Il Friuli Venezia Giulia e le regioni a statuto speciale

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Testo

LE REGIONI A STATUTO SPECIALE
Le regioni a statuto speciale sono 5 e sono state istituite immediatamente dopo la II guerra mondiale.
L’art.116 della Costituzione attribuisce forme e condizioni particolari a 5 regioni: Valle d’Aosta, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna.
Si tratta di regioni dove il sentimento e le tradizioni autonomiste erano molto forti e sentiti e si imposero immediatamente nel II dopo-guerra anche per situazioni politiche particolari.
Queste regioni ricevono sostentamenti dallo stato per la conservazione delle minoranze etniche, per esempio in Valle d’Aosta, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia Giulia, o per risolvere difficili situazioni di degrado o per problematiche fisiche come per Sicilia e Sardegna.
Il Trentino Alto-Adige fa eccezione per la particolare situazione che ha provocato in Italia con atti terroristici fino al conseguimento dello scopo di diventare regione autonoma.
La Valle d’Aosta, il Trentino Alto-Adige e il Friuli Venezia ebbero anche il riconoscimento delle proprie lingue locali o della coesistenza di più lingue come il Francese e il Tedesco che sono regolarmente riconosciute e insegnate nelle scuole.
La loro storia le differenzia dalle altre regioni anche per la posizione di confine che ha influenzato la loro cultura.

IL FRIULI VENEZIA GIULIA
Divisione Amministrativa
Abitanti capoluogo
Superficie provincia Km2
Abitanti provincia
Densità popolazione
Trieste
222.589
212
253.680
1.197
Pordenone
48.762
2.273
276.183
121
Gorizia
37.718
466
137.918
296
Udine
95.374
4.893
519.458
106
Friuli Venezia Giulia
7.844
1.187.239
151
Italia
301.308
57.380.894
190
TERRITORIO:
La non elevata densità della regione è anche la conseguenza di una morfologia in linea di massima poco favorevole agli insediamenti e allo sfruttamento economico, soprattutto in passato, quando l'attività produttiva si basava sull'agricoltura. Oltre il 42% della superficie territoriale, che corrisponde all'intera sezione settentrionale della regione, è occupato da montagne; il resto è formato da colline e da una pianura (35% del territorio) orlata a sud dal mar Adriatico (golfo di Trieste) e a ovest dall'altopiano del Carso (per la massima parte incluso nella Slovenia). La sezione montuosa della regione, orogeneticamente giovane e non ancora assestata (si ricordano nei secoli gravi e devastanti terremoti, tra cui l'ultimo nel 1976), comprende le Alpi Carniche e una parte delle Alpi Giulie. Qui il sistema alpino si presenta come una lunga serie di cime e creste in prevalenza calcaree, che toccano i 2700 m (tra cui il monte Coglians, 2780 m, nelle Alpi Carniche, e il Jôf di Montasio, 2754 m, nelle Alpi Giulie).
Dalle Alpi Carniche prende il nome una vasta e pittoresca regione montana, delimitata a sud dal Tagliamento, la Carnia, i cui centri principali sono Ampezzo e Tolmezzo. Alcuni valichi, relativamente agevoli e poco elevati, consentono i collegamenti al di là del confine: il passo di monte Croce Carnico (1360 m) e la Sella di Camporosso, più nota come passo di Tarvisio (813 m), che collegano entrambi la regione con l'Austria, e il passo di Predil (1156 m) con la Slovenia. A sud del solco segnato dal Tagliamento e dal suo principale affluente, il Fella, si stendono le Prealpi, impervie e brulle, alte in media dai 1500 ai 2000 m, suddivise in due sezioni: le più imponenti ed elevate sono le Prealpi Carniche, con vette anche superiori ai 2500 m (Cima dei Preti, 2703 m), a ovest, mentre le Prealpi Giulie si trovano a est.
Si considerano una prosecuzione delle Prealpi anche i rilievi del Carso. Si tratta di un altopiano estremamente arido e roccioso, che nella sezione propriamente italiana sorge alle spalle del golfo di Trieste; i suoi terreni calcarei, soggetti a un'erosione chimico-fisica, hanno dato origine a manifestazioni morfologiche assai interessanti (inghiottitoi, doline, grotte, fiumi sotterranei ecc.), note appunto come fenomeni carsici. Il territorio digrada, procedendo verso sud, in una fascia collinare (che si aggira sui 100-300 m di quota) che trapassa nella pianura. Questa corrisponde all’incirca al bacino inferiore del Tagliamento; si ripartisce, come nella Pianura Padana, in una zona settentrionale, chiamata alta pianura, ciottolosa e piuttosto arida, in cui le acque penetrano nel sottosuolo con facilità, e in una meridionale, la bassa pianura, dai terreni compatti, impermeabili e ben irrigati, a tratti spesso paludosa.
Le coste si sviluppano per circa 150 km, dalla foce del Tagliamento alla località di Muggia, al confine con la Slovenia, in gran parte attorno al golfo di Trieste, situato nella sezione più settentrionale del mar Adriatico; sono basse e sabbiose a ovest, orlate da lagune (laguna di Marano, laguna di Grado), mentre a est sono alte e rocciose, poiché il mare raggiunge i rilievi del Carso. I corsi d'acqua sono numerosi, generalmente dal regime torrentizio. Il maggiore è il Tagliamento (170 km), che nasce dalle Alpi Carniche e sbocca nell'Adriatico segnando il confine con il Veneto; gli altri corsi d'acqua importanti sono il Livenza (112 km), che funge per lungo tratto da confine con il Veneto, e l'Isonzo (136 km), che nasce in Slovenia, nelle Alpi Giulie. Situato tra le Alpi e l'Adriatico, il Friuli-Venezia Giulia ha condizioni climatiche che variano da zona a zona. Tipicamente alpino è il clima della Carnia, con inverni molto rigidi sui rilievi e anche nelle vallate interne, poiché le Prealpi Carniche, che raggiungono quote abbastanza elevate, costituiscono un ostacolo ai venti provenienti dal mare; a Tarvisio, situato a 732 m di quota, in provincia di Udine, si sono registrati minimi assoluti di -27 °C. Le estati sono fresche; la media annua dell'area alpina è inferiore ai 10 °C. Caratteristiche continentali hanno le pianure e la zona collinare, con inverni freddi (minimo di -14 °C a Udine) ed estati assai calde: Trieste ha registrato in questo secolo un eccezionale record estivo di 37 °C, temperatura notevolmente elevata per una località dell'Adriatico settentrionale. Ma è un vento freddo di nord-est, la bora, la caratteristica climatica del golfo di Trieste. Originato dalle pressioni che si formano nell'Europa centrorientale, si riversa nell'Alto Adriatico infiltrandosi tra i varchi delle Alpi Giulie, dove acquista una straordinaria accelerazione investendo Trieste e tutto il suo golfo e scatenando spesso mareggiate anche devastanti. Alcune raffiche possono raggiungere la velocità di 150 km/h.
Il Friuli-Venezia Giulia è comunemente ritenuta la più piovosa regione d'Italia; le aree in cui si registrano le precipitazioni più copiose (che superano persino i 3000 mm annui) corrispondono alle Prealpi, più le Giulie delle Carniche, mentre l'area alpina si aggira sui 1500 mm annui. Relativamente poco piovosa è la bassa pianura, che tocca i 1000-1100 mm. Le stagioni più piovose sono in pianura l'autunno e la primavera, sui rilievi l'autunno (con precipitazioni per lo più nevose) e l'inizio dell'estate. Ricca di ambienti naturali diversi, la regione non gode però di significativi programmi di tutela, se si escludono l'oasi di Marano Lagunare e il parco marino di Miramare, presso Trieste. Occorre peraltro dire che il non eccessivo peso demografico, così come un'industrializzazione recente e contenuta sono stati fattori fondamentali nella tutela dell'integrità dell'ambiente naturale.
ECONOMIA:
Il Friuli-Venezia Giulia ha registrato negli ultimi decenni cambiamenti notevoli nell e strutture produttive. Terra di agricoltura poverissima, dove la popolazione era costretta all'emigrazione, la regione aveva storicamente il suo punto di forza (quando faceva parte dell'impero austriaco) nel porto di Trieste, fondamentale sbocco dell'Austria sull'Adriatico: il distacco da questa nazione avrebbe potuto quindi significare un tracollo economico definitivo per la regione. I grandi mutamenti sono avvenuti a partire dagli anni Cinquanta. La regione ha saputo rendere più competitiva la sua agricoltura e avviare l'industrializzazione, per merito soprattutto dello spirito d'iniziativa delle genti friulane e del loro impegno sul lavoro, anche se inizialmente la regione ha goduto dell'appoggio dello Stato. Importanti sviluppi ha avuto parallelamente il turismo, soprattutto quello balneare di massa. Oggi il reddito per abitante, che supera i 30 milioni annui, supera la media nazionale ed è addirittura tra i più alti dell'Italia settentrionale.
AGRICOLTURA:
La morfologia della regione costituisce un ostacolo per l'agricoltura che, anche se qua e là modernamente organizzata, resta peraltro nel complesso un settore debole. Discreto ruolo hanno in pianura la produzione di mais e di barbabietole da zucchero, mentre nell'area collinare una viticoltura molto specializzata (vitigni Tocai, Pinot) garantisce vini e grappe di alta qualità. Anche l'allevamento del bestiame, bovino in prevalenza, ormai nettamente superiore al consumo locale e quindi destinato al commercio con le altre regioni, è al servizio di un'industria rinomata (come quella dei prosciutti di San Daniele, in provincia di Udine).
INDUSTRIA:
L'industrializzazione del Friuli-Venezia Giulia iniziò con lo sviluppo del settore dell'industria di base, con pochi grandi impianti (cantieri navali a Monfalcone e Trieste, complessi siderurgici e petrolchimici), concentrata sulla costa. L'industria pesante è oggi in fase di generale declino. Si è invece sviluppato con successo il modello dell'azienda manifatturiera medio-piccola, a struttura generalmente familiare, derivante dall'esperienza dell'artigianato e diffusa in ogni parte della regione. È fiorente ormai in molti settori, come quello meccanico, soprattutto a Pordenone (specializzata in elettrodomestici), quello tessile e quello dell'arredamento.
ATTIVITÀ TERZIARIE:
Si concentrano invece a Trieste le attività terziarie, i commerci, ma ancor più i servizi cosiddetti superiori, come le banche, le compagnie di assicurazione (quest'ultime sono il tradizionale vanto della città) e gli istituti di ricerca tecnologica avanzata. Il turismo è essenzialmente balneare; sono soprattutto gli stranieri (oltre la metà del totale) a visitare la regione. Lignano Sabbiadoro, in provincia di Udine, e Grado (in provincia di Gorizia), già celebre in epoca austriaca, sono tra le meglio attrezzate stazioni di villeggiatura d'Italia. Le comunicazioni ferroviarie poggiano, nella fascia meridionale della regione, sulla Venezia-Trieste (che poi si collega con Milano) e trasversalmente sulla linea che da Udine raggiunge Vienna, attraverso il passo di Tarvisio: quest'ultima, voluta dall'Austria, è stata la prima ferrovia ad attraversare le Alpi. Strade e autostrade seguono essenzialmente le medesime direttrici; da Pordenone, sulla Venezia-Trieste, si dirama un'autostrada che porta a Tarvisio. Recuperato il ruolo di un tempo, perduto dopo la seconda guerra mondiale con l'amputazione dell'Istria, Trieste è tornata a essere un porto di notevole importanza (è il secondo porto italiano, dopo Genova); è inoltre la porta d'ingresso al mondo slavo e all'Europa orientale, con funzioni commerciali rilevanti. È anche dotata di un aeroporto internazionale. La crescente integrazione dei paesi dell'Europa orientale con il resto del continente è destinata a potenziare gli scambi e il movimento della città.
INSEDIAMENTO:
Come nelle altre regioni settentrionali l’insediamento si concerne soprattutto nella fascia di pianura. Lungo la costa si trovano la grande città portuale di Trieste, e l’antico centro di Grado mentre lunga la fascia pedemontana si trovano Pordenone e Udine.
Lungo la costa, Lignano è tra le più importanti località balneari che ospita ogni anno migliaia di turisti.
I rilievi sono molto meno popolati data la loro natura come Tolmezzo,lungo l’alto Tagliamento, che è il più importante centro dell’area alpina.
La sua posizione la vede al centro della direttiva stradale est-ovest ed è in nodo cruciale per il passaggio di merci dall’estero.
Vista aerea di Trieste
Da Trieste infine si diramano molti collegamenti marittimi soprattutto verso la Grecia ed è piuttosto attivo anche l’aereoporto di Ronchi dei Legionari unico aeroporto del Friuli Venezia Giulia.

STORIA:
Il doppio nome dato alla regione, istituita nel 1948, riflette le diverse anime storiche di questo territorio di frontiera. Il nome Friuli deriva, come si è detto, da Forum Iulii, centro fondato da Giulio Cesare e divenuto capoluogo della Regio X, denominata Venetia et Histria. Fu solo dopo la caduta dell'impero che il toponimo della città venne esteso all'intera regione, compresa tra i fiumi Livenza e Timavo, le Alpi Carniche e Giulie, e il mare Adriatico. In essa aveva assunto un ruolo dominante l'antico presidio di Aquileia che, perse le originarie funzioni di avamposto militare, si era convertito a luogo di scambi, cui facevano capo tutti i commerci provenienti dall'area danubiana. Aquileia rimase per molti secoli il punto di riferimento della storia friulana: già nel III secolo d.C. era divenuta sede di vescovado e in questa veste aveva orientato la cristianizzazione in una vasta area situata tra il nord-ovest dell'Italia e le regioni sul Danubio; quando nel 452 Attila la conquistò e la distrusse, tutto il Friuli fu soggetto alle invasioni.
Fino all'VIII secolo nella regione si sovrapposero diverse sovranità: la dominazione bizantina finì con l'arroccarsi nel territorio istriano, perdendo il controllo di Aquileia, che si separò dalla Chiesa di Bisanzio e si costituì in patriarcato, mentre i longobardi, che elevarono Cividale al rango di capoluogo del Friuli, non arginarono mai del tutto le scorrerie dei barbari. Con la dominazione dei franchi, iniziata nel 794, il territorio si ricompose in un quadro più unitario che assunse confini definiti al tempo degli imperatori germanici, quando la contea fu infeudata ai patriarchi di Aquileia (1077). La successiva espansione del patriarcato fu contrastata dalle invasioni degli ungari, ultima travolgente ondata di invasori proveniente dall'Est europeo, ma soprattutto dalla spinta egemonica di Venezia, che finì con l'acquisire il territorio istriano.
Nel momento in cui le istituzioni dei liberi Comuni cominciarono a radicarsi nella regione, si aprì un ciclo di lotte tra i nobili e le città di cui si avvantaggiarono da una parte Venezia, che si impadronì della regione (1420), dall'altra i duchi d'Austria, che presero il porto di Trieste e riuscirono a strappare alla Serenissima Gorizia e altri territori orientali. Stretto tra opposti poteri, il patriarcato di Aquileia entrò in un ciclo di decadenza, culminato nella sua soppressione nel XVIII secolo. Intanto la zona controllata da Venezia fu inserita nel sistema di governo della Repubblica, che penalizzava le autonomie e le classi dirigenti locali e al tempo stesso piegava alle proprie esigenze economiche le vocazioni produttive delle diverse aree.
Un radicale sovvertimento avvenne nel 1797 a opera di Napoleone che, con il trattato di Campoformio, assegnò tutta la regione all'Austria, salvo poi aggregarla di lì a poco al Regno d'Italia (1805). Passata all'Austria nel 1815, venne divisa in due zone, parzialmente autonome pur in un quadro di dipendenza da Vienna: l'una, chiamata il Litorale e comprendente i territori di Gorizia, Trieste e Fiume, fu annessa al regno illirico; l'altra entrò a fare parte del regno Lombardo-Veneto e vi rimase fino a che, a seguito della terza guerra d'indipendenza (1866), non venne unita al Regno d'Italia, appena nato. Fu allora che il territorio del Litorale, sotto dominio austriaco, venne ribattezzato Venezia Giulia secondo quanto suggerito da un'ideologia nazionale che ne rivendicava il diritto di appartenenza all'Italia. In nome di questo diritto l'Italia combatté nella prima guerra mondiale contro l'Austria, ma dopo la vittoria vide solo in parte soddisfatte le attese di annessione dell'intera Venezia Giulia.
Si inasprì allora un contenzioso di confine italo-iugoslavo, risolto da Giolitti col trattato di Rapallo (1920), che riconosceva all'Italia l'Istria e la città di Zara, al regno iugoslavo tutta la Dalmazia, mentre Fiume diveniva stato libero indipendente: tale sarebbe rimasta fino al 1924, anno in cui passò all'Italia a seguito di un nuovo accordo internazionale. Tensioni in parte analoghe, ma accentuate dal clima della Guerra Fredda, che per il Friuli si materializzava nella questione dei profughi istriani (migliaia di italiani residenti in Istria abbandonarono i loro paesi, passati sotto la Repubblica iugoslava), si ripresentarono nel secondo dopoguerra soprattutto per il problema di Trieste, definitivamente risolto col trattato di Osimo del 1975 (vedi Questione di Trieste).
Il Friuli Venezia Giulia è l’ultima regione ad essere stata riconosciuta come regione a statuto speciale.
In essa coesistono l’italiano e il dialetto locale il “furlano”comunemente parlato tra la gente locale soprattutto di Udine e Gorizia.
Il Friuli Venezia Giulia essendo stata contesa alla fine della II guerra mondiale dall’nascente “impero” di Tito, per la particolare realtà culturale e per la salvaguardia del dialetto furlano fu dichiarata regione a statuto speciale con i derivanti vantaggi
Nel 1966 il nord del Friuli fu colpito da un violentissimo terremoto che causò migliaia di morti. Ebbe luogo alle ore 21.06 del 6 maggio 1976. La zona più colpita fu quella a nord di Udine, con epicentro nei comuni di Osoppo e Gemona del Friuli e intensità pari a 6,4 della scala Richter, e al decimo grado della scala Mercalli. La scossa, avvertita in tutto il Nord Italia, investì principalmente 77 comuni per una popolazione totale di circa 60.000 abitanti, provocando 965 morti e oltre 45.000 senza tetto. L’ 11 settembre 1976 la terra trema di nuovo: due scosse alle 18:31 e alle 18:40 superano 7,5 e 8 gradi della scala Mercalli. Il 15 settembre 1976 alle ore 09.21 si verifica un'ulteriore scossa di oltre 8 gradi della scala Mercalli. Nonostante una lunga serie di scosse di assestamento, che continuò per diversi mesi, la ricostruzione fu rapida e completa, tanto da essere completata in circa 10 anni.
Finita la guerra, l’eliminazione degli Italiani in Istria non fu determinata solo dall’odio etnico. Decisivo fu piuttosto il progetto dei comunisti Iugoslavi che intendevano: annettere alla Iugoslavia l’intera Venezia Giulia, fino all’Isonzo; estendere il più possibile il regime comunista verso occidente.
Per il conseguimento di questi obiettivi, Tito diede l’ordine di arrestare e deportare tutte le forze armate non sottoposte al controllo Iugoslavo, furono così colpiti partigiani Italiani e la stessa popolazione che fu gettata nelle foibe, voragini naturali, particolarmente diffuse in questa zona del Carso.

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