Palk e il golfo di Mannar la separano dallo Sri Lanka, dal golfo del Bengala e dall'oceano Indiano; a ovest dal mar Arabico. Compreso lo stato di Jammu e Kashmir (la cui situazione resta ancora irrisolta, ciò che è causa di un lungo contenzioso con il Pakistan), l'India ha una superficie di 3.287.263 km2; la capitale è New Delhi.
Territorio
L'India può essere fisicamente suddivisa in quattro principali regioni: l'Himalaya, le pianure fluviali settentrionali, l'altopiano del Deccan e i Ghati orientali e occidentali.
Il sistema montuoso dell'Himalaya si estende per circa 2400 km lungo i confini settentrionali e orientali del subcontinente indiano, separandolo dal resto dell'Asia. È il più elevato e il più giovane sistema montuoso del mondo, e uno dei più attivi, dato che gli assestamenti orogenetici non sembrano ancora cessati. All'interno dei confini indiani la catena himalayana raggiunge le massime altitudini nel Kanchenjunga (8603 m), terza cima del mondo dopo l'Everest e il K2, nel Nanga Parbat (8126 m), Nanda Devi (7817 m) e Kamet (7756 m).
A sud, parallelamente all'Himalaya, è situata la regione delle pianure fluviali, una vasta fascia di basseterre; si tratta della più estesa pianura alluvionale della Terra, formata dalle deposizioni dei fiumi Indo, Gange e Brahmaputra. Grazie all'abbondante presenza di acque e di ricchi suoli è oggi la zona più fertile e densamente popolata dell'India, che sviluppò qui le sue prime civiltà. Queste pianure si estendono da ovest a est dal confine con il Pakistan al confine con il Bangladesh, per proseguire nell'estrema zona nordorientale del paese attraverso uno stretto corridoio di terra nei pressi di Darjeeling.
La zona centroccidentale delle pianure indiane è nota come pianura gangetica in quanto attraversata dal fiume Gange e dai suoi poderosi affluenti, che discendono dai versanti meridionali della catena himalayana. Gli stati nordorientali di Assam e Arunachal Pradesh sono bagnati dal fiume Brahmaputra e dai suoi tributari, le cui sorgenti si trovano nei rilievi settentrionali dell'Himalaya; il Brahmaputra entra poi nel Bangladesh a nord del gruppo montuoso del Khasi Jaintia. Il fiume Indo nasce nel Tibet, scorre a ovest attraverso lo stato di Jammu e Kashmir ed entra in Pakistan, dove è compresa la maggior parte del suo corso.
Lungo il confine sudoccidentale con il Pakistan le pianure coltivate lasciano il posto a una fascia arida, il Gran Deserto Indiano, o deserto del Thar, e alle paludi salmastre note come Rann of Kutch (Pantano di Kutch).
A sud dell'area pianeggiante si trova l'altopiano del Deccan, un vasto tavolato che occupa gran parte dell'India peninsulare. Perlopiù roccioso e dall'andamento irregolare, esso è diviso in diverse regioni naturali da basse catene montuose e da valli profonde. La sua altitudine varia dai 305 ai 915 m, sebbene in alcuni punti raggiunga anche i 1220 m. Il Deccan è delimitato da due sistemi montuosi periferici conosciuti come Ghati orientali e Ghati occidentali, che rappresentano gli orli sollevati del tavolato.
I Ghati occidentali, alti in media circa 915 m, formano ripide scarpate che dominano il mare Arabico e digradano nella fertile costa del Malabar. I Ghati orientali, alti mediamente circa 460 m, sono separati dal golfo del Bengala da una stretta pianura costiera, la costa del Coromandel. I due allineamenti montuosi si congiungono nel punto più meridionale del Deccan, nei pressi di Bangalore.
Clima
A causa della posizione geografica, della struttura peninsulare e dell'insolita conformazione del territorio, l'India presenta condizioni climatiche diverse passando dalla parte meridionale del Deccan all'Himalaya, dal deserto del Thar a ovest al piovoso e umido Assam. L'intera regione indiana rientra tuttavia nel dominio del clima tropicale monsonico, all'interno del quale le variazioni maggiori si legano all'altitudine e alla distanza dal mare. Le variazioni stagionali, determinate dai monsoni che soffiano da sud-ovest e nord-est, influiscono in modo notevole sulla temperatura, sul grado di umidità e sulle precipitazioni in tutto il subcontinente.
Si possono in generale distinguere due stagioni, una piovosa e una secca. La stagione in cui si concentrano le piogge, generalmente tra giugno e novembre, è caratterizzata dal monsone di sud-ovest, un vento carico di umidità proveniente dall'oceano Indiano e dal mar Arabico, che all'inizio di giugno investe la costa occidentale della penisola per propagarsi gradualmente nell'intero paese. In questa stagione, soprattutto da giugno a settembre, si verificano abbondanti precipitazioni, che nei Ghati occidentali spesso raggiungono i 3000 mm e superano i 10.000 nel Khasi Jaintia dell'India nordorientale, toccando una media annua di circa 1500 mm sui versanti meridionali dell'Himalaya. Quando il monsone di sud-ovest non si manifesta, come accade talvolta, si possono verificare gravi condizioni di siccità.
La stagione fredda del monsone di nord-est, dall'inizio di dicembre all'inizio di marzo, è solitamente caratterizzata da un clima estremamente asciutto, nonostante si verifichino talvolta violenti temporali sulle pianure settentrionali e abbondanti nevicate sull'Himalaya. Il periodo peggiore della stagione calda, che inizia verso la metà di marzo e prosegue fino al manifestarsi del monsone di sud-ovest, si verifica nel mese di maggio, con temperature che, nella zona centrale del paese, possono superare i 50 °C. La temperatura media annua è di circa 26 °C nei pressi di Calcutta, di circa 28 °C nella regione costiera centroccidentale e nella zona di Madras.
Flora e fauna
Nelle zone aride ai confini con il Pakistan la vegetazione è rada e perlopiù erbacea: sono diffuse soprattutto specie arbustive, anche se in alcune aree crescono palme e bambù. La pianura gangetica, grazie alla maggior presenza d'acqua, ospita una rigogliosa vegetazione con molte specie di piante, soprattutto nella zona sudorientale dove crescono la mangrovia e il sal (Shorea robusta).
Sulle vette himalayane si trovano diverse varietà di flora artica, mentre le pendici più basse, ricoperte di foreste, ospitano numerose specie di piante subtropicali, in particolare orchidacee. Nell'Himalaya nordoccidentale, al di sopra della fascia tropicale, predominano le conifere, specialmente il cedro e il pino, mentre in quella orientale la vegetazione tropicale e subtropicale, con querce e magnolie, si spinge sino a livelli altitudinali molto elevati. La costa del Malabar e le pendici dei Ghati occidentali, grazie alle abbondanti precipitazioni, sono ammantate da una rigogliosa foresta pluviale, con prevalenza di sempreverdi, bambù e alberi dal legno pregiato, come il teak. Nelle pianure paludose e lungo le pendici dei Ghati occidentali vi sono ampi tratti di giungla impenetrabile. La vegetazione del Deccan è meno lussureggiante e assume su vaste aree caratteri xerofili, presentandosi come una savana più o meno ricca, ma in tutta la penisola si possono trovare, lungo i fiumi, macchie di bambù, palme e varie specie sempreverdi, tra cui dominante è il già citato sal (Shorea robusta).
In India vive una grande varietà di animali, distribuiti nel vasto territorio in rapporto con specifici habitat (forestale, savanico, montano ecc.). Sono ben rappresentati i felini, con la tigre (protetta perché in pericolo di estinzione), la pantera e, nel Deccan, il ghepardo; all'interno del parco nazionale Sasan Gir, nel Gujarat, sono presenti inoltre i leoni.
L'elefante indiano si trova sulle pendici nordorientali dell'Himalaya e nelle remote foreste del Deccan. Diffusi sono anche, in areali diversi, il rinoceronte, il gaviale, l'orso bruno, il lupo, lo sciacallo, il bufalo, il cinghiale, numerose specie di scimmie, l'antilope e il cervo. Sono presenti inoltre numerose specie di serpenti, molti dei quali velenosi, come il ben noto cobra, responsabili della morte di parecchie centinaia di persone ogni anno. Per quanto riguarda l'avifauna si ricordano pappagalli, pavoni e, in loro specifici ambienti, uccelli come il martin pescatore e l'airone. Le acque fluviali abbondano di pesci, tra cui il delfino del Gange.
Popolazione
In base al censimento del 1995 la popolazione dell'India, che rappresenta circa il 16% di quella mondiale, è di 935.744.000 abitanti, oltre il 32% in più rispetto al 1981; la densità è di circa 284 abitanti per km2. Più del 70% degli abitanti del paese vive in zone rurali e un terzo vive al livello, o addirittura al di sotto, della soglia di povertà stabilita dai parametri delle Nazioni Unite, contro un esiguo 3% di famiglie che gode di un reddito annuo superiore ai 2500 dollari USA.
Composizione etnica
La popolazione del subcontinente indiano deriva da una complessa vicenda di popolamento che ha visto ondate di genti ariane (originarie delle zone interne dell'Asia) invadere le fertili pianure fluviali, dove hanno dato origine alla civiltà sedentaria e urbana dell'India, e sovrapporsi alle popolazioni preesistenti, d'origine dravidica, ricacciate poi in larga parte verso sud, nelle foreste del Deccan, dove talune di esse sono sopravvissute sino a oggi con i loro caratteri (adirusi del gruppo reddide) specifici e molto primitivi. Il miscelamento etnico è poi continuato nei secoli e così oggi, a causa della grande varietà di etnie e culture presenti, è molto difficile individuare con esattezza l'origine delle diverse popolazioni, anche se si può affermare che fondamentalmente appartengano a tre differenti etnie: europoide, australoide e mongoloide.
Circa il 7% degli abitanti fa parte delle cosiddette tribù ufficialmente riconosciute, che sono complessivamente più di 300 e, oltre a essere molto differenziate al loro interno, hanno una connotazione etnica e culturale peculiare rispetto alla maggioranza della popolazione indiana.
Quest'ultima presenta caratteri prevalentemente europoidi, con notevoli differenze nella colorazione della pelle; tratti mongoloidi caratterizzano invece le tribù che vivono tra le colline nell'estremo nord, ad esempio i naga, mentre alcuni gruppi tribali presentano spiccati caratteri australoidi, come i santal e diversi piccoli gruppi degli altipiani del Deccan.
Città principali
Le principali città dell'India sono Delhi, Bombay, che, con 9.925.891 abitanti (1991), è la più popolata del paese, Ahmadabad e Bangalore, importanti nodi ferroviari, Calcutta, Hyderabad, noto centro dell'artigianato, Kanpur, sede dell'industria del cuoio, la città portuale di Madras, Pune, Nagpur, Lucknow e, infine, Jaipur.
Lingua
In India vengono utilizzate più di 1600 tra lingue e dialetti; quelle ufficiali sono l'hindi, parlato da circa il 30% della popolazione, e l'inglese, ma la Costituzione riconosce anche diciassette lingue locali, tra cui il telugu, il bengali, il marathi, il tamil, l'urdu, il gujarati, il kannada e il malayalam. La maggior parte delle lingue diffuse nelle aree settentrionali del paese (urdu, hindi e bengali, ma anche punjabi e assamese) appartengono al ceppo indoeuropeo e derivano dal sanscrito, l'antica lingua con cui fu stilato quel vasto corpo di scritture religiose e laiche che costituisce il nucleo della letteratura indiana classica (vedi Letteratura sanscrita), e ora utilizzato solo in alcuni riti religiosi. Per contro, le lingue dravidiche parlate al sud (telugu, kannada, malayalam), traggono le loro origini dal tamil che, pur utilizzato anticamente a livello letterario, diversamente dal sanscrito, è ancor oggi molto diffuso. Il manipuri (parlato nello stato del Manipur, nell'estremo nord-est del paese) è l'unica lingua riconosciuta dalla Costituzione che si fa appartenere al ceppo sinotibetano. Vedi Lingue indiane.
Istruzione
Dopo aver ottenuto l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1947, l'India tentò di sviluppare un sistema scolastico unico e integrato, ma l'acculturazione della numerosa e giovane popolazione indiana, con la complessità sociale e religiosa che la caratterizza, non fu opera facile. All'istruzione furono sottratti molti fondi, destinati alla lotta contro la povertà, la mancanza di derrate alimentari e la sovrappopolazione. Ciò nonostante sono stati intrapresi, e largamente realizzati, cambiamenti radicali e strutturali e dall'epoca dell'indipendenza il numero delle scuole e degli allievi è notevolmente cresciuto.
Dopo le riforme degli anni Ottanta il sistema scolastico, quasi interamente gestito dai governi dei singoli stati, prevede dieci anni di istruzione primaria (gratuita ma non obbligatoria) e media, due anni di secondaria e tre di università; è stato inoltre istituito un programma nazionale di alfabetizzazione degli adulti. In base all'ultimo censimento, il tasso di alfabetizzazione della popolazione nel 1991 era di circa il 52%, contro il 43% del decennio precedente.
Cultura e arte
Lo sviluppo artistico dell'India antica è stato ampiamente influenzato dal pensiero religioso, dapprima buddhista, poi induista. Al periodo antico (o classico) si possono ascrivere manifestazioni artistiche come quelle del Gandhara, con la sua caratteristica mescolanza di elementi ellenici e indiani (vedi Arte e architettura indiana), di Madhura, del raffinato periodo gupta, gli affreschi di Ajanta, i bassorilievi di Mahabalipuram, il tempio di Nataraja di Chidambaram e molte altre.
Un relativo declino dell'arte e della cultura classiche seguì la fine del regno di Harsha nell'India settentrionale (VII secolo), quando cominciarono a svilupparsi nuove forme socio-politiche, sebbene il sud del paese, sotto regni quali quelli di Pallava e, più tardi, di Chola, stesse vivendo un momento di pieno splendore sia artistico sia architettonico. Nei secoli XI e XII, dopo un periodo di grande incertezza e cambiamenti, si verificò nello sviluppo culturale della zona settentrionale del paese un rivolgimento determinante, causato dall'introduzione dell'Islam da parte di popoli invasori provenienti dall'Asia centrale. Tale fede, infatti, con la sua cosmogonia lineare di stampo occidentale e il rifiuto di ogni forma di idolatria, era completamente differente dall'induismo e dalle altre religioni orientali.
Dopo diversi secoli di guerre, smembramenti e repressioni sotto il dominio turco e mongolo, intorno alla metà del XVI secolo la dinastia Moghul fondata da Babur, un discendente del mongolo Tamerlano, conquistò l'intera India settentrionale. Sotto i grandi imperatori di questa dinastia, come Akbar, il paese conobbe un periodo di splendore artistico, con nuovi stimoli dovuti all'influenza persiana. Durante l'epoca moghul furono edificate alcune delle più imponenti opere architettoniche indiane, come ben testimonia il Taj Mahal ad Agra; fiorirono l'illustrazione dei manoscritti, la miniatura, le arti decorative e la musica, e rimase viva una forte tradizione regionale di spettacolo popolare.
Sotto il governo britannico si perse molto di questo fermento creativo; allo sviluppo del nazionalismo si accompagnò una ripresa di alcuni aspetti del pensiero e della cultura indiani e nel XX secolo si è tentato non solo di far rifiorire alcune arti quasi scomparse, ma anche di dar nuova vita alle forme più antiche.
Religione
L'India è attualmente un paese laico che ha tradizionalmente assorbito e dato origine a diverse confessioni e sette religiose. La maggioranza degli indiani, tuttavia, è oggi di religione induista, il che si riflette in molti aspetti della cultura comune. L'induismo stesso, nel corso dei secoli, ha assimilato e sviluppato molti diversi sistemi di pensiero, dalla filosofia Advaita di Shankara al movimento religioso Bhakti.
I principali gruppi religiosi sono costituiti da induisti (che rappresentano circa l'80% della popolazione), musulmani (11%), cristiani (2,3%) e sikh (1,9%). Altre importanti minoranze sono rappresentate dai buddhisti, dai gianisti e dai parsi. La crescita del nazionalismo e del fondamentalismo religiosi nel corso degli anni Ottanta e Novanta ha fomentato in alcune zone del paese tensioni di natura politica e sociale, manifestandosi talora in forma violenta, come nel caso delle rivolte avvenute nel Punjab nel 1992 e nel 1993.
L'esistenza di significative minoranze religiose accanto alla fede predominante non è sempre stata pacifica; i contrasti tra induisti e musulmani e tra induisti e sikh, spesso fomentati da cause non legate alla religione, hanno in passato provocato numerose vittime. Un considerevole consenso popolare sostiene attualmente il movimento Ramajanmabhoomi, le cui rivendicazioni hanno assunto in alcune occasioni carattere violento.
Tali sviluppi costituiscono una seria minaccia per il futuro dello stato laico in India, anche se si potrebbe sostenere che questo fenomeno di "fondamentalismo" induista (una contraddizione in termini, poiché nell'induismo non sono stabiliti principi fondamentali) rappresenti un tentativo di creare un'unica cultura nazionale a partire da una molteplicità di tradizioni. Attraverso i mass media si è diffuso recentemente un altro sistema di valori che, in certa misura, ha contribuito a indebolire il richiamo della religione: il consumismo della società occidentale.
Le caste
La Costituzione indiana esprime il proposito di sradicare l'antico sistema della casta che per secoli ha negato ogni possibilità di progresso sociale agli strati inferiori del sistema, i cosiddetti "intoccabili" (o Harijans, "figli di Dio", come furono chiamati da Gandhi; il termine attualmente impiegato è Dalit). All'indomani dell'indipendenza furono intraprese importanti misure per promuovere attivamente l'istruzione e migliorare le condizioni di vita di queste classi marginali, la cui origine si collega alla sovrapposizione di gruppi etnici economicamente e culturalmente superiori su popolazioni sottomesse. Fu adottato un sistema di discriminazione positiva in base al quale fu loro assegnata una percentuale significativa dei posti nelle istituzioni universitarie e professionali; attualmente, malgrado il pregiudizio sia rimasto vivo, persone appartenenti alle caste più basse sono presenti ormai in tutti i livelli sociali e ricoprono in alcuni casi importanti ruoli in veste di scienziati, giudici o uomini politici.
Con la diffusione della cultura consumistica che ha avuto luogo in questi ultimi anni, il vero fattore determinante della condizione sociale, più che la famiglia o la tradizione, è ormai divenuta la ricchezza materiale; l'appartenenza alla casta comincia quindi a perdere d'importanza e si celebrano numerosi matrimoni tra membri di diversa casta, specialmente tra la borghesia urbana. In ambito politico, alcuni partiti e organizzazioni fondati sul sistema delle caste sono stati attivi nel rivendicare i diritti e la tutela degli interessi delle rispettive comunità.
Per ulteriori approfondimenti sulla cultura del paese, vedi Danza indiana; Teatro indiano; Arte e architettura indiana; Musica indiana; Filosofia indiana; Letteratura indiana.
Economia
L'India ha un'economia di tipo misto in cui il governo, sia a livello federale sia nei singoli stati, svolge un importante ruolo di regolazione e pianificazione, oltre a essere titolare di numerose imprese pubbliche. L'intervento su larga scala dello stato nell'economia risale agli anni Cinquanta e all'impostazione nazionalistica e socialista del primo governo che seguì all'indipendenza, guidato da Jawaharlal Nehru, che intese promuovere la crescita e lo sviluppo economico per far fronte al rapido incremento della popolazione. Il primo piano economico quinquennale fu varato nel 1951; nei decenni che seguirono lo stato nazionalizzò alcuni settori chiave dell'economia, sostenendone altri con forti investimenti, e sottopose il settore privato a un ampio controllo. Vennero erette barriere tariffarie e doganali allo scopo di proteggere le industrie nazionali e furono avviati alcuni programmi di riforma agraria.
I risultati sono stati generalmente positivi, specie se confrontati con la maggioranza dei paesi in via di sviluppo. Eccezion fatta per i periodi di grave siccità verificatisi nel 1979 e nel 1987, si è registrata una costante crescita economica; l'inflazione e il debito pubblico sono stati generalmente tenuti sotto controllo; la produzione agricola è significativamente cresciuta, il che ha permesso di allontanare lo spettro delle grandi carestie; sono state gettate le basi di un moderno stato industriale e l'India è oggi il nono produttore mondiale di acciaio. Tali progressi sono stati tuttavia insufficienti e non hanno avuto che effetti marginali sul reddito della maggioranza della popolazione.
Nel 1991 è stata attuata una significativa riforma della politica economica, che ha ridotto il controllo sul settore privato e il monopolio statale in alcuni campi, ad esempio nel trasporto aereo. È stato introdotto un regime di economia aperta attraverso l'attenuazione dei controlli tariffari e la promozione degli investimenti stranieri.
Questi cambiamenti a livello nazionale si sono ripercossi nei singoli stati, i quali esercitano un importante controllo sulla politica interna e recepiscono in modi diversi la politica nazionale. In alcuni, ad esempio nel Bengala Occidentale, l'azione del governo sull'economia è particolarmente marcata; in altri, come il Maharashtra, vige un atteggiamento più liberista. A partire dal 1991, tuttavia, quasi tutti gli stati hanno aperto le frontiere agli investimenti stranieri e hanno inoltre favorito, con provvedimenti vari, il settore privato e attuato alcune privatizzazioni.
Agricoltura
Il sostentamento di più di due terzi della popolazione indiana dipende dall'agricoltura, che partecipa per il 35% alla formazione del PIL. La maggior parte dei poderi ha estensioni molto limitate e più di un terzo degli appezzamenti è addirittura al di sotto del livello di sussistenza di una famiglia di contadini. La coltura più estesa è il riso, che costituisce l'alimento principale di gran parte della popolazione, cui seguono, per importanza, il frumento, la canna da zucchero, il tè, il cotone e la juta. Tra le altre colture destinate all'alimentazione vi sono gli ortaggi, il sorgo, il miglio, il mais, l'orzo, i ceci, la banana, il mango ecc. Tra le colture per l'industria e il commercio si annoverano la gomma, il caffè, i semi di lino, le arachidi e diverse spezie.
L'allevamento del bestiame, in particolare bovini, bufali, cavalli e muli, costituisce un aspetto centrale dell'economia agricola. All'inizio degli anni Novanta in India erano presenti circa 193 milioni di capi, un primato mondiale. Bufali, cavalli e muli sono perlopiù impiegati nei lavori agricoli, anche se ormai solo una ristretta parte della popolazione, specialmente al nord, segue il precetto induista che vieta il consumo di carne bovina. A causa della scarsità di pascoli e di forniture d'acqua, il bestiame indiano è comunque di bassa qualità.
Nonostante gran parte dell'agricoltura venga ancora condotta con metodi tradizionali, all'indomani dell'indipendenza sono state introdotte alcune importanti trasformazioni tecnologiche. Le zone che usufruiscono dei sistemi di irrigazione finanziati dal governo si sono enormemente estese, e nei primi anni Novanta le superfici irrigate rappresentavano quasi il 45% dell'intera superficie coltivata. La richiesta di fertilizzanti chimici e di sementi ad alto rendimento è significativamente aumentata, soprattutto in seguito alla molto reclamizzata "Rivoluzione Verde" degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, di cui hanno beneficiato soprattutto i ricchi coltivatori di frumento degli stati dell'Uttar Pradesh e del Punjab.
Circa il 23% del territorio complessivo indiano è ricoperto di foreste, il cui sfruttamento a fini commerciali non è tuttavia molto sviluppato e interessa perlopiù le regioni montuose settentrionali, l'Assam e le regioni confinanti con l'Himalaya. Le foreste, tuttavia, forniscono legna e carbone combustibili, oltre che preziosi frutti, noci, fibre, oli, gomme e resine.
Pesca
Sebbene il suo sfruttamento commerciale rimanga in gran parte limitato, la pesca rappresenta un'attività vitale per molte regioni, come il delta del Gange (nel Bengala) e l'area costiera sudoccidentale. Recentemente il governo ha tentato di promuovere la pesca d'alto mare, costruendo impianti di lavorazione e assumendosi l'onere dell'assicurazione dei pescherecci. Quasi la metà del pescato nazionale proviene dagli stati del Kerala, del Tamil Nadu e del Maharashtra.
Risorse energetiche e minerarie
L'India è tra i principali produttori mondiali di minerali di ferro, carbone e bauxite; importante è anche l'estrazione di manganese, mica, ilmenite, rame, petrolio, amianto, cromite, grafite, fosfati naturali, zinco, oro e argento. Questa ricchezza mineraria ha costituito, dopo l'indipendenza e la nazionalizzazione avvenuta negli anni Cinquanta, un importante fattore dello sviluppo economico, consentendo l'avvio di un diversificato settore industriale.
Industria
L'India può vantare un settore industriale assai articolato, che contribuisce per circa un quarto alla formazione del PIL. La maggior parte della produzione è realizzata in impianti moderni, in particolare per quanto riguarda l'industria siderurgica. In termini di occupazione, tuttavia, rimangono molto importanti le piccole aziende a conduzione familiare, perlopiù artigianali. Il settore tessile, specialmente quello cotoniero, è tra i più antichi e importanti.
Di rilievo sono anche le industrie per la lavorazione del tè e dei cereali, gli oleifici, gli zuccherifici, l'industria petrolchimica e della carta, la produzione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, di prodotti chimici, la lavorazione della pelle e dei metalli. Negli ultimi anni si è considerevolmente sviluppato anche il settore dell'informatica, in particolare la produzione di software. Bangalore, nell'India meridionale, è stata definita "la Silicon Valley indiana".
Flussi monetari e commercio
L'unità monetaria è la rupia indiana, divisa in 100 paise; la Banca centrale indiana, fondata nel 1934 e nazionalizzata nel 1949, ha funzioni di banca centrale ed è l'unica autorizzata a stampare moneta. Successive nazionalizzazioni hanno reso di proprietà del settore pubblico la maggioranza degli istituti di credito commerciale.
A causa del forte protezionismo attuato ancora in epoca recente, il volume del commercio estero è stato molto contenuto in rapporto alle dimensioni e alla varietà del sistema produttivo. Oltre a ciò si è registrato un costante deficit nella bilancia commerciale dovuto alle importazioni di petrolio, materie prime, beni di consumo, gioielli, prodotti chimici e fertilizzanti, e aggravato da una diffusa attività di contrabbando. L'India esporta una varietà di prodotti, principalmente tessili, capi di vestiario, gemme e gioielli, articoli in pelle, tè, apparecchiature meccaniche e prodotti chimici di base. Nel 1990 circa il 12% delle esportazioni indiane annue era diretto agli Stati Uniti. Importanti scambi avvengono inoltre con la Germania, il Giappone, la Gran Bretagna, l'Arabia Saudita, il Belgio e i paesi del Commonwealth britannico.
Trasporti
All'epoca dell'indipendenza, nel 1947, l'India poteva vantare, rispetto alle altre colonie, una rete di comunicazioni tra le più sviluppate, comprendente in particolare un esteso sistema ferroviario realizzato sotto il dominio britannico. A partire da questa eredità si sono poi sviluppate le comunicazioni stradali e un'estesa rete di trasporti aerei interni. Il trasporto delle merci continua tuttavia a essere assicurato principalmente dalla rete ferroviaria, che è di proprietà statale e la cui lunghezza totale raggiungeva nei primi anni Novanta i 62.458 km, di cui il 17% di ferrovie elettrificate. La rete stradale misura oltre 2 milioni di km, circa la metà dei quali asfaltata o pavimentata. Le compagnie di trasporto aereo sono state nazionalizzate nel 1953; Air India assicura i servizi internazionali e Indian Airlines quelli interni e regionali.
Ordinamento dello stato
In base alla Costituzione adottata nel 1949 e ai suoi successivi emendamenti, l'India è una repubblica democratica indipendente nell'ambito del Commonwealth. Il governo ha struttura federale e il paese è costituito di un'unione di stati (25) e di territori (7) amministrati dal potere centrale.
Capo dello stato è il presidente che, eletto per cinque anni da un collegio formato da membri del Parlamento nazionale e delle Assemblee dei singoli stati, è rieleggibile. Questi, pur avendo un ruolo perlopiù nominale, ha la facoltà di designare il primo ministro che presiede il governo, rappresentante il potere esecutivo. Il potere legislativo, al quale il governo deve rendere conto, è affidato al Parlamento, composto da due camere: la Lok Sabha (o Camera del popolo), in carica cinque anni e formata da 543 membri eletti a suffragio universale diretto e da due membri della comunità angloindiana nominati dal presidente; e la Raiya Sabha (o Consiglio degli stati), che consta di 250 membri eletti dalle Assemblee degli stati (salvo 12, nominati dal presidente), un terzo dei quali viene rinnovato ogni due anni.
Il potere giudiziario è gestito da un sistema di tribunali nazionali al vertice del quale si trova la Corte suprema; l'indipendenza dei giudici, designati dall'esecutivo, è garantita da diversi meccanismi di salvaguardia. Per quanto riguarda i singoli stati ognuno, presieduto da un governatore nominato dal presidente dell'Unione, possiede un'Assemblea legislativa (eletta a suffragio universale per cinque anni) e un governo proprio, autonomi per quanto riguarda questioni locali, ordine pubblico, istruzione, sanità e agricoltura ma, per il resto, dipendenti dalle direttive nazionali.
Partiti politici
Il Congresso nazionale indiano, fondato nel 1885, guidò la lotta dell'India per l'indipendenza ed espresse in seguito tutti i primi ministri del paese, tranne nei periodi tra il 1977 e il 1980 e tra il 1989 e il 1991. Nel 1969 un gruppo di membri del partito ne uscì per dar vita alla piccola Organizzazione del congresso nazionale indiano. In tutto il paese, ma soprattutto nel Bengala Occidentale e nel Kerala, fu inoltre viva l'influenza del Partito comunista indiano (CPI), costituitosi nel 1925, dal quale si staccò nel 1964 la fazione che fondò l'attuale Partito comunista indiano (marxista; CPI-M). All'inizio del 1977 il Congresso si unì con altri tre partiti, il Bharathya Jana Sangh, il Bharathya Lok Dal e il Partito socialista, dando vita al Partito Janata (del Popolo) che nelle elezioni del marzo 1977 ottenne quasi la metà dei seggi al Lok Sabha. Nel 1978 il Partito del Congresso tornò a dividersi quando Indira Gandhi fondò il Congresso nazionale indiano-Indira che, nel 1981, fu riconosciuto dalla Corte suprema come il Partito del Congresso ufficiale. Questo vinse le elezioni parlamentari del 1980 e del 1984, ma perse la maggioranza nel 1989. I suoi principali avversari nelle elezioni del 1989 furono rappresentati dal Janata Dal e dal Partito Bharatiya Janata (BJP), un gruppo nazionalista indù di destra, formatosi in seguito a una scissione dal Janata Dal.
Storia
Le prime tracce di insediamenti umani nel subcontinente indiano risalgono a circa mezzo milione di anni fa. Una cultura di tipo mesolitico (vedi Età della pietra) si sviluppò fra l'8000 e il 6000 a.C. e nel Neolitico si svilupparono attività di agricoltura e allevamento.
Intorno al 2500 a.C. si colloca l'origine della cosiddetta civiltà della valle dell'Indo, caratterizzata dalla formazione di città (come Mohenjo-Daro) che avevano intensi scambi commerciali con la Mesopotamia.
Verso la metà del secondo millennio l'India fu ripetutamente invasa dagli arii, tribù di lingua indoeuropea che dalle catene montuose nordoccidentali giunsero gradualmente a occupare il territorio a nord dei monti Vindhya e a ovest del fiume Yamuna. Con l'invasione di questi popoli la civiltà della valle dell'Indo si estinse e nacque una nuova forma di organizzazione sociale basata sulla divisione in classi, che porterà in seguito al sistema delle caste.
Dal periodo vedico all'epoca indù
Le informazioni relative a questo periodo provengono dai Veda, testi sacri composti fra il 1300 e il 1000 a.C., che illustrano l'origine di alcuni caratteri fondamentali del sistema socio-religioso noto come induismo. Durante il primo millennio a.C. furono fondati sedici stati autonomi nella regione compresa tra l'Himalaya, il tratto meridionale del Gange, i monti Vindhya e la valle dell'Indo. Il più importante di questi regni fu quello di Magadha, nell'attuale Bihar, che intorno alla metà del VI secolo a.C. divenne lo stato dominante in India. All'epoca del sovrano Bimbisara (543-491 a.C.) si svolse nel Magadha la predicazione di Buddha e di Nataputta Mahavira, fondatori rispettivamente del buddhismo e del giainismo.
L'India nordoccidentale fu conquistata dagli Achemenidi (518 ca. a.C.) e in seguito da Alessandro Magno (326 a.C.); si formarono allora, nel Pakistan, piccoli regni detti indo-greci.
Dall'epoca dei Maurya all'invasione dei kusana
Nel 313 a.C. Chandragupta impose il suo controllo sul regno di Magadha. Fondatore della dinastia Maurya, nei dieci anni che seguirono estese la sua sovranità a gran parte del subcontinente. Di fronte alla nuova potenza militare Seleuco I, generale di Alessandro Magno e fondatore della dinastia dei Seleucidi, riuscì a stringere un'alleanza con Chandragupta dandogli in sposa sua figlia (305 a.C.).
La dinastia Maurya durò fino al 185 ca. a.C. Durante il regno di Aoka, il più grande sovrano Maurya (273-232 a.C.), il buddhismo divenne la religione dominante. L'India richiamava, con i suoi centri di cultura quali Nalanda e Takshasila, studiosi dalla Cina e dal Sud-Est asiatico. Tra le dinastie successive a quella Maurya, quella Sunga durò oltre un secolo.
Durante il I secolo d.C. l'India settentrionale fu invasa dai kusana, una popolazione nomade proveniente dall'Asia centrale. I traffici lungo la Via della seta e gli scambi commerciali con l'impero romano resero ricco e potente il dominio kusana che durò fino al III secolo.
L'impero Gupta
Nel 320 il Magadha tornò a essere il centro di un vasto impero, quello della dinastia Gupta, che si estendeva su tutto il subcontinente a nord del fiume Narmada. Durante il regno della dinastia Gupta l'India visse un'epoca di pace, di prosperità economica e culturale. L'induismo, che da tempo aveva conosciuto un certo declino, tornò a rifiorire assorbendo alcune caratteristiche del buddhismo.
Verso la fine del V secolo l'impero Gupta decadde in seguito alle incursioni degli unni provenienti dall'Asia centrale. Questi imposero il proprio dominio in India per diversi decenni, fino alla sconfitta subita per opera dei turchi (565). Tra i discendenti odierni degli unni rimasti in India figurano alcuni gruppi dello stato del Rajasthan.
Un altro potente regno fu fondato nel 606 nell'India settentrionale da Harsha, l'ultimo sovrano buddhista della storia indiana. Harsha impose il suo dominio sulla quasi totalità del territorio, tentando senza successo di conquistare anche il Deccan, ma dopo la sua morte il regno si divise in numerosi principati.
Il dominio musulmano e l'invasione dei mongoli
Il sorgere in Asia occidentale di una nuova potenza, che trovava la sua forza unificatrice nell'Islam, mise fine al lungo periodo di conflitti interni. Il turco-afghano Mahmud di Ghazni (che regnò dal 998 al 1030), di religione musulmana, estese il suo dominio da Lahore alla Persia. Un altro grande sovrano turco-afghano fu Muhammad al-Ghuri, il cui regno, che pose fine al dominio gazhnavide, iniziò nel 1175; in dieci anni egli estese i suoi domini sull'intera pianura del Gange. Il dominio musulmano dell'India continuò con il sultanato di Delhi.
Nel 1398, le contese dinastiche e la mancanza di una resistenza organizzata esposero l'India all'invasione dei mongoli di Tamerlano, che saccheggiarono e distrussero Delhi. Al suo ritiro dall'India, Tamerlano lasciò ciò che rimaneva dell'impero a Mahmud, l'ultimo sovrano della dinastia Tughlaq. A questa dinastia succedette quella dei Sayyd (1414-1451) e dei Lodi (1451-1526).
L'impero Moghul
Nel 1526 Babur, un discendente di Tamerlano e Gengis Khan, invase con le sue truppe l'India e nel giro di pochi anni estese il suo dominio su un vasto territorio che doveva diventare il nucleo dell'impero Moghul. Il nipote di Babur, Akbar, fu il più grande sovrano moghul; il suo dominio, fra il 1556 e il 1605, si estese al Punjab, all'odierno Rajasthan, al Gujarat, al Bengala, al Kashmir e al Deccan. Nell'amministrazione del suo regno Akbar dimostrò una notevole capacità organizzativa, assicurandosi la fedeltà di centinaia di signori feudali; promosse inoltre il commercio, introdusse un equo sistema fiscale e favorì la tolleranza religiosa. L'impero Moghul conobbe il suo massimo splendore culturale sotto Shah Jahan, nipote di Akbar, il cui regno (1628-1658) coincise con l'età d'oro dell'architettura indo-islamica, che trovò la sua massima espressione nel Taj Mahal.
Il periodo di tolleranza religiosa si concluse con l'avvento al trono di Aurangzeb (1658-1707), che portò a termine la conquista del Deccan e ripristinò l'ortodossia islamica. Nei cinquant'anni seguenti la morte di Aurangzeb, l'impero Moghul precipitò nel caos politico, segnato dal rapido declino dell'autorità centralizzata, e si divise in una miriade di piccoli stati.
La Compagnia delle Indie Orientali
Di questa situazione politica approfittarono i governi europei. Il commercio delle spezie aveva fatto crescere l'importanza economica dell'India fin dal XVI secolo. Al dominio dei portoghesi e poi degli olandesi era subentrato quello dei francesi e degli inglesi, che avevano fondato importanti basi commerciali nel subcontinente indiano. La vittoria dell'Inghilterra sulla Francia assicurò nel 1757 il controllo del Bengala e del Deccan alla Compagnia delle Indie Orientali. La politica della compagnia mirò in seguito al consolidamento e all'estensione di queste acquisizioni. Nel 1773 la Compagnia passò sotto il controllo del governo britannico. La realizzazione della politica britannica in India fu facilitata dal declino ormai irreversibile dell'impero Moghul.
Il ricorso alla forza militare (unito alla corruzione dei governanti locali) fu il principale strumento di colonizzazione dell'India. La mancanza di unità fra i diversi regni e principati indiani favorì l'affermarsi del predominio britannico sull'intero subcontinente e sulle regioni confinanti, in particolare la Birmania (l'attuale Myanmar). Non mancarono tuttavia episodi di resistenza, il più importante dei quali fu la guerra combattuta dai sikh (1845-1849) e terminata con l'annessione del Punjab da parte del governo britannico. L'unico tentativo di alleanza fra i centri del potere indiano fu quello capeggiato dai Marathi e annullato dall'accordo di Salbai (1782). Dopo il Punjab vennero annessi i regni di Satara, Jaipur, Sambalpur, Jhansi e Nagpur, a opera del governatore James Ramsay, decimo conte di Dalhousie.
Le nuove acquisizioni britanniche accrebbero il malcontento della popolazione indiana, che sfociò in una cospirazione su larga scala tra i sipahi, le truppe indiane al servizio della Compagnia delle Indie Orientali. Un'insurrezione generale, nota come l'"indian mutiny" (ammutinamento indiano) o "rivolta dei sipahi", scoppiò a Meerut, nei pressi di Delhi, il 10 maggio del 1857. In breve tempo gli ammutinati occuparono Delhi e altri centri strategici. I combattimenti continuarono fino al 1859, ma già nel giugno del 1858 i principali centri dell'insurrezione erano caduti.
Alla rivolta seguì un periodo di brutali rappresaglie da parte delle truppe britanniche. Le autorità giudiziarie della Compagnia delle Indie Orientali arrestarono Bahadur Shah II e lo condannarono all'ergastolo, mettendo fine alla dinastia Moghul. Importante risultato della rivolta fu, nel 1858, il termine dell'amministrazione della Compagnia e il passaggio dei possedimenti indiani al governo diretto dalla Corona britannica.
L'India britannica e il sorgere del nazionalismo
Sotto i governatori britannici l'amministrazione dell'India fu riorganizzata. Furono attuate alcune importanti riforme in materia fiscale, giudiziaria, educativa e sociale; il sistema di opere pubbliche fu enormemente esteso. Il governo britannico ereditò tuttavia, dalla precedente amministrazione, l'insofferenza nei confronti del dominio coloniale e un crescente sentimento nazionalistico; a questi si aggiunse una serie di terribili carestie. Nel 1876 il governo britannico, avallando la proposta di Benjamin Disraeli, proclamò la regina Vittoria imperatrice dell'India.
Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, l'India fu attraversata da un crescente fermento sociale e politico. L'élite intellettuale indiana, in parte formatasi in Occidente, introdusse nel paese alcuni aspetti del pensiero europeo e il nazionalismo indiano cominciò a rappresentare una seria minaccia per i britannici. Nei decenni seguiti alla rivolta dei sipahi erano sorte diverse associazioni anticolonialiste e nazionaliste, tra cui la più influente era il Congresso nazionale indiano, fondato nel 1885.
Il movimento di protesta di Gandhi
Dopo la prima guerra mondiale la lotta politica si intensificò. In risposta alla ripresa dell'attivismo nazionalista, il Parlamento britannico approvò le leggi Rowlatt che sospesero i diritti civili e introdussero la legge marziale nelle zone dove si erano verificati tumulti e rivolte, provocando un'ulteriore ondata di violenza e disordini. In quest'epoca di agitazioni Mohandas K. Gandhi, un riformatore sociale e religioso di fede induista, conosciuto tra i suoi seguaci con il nome di Mahatma (in sanscrito "grande anima"), invitò il popolo indiano a rispondere alla repressione britannica con la resistenza passiva (Satyagraha).
Dopo il massacro di Amritsar, la lotta nazionalista si estese e si radicalizzò, poggiando soprattutto sulla politica di non cooperazione perseguita da Gandhi a partire dal 1920, che invitava a boicottare le merci, le corti di giustizia, le istituzioni scolastiche britanniche, a non cooperare alla vita politica e a rinunciare ai titoli britannici eventualmente detenuti. A giudizio delle autorità britanniche, quelle intraprese da Gandhi erano attività sediziose e, tra il 1922 e il 1942, il leader indiano fu più volte incarcerato.
L'ondata di nazionalismo, che aveva ricevuto un notevole impulso dopo il primo arresto di Gandhi, raggiunse uno stadio critico nella primavera del 1930. Il 12 marzo, in seguito al rifiuto britannico di concedere all'India lo status di dominion (colonia con diritto di autogoverno), Gandhi annunciò che si sarebbe messo alla testa di una violazione di massa del monopolio governativo del sale. Questa fu compiuta, dopo una lunga marcia, presso il golfo di Khambhat, dove l'acqua del mare venne fatta bollire per ricavarne il sale. In tutta l'India vennero compiute azioni analoghe con un'efficacia e un impatto simbolico molto profondi. All'arresto di Gandhi seguirono manifestazioni e tumulti a Calcutta, a Delhi e in altre città, per far fronte ai quali il governo ricorse ad arresti di massa; prima di novembre vennero incarcerati circa 27.000 nazionalisti indiani.
Nel marzo del 1931, il governo britannico concordò una tregua con Gandhi, rilasciato alcuni mesi prima insieme ad altri prigionieri politici, tra cui Jawaharlal Nehru, segretario del Congresso nazionale indiano e suo più stretto compagno di lotta. Nel frattempo la Lega musulmana, temendo un futuro dominio degli induisti, aveva avanzato la richiesta di privilegi speciali all'interno dell'eventuale dominion. Ne risultò una grave controversia, che sfociò in veri e propri scontri tra induisti e musulmani in molte comunità del paese. Ad aggravare i conflitti interni si aggiunsero gli effetti della Grande Depressione, che mise in ginocchio l'economia indiana.
Nel 1935, il Parlamento britannico approvò il Government of India Act (Legge sul governo dell'India), che istituiva organi legislativi autonomi nelle province dell'India britannica e prevedeva la protezione della minoranza musulmana. La legge istituiva inoltre un'assemblea legislativa nazionale bicamerale e un organo esecutivo dipendente dal governo britannico. Seguendo l'orientamento di Gandhi, il popolo indiano approvò queste misure, che entrarono in vigore il primo aprile 1937; ciò nonostante, molti membri del Congresso nazionale indiano continuarono a richiedere la completa indipendenza del paese.
La seconda guerra mondiale
Allo scoppio della seconda guerra mondiale il viceré dell'India, Victor Hope, dichiarò guerra alla Germania in nome dell'India. Questo passo, intrapreso in conformità con la Costituzione del 1937 ma senza consultare la leadership indiana, diede nuovo impulso alle richieste di autonomia.
Il movimento di disobbedienza civile riprese nell'agosto del 1942. Gandhi, Nehru e migliaia di sostenitori furono arrestati e il Congresso nazionale indiano fu dichiarato illegale. Approfittando della situazione interna indiana, e con l'aiuto del nazionalista estremista Subhas Chandra Bose, i giapponesi intensificarono le operazioni militari tentando nel marzo 1944 l'invasione dell'India, lungo un fronte di 322 km al confine con la Birmania, venendo però respinti dalle truppe anglo-indiane.
La fine del dominio britannico
Nella primavera del 1946, dei negoziati avviati dal governo britannico, nel tentativo di raggiungere un accordo con i leader indiani, fallirono. Nel mese di giugno il viceré britannico Archibald Wavell annunciò la formazione di un governo "ponte" di emergenza, a cui anche la Lega musulmana decise di aderire; in diverse zone dell'India si intensificarono gli scontri tra musulmani e induisti.
Alla fine del 1946 la situazione politica dell'India era al limite dell'anarchia. Nel 1947, in una situazione prossima alla guerra civile tra induisti e musulmani, il primo ministro britannico annunciò il ritiro del suo paese dall'India. Il viceré Louis Mountbatten suggerì al governo britannico l'immediata suddivisione dell'India come unico mezzo per evitare la catastrofe. Un disegno di legge che adottava la proposta di Mountbatten fu presentato al Parlamento britannico il 4 luglio, ottenendo la rapida e unanime approvazione di entrambe le camere.
L'indipendenza
In base a quanto previsto dall'Indian Independence Act (Legge per l'indipendenza indiana), entrato in vigore il 15 agosto 1947, l'Unione Indiana e il Pakistan furono istituiti come stati indipendenti all'interno del Commonwealth, con il diritto di recedere da esso. Il governo indiano scelse di rimanerne membro. I nuovi stati furono creati sulla base di criteri religiosi, assegnando all'India i territori abitati in prevalenza da induisti e al Pakistan le aree a maggioranza musulmana.
Dopo il passaggio di poteri, l'assemblea costituente indiana conferì il potere esecutivo a un consiglio di ministri, con Nehru primo ministro. Mountbatten divenne governatore generale del nuovo paese. La fine del dominio inglese fu accolta con entusiasmo dagli indiani di ogni confessione religiosa e tendenza politica.
Prevedendo le dispute di confine che si sarebbero verificate, soprattutto nel Bengala e nel Punjab, fu istituita un'apposita commissione, con presidenza britannica. Le raccomandazioni di questa commissione in merito al Bengala suscitarono lievi contrasti nella comunità locale, in gran parte grazie all'influenza dell'azione moderatrice di Gandhi. Nel Punjab, al contrario, le decisioni sulla linea di confine portarono quasi due milioni di sikh, tradizionalmente antimusulmani, sotto la giurisdizione del Pakistan, scatenando violenti combattimenti e un esodo di massa di musulmani, dal territorio dell'India verso il Pakistan, di sikh e induisti, dal Pakistan all'India. Negli scontri continuati durante l'immane esodo, perirono circa un milione di persone.
La guerra del Kashmir
Il Kashmir, popolato in grande maggioranza da musulmani, ma retto da un induista, divenne la principale fonte di attrito tra India e Pakistan negli anni successivi all'indipendenza. Il 24 ottobre 1947 vi fu proclamato un governo provvisorio da parte di insorti musulmani; tre giorni dopo Hari Singh, il maharaja induista del Kashmir, annunciò l'adesione del Kashmir all'Unione Indiana. Il governo indiano, riconoscendo la decisione del maharaja, inviò immediatamente alcune truppe a Srinagar, capitale del Kashmir e principale obiettivo degli insorti.
I combattimenti proseguirono per tutto il 1948, ma nel gennaio del 1949 gli sforzi del Consiglio di Sicurezza dell'ONU per riportare la pace ebbero finalmente successo; India e Pakistan accettarono un plebiscito sul futuro politico del Kashmir, da tenersi sotto la supervisione dell'ONU. Il piano delle Nazioni Unite prevedeva anche il ritiro delle truppe dallo stato, il ritorno dei profughi che desideravano partecipare al plebiscito e operazioni di voto libere e imparziali sotto la direzione di una "personalità di alto profilo internazionale". Nel marzo del 1949 il segretario generale dell'ONU Trygve Lie nominò l'ammiraglio americano Chester William Nimitz supervisore del plebiscito.
Nel frattempo sia l'Unione Indiana sia il Pakistan avevano perso le loro principali guide. Gandhi fu assassinato da un fanatico induista il 30 gennaio 1948 e Jinnah, fondatore del Pakistan, morì nel settembre del 1948.
Nonostante l'accordo tra India e Pakistan, raggiunto nel luglio del 1949, sulla reciproca linea di confine nel Kashmir, le divergenze sul ritiro delle rispettive forze militari prima del plebiscito rimasero insanabili.
I primi anni della repubblica
L'Assemblea costituente indiana approvò una Costituzione repubblicana per l'Unione il 26 novembre 1949. Secondo quanto previsto dalla Costituzione, la repubblica venne formalmente proclamata il 26 gennaio. Il governo Nehru sostenne una posizione di non allineamento negli affari internazionali. La determinazione dell'India a conservare un'equidistanza tra le superpotenze divenne sempre più evidente in seguito allo scoppio della guerra di Corea nel giugno del 1950. Il governo indiano, pur approvando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU con la quale si invocavano sanzioni militari contro la Corea del Nord, non partecipò con l'invio di contingenti armati all'azione dell'ONU e compì autonomamente ripetuti tentativi per riportare la pace in Estremo Oriente.
Il primo anno della storia repubblicana venne funestato da una serie di calamità naturali, in particolare una diffusa siccità nell'India meridionale e gravi terremoti e inondazioni nell'Assam. Nel dicembre del 1950 l'India dovette chiedere agli Stati Uniti aiuti alimentari.
Il primo marzo 1952 vennero annunciati i risultati delle prime elezioni generali basate sul suffragio universale. Il Congresso nazionale indiano, il partito al potere, risultò vincente nella maggioranza degli stati membri. A maggio, il collegio elettorale di recente costituzione elesse Rajendra Prasad alla presidenza del paese con un mandato di cinque anni.
Questioni internazionali
Nel giugno del 1952 l'India, che aveva boicottato la conferenza di pace giapponese del 1951, concluse un trattato di pace bilaterale con il Giappone, con il quale rinunciava a rivendicare riparazioni di guerra. Nel mese di settembre la Repubblica popolare cinese e l'Unione Sovietica fornirono aiuti alimentari all'India, ma solo in seguito all'accettazione da parte dei due paesi delle condizioni indiane contro possibili "vincoli politici". La questione del Kashmir fu temporaneamente risolta nel 1954 con l'adesione del territorio all'India.
I primi ministri di India, Pakistan, Birmania, Indonesia e Sri Lanka si riunirono nell'isola di Sri Lanka tra il 28 aprile e il 2 maggio 1954. Essi approvarono tra l'altro una dichiarazione di appoggio alla Conferenza di Ginevra sulle questioni dell'Estremo Oriente, convocata per discutere la possibilità di una conclusione della guerra di Indocina di fronte all'imminente sconfitta francese. Alla fine di giugno, una serie di incontri tra Nehru e il premier cinese Zhou Enlai, tra i delegati alla Conferenza di Ginevra, produsse una dichiarazione congiunta in cui si sollecitava una soluzione politica per la questione indocinese. In base agli accordi per il cessate il fuoco raggiunti nel mese di luglio, l'India presiedette la Commissione internazionale tripartita, creata per sovrintendere all'esecuzione degli accordi.
Nel corso del 1954 vi fu un continuo peggioramento nelle relazioni indiano-portoghesi, dovuto alle insistenti richieste dei nazionalisti indiani affinché il Portogallo rinunciasse ai suoi possedimenti in India. Nell'agosto del 1955 forze di sicurezza portoghesi spararono su un gruppo di manifestanti indiani che attraversavano il confine con Goa. L'India sospese immediatamente le relazioni diplomatiche con il Portogallo.
Nell'aprile del 1955, nella conferenza di Bandung, molti capi di stato africani e asiatici, tra i quali Nehru, firmarono una dichiarazione di condanna dell'oppressione coloniale e per la pace e la cooperazione tra i popoli.
Questioni interne
Il 26 gennaio 1957 l'India dichiarò lo stato del Kashmir parte integrante dell'Unione Indiana, in conformità a quanto deciso dall'assemblea costituente del Kashmir. A ciò fecero seguito numerose rivolte nel Pakistan, che presentò una energica protesta alle Nazioni Unite. Alle elezioni nazionali del febbraio e marzo del 1957, il Partito del congresso conquistò 366 dei 494 seggi; con 29 seggi, i comunisti divennero il principale partito di opposizione, ottenendo inoltre il controllo dello stato del Kerala. Il primo ministro Nehru e il presidente Prasad conservarono le proprie cariche.
Nel maggio 1960 lo stato di Bombay venne diviso secondo criteri linguistici nei due stati del Maharashtra e del Gujarat. Per placare la ribellione delle tribù naga, Nehru annunciò la creazione di un nuovo stato del Nagaland, ricavato dallo stato dell'Assam, mentre alle rivendicazioni di alcuni elementi della popolazione sikh di uno stato indipendente in una parte del Punjab fu data risposta nel 1966 attraverso la formazione del nuovo stato dell'Haryana.
In seguito alla repressione della rivolta in Tibet del marzo 1959, quasi 9000 profughi tibetani cercarono asilo in India. Dopo il verificarsi di scontri di confine tra forze militari cinesi e indiane, in agosto truppe cinesi penetrarono nel territorio indiano. Nell'aprile del 1960 fallì la conferenza indetta per risolvere la crisi, a cui parteciparono Nehru e Zhou Enlai.
L'età di Indira Ghandi
Nel corso del 1962 si aggravò la disputa di confine tra Cina e India. All'inizio dell'anno i due paesi aumentarono il numero degli avamposti lungo il conteso territorio di confine nell'alto Himalaya, e in ottobre i cinesi attaccarono gli avamposti indiani penetrando all'interno del confine occidentale e orientale. L'avanzata cinese si arrestò solo all'annuncio di un cessate il fuoco unilaterale da parte di Pechino alla fine di novembre. Questa crisi causò una drastica revisione della difesa indiana e l'allontanamento dal governo del ministro della Difesa V.K. Krishna Menon, un convinto neutralista.
Il 27 marzo del 1964 Nehru morì; gli succedette Lal Bahadur Shastri, ex ministro degli Interni. Nel 1966, alla morte di Shastri, Indira Gandhi, la figlia di Nehru, assunse la guida del governo del paese.
Nel 1969 il nuovo primo ministro riportò un'importante vittoria sull'ala conservatrice del Partito del Congresso, quando l'ex vice presidente Varahagiri Venkata Giri, candidato della premier, sconfisse alle elezioni presidenziali il candidato ufficiale del Congresso, che si scisse: da un lato il Vecchio Congresso, formato dall'ala conservatrice; dall'altro il Nuovo Congresso, diretto da Indira Gandhi, che conseguì una vittoria eclatante alle elezioni del 1971, l'anno del conflitto indo-pakistano. L'India appoggiò la secessione del Pakistan orientale e riconobbe la nuova nazione del Bangladesh.
Intorno alla metà degli anni Settanta le condizioni economiche indiane peggiorarono sensibilmente. Si intensificarono inoltre le accuse di corruzione rivolte al governo. Con grande sorpresa di tutto il mondo, il 18 maggio 1974 l'India compì il primo esperimento nucleare; nell'agosto dello stesso anno fu eletto alla presidenza nazionale un candidato sostenuto dalla Gandhi, Fakhruddin Ali Ahmed.
Nel giugno del 1975, accusata di brogli elettorali relativi alle elezioni del 1971 e privata del diritto di voto nel Parlamento, la Gandhi decretò lo stato d'emergenza e mise in atto severe misure di repressione delle opposizioni.
Nelle elezioni del 1977 la Gandhi perse il proprio seggio in Parlamento e, per la prima volta dal 1952, il Partito del Congresso non riuscì a conquistare la maggioranza. Il Partito Janata, una coalizione di opposizione, conquistò circa la metà dei seggi. Morarji R. Desai, il nuovo primo ministro, revocò le misure d'emergenza introdotte dal governo Gandhi.
Indira Gandhi continuò a esercitare una forte influenza nella politica indiana e presto un suo nuovo partito, il Congresso-I (cioè Congresso-Indira), vinse le elezioni nelle regioni del sud e nel Maharashtra.
Nel gennaio 1979, dopo essere stato al potere per oltre due anni, il governo Janata perse la maggioranza parlamentare e Desai diede le dimissioni. Le elezioni del 1980 sancirono l'ampia vittoria del partito di Indira Gandhi, che tornò a rivestire la carica di primo ministro. Nel 1980, Rajiv Gandhi prese il posto in Parlamento del fratello Sanjay, morto in un incidente aereo, apprestandosi a succedere alla madre alla guida del paese.
La morte di Indira
Alle richieste di autonomia del Punjab avanzate dai sikh, Indira Gandhi rispose appoggiando la candidatura presidenziale di Zail Singh che, nel luglio del 1982, divenne il primo capo di stato indiano di religione sikh. Le agitazioni autonomistiche, tuttavia, continuarono con diversi incidenti terroristici e, nel 1983, la Gandhi pose il Punjab sotto il diretto governo del presidente, attribuendo alle forze di polizia poteri straordinari.
Il 2 giugno 1984, il Tempio d'Oro di Amritsar, il centro della resistenza sikh, fu occupato da militari nel corso di una controversa operazione, in cui vennero uccisi centinaia di sikh. I militari si ritirarono prima della fine del mese, ma la violenza e la rabbia tra i nazionalisti sikh non si placarono. Il 31 ottobre Indira Gandhi fu uccisa da un colpo d'arma da fuoco esploso da un sikh della sua guardia del corpo. Nei tumulti che seguirono, almeno 1000 sikh furono linciati dalla folla. Rajiv Gandhi prese il posto di primo ministro poche ore dopo la morte della madre.
Rajiv Gandhi
Riaffermata la sua leadership nelle elezioni parlamentari del dicembre 1984, Rajiv Gandhi rispose alle agitazioni dei sikh accordando l'espansione dei confini del Punjab.
All'inizio del 1987 forze armate indiane furono inviate in aiuto allo Sri Lanka per reprimere una ribellione della guerriglia tamil. Un accordo di pace fu sottoscritto a luglio, ma i violenti scontri non si arrestarono. Nel mese di luglio dello stesso anno l'elezione di Ramaswami Venkataraman alla carica di presidente sembrò consolidare la posizione di Gandhi. Tuttavia, accuse di corruzione e cattiva conduzione del partito, oltre all'incapacità di Gandhi di affrontare efficacemente le richieste di autonomia nel Punjab e nel Kashmir, indebolirono il Congresso-I, che alle elezioni del novembre 1989 perse la maggioranza parlamentare. Primo ministro divenne Vishwanath Pratap Singh, leader del Partito Janata Dal, alla guida di una coalizione di partiti legati dalla comune avversione a Gandhi.
Nel 1990, una divisione interna al partito di Singh portò alla caduta del governo, ormai minoritario; gli succedette Chandra Sekhar, il cui governo diede le dimissioni nel marzo del 1991, aprendo la strada a nuove elezioni. Durante la campagna elettorale, Rajiv Gandhi fu ucciso da un terrorista tamil. Il Congresso-I vinse le elezioni e l'ex ministro degli esteri e sostenitore di Gandhi, P.V. Narasimha Rao, divenne primo ministro, alla guida di un governo di minoranza.
Rao, convinto dell'urgenza di un cambiamento, cercò di avviare subito delle riforme, sia nel settore economico che in quello politico. Ancora una volta, però, esplose la rivalità religiosa tra indù e musulmani, mettendo in difficoltà il processo politico avviato da Rao. Nel gennaio 1993, in seguito alla distruzione della moschea Babri Masjid di Ayodhya, nell'Uttar Pradesh, per opera di estremisti indù, scoppiarono violenti scontri che provocarono circa 3000 vittime.
Ripresa del conflitto nel Kashmir
Nei primi anni Novanta tornò a crescere la tensione tra l'India e il Pakistan per il Kashmir. A partire dal 1989 lo stato di Jammu e Kashmir fu teatro di scontro fra l'esercito indiano e militanti separatisti musulmani, che rivendicavano la formazione di uno stato indipendente o l'unione con il Pakistan musulmano. In risposta, il primo ministro del Pakistan Benazir Bhutto appoggiò apertamente i ribelli musulmani nel Kashmir indiano; i colloqui tenutisi tra l'India e il Pakistan nel gennaio 1994 per discutere la situazione della regione contesa non produssero risultati, nonostante i timori di un conflitto nucleare.
L'affermazione del nazionalismo indù
Alle elezioni regionali del 1994 il Congresso-I subì una severa sconfitta nel sud del paese. La perdita del consenso fu in parte la conseguenza delle continue rivolte e tensioni religiose che avevano segnato il 1993, ma rispecchiò anche lo scontento popolare per le riforme economiche di tipo liberista introdotte dal governo Rao dopo il 1991. Sebbene, infatti, l'apertura economica avesse da un lato favorito la crescita del paese, dall'altro essa comportò un forte aumento dell'inflazione, l'aumento dei prezzi e della disoccupazione.
Nel maggio 1996 le urne decretarono la sconfitta del Congresso-I del premier Rao e l'affermazione di partiti regionali. Dopo un tentativo fallito di costituire un governo da parte del Bharatiya Jantata Party (BJP) – il partito nazionalista indù – nel mese seguente si formò un governo guidato da Deve Gowda, leader del Janata Dal e della coalizione cosiddetta del "Terzo Fronte", con il sostegno del Congresso-I. La vittoria dei nazionalisti indù suscitò tuttavia lo sconcerto tra le minoranze musulmana, cristiana e sikh, che temevano l'estendersi dell'ideologia fondamentalista indù sostenuta dal BJP.
Nel marzo del 1997 il Congresso-I ritirò il suo appoggio al governo di Deve Godwa, che fu sostituito alla guida della coalizione da Inder Kumar Gujral, ministro degli Esteri del governo uscente. Contemporaneamente la vedova di Rajiv Gandhi, Sonia, aderì al Congresso-I, nel tentativo di rafforzare un'unità compromessa da un lungo periodo di lotte intestine.
Nelle elezioni del 4 marzo 1998 il BJP sfiorò la maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento indiano; il governo subito costituito da Atal Bihari Vajpayee, del BJP, ottenne il 29 marzo il voto di fiducia del Parlamento (274 voti a favore, 261 contro), dopo un aspro dibattito, dovuto soprattutto ai timori di un sopravvento della parte più estremista del partito nazionalista indù.
La vittoria elettorale del BJP non è solo dovuta a un'estesa adesione alla sua ideologia, ma è anche un voto di protesta contro il Congresso-I, le cui divisioni hanno provocato peraltro queste nuove elezioni e favorito l'affermazione dei nazionalisti indù. Ora il Congresso può solo sperare nella capacità di Sonia Gandhi, che ne ha assunto la guida alla fine dello stesso marzo, di riportare la serenità nel partito e rilanciarlo, nel difficile periodo che attende l'India.
Gandhi, Indira (Allahabad 1917 - Nuova Delhi 1984), primo ministro dell'India (1966-1977, 1980-1984). Figlia unica di Jawaharlal Nehru, primo capo del governo indiano indipendente, nel 1938 entrò a far parte del Congresso nazionale indiano e operò nel movimento per l'indipendenza del paese. Nel 1942 sposò Feroze Gandhi, avvocato parsi, anch'egli attivo nelle file del partito. In seguito vennero entrambi arrestati dagli inglesi con l'accusa di sovversione e tenuti tredici mesi in carcere.
Nel 1947, quando l'India ottenne l'indipendenza e Nehru diventò primo ministro, Indira Gandhi divenne la sua accompagnatrice nelle cerimonie ufficiali e nei viaggi all'estero (la madre era morta nel 1936), e suo consigliere per i problemi nazionali. Nel 1955 entrò a far parte dell'esecutivo del Partito del Congresso e nel 1959 ne fu presidente per un anno. Nel 1962, durante la guerra di confine tra Cina e India, coordinò le attività civili di difesa. Morto il padre, nel maggio del 1964, Indira fu nominata ministro per le Informazioni e per la Radiodiffusione nel governo di Lal Bahadur Shastri, e promosse una campagna di modernizzazione del paese. Nel gennaio del 1966, morto all'improvviso Shastri, Indira Gandhi gli succedette nella carica di primo ministro: l'anno dopo ricevette un mandato di cinque anni.
Il vasto processo di industrializzazione promosso negli anni del suo governo e le avanzate riforme sociali da lei varate le alienarono le simpatie delle forze conservatrici, e nel 1969 la componente di destra del partito si staccò. Nel 1975 Indira Gandhi fu accusata di brogli alle precedenti elezioni presidenziali del 1971, dalle quali il suo partito, il Nuovo Congresso, era uscito forte di una schiacciante vittoria. Indira sostenne che si trattava di un tentativo per esautorarla e, invece di rassegnare le dimissioni, il 26 giugno 1975 proclamò lo stato d'emergenza, mantenuto anche dopo che la Corte Suprema indiana ebbe ritirato l'accusa. Il suo programma di controllo delle nascite, che comprendeva la sterilizzazione, si rivelò impopolare e l'opposizione al suo governo ebbe come risultato migliaia di dissidenti perseguitati e incarcerati; molti ritennero che le sue scelte fossero fortemente influenzate dal figlio, Sanjay Gandhi, entrato da poco sulla scena politica.
Alle elezioni generali del marzo 1977 il Partito del Congresso venne sconfitto e Indira perse la maggioranza dei seggi in parlamento. Tuttavia, nel gennaio del 1980, tornò alla ribalta come leader di un nuovo Partito del Congresso "I" (come Indira) e riuscì a costituire una nuova maggioranza governativa. Quando Sanjay morì in un disastro aereo, nel giugno dello stesso anno, Indira avviò alla carriera politica il figlio maggiore, Rajiv Gandhi, destinato a succederle. Il 31 ottobre 1984, dopo aver ordinato di reprimere con la forza un'insurrezione dei sikh e di distruggere il sacro Tempio d'oro di Amritsar, Indira Ghandi fu uccisa da un sikh che faceva parte delle sue guardie del corpo.

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