L'agricoltura

Materie:Appunti
Categoria:Geografia Economica

Voto:

2.5 (2)
Download:556
Data:05.06.2007
Numero di pagine:18
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
agricoltura_3.zip (Dimensione: 20.62 Kb)
trucheck.it_lr     88.5 Kb
readme.txt     59 Bytes



Testo

Dispense di Geografia economica
Classe V A – I.T.C.
Dispensa n° 5
Prof. Riccio
L’agricoltura
L’agricoltura attuale deriva le sue caratteristiche produttive e organizzative da una evoluzione storica, che attraverso tappe successive ha elaborato tecnologie e modelli di gestione sempre più avanzati e sofisticati; il quadro attuale si presenta diversificato e articolato.
L’agricoltura attuale deriva da una serie di riforme e innovazioni realizzate nel corso dei secoli; le più importanti e significative si sono comunque concentrate in un arco di tempo relativamente breve, cioè a partire dal XVIII secolo (1700) fino ai giorni nostri. In questo tempo un rapido sviluppo ha interessato tutti i settori produttivi, compreso il primario, il quale, grazie ai crescenti livelli di produttività, ha permesso di nutrire una popolazione sempre più numerosa, costituendo la base per l’impressionante incremento demografico verificatosi nell’età moderna e contemporanea.
Insieme allo stimolo della crescita della popolazione mondiale, il settore primario ha potuto beneficiare della produttività dell’apparato industriale, della ricerca scientifica, del progresso della medicina, della disponibilità di tecnologie innovative.
In realtà, tutta la storia dell’uomo è caratterizzata dal tentativo di rendere più efficiente e redditizia l’attività agricola. Poi, nel corso degli ultimi tre secoli, si è assistito a un rapido processo di razionalizzazione e intensificazione delle attività agricole, sia sotto il profilo dei miglioramenti tecnologici elaborati e utilizzati, sia per ciò che riguarda la produzione globale e la produttività unitaria. I sistemi di irrigazione, concimazione, rotazione dei campi, l’aratura, la selezione delle sementi, ecc. sono stati perfezionati e applicati in modo sistematico, grazie al contributo della scienza moderna. Tutto ciò, unitamente all’impiego di mezzi meccanici e di prodotti chimici, ha contribuito ad aumentare sensibilmente le rese unitarie e complessive in numerose regioni del mondo.
Sul piano organizzativo, il progresso tecnico ha portato a una netta divaricazione dei sistemi di gestione del settore primario.
L’agricoltura intensiva: essa implica l'adozione simultanea di tutte le innovazioni e gli strumenti disponibili per incrementare la produttività, con un impiego molto intenso delle risorse naturali.
L’agricoltura estensiva moderna: è basata su uno sfruttamento meno intenso delle risorse naturali e più rispettoso degli equilibri ecologici degli ecosistemi. La conservazione delle proprietà e della fertilità dei campi è quindi garantita per lungo tempo, ed essi forniscono al tempo stesso buone rese, grazie alla biotecnologia, all’impiego massiccio del supporto scientifico e alla pratica della selezione delle sementi, già utilizzata nel passato.
LE INNOVAZIONI
1) La tecnica della rotazione
L’Europa ha giocato un ruolo leader elaborando innovazioni che sono state poi applicate, in tempi e con modalità diverse, nelle altre regioni del mondo. Ciascuna area produttiva ha comunque conservato una sua forte identità, sia sul piano delle strutture organizzative che dei prodotti principali coltivati; ciò nonostante, molte delle migliorie che gli europei hanno sviluppato sono state poi trasferite e adattate anche ad altri contesti. Una delle innovazioni più importanti, sperimentata già dai romani e poi perfezionata nel corso del tempo, è quella della rotazione agraria, che consiste nell’alternanza delle coltivazioni su un medesimo fondo. Ciascuna specie vegetale, infatti, utilizza solo alcune sostanze presenti nel suolo, modificandone le proprietà e pregiudicandone con il tempo la fertilità. Per reintegrare le perdite, i terreni necessitano di periodi di riposo, oppure di una sapiente alternanza di varietà che utilizzino sostanze diverse. Perciò sono stati elaborati vari schemi, più o meno efficienti, di rotazione agraria:
- la rotazione biennale, consiste in un’alternanza tra coltivazione e riposo (maggese), che si susseguono a ritmo annuale. Questo sistema, applicato nei terreni poveri e fragili, facili da degradare se vengono sfruttati senza particolari attenzioni, è però ormai quasi scomparso, sia per l’abbandono delle aree marginali e poco redditizie, sia per l’impiego di strumenti che aumentano artificialmente la fertilità anche delle zone più svantaggiate;
- la rotazione triennale, consiste in un ricorso meno frequente al maggese (1 turno ogni 3 anni) e consente di incrementare la produzione. Questa tecnica è adatta ai suoli più fertili e robusti delle regioni umide.
Grazie anche al contributo di concimi e diserbanti chimici e alle scoperte della scienza, è stato pos-sibile eliminare il maggese. L’arricchimento dei terreni, ottenuto artificialmente, e lo sfruttamento più equilibrato raggiunto grazie alla semina di colture molto diverse tra loro, ha incrementato le rese, senza pregiudicare in modo eccessivo la fertilità dei suoli.
2) La riforma agraria
La seconda grande trasformazione delle campagne riguarda la riforma agraria, in particolare dell’assetto proprietario della terra. La struttura feudale di gestione delle proprietà venne progressivamente superata, i terreni rientrarono nel ciclo economico vennero trattati come un qualsiasi altro bene. Furono oggetto di compravendita, mentre i diritti comunitari, come quelli alla coltivazione comune, il diritto alla caccia, all’impiego dell’acqua per l’irrigazione furono aboliti.
L’eliminazione delle grandi proprietà latifondiste passò attraverso la distribuzione della terra ai contadini, tramite una divisione dei suoli in piccoli appezzamenti. Ciò implicò l’introduzione del catasto, che registrava tutti i dati riguardanti i terreni, le persone fisiche, i redditi, ecc.
Il risvolto sociale di questo processo fu molto positivo, in quanto i piccoli agricoltori costituivano un gruppo operoso, economicamente attivo e interessato ad apportare migliorie tecniche e produttive; era dunque più conveniente, per l’agricoltore, ricercare continuamente rese migliori.
3) La liberalizzazione dei commerci
La terza importante riforma riguarda la liberalizzazione dei commerci. Nel sistema feudale e per buona parte dell’età moderna, numerosi dazi e dogane ostacolavano la circolazione delle derrate, rendendola costosa. Inoltre i rallentamenti indotti dalla necessità di sottoporre i carichi a controlli impedivano il trasporto di merci deperibili, che dovevano raggiungere rapidamente i mercati. Così, ad esempio, un carico di grano, per spostarsi da Piombino a Cortona, entrambe città toscane, doveva passare per svariate barriere doganali, subendo molti controlli. Le autorità talvolta esercitavano un severo controllo sui commerci: nella Lombardia medioevale il commercio del grano era proibito e punito con pene severe.
La liberalizzazione commerciale e l’abolizione dei dazi ai confini degli Stati ha costituito uno dei principali vantaggi che la società moderna ha introdotto nel campo agricolo. Le carestie sono diminuite, grazie alla possibilità di approvvigionarsi sui mercati lontani quando le sfavorevoli condizioni climatiche colpivano il raccolto locale.
4) L’abolizione della servitù della gleba
La quarta importante riforma riguarda la liberazione dei contadini dalla “servitù della gleba”. Essa procedette con una certa rapidità nei secoli centrali del Medioevo nelle parti occidentale e meridionale del continente europeo ma fu molto più lenta nelle regioni orientali, dove fu pienamente realizzata solo nel XIX secolo. Si sviluppa così una nuova figura di imprenditore agricolo, l’affittuario, che costituisce una fondamentale innovazione organizzativa. È questa figura che dà impulso all’agricoltura di mercato, rivolta al guadagno e non più legata alla sussistenza. L’affittuario cerca infatti di massimizzare i rendimenti dei propri terreni, per lucrare il più possibile dai terreni che ha preso in affitto.
5) L’introduzione delle macchine e l’uso di fertilizzanti chimici
L’introduzione dei mezzi meccanici ha consentito di ridurre l’impiego della manodopera, estendendo però al tempo stesso la superficie coltivabile da ciascun operatore. Il loro impiego ha permesso inoltre di razionalizzare varie fasi della lavorazione, rendendole più efficaci e aumentando le rese dei terreni. Così il settore primario ha iniziato a valersi dell’aiuto di un complesso e vario numero di macchine agricole, come la zappatrice, la trebbiatrice, la macchina per raccogliere e imballare il fieno e, nelle aree ad agricoltura estensiva moderna, anche l’aereo per la semina e la concimazione.
Il mezzo più utile si è però rivelato il trattore, la cui introduzione ha permesso di aumentare la capacità di aratura dei campi, sia in senso quantitativo sia in relazione alla profondità di sollevamento e di aerazione del suolo. Aumenta così la resa per ettaro della terra e l’agricoltore si libera dalla fatica di un lunghissimo orario di lavoro durante la stagione favorevole. Il trattore è anche una macchina che serve per il trasporto dei prodotti: aumenta notevolmente la quantità trasportata per singolo viaggio e si riducono i tempi di trasporto.
I fertilizzanti chimici, che in gran parte sostituiscono la concimazione naturale, costituiscono il secondo aspetto dell’innovazione tecnica applicata all’agricoltura, generalizzando l’uso della chimica in agricoltura. L’interazione tra questi due settori trae origine dagli studi del chimico tedesco Justus von Liebig, che nel 1840 dimostrò come le piante abbiano bisogno, oltre che delle normali sostanze nutritive presenti nel terreno come il fosforo, il potassio e l’azoto, anche di altri elementi (microelementi) come ferro, manganese, rame, zinco, cobalto, molibdeno, presenti nel suolo solo in piccole quantità. L’industria chimica invase quindi il mondo agricolo di concimi ricchi di sostanze che rendevano il suolo più fertile, contribuendo in modo deciso allo spettacolare incremento della produttività registrato nel corso del XX secolo.
6) L’applicazione delle nuove scienze.
Una delle innovazioni più rivoluzionarie nella storia dell’agricoltura è stata lo sviluppo di nuove scienze applicate in modo sistematico ai vari comparti del primario.
La selezione delle sementi e delle specie animali più forti e produttive era un sistema che i contadini applicavano già nel passato: ciò consentiva loro di disporre di piante più resistenti alle malattie, di vacche che fornivano quantitativi di latte maggiori, ecc.
Successivamente questo processo di razionalizzazione agricola, applicato in modo empirico e sulla base di conoscenze sommarie, fu integrato con le scoperte dell’ingegneria genetica.
In tal modo si potevano creare organismi viventi nuovi, dotati di proprietà scelte preventivamente, come la resistenza ai rigori del clima o all’assalto dei parassiti, la dimensione dei frutti, il periodo di maturazione, ecc.
L’applicazione delle biotecnologie ha avuto poi altri benefici risultati sull’agricoltura moderna. Infatti sono state elaborate tecniche in grado di annullare gli effetti negativi di un impiego esasperato di agenti chimici e della selezione genetica.
L’agricoltura biologica, evita l'impiego di sostanze chimiche e ricorre anche a metodi antichi di organizzazione agricola, come la rotazione o la coltivazione di colture intercalari (piante che maturano in tempi diversi e che possono esser coltivate sul medesimo campo) contro le erbe infestanti. Questo processo di rinnovamento è stato anche favorito dalle richieste di una parte dei consumatori, particolarmente attenti alla genuinità dei prodotti e contrari a un impiego eccessivo di sostanze artificiali, che possono anche recare danni alla salute.
LE CONSEGUENZE DELLO SVILUPPO
Le modifiche introdotte nella gestione del settore hanno modificato le dinamiche che caratterizzano questa attività economica, le strutture complementari che da essa dipendono, il tenore di vita della popolazione.
1) L’aumento della produtività
I progressi tecnologici hanno incrementato fortemente la produttività agricola, con un effetto estremamente positivo sul tenore di vita degli operatori. I loro redditi, anche se ancora largamente inferiori rispetto a quelli delle professioni più qualificate, reggono però il confronto in quasi tutti i contesti regionali con quelli dei dipendenti dell’industria.
Si registra anche l’innalzamento della qualificazione professionale per cui molti lavoratori dei campi sono tecnici o diplomati, equiparati in pieno agli operai dell’industria.
2) La riduzione del numero degli addetti
L’impiego delle macchine e di tutti i mezzi che consentono di incrementare la produttività ha permesso di ridurre drasticamente il numero degli addetti del settore, anche se la quantità di beni fornita ai mercati non solo non è diminuita, ma è addirittura fortemente aumentata. Questo risultato è stato ottenuto proprio grazie alla ottimizzazione tecnica, che ha incrementato la produttività di ogni addetto. L’indicatore dello sviluppo agricolo che misura tale trasformazione è la percentuale di addetti all’agricoltura sul totale della popolazione attiva.
Nelle regioni povere e marginali, dove il settore primario è arretrato, gli occupati nell’agricoltura costituiscono ancora una parte cospicua del totale.
L’Italia, che nel 1951 era ancora un Paese agricolo, con il 41% degli attivi impiegati nel settore primario, è passata al 7% nel 1996.
3) L’integrazione con altri settori produttivi
L’integrazione dell’agricoltura con attività tipiche dell’industria o del commercio ha reso questo settore uno dei più ricchi e importanti nel quadro economico di numerosi Stati. Attività come la lavorazione della carne, la refrigerazione e la conservazione degli alimenti deperibili, l’inscatolamento, il trasporto sui mercati urbani, costituiscono un complemento indispensabile all’agricoltura. Le dimensioni dell’indotto sono perciò notevoli, e ciò è anche dovuto al fatto che esse sono molto redditizie: infatti sul costo finale di un bene incidono molto più le diverse fasi della lavorazione cui esso è stato sottoposto che non il suo valore originario (valore aggiunto).
Ciò ha stimolato la crescita produttiva e la nascita di numerosissime imprese che operano nel settore agroalimentare.
L’ORGANIZZAZIONE DELL’AGRICOLTURA
I modelli di gestione del settore primario sono essenzialmente quattro:
• agricoltura di sussistenza;
• agricoltura di mercato;
• agricoltura speculativa e di piantagione;
• agricoltura collettiva.
Essi presentano uno sviluppo particolare che li differenzia non solo dal punto di vista dell’organizzazione, ma anche delle colture praticate, della struttura sociale che li accompagna, del livello tecnologico impiegato, ecc.
1) L’agricoltura di sussistenza
L’agricoltura di sussistenza si ha quando la popolazione rurale dedica oltre due terzi del suolo e del lavoro a produzioni che servono all’autoconsumo. Le caratteristiche fondamentali sono una bassa utilizzazione delle possibilità di produzione, l’uso di attrezzi rudimentali e del lavoro manuale, un denso popolamento delle campagne accompagnato a miseria rurale, la quasi totale assenza del commercio e la scarsa circolazione della moneta. L’agricoltura di sussistenza è tuttora praticata in Africa centrale, nell’Asia tropicale, sugli altopiani indocinesi e alle pendici dell’Himalaya orientale.
L’area europea, sia centrale che mediterranea, ha conosciuto due forme di agricoltura di sussistenza, caratterizzate rispettivamente dal ricorso al maggese e dalla policoltura della piccola proprietà contadina. L’organizzazione produttiva basata sulla policoltura della piccola proprietà contadina consiste in una modalità di sfruttamento intensivo del suolo. Essa comprende tutte le specie vegetali e animali di cui una famiglia abbisogna per disporre di una dieta sufficiente e variata. La famiglia è proprietaria della terra che lavora, spesso di estensione modesta. Occorre quindi una intensa utilizzazione del suolo e della manodopera familiare. Nelle aree settentrionali dell’Europa si è sviluppata una variante della policoltura mediterranea, che prevede una prevalenza dell’allevamento del bestiame sull’attività agricola.
2) L’agricoltura di mercato
L’agricoltura di mercato o commerciale viene definita come quella modalità di sfruttamento del suolo che prevede che almeno il 50% dei prodotti siano destinati alla vendita. Essa è caratterizzata dalla combinazione di una serie di fattori:
• lo scopo dell’agricoltore è quello di piazzare al meglio i propri beni sul mercato, per ottenere i profitti più consistenti possibili. Egli cerca perciò di minimizzare i costi e gli sprechi, massi-mizzando la produzione totale;
• la necessità di vendere tutto il raccolto fa dell’agricoltore moderno un operatore competente e informato.
• l’agricoltura di mercato è fortemente specializzata e ogni azienda tende a dedicarsi a una sola coltura, in cui investe molte risorse e che conosce molto bene. Ciò consente di organizzare in modo razionale la gestione dell’attività agricola, il trasporto, le reti commerciali, ecc.
L’agricoltura di mercato è dominata dalla cosiddetta agroindustria, costituita da grandi imprese multinazionali in grado di provvedere non solo alla produzione, ma anche alla trasformazione industriale del prodotto agricolo e alla sua commercializzazione.
Il paradiso dell’agroindustria è il Nord America, dove operano aziende multinazionali di dimensioni colossali che controllano gran parte del mercato mondiale del loro settore (Asgrrow, Monsanto, Sandoz, Ciba Geigy, Unilever,Unione Carbide, Royal Dutch-Shell).
In Europa settentrionale l’agricoltura commerciale caratterizzata dalla grande azienda predomina in Gran Bretagna, Irlanda del Nord, Belgio, Francia, Germania e Italia settentrionale, nella Pianura Padana. Nella regione mediterranea l’agricoltura commerciale si manifesta nei giardini mediterranei (huertas spagnoli) che hanno una elevatissima produttività del suolo ma una scarsa produttività del lavoro. Essi necessitano quindi di una grande quantità di forza lavoro.
3) L’agricoltura speculativa e di piantagione
L’agricoltura di mercato trova la sua esasperata espressione nell’agricoltura speculativa. La struttura produttiva su cui si basa l’enorme accumulazione del capitale realizzato con questa forma di agricoltura è la piantagione. Si tratta di grandi proprietà terriere costruite nelle aree tropicali sui suoli migliori, in grado di garantire la massima resa per ettaro di prodotti particolarmente adatti a quelle condizioni climatiche. I profitti sono molto elevati, non solo per la produttività dei terreni e per la specializzazione colturale, ma anche grazie alla grande disponibilità di manodopera sottopagata. Storicamente questo tipo di agricoltura nasce nell'America colonizzata dagli spagnoli (XVI secolo) ed è legato alla tratta degli schiavi. Successivamente, grandi compagnie europee diffusero in Africa, Asia e Oceania la piantagione, il commercio internazionale dei prodotti e l’agricoltura di speculazione. Le aziende che operano nel settore delle piantagioni sono di tre tipi: grandi aziende multinazionali proprietarie direttamente della terra, piccole aziende contadine controllate da una grande società straniera, imprese che controllano la produzione dei piccoli operatori grazie alla mediazione dello Stato.
Tra le aziende multinazionali proprietarie direttamente della terra, la più grande è la statunitense United Fruit Company, produttrice di banane, che possiede 1.000.000 ha (10.000 kmq) di terra nell’America centrale, pari alla superficie dell’Abruzzo. Ha alle proprie dirette dipendenze 100.000 operai agricoli, ma compra i prodotti di altri coltivatori. Il controllo sul territorio dove è situata la piantagione e sulla politica economica e sociale degli Stati in cui esercita la sua influenza è elevatissimo, se si pensa che la società è proprietaria anche di 3000 km di ferrovie.
La Firestone possiede una piantagione di Hevea brasiliensis (caucciù) in Liberia di 400.000 ettari (4000 kmq, un’area un poco più piccola della Liguria). Nel secondo tipo di piantagione domina la Del Monte, che controlla la produzione di piccole aziende contadine di frutta tropicale di due ettari ciascuna. Essa ha attività nell’America centrale e soprattutto nelle Filippine e in Thailandia, ove controlla l’intera produzione. La situazione della produzione di cacao è analoga: le piccole aziende familiari sono dominate dalla domanda mondiale concentrata in una dozzina di multinazionali come Nestlè, Hersheys, Suchard. ecc. Il potere delle multinazionali in questi Paesi è talmente elevato che essi orientano gran parte del proprio sistema economico e della propria forza lavoro verso il settore primario. Nell’agricoltura di piantagione l’intera produzione di un solo prodotto è destinata esclusivamente all’esportazione in alcuni paesi industrializzati.
4) Le forme dell’agricoltura collettivista
L’agricoltura collettivista (gestione e proprietà del terreno agricolo riguardano l’intera comunità) era largamente diffusa nei paesi che hanno avuto un regime politico comunista (Cina ed ex Unione Sovietica) ed è ancora presente in numerose società del mondo. Consistono in svariate modalità di conduzione comune della terra e nell’assegnazione alle famiglie di diritti comuni su alcune aree agricole. Tra gli esempi di agricoltura collettivista, vanno citati i sovkhoz (fattoria di proprietà statale, con contadini a stipendio fisso) e i kolchoz (azienda di proprietà della collettività locale, che remunera i lavoratori in base alla produzione ottenuta) dell’ex Unione Sovietica e le comuni cinesi. Attualmente, la privatizzazione delle terre è in corso in svariati paesi dell’Europa orientale, in Russia e in Cina. Proprio la Cina, pur non avendo abbandonato il sistema politico comunista, sta tornando verso un tipo di agricoltura a conduzione familiare.
Una forma associativa molto importante è rappresentata dal kibbutz. Nel processo di costruzione dello Stato d'Israele, le correnti migratorie ebraiche provenienti dall’Est europeo, ispirate a idee socialiste, hanno realizzato delle forme originali di collettivismo.I kibbutz sono villaggi rurali in cui tutta la vita della famiglia, dal lavoro all’allevamento e all’educazione dei figli, si svolge in comune. Essi costituiscono perciò una delle forme più radicali di organizzazione e gestione comune dell’attività agricola, in cui le terre, i mezzi di produzione, i profitti, ecc. appartengono alla collettività. Il termine kibbutz indica una forma associativa volontaria basata su regole rigidamente egualitarie e sul concetto di proprietà comune. Il kibbutz è stato uno degli elementi fondamentali nello sviluppo di Israele, sia per la forte carica ideologica socialista sia per il fattore innovativo che portava in un’area in cui l’agricoltura era a puri livelli di sussistenza. Il kibbutz è nato come ideale di lavoro a favore della comunità; ogni singolo elemento appartenente al kibbutz lavora per tutti gli altri elementi dello stesso e in cambio, al posto di denaro riceve semplicemente i frutti del lavoro altrui, evitando così alla collettività di cadere nelle mani di quello che viene considerato il consumismo di stampo occidentale.
Altri casi particolari si riscontrano in alcuni paesi dell’Europa centrale in cui si è avuta la collettivizzazione della terra in modo massiccio (Bulgaria, Ungheria, Germania orientale). Altri (come la Polonia e l’ex Iugoslavia) hanno mantenuto un’elevata percentuale di proprietà privata. La forma di conduzione più diffusa è costituita dalla cooperativa autogestita, in cui i soci mettono in comune lavoro e terra, e vengono retribuiti in base alla quantità della terra conferita,
GLI SCAMBI INTERNAZIONALI
La maggior parte degli scambi internazionali di prodotti agricoli vede, da un lato, il flusso dei prodotti dei grandi esportatori (gli Usa esportano il 40% di grano nel mondo e il 70% di granturco) e, dall’altro, il flusso dei prodotti (come tè, cacao, caffè, zucchero ecc.) esportati dai paesi del Terzo Mondo nei paesi industrializzati. Questa situazione dà luogo a grosse disuguaglianze. La causa principale della disuguaglianza dipende dai condizionamenti dei prezzi sul mercato: in generale i prezzi dei prodotti agricoli tendono a calare; ma i prezzi di alcuni prodotti (grano, mais e riso) crescono e, essendo questi proprio i prodotti che il Nord del mondo esporta nel Sud, ne deriva un aumento del divario economico che divide le due parti.
Se un tempo l’agricoltura veniva considerata come un’attività rispettosa dell’ambiente, oggi risulta evidente di come le cose non stiano così: la pratica agricola influisce pesantemente sugli ecosistemi modificandoli e, talvolta, mutandoli radicalmente. Solo nella civiltà primitiva, caratterizzata da una economia di caccia e raccolta, l’uomo partecipava come componente non determinante. Ma poi, divenuto agricoltore sedentario e allevatore, cominciò a trasformare in maniera attiva il paesaggio vegetale sostituendo le complesse associazioni vegetali con poche piante coltivate, incrementando le piante più utili a scapito di quelle di scarso interesse economico, distruggendo le specie animali ritenute nocive a vantaggio di quelle addomesticabili e utili.
Fino alla Rivoluzione Industriale, la consistenza della popolazione mondiale e i mezzi tecnici di cui disponevano gli agricoltori non erano tali da esercitare sugli ecosistemi quella pressione che, oggi, rischia di pregiudicarne l’integrità e, in alcuni casi, anche l’esistenza.
Dopo la Rivoluzione Industriale, l’agricoltura ha dovuto adeguarsi alla crescente domanda di prodotti alimentari e industriali, provocata dal vertiginoso incremento della popolazione mondiale e dall’innalzamento del tenore di vita di una sua parte, per cui ha adottato sistemi sempre più sofisticati per elevare la produttività del suolo e per espandere l’area coltivabile.
L’agricoltura occupa un terzo della superficie del pianeta e costituisce l’attività centrale di buona parte della popolazione mondiale. Le attività agricole sono svolte in stretto contatto con la natura, facendola fruttificare e producendo risorse rinnovabili ma, allo stesso tempo, rendendola più fragile in caso di sfruttamento eccessivo o di gestione errata. Gli agricoltori devono preservare il loro ambiente fisico perché da esso dipende la loro esistenza.
L’agricoltura moderna si basa sempre più sull’immissione di elementi esterni al sistema sotto forma di fitofarmaci, meccanizzazione, fertilizzanti, ingegneria genetica, tecnologia; si parla quindi di agricoltura intensiva, in antagonismo all’agricoltura estensiva.
Le pratiche agricole tradizionali, per lungo tempo abbandonate, paiono però aver ritrovato una certa dignità attraverso la cosiddetta agricoltura biologica. Una parte dell’agricoltura tradizionale prende oggi il nome di agricoltura biologica, che costituisce una nicchia di mercato (anche se di una certa rilevanza) e presenta prezzi accessibili solo alla fascia medio alta della popolazione.
L’agricoltura intensiva presenta evidenti problemi di sostenibilità e per questo di anno in anno cresce l’esigenza di tecnologia sempre più attenta alle problematiche ambientali. Tra le soluzione tecnologiche, si è avuto il miglioramento dei composti chimici (meno tossici e persistenti) e delle varietà impiegate. In questa ottica si collocano anche gli O.G.M.1, organismi geneticamente modificati. Gli OGM vengono spesso indicati anche come organismi transgenici. Il primo OGM fu ottenuto nel 1973 da Stanley Cohen e Herbert Boyer. L’anno successivo la comunità scientifica internazionale si impose un blocco sulla commercializzazione degli OGM. Questo ha permesso di valutare lo stato di questa nuova tecnologia ed i possibili rischi, attraverso un approccio precauzionale. La conferenza che ha raccolto i risultati ottenuti concluse che gli esperimenti potessero procedere a patto che rispettassero severe linee guida. Queste linee guida sono tuttora la base che ispira tutte le ricerche di laboratorio che riguardano esperimenti di trasformazione genica. Tale severità normativa è stata applicata per consentire l’utilizzo solo di varietà e animali che siano stati riconosciuti sicuri per l’ambiente e per il consumo umano e animale.
I primi OGM sono stati batteri modificati per produrre sostanze come l’insulina e altri farmaci, e sono oggi normalmente utilizzati. Anche l’utilizzo in attività di ricerca di animali geneticamente modificati è oggi ampiamente diffuso. Dalla seconda metà degli anni ‘90 si sono diffuse anche le piante transgeniche, sulle quali si sono concentrati molti investimenti vista l’utilità derivante dalla resistenza ai parassiti o ai diserbanti e dalla maggiore produttività. Sull’uso delle piante transgeniche e sugli eventuali rischi legati al loro utilizzo, tuttora non dimostrati, si è focalizzata l’attenzione dell’opinione pubblica.
Molte persone, specialmente in Europa, considerano gli OGM un potenziale pericolo per l’ambiente se non per la salute, sebbene esistano circa 5500 studi sulla loro sicurezza e non siano emersi dati significativi da un punto di vista scientifico.
L’Unione Europea, al termine di uno studio durato 15 anni (1985-2000), ha affermato: “Queste ricerche dimostrano che le piante geneticamente modificate e i prodotti sviluppati e commercializzati fino ad oggi, secondo le usuali procedure di valutazione del rischio, non hanno presentano alcun rischio per la salute umana o per l’ambiente”. L’uso di una tecnologia più precisa e le più accurate valutazioni in fase di regolamentazione rendono probabilmente queste piante e questi prodotti ancora più sicuri di quelli convenzionali.
Nonostante ciò, alcuni ritengono che una mancanza di prove di dannosità non sia sufficiente a garantirne la non dannosità. Secondo questi la manipolazione genetica può comportare delle conseguenze non previste, sia rispetto alla modificazione dell’alimento (e quindi alle conseguenze sulla salute umana) sia rispetto all’interazione con le altre specie viventi e quindi alle conseguenze sull’ambiente. Tra le varie fonti di preoccupazione alcuni ritengono che le piante geneticamente modificate possano comportarsi come specie invasive, specie cioè che si affermano nell’ecosistema a danno di altre specie e varietà.
I paesi del terzo mondo sono fra i candidati ideali per l’utilizzo degli OGM in quanto potrebbero utilizzare delle sementi più resistenti e con delle rese superiori. Nonostante ciò questo non avviene in quanto è stato analizzato che:
• Le sementi OGM hanno costi superiori;
• I soggetti economici in grado sfruttare le opportunità offerte dagli OGM sono spesso i grandi produttori o i possidenti terrieri.
• I paesi europei che si sono dichiarati OGM-free (ovvero i paesi che non desiderano utilizzare prodotti derivanti da sementi OGM) potrebbero rifiutare le derrate provenienti dai Paesi in via di sviluppo che li utilizzano facendo venir meno una fonte importante del loro bilancio nazionale.
La maggior parte degli utilizzatori degli OGM sono i piccoli coltivatori dei Paesi in via di sviluppo (in particolare sono stati riportati benefici in Sud Africa, Argentina, Brasile, Cina, Filippine, India). La maggior parte di chi ha provato la tecnologia la riutilizza negli anni indicando tra le motivazioni della sua scelta due elementi chiave: l’aumento delle rese e del reddito, e la riduzione nei trattamenti insetticidi e/o erbicidi.
1 Un organismo geneticamente modificato è un essere vivente che possiede un patrimonio genetico modificato, tramite tecniche di ingegneria genetica che consentono l’aggiunta, l’eliminazione o la modifica di elementi genici. L’Unione Europea definisce così un OGM: “un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale”.
---------------
------------------------------------------------------------
---------------
------------------------------------------------------------

1

Esempio