Volontà di potere

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Testo

PERCORSO:
GRECO: Demostene e le Filippiche
LATINO: Tacito e il proemio dell’Agricola
FILOSOFIA: Nietzsche e Popper
ITALIANO: D’Annunzio
STORIA: I Totalitarismi
FISICA: La Relatività
SCIENZE: le reazioni termonucleari nelle stelle
EDUCAZIONE FISICA: le olimpiadi del ‘36/ sport e ginnastica nell’Italia Fascista
ARTE: Otto Dix
GRECO
Demostene e la difesa d’Atene
Demostene è sicuramente l’esempio più importante in Grecia di assoluta opposizione al potere rappresentato da Filippo che nel giro di pochi anni (era salito al trono nel 359 a.C.), destreggiandosi con estrema abilità fra i vari conflitti delle litigiose polis, era riuscito ad estendere in misura sempre maggiore la sua influenza sullo scacchiere greco. Il suo è un comportamento diverso da quello di Tacito che, di fronte al potere assolutistico dei Flavi, ha preferito non parlare per evitare problemi al contrario le opere di Demostene saranno sempre rivolte contro Filippo e la sue mire espansionistiche. Demostene apparteneva alla ricchissima borghesia e nacque ad Atene nel 384 a.C. Perse il padre a soli sette anni, questo aveva affidato il patrimonio a due nipoti Afobo e Demofonte che nel giro di pochi anni si impossessarono di tutti i suoi beni, tanto che Demostene li chiamò in giudizio anche se non riuscì a ritornare in possesso di tutti i suoi averi. Nei primi anni della sua carriera esercitò la professione di logografo e solo dopo aver ottenuto una certa fama diventò un vero e proprio oratore o meglio “l’oratore greco di tutti i tempi”. Il primo discorso antimacedone è sicuramente la Prima Filippica (352 a.C.) nella quale vengono ammoniti gli ateniesi perché si scuotano dalla loro apatia e si rendano conto del grave pericolo insito nelle mire espansionistiche del Macedone: “…..Vedete infatti, o Ateniesi, a che punto di impudenza è giunto costui: non vi lascia neppure scegliere se agire o restare in pace, ma minaccia e pronunzia, a quanto dicono, parole arroganti, e non è capace di accontentarsi di quello che ha già conquistato, ma sempre si circonda di nuove conquiste e ci accerchia da ogni parte mentre noi indugiamo e rimaniamo inerti…”; secondo Demostene questo poteva ancora essere fermato e nella chiusa del discorso propone che si armino un esercito e una flotta per contrastarlo: “…..Se dunque anche voi, o Ateniesi, vorrete venire in tale ordine di idee, almeno ora, dato che non l'avete fatto in passato, e ognuno di voi lascerà da parte ogni pretesto e sarà pronto ad agire là dove il dovere glielo impone e potrebbe rendersi utile alla città…..” . Gli ateniesi preferirono però la politica pacifista di Eubolo
appoggiato poi anche da Isocrate che nel 346 a.C. scrive il Filippo indirizzata al sovrano macedone che veniva considerata l’unica persona capace di riorganizzare l’intera Grecia e ciò al fine di condurre una decisiva campagna contro la Persia.
Poco dopo Filippo puntò sulla città di Olinto (nella penisola calcifica) che chiese l’aiuto di Atene. A questo periodo risalgono le tre Olintiache (348-349 a.C.) nelle quali Demostene cerca di convincere gli Ateniesi ad aiutare gli abitanti di Olinto coprendo le spese militari impiegando il alla cui gestione era posto Eubulo, anche se questa proposta inizialmente non venne accettata, solo dopo la distruzione di Olinto (348 a.C.) Eubulo prese in considerazione la possibilità di una guerra panellenica anche se questa venne scartata dalle altre città greche, anzi si stabilì di inviare un’ambasceria a Filippo per trattare la pace stipulata nel 346 a.C. che prende il nome di “Pace di Filocrate”. Nel 344 a.C. viene datata la Seconda Filippica che è il manifesto del contrasto tra Demostene ed Eschine, i due avevano partecipato insieme all’ambasciata inviata a Filippo e Demostene accusa apertamente Eschine di essere un traditore filomacedone. Sicuramente però la Terza Filippica del 341 a.C. è il discorso più acceso di Demostene: Filippo viene descritto come un re barbaro che sta entrando sempre più negli affari della Grecia e rappresenta un pericolo mortale per essa; Atene ha il dovere di fermare i piani di espansione del Macedone e di incitare le altre città ad unirsi on uomini e mezzi in questa lotta, o combattere da sola se le altre poleis intendono adattarsi alla schiavitù: “….il fatto è che le cose vanno male perché voi non fate nulla di ciò che è necessario …Ora Filippo ha avuto il sopravvento sulla vostra inerzia e sulla vostra indifferenza, ma non l'ha avuto sulla città; voi non siete stati vinti: non vi siete neanche mossi….Lui dice che non fa la guerra, ma io proprio non me la sento di riconoscere che egli, agendo in questo modo, faccia la pace con voi…. Se invece ciascuno se ne starà inerte a perseguire quello che desidera e a cercare il modo di non fare nulla personalmente, in primo luogo non è immaginabile che possa trovare mai chi lo farà, e poi temo che saremo costretti a compiere tutte insieme le cose che non vogliamo fare”.
Il partito di Demostene ottenne sempre più consensi infatti grazie alla sua propaganda riuscì a staccare alcune città dall’alleanza con Filippo e ad unirne molte altre in una lega guidata da Atene. Però le attese di Demostene vennero disilluse nel 338 a.C. quando, il 2 Agosto, presso Cheronea, Filippo di Macedonia si scontrò con Atene e i suoi alleati , e per questi ultimi fu un disastro. Demostene, che partecipò alla battaglia come oplita riuscì a salvarsi con la fuga, meritandosi i rimproveri di Eschine per non aver saputo morire sul campo. La Grecia era oramai sottomessa al potere Macedone, solo dopo la morte di Filippo (336 a.C.) risvegliò nei greci una voglia di libertà al punto che il re di Persia inviò un ingente somma di denaro a Demostene perché preparasse l’insurrezione contro Alessandro, figlio di Filippo. Questo però non accadde mai perché Alessandro fece radere al suolo la città di Tebe non appena avuta notizia della sollevazione e minacciò una sorte uguale per chi avesse voluto ritentare l’impresa. La figura di Demostene oratore-politico stava perdendo forza anche a causa di un’accusa di corruzione dalla quale non seppe difendersi e che lo costrinse all’esilio. Tornò in patria solo dopo la morte di Alessandro (323 a.C.) e diede inizio a quella che viene ricordata come guerra di Lamiaca (323-322 a.C.) che però si concluse a Crannon, in Tessaglia, quando Antipatro, capo dell’esercito macedone, sconfisse definitivamente i greci e spinse Demostene al suicidio nell’isola della Calauria (322 a.C.).
Completamente diverso è invece l’atteggiamento che sia verso il poter durante l’età ellenistica. Infatti autori come Callimaco o Teocrito vivendo a corte e lavorando nella biblioteca di Alessandria non attaccano il poter anzi lo appoggiano e lo aiutano. Un esempio di questo si può rintracciare nella Chioma di Berenice di Callimaco dove è chiaro l’intento di captatio benevolentiae da parte dello scrittore che scrive questo piccolo epillio in onore della sovrana moglie di Tolomeo III Evergete ( dedicherà alla sovrana anche un epinicio anche perché questa era originaria di Cirene, terra natale di Callimaco, che per questo tenderà sempre a privilegiarlo). Anche in Teocrito troviamo parti in cui è chiaro il suo intento cortigiano, come nel mimo urbano Le Siracusane (idillio 2) in cui nel descrivere la città di Alessandria in festa e lo sfarzo del palazzo reale si elogia la figura di Tolomeo perché ha reso possibile tutto questo.
LATINO:
L’Assolutismo Paternalistico nella Roma dei Flavi
L’assolutismo Paternalistico sviluppatosi nella seconda metà del I sec. d.c. è un ottimo esempio, si fusione di due essenze apparentemente antitetiche come il Totalitarismo positivo e quello negativo; una forma governativa costituita dallo scontro continuo tra innovazione e tradizione. Dopo la caduta della gens giulio-claudia ,a causa di una rivolta capeggiata da Sulpicio Galba, Roma si trovò al centro di continue lotte intestine tra altri funzionari governativi (69 d. C. anno dei 4 imperatori). Infine risultò vincitore Tito Flavio Vespasiano che iniziò un opera di razionalizzazione delle infrastrutture imperiali. Le riforme vespasiane miravano al riconoscimento totale del princeps come massima auctoritas e alla subordinazione totale del Senato. In primis la stessa razionalizzazione del potere costruendo le fondamenta del proprio potere su basi quali la cultura, la religione, l’arte e la stessa società; ciò avvenne quasi duemila anni dopo in Italia, Germania ed Unione Sovietica. In poche parole chi vuole avere il potere non deve trovare il consenso di chi il potere lo possiede già ma di chi dà la possibilità di avere il potere. Vespasiano inoltre cercò di demisticizzare la figura del princeps, ritenuta di origine divina, e renderlo simile più ad un magistrato che, possedendo maggiore auctoritas degli altri, aveva il compito di mantenere l’ordine dell’intero impero; per ciò aveva anche la possibilità di usare violenza per mantenere la pace interna e quindi l’ordine. Inevitabile, inoltre, era la presenza della cultura alternativa composta dai dissidenti; il princeps non esitò a sopprimere ogni tipo di cultura alternativa che potesse danneggiare la figura imperiale perché capace di unire i dissidenti politici e di originare delle ribellioni. Tale atteggiamento è tipico dei Totalitarismi negativi moderni, il dissenso politico che nasce dalla cultura alternativa è sempre stato oppresso ed eliminato; in questi regimi si cerca di pianificare del tutto la società e la cultura, ogni cittadino deve avere morale, etica ed ideologie uguali: il Totalitarismo si fonda sulla cultura poiché solo così può svilupparsi, e quindi ogni cosa che può minare queste fondamenta, come una cultura alternativa, deve essere controllata o addirittura oppressa. La razionalizzazione del potere imperiale venne continuata dai due figli di Vespasiano: Tito e Domiziano. Soprattutto Domiziano cercò di abbandonare definitivamente la figura divina dell’imperatore per conferire un potere completamente mondano. Di Domiziano si ricorda soprattutto la sua crudeltà, tuttavia non era una crudeltà gratuita ma, come accadde anche nella Sparta di Licurgo, era dettata dalla necessità di mantenere quell’ordine di cui egli stesso era il rappresentante; dunque la violenza era ancora una volta una conseguenza del Totalitarismo. Il valore e il potere del Senato era stato messo, nello scenario politico romano, in secondo piano; questa situazione cambiò quando Cocceio Nerva succedette a Domiziano, egli applicò una riforma per la successione del princeps in base al quale lo stesso princeps doveva essere designato e votato dal Senato, questa riforma era carica di grandi significati. Infatti la carica del princeps non venne più trasmessa per eredità, quindi non era una proprietà dello stesso princeps, ma era un sorta di compito affidatogli dal Senato (imperatori d’adozione) il Senato dava un mandato in base al quale il princeps aveva il dovere e la possibilità di governare come meglio credeva l’Impero. Comunque tale manifestazione di Totalitarismo ebbe delle conseguenze che volsero verso il vero Totalitarismo negativo reale. Successe a Nerva, il figliastro Traiano che si fece promotore dell’ordine “civile” imperiale, l’essenza del proprio governo era infatti costituita dalla necessità dell’ordine, alquanto dovuto data l’immensità del territorio gestito. La politica di Traiano fu più liberale, per quando riguarda l’espressioni culturali, rispetto ai suoi predecessori. Egli, infatti, cercò di dare vita ad un periodo denominato “felicitas temporum” in cui ogni forma culturale era accettata. Tuttavia questa libertà, almeno culturale, era “fittizia”, infatti l’unico uomo libero nell’impero era lo stesso princeps che possedeva praticamente una libertà di decisione e di azione infinità, l’unico limite alla sua libertà era rappresentato dalla sua coscienza, morale ed etica. Anche per questo motivo uno dei grandi letterati di quel tempo, lo storiografo Tacito, prima illuso e poi disilluso da tale libertà, affermerà che il princeps et libertas sono antiteticamente opposti. Il rapporto di Tacito con il potere è stato sempre ambiguo: come leggiamo nel III capitolo dell’Agricola lo storiografo sostiene che lui per 15 anni, ovvero la durata del regno dei Flavi, non ha potuto parlare e che solo con l’avvento di Nerva “..nunc demum redit animus” lui si sente libero di esprimersi e di poter dire ciò che vuole, quindi è palese la sua critica nei confronti del regime precedente. L’intento che Tacito vuole perseguire è quello di compiere un elogio “…neque amore sine odio…” dei tempi che si trova a vivere perché identifica in Nerva (ed anche in Traiano) l’uomo che “…miscuerit principatum et libertatem…”. Sembra proprio che Tacito manifesti un sentimento di speranza di conciliazione e congiungimento tra il potere e l’auctoritas del princeps e la libertas del Senato; un governo che ha per essenza l’armonia dei poteri che apparentemente potrebbero sembrare poli opposti ma che con i “giusti uomini” possono trovare un punto in comune. Sia nel III capitolo dell’Agricola che nel I capitolo delle Historiae lui dice di voler fare un elogio dei tempi che si trova a vivere anche se in seguito non rispetterà questa volontà, forse perché si rende conto che gli imperatori che secondo lui dovevano portare la felicità e la tranquillità in realtà si sono comportati come i loro predecessori. Tacito, pur pensando questo, nelle Historiae, scrive riguardo al governo di uomini “giusti”:> (Hist. 1, 16), traspare in Tacito una saggia consapevolezza dell’impossibilità della possibilità di una totale libertà, in quanto una situazione simile porterebbe alla distruzione l’intera struttura imperiale, ciò nondimeno la politica “giusta” non deve attuare una strategia estremamente antiliberale che opprima i cittadini trasformandoli in sudditi. In quella piccola affermazione di Tacito individuiamo l’essenza vera delle democrazie moderne, fondate sulla libertà. La gestione migliore di uno Stato è caratterizzata dal riconoscimento della libertà individuale ma anche dal limite della stessa per attuare un’amministrazione equa. Quindi Tacito giustifica storicamente il principato perché è l’unico modo di governare un impero così vasto. L’animo dell’autore cambia totalmente negli Annales, la sua ultima opera in cui narra le vicende storiche romane dalla morte di Augusto (14 d.C.) a quella di Nerone (68 d.C.). Negli Annales Tacito è completamente rassegnato ritenendo definitivamente non compatibili il princeps e la libertas, questo decadimento è dovuto alla “degenerazione dei costumi”; tuttavia per Tacito questa situazione non è segnata dal decadimento del tutto ma dallo stesso sistema, che secondo lo storico, è il “meno giusto”, dunque, le conseguenze non sono causate dal decadimento dell’uomo ma dal sistema politico stesso che portò definitivamente alla rinuncia della libertas. La libertas divenne solo prerogativa del princeps ed era soggetta alla personalità malvagia dello stesso.
Quindi inevitabilmente il Totalitarismo negativo sia quello antico che quello moderno, come vedremo successivamente, porta ad un decadimento dei costumi, causati, tuttavia, non dal sistema politico , ma dall’ uomo che cerca di far degenerare il tutto.
STORIA:
Le modalità di origine dei Totalitarismi moderni.
Nella prima metà del ‘900 si verificò una situazione di disordine politico, sociale ed economico causata dalla prima guerra mondiale, ma anche dalla caduta della Borsa di Wall Street nel ’29 e dello sviluppo dell’ideologia marxista. In un situazione così destabilizzante i Totalitarismi trovarono terreno fertile in cui mettere radici. Il primo fu il regime fascista di Mussolini in Italia, dopo la celeberrima Marcia su Roma nel 1922, Vittorio Emanuele II consegnò il mandato di formare il governo, dunque nella totale legalità, a Mussolini. Il regime fascista fu con molta probabilità un Totalitarismo negativo assoluto anche se ci sono risvolti di tipo oligarchico, proprio perché si formò intorno alla figura del Duce una elite di dirigenti che nella pratica amministravano la politica interna italiana. Nel 1933 Adolf Hitler sale al potere, anch’egli come Mussolini per vie legali. Quello di Hitler fu nei fatti il vero Totalitarismo negativo assoluto, la figura del Fhurer acquistò lati divini, la sua forza carismatica fece unire in un grande nazionalismo l’intera Germania umiliata per le sovvenzioni contenute nel Patto di Versailles. Il potere di Hitler gettava radici mistiche che lo facevano seguire ciecamente da un intero popolo, la repressione della violenza e la voglia di vendetta era stata oggettivata verso un capo carismatico spalleggiato da un ideologia che inneggiava alla razza ariana come la unica degna di comandare sul mondo intero. Per quanto riguarda il regime comunista di Stalin la situazione fu differente. Infatti egli dovette fronteggiare già un contesto politico di tipo oligarchico dopo la morte di Lenin nel 1921. La strategia di Stalin non fu quella di premere sul popolo per entrare a pieni titoli nel potere assoluto ma sull’oligarchia sovietica. Una volta entrato non esitò ad eliminare i suoi oppositori sia per quanto riguarda il loro pensiero che sia fisicamente, il “caso Trolskji” è emblematico. Una volta consolidato il potere nel Partito, nella sua struttura infatti l’Unione Sovietica era ancora un Totalitarismo negativo rappresentativo, cambiò strategia affermandosi anche tra il popolo; imponendo la propria figura mitizzandola quasi in modo divinatorio. A differenza degli altri regimi totalitari moderni, lo stalinismo non si generò e consolidò nella massa (oclocrazia) ma in un apparato politico già preesistente.
I punti in comune
Accurato che, nell’essenza, il Totalitarismo e la Democrazia sono praticamente uguali, anche se il primo è soggetto a degenerazione, dobbiamo adesso individuare quali sono i punti in comune tra i Totalitarismi moderni. In primis la struttura dello Stato totalitario come quello fascista e nazista ha delle caratteristiche in comune: l’esaltazione del proprio leader inneggiato quasi a divinità e conoscitore della vera realtà, l’esistenza di una ideologia su cui costruire il mondo futuro e applicare le leggi presenti, l’esistenza di una polizia terroristica ufficiale o ufficiosa con la quale attuare le repressioni contro i dissidenti politici o chi “infanga” l’etica e morale del regime, un’autarchia di tipo economico e culturale, il monopolio dei mezzi di comunicazione (stampa, mass-media) e dell’apparato industriale militare e la nazionalizzazione delle industrie fondamentali quali quelle agricole e metalmeccaniche. Gli studiosi Friedrich e Brzezinski individuarono esattamente 6 punti constatati nei tre regimi ritenuti per eccellenza totalitari (stalinista, hitleriano e mussoliniano):
1. Un’ideologia elaborata, consistente in un corpo ufficiale di dottrine che abbraccia tutti gli aspetti vitali dell’esistenza umana, al quale si suppone aderisca, almeno passivamente, ogni individuo. Ogni ideologia punta ad una realtà ideale e ad una nuova società
2. Un partito unico di massa tipicamente guidato da un solo uomo, il dittatore e composto da una percentuale relativamente piccola di popolazione totale
3. Un sistema di terrore, sia fisico che psichico, realizzato attraverso il controllo esercitato dal partito e dalla polizia segreta.
4. Un monopolio di tutti i mezzi di effettiva comunicazione di massa come la stampa, la radio e il cinema concentrato nella mani del partito e del governo
5. Un monopolio egualmente tecnologicamente condizionato e quasi completo dell’uso effettivo di tutti gli strumenti di lotta armata
6. Un controllo centralizzato e la guida dell’intera economia attraverso il coordinamento burocratico di attività imprenditoriali
La Germania Nazista
L’ideologia nazista ha la struttura fondamentale simile alle altre ideologie totalitariste moderne, tuttavia, nei suoi contenuti differisce notevolmente sia con quella fascista che con quella stalinista. Tale dottrina di leggi si basa soprattutto sul riconoscimento di un nemico comune causa del disagio sociale che stava attraversando la Germania negli ’20 e ’30, e venne individuato negli ebrei. L’ideologia nazista fu la prima di questo genere, cioè nel riconoscere il proprio nemico non più per le sue idee politiche e classe sociali non condivise ma per la razza. Hitler dava motivazioni di ogni genere per dare una spiegazione a questo odio contro gli ebrei; egli, infatti, ne riconosceva a pieno titolo la colpa del collasso tedesco sia nell’ambito economico, in quanto, ad avviso dello stesso Fuhrer, non investivano i loro patrimoni in Germania, essendo capitalisti, e sia nell’ambito culturale cioè artefici del degrado culturale della Germania. Per quanto riguarda i nemici politici per Hitler erano rappresentati dai bolscevichi, i nemici genetici del regime, e i democratici. Questo ricerca necessaria e ossessiva di un nemico “genetico” del regime era dovuto soprattutto al fatto che bisognava trovare un punto in comune che unisse l’intera popolazione ed Hitler, abile statista, capii che bisognava fare leva sul sentimento nazionalista tedesco represso per la sconfitta del primo conflitto. Il sistema che proponevano i nazisti era un sistema apertamente antidemocratico e antiliberale, poiché >; addirittura la “venerazione” del capo si rifaceva ad alcune tradizioni pagane celtiche e sassoni. Il programma nazista inoltre prevedeva il dominio assoluto e la fondazione di un nuovo ordine sociale con a capo la razza ariana, dagli Arii una popolazione indoeuropea da cui discendono alcune popolazioni germaniche, e da cui, sarebbe nata la cultura dell’umanità. Tale razza era pensata, con tanto di prove pseudo-scientifiche, come l’unica razza pura “biologicamente” e degna di comandare; le altre razze erano ritenute “inferiori” o addirittura da eliminare come quella ebraica . A questa politica populista si affiancava il genio da statista, demagogo e retorica di Adolf Hitler che divenne una delle figure più carismatiche dell’ultimo secolo, mare di folle erano in delirio quando recitava con grandissima enfasi > (pp. 237, Mein Kempf).
Le cause dell’avvento nazista in Germania
Le cause dell’avvento nazista in Germania sono essenzialmente tre. La sanzioni causate dalla sconfitta della I^ Guerra Mondiale, la crisi del ’29 e la politica populista di Hitler. Prima fra tutte, quindi, la disfatta del primo conflitto mondiale che aveva portato il Paese in una situazione particolarmente precaria, a causa delle sovvenzioni del Patto di Versailles. In questo trattato di pace stipulato subito dopo la fine del conflitto venne riconosciuta nella Germania l’unica provocatrice del conflitto per cui vennero imposte multe pesantissime, confiscate l’Alsazia e la Lorena, territori ricchi di giacimenti minerari e altamente strategici, non a caso furono i primi territori soggetti alle mire espansionistiche di Hitler; inoltre fu costretta a cedere gran parte della sua marina e a destituire l’intero esercito. I territori coloniali vennero spartiti dalle potenze vincitrici, la Germania all’inizio del 1920 era sull’orlo del collasso. L’inflazione aveva distrutto sia l’economica interna che il commercio estero, la Germania si trovava isolata anche economicamente. Dopo la caduta del secondo Reich fondato da Bismarck si verificarono in tutta la Germania, e particolarmente a Berlino dei tumulti. Successivamente a queste lotte intestine il governo provvisorio fece posto a un governo ufficiale che prese il nome, a causa del luogo dove avvenne la Costituente, Repubblica di Weimar. Un governo formato da moderati e progressisti che ebbe il duro compito di risanare la situazione interna alla Germania. Successivamente agli anni cosiddetti “terribili” (1922-1923) in cui l’inflazione salì incredibilmente, la Germania assistette ad un periodo di stasi sia interna che estera. L’economia dopo periodi nerissimi incominciò a dare segni di ripresa e i rapporti con gli Alleati vincitori diventarono più distesi grazie gli Accordi di Locarno (1925) in cui la Germania riconobbe ufficialmente i confini dettatagli dal Patto di Versailles, e riuscì ad entrare nella Società delle Nazioni. La situazione degenerò nuovamente nel ’29 per la “grandi crisi” della Borsa di Wall Street: un cataclisma economico mondiale che colpì tutti i Paesi, e costrinse ad attuare ad ciascuno di essi una politica economica di tipo protezionistico riducendo drasticamente i commerci esteri. Questo contesto condizionò altamente la già debole economia tedesca che precipitò in una situazione sociale e politica alquanto grave, in quanto la crisi del ’29 colpì i ceti più umili e quelli medi, già danneggiati precedentemente, e fece fallire migliaia di industrie e la produzione calò. Questa situazione di emergenza fece applicare al governo un politica economica volta verso il sacrificio e la fame, con ripercussioni sulla popolazione più povera. In questo contesto il nazismo trovò un ottimo luogo dove edificare il proprio potere. In questo periodo caotico e confuso le squadre naziste iniziarono ad imperversare per tutto il Paese distruggendo quel barlume di democrazia che era rimasto nella Repubblica di Weimar. Mentre il popolo inneggiava al grande capo carismatico Hitler visto come unico salvatore della Patria in ginocchia, il presidente della Repubblica, il maresciallo Hidenburg, conferì l’incarico di formare il governo al nuovo Fuhrer (Gennaio 1933). Era l’inizio del regime nazista.

Il regime nazista nel suo manifestarsi reale
Per analizzare la manifestazione reale del regime totalitario nazista riprenderemo i 6 punti individuati da Friedrich e Brzezinski. In primis il Nazismo aveva un’ideologia non molto precisa e chiara come quella fascista; essa si rifaceva ad antichi valori germanici, e ripudiava i nuovi valori come il Cristianesimo, il liberalismo e la Democrazia. L’ideologia si avvalse, in questo senso, impropriamente della teoria dell’ubermensch di Friedrich Nietzsche, individuando punti comuni praticamente inesistenti. D’altro canto la teoria del superuomo (o meglio oltre-uomo) è stata una delle teorie filosofiche violentate dalla storia, persino grandi letterati come Gabriele D’Annunzio la interpretarono a loro favore, formando una propria morale ed etica. L’ideologia nazista venne applicata appieno anche nel contesto reale. Dopo due anni dell’ascesa al potere di Hitler, vennero emanate le Leggi di Norimberga in base alle quali i cittadini ebrei tedeschi perdevano ogni diritto civili e furono oggetto di un boicottaggio sia civico che economico, di fatto iniziavano le percussioni ebraiche che sfociarono nell’Olocausto. Tuttavia le leggi persecutorie prevedevano anche altri tipi di provvedimenti come la soppressione degli infermi di mente, la sterilizzazione imposta ai portatori di malattie ereditarie e la persecuzione contro gli omosessuali. Ma l’applicazione dell’ideologia vide implicati altri settori come quello culturale, Hitler, infatti, fece bruciare e distruggere tutti quei libri ritenuti per qualche motivo contro il regime, con l’obiettivo, in questo modo, di costruire una nuova cultura incentrata sul Terzo Reich. Venne istituito un unico partito (Partito Nazionalsocialista) e un solo sindacato secondo il modello fascista. Fu instaurato un regime di terrore testimoniato da ciò che la Arendt chiama > dai campi di concentramento, caratteristiche contraddistinta dei regimi totalitari. In Germania furono i lager, dove vennero rinchiusi ebrei, oppositori politici o chi era ritenuto contro l’etica-morale del regime. Vennero legalizzate organizzazioni di polizia terroristica come le SA e le SS, una milizia nazionale composta da fanatici con un sentimento quasi morboso verso il proprio capo. Altro aspetto fu la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione per attuare nei modi migliori il regime propagandistico che era orientato soprattutto alla mistificazione del Fuhrer e alla distruzione morale e civile del popolo ebreo. Vennero nazionalizzate industrie di tipo militare, e la produzione militare crebbe a dismisura per preparare il Terzo Reich alla “Grande Guerra”. Per far fronte alla disoccupazione vennero ampliati lavori pubblici di edilizia statale e privata, basati sulla costruzione di grande opere monumentali. Per quanto riguarda l’economia fu promossa una politica protezionistica, per valorizzare i prodotti interni e sviluppare l’economia interna, inoltre lo Stato si faceva fautore di prestiti ed esenzioni fiscali per aiutare le attività imprenditoriali. Tutto questo era dovuto all’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza e quindi un autarchia totale, ed effettivamente tale obiettivo venne raggiunto e superato, e fece vivere alla popolazione tedesca un periodo di prosperità dopo lunghi anni di fame e miseria; anche questo fu il motivo dell’affermazione nazista nella Germania degli anni ’30.

Il regime stalinista nell’Unione Sovietica degli anni ’20 e ’30.
Una differenza essenziale del regime stalinista verso gli altri regimi totalitari del XX° secolo è soprattutto l’obiettivo sociale. Esso si poneva, infatti, l’obiettivo di non mantenere la struttura sociale che si era instaurata nella Russia degli Zar costituita da aristocratici, borghesi, operai e contadini, ma, come nei più alti principi della Rivoluzione russa, di pianificare e riformare del tutto il tessuto sociale, rendendolo un ammasso di cemento unico, con cultura, idee politiche e culturali omogenee, e proprio questo fu l’obiettivo essenziale di Josef Stalin. Dopo la morte di Lenin nel 1924 all’interno del Partito Comunista si scatenò una lotta di successione conclusasi con l’affermazione di Stalin. Infatti nel Partito erano emerse due figure di grande spicco valorizzate dal fatto che erano grandi compagni e collaboratori di Lenin; una era appunto quella di Stalin, l’altra quella di Trockji. I due si scontrarono politicamente per le loro strategie diverse, Stalin voleva una politica basata sulla risoluzione dei problemi interni sociali ed economici del territorio russo, Trockji invece voleva continuare la Rivoluzione del Proletariato espandendola in tutta Europa (Rivoluzione permanente). Stalin, tuttavia, non trovò molti ostacoli per insediarsi al potere, per mezzo dell’oppressione, anche fisica, di tutti i suoi oppositori politici all’interno del Partito, a differenza degli altri regimi i dissidenti non erano all’esterno della struttura statale ma all’interno. Lo stesso Trockji fu prima emarginato nella vita politica, poi ucciso da un sicario di Stalin in Messico nel 1940. La politica interna di Stalin si incentrò soprattutto sull’economia e sulla pianificazione o statalizzazione della società. Il primo obiettivo fu la collettivizzazione forzata delle campagne; nella società russa infatti si erano affermati dei piccoli proprietari terrieri, i Kulaki, che vennero praticamente travolti dalla rivoluzione russa prima e dalla politica di Stalin dopo. Tutti i beni dei kulaki vennero confiscati e divisi tra la popolazione contadina, mentre si cercò di eliminare la classe sociale dei kulaki in quanto classe. Moltissimi vennero trasferiti in Siberia dove per fame o per freddo morivano mentre lavoravano, in condizione di schiavitù, alla costruzione di opere pubbliche come ferrovie, dighe, centrali elettriche e canali; molti altri invece i più diffidenti vennero uccisi direttamente con fucilazioni di massa sommarie. Il programma di collettivizzazione prevedeva che il contadino doveva dare allo Stato dei quantitativi minimi di raccolti, chi li avesse superati aveva diritto a premi; tuttavia si verificò un atteggiamento restio da parte dei contadini che furono oggetto di campagne di punizione da parte di funzionari statali ed operai. Secondo punto del programma di sviluppo economico interno di Stalin fu l’industrializzazione forzata dell’URSS che fu anche uno dei motivi per cui l’Unione Sovietica non venne coinvolta nella crisi del ’29. Per giustificare questa politica Stalin si rifece anche all’ideologia marxista, in quanto lo stesso Marx affermava che per raggiungere la completa rivoluzione del proletariato bisognava aver raggiunto un livello industriale alto. La scelta economica fu pianificata dal partito e divisa in “piani quinquennali” in base ai quali ogni 5 anni bisognava aver raggiunto un obiettivo prefissato di sviluppo industriale. In 5 anni, cioè tra il 1928 e il 1933, la produzione industriale doveva essere cresciuta del 180% mentre il reddito nazionale del 103%. Per cui ogni tipo di risorsa venne riversata nell’industria pesante. Tuttavia si assistette ad un fallimento relativo di questa programmazione, anche se gli enormi sforzi avevano portato la Russia, tra le più grandi potenze mondiali, perché riuscì a tenersi fuori dalla crisi del ’29 che coinvolse particolarmente i regimi occidentali liberali. Il regime stalinista alla pari degli altri regimi totalitari attuò una strategia di oppressione verso i dissidenti del regime e costruì una grande struttura propagandistica. I sovietici alla pari dei nazisti, possedevano dei campi di concentramento che prendevano il nome di Gulag i quali rappresentavano in sé un strumento di terrore per reprimere nel nascere ogni attività avversa al regime. Se l’essenza dei Gulag sovietici era la stessa dei Lager nazisti, tuttavia, avevano obiettivi diversi. La struttura dei Gulag era un mezzo utile al regime per pianificare del tutto la società trasformandola nella “società del proletariato”. Infatti vennero coinvolti tutti gli individui ritenuti non appartenenti al proletariato e quindi estraneo alla nuova realtà socialista, in questa lista rientravano gli artigiani, i commercianti, piccoli imprenditori e professionisti, si puntava alla distruzione della società ritenuta vecchia e degradata per formarne una nuova fondata sul proletariato, erano persone non oppositori del regime, ma ritenute non adatte alla nuova realtà; inoltre vennero trasferiti nei gulag anche minoranze etniche e religiose; mentre la persecuzione nazista si basava principalmente sulla razza, quelle russa poneva le sue fondamenta su una persecuzione di tipo sociale. Entrambi, tuttavia, si ponevano l’obiettivo, per mezzo dei campi di concentramento, di arrivare ad una società, ritenuta a loro avviso, più giusta. Per quanto riguarda la propaganda era fondata sul culto della figura di Stalin, che venne di fatto divinizzata; fu riproposto come il “capo del proletariato mondiale”, l’unico capace di portare la rivoluzione proletaria in tutto il mondo. La cultura vene vista come una strumento propagandistico e di regime. Nacque in questo modo il realismo socialista che si poneva l’obiettivo di decantare le virtù del socialismo e della rivoluzione, e di istruire in tal senso la popolazione, lodando gli obiettivi raggiunti dal regime. Tutto ciò naturalmente sotto stretta osservanza del partito.
L’Italia Fascista
Il Fascismo fu un movimento nato per rispondere all’esigenza di una borghesia che non si riconosceva più negli ideali risorgimentali della prima età unitaria italiana. Il Fascismo prima di tutto era un movimento di idee in cui divergevano diverse classi sociali di tradizione completamente differente. Il corpo ideologico costituito dal Manifesto dei Fasci esprime interamente un disagio nazionale che stava attraversando l’Italia post-bellica, era la conseguenza di una politica che aveva lasciato fuori il popolo e dato più potere alla burocrazia. Inizialmente il Partito Fascista non si poneva in nessuna corrente politica in quanto aveva ideali ripresi sia dai movimenti socialisti che da quelli nazionalisti. Era un gomitolo di idee e dottrine moralistiche che si rifacevano anche ad ideali di tipo nietzschiano, prettamente di stampo anarchico. I Fascisti erano antidemocratici, antiliberali e anticlericali, si proponevano di nazionalizzare i beni della Chiesa, di imporre imposte di carattere progressivo sul capitale, suffragio universale, voto alle donne, partecipazione dei lavoratori alle assemblee di gestione delle aziende e la giornata lavorativa di otto ore. Oltre a questi principi puramente socialisti, i Fascisti possedevano anche principi di carattere nazionalista, infatti, erano contro l’internazionalismo ma alla valorizzazione del patriottismo; ed inoltre accettavano l’uso della violenza per l’affermazione dei propri ideali. Il movimento era collocato tra un socialismo e nazionalismo affiancato ad iniziative populiste; il loro obiettivo era quello di unire forze sociali eterogenee ma capaci, se unite, di salire al potere. Come il Nazismo e lo Stalinismo anche l’ideologia fascista aveva individuato una causa del male della società: i bolscevichi, che erano diventati nemici “naturali” del movimento e del degrado della società, e le forze democratiche-liberali, per cui l’unica soluzione per risollevare l’Italia agli antichi albori dell’Impero Romano era affidare il potere ad un capo carismatico e capace, che venne individuato in Benito Mussolini.

Le cause dell’avvento fascista in Italia
Ci sono fattori comuni tra le cause dell’avvento fascista in Italia e quello nazista in Germania. C’era infatti un malcontento dell’intera società dovuto alla situazione economica disagiata che l’Italia attraversava, inoltre, la rivoluzione russa aveva portato una ventata di forza ai movimenti socialisti e comunisti che promovevano ideali di tipo rivoluzionario. Infatti, tra 1919 e 1920 si verificò in Italia un periodo denominato “Biennio Rosso” caratterizzato nella società operaia dall’affermazione delle ideologie comuniste di stampo sovietico, e quindi, nell’attuazione pratica, da continui scioperi e scontri. Questa situazione difficile e pericolosa fu ulteriormente complicata dall’economia post-bellica e dalla disoccupazione alimentata anche dal ritorno dei reduci in patria. Nell’ambito politico tuttavia ci fu una svolta, infatti, il fronte socialista di spaccò a causa della migliore strategia da intraprendere, la conseguenza di ciò fu l’indebolimento di tutta la sinistra italiana che aiuto indirettamente l’ascesa fascista. I continui scioperi e scontri degli operai e contadini vennero affiancati e contrapposti allo squadrismo nero che iniziò a svilupparsi in tutto il Paese. Lo squadrismo era un fenomeno nato con il Partito Fascista ed era il braccio armato dello stesso, era finanziato dai proprietari terrieri e dagli industriali, che vedevano nell’affermazione dello squadrismo un arma migliore dello Stato. Per cui la figura di Mussolini venne interpretata dall’alta borghesia, ma anche dai dirigenti liberali e antisocialisti, come l’arma migliore per combattere l’ondata comunista. Il Fascismo assunse l’essenza dell’anticomunismo e della protezione della monarchia. L’atteggiamento anarchico di Mussolini cambiò radicalmente riconoscendo nel Re l’importanza dell’unità dello Stato italiana e nel Papa l’insieme delle dottrine morali “giuste”. Con questa scelta diplomatica Mussolini oltre al favore della borghesia e degli imprenditori, si accaparrò anche quelle dei monarchici e dei cattolici, che gli spianò la strada nell’ascesa al potere. Il 28 ottobre 1921 le “camicie nere” marciarono su Roma, sotto lo sguardo impassibile dell’esercito. Anche se l’esercito poteva fermare i fascisti prima ancora che entrassero a Roma, Vittorio Emanuele II scelse la via più opportuna, in quanto vedeva in Mussolini un “protettore” della monarchia e peggior “nemico” del comunismo antimonarchico, per lo stesso motivo la Chiesa, nonostante le continue violenze dei Fasci da Combattimento appoggiò la nascita di un regime totalitario.
La manifestazione reale del regime fascista
Dopo il delitto Matteotti e la Secessione dell’Aventino, l’Italia entrò del tutto in una dittatura. Tuttavia in con strato con ciò che successe in Germania successivamente, Mussolini non si attenne affatto alla ideologia da lui stesso promossa e divulgata, ma si nascondeva dietro ad esso per coprire la vera realtà. Infatti al potere andò una elite di dirigenti alti borghesi che gestirono il Paese a favore della propria classe a discapito delle classi più povere. I grandi proprietari terrieri come anche gli imprenditori erano protetti da eventuali scioperi che venivamo immediatamente repressi; la nobiltà si ritrovò valorizzata ancora di più per la politica patriottica, nazionalista e successivamente imperialistica; e quindi la classe operaia, che doveva essere quella più aiutata dal regime, almeno secondo l’ideologia, venne emarginata dalla vita pubblica; i sindacati, manifestazione ed istituzione del lavoratore-operaio vennero aboliti e fu istituito uno solo basato sui principi di corporativismo. Vennero messi al bando tutti i partiti tranne quello Fascista, ogni tipo di pluralismo politico venne stroncato sul nascere. Fu istituito una milizia nazionale formata dagli squadristi, che avevano la possibilità di fare uso della violenza se necessaria, e presero il nome di Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, esso divenne l’organo principale di repressione politica, culturale e sociale. La cultura venne controllata, e alcuni intellettuali come il filosofo neo-idealista Gentile ne fecero parte anche nella vita politica. Il Fascismo cercò di integrarsi nella società italiana, attraverso la scuola con riforme e “abituando” la gioventù al culto del Duce. Mussolini cercò di consolidare i rapporti con i cattolici, firmando i “Patti lateranensi” costituiti da un Trattato e Concordato bilaterali, in base ai quali lo Stato fascista riconosceva lo Stato del Vaticano e istituiva l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane; così riuscì a ricucire i rapporti con Chiesa e Stato che si erano interrotti dalla “breccia di Porta Pia”. Per far fronte alla disoccupazione lo Stato promosse la costruzione di opere pubblica costituite da complessi monumentali di stile romano imperiali, inoltre, bonificò alcune zone paludose nei pressi Roma e fondò la città di Latina. Aiutò con finanziamenti l’economia del settore primario (agricolo) e la cosiddetta “battaglia del grano” per la quale si doveva raggiungere una soglia determinata di produzione per costituire una Stato perfettamente autarchico; questa iniziativa ebbe due valenze: una la necessità di non dipendere da altre nazioni, l’altra della ruralizzazione forzata della società, che doveva rifiutate la visione moderna della società fondata sull’industria e la classe operaia. Come gli altri regimi totalitari anche quello fascista attuò una politica economica di nazionalizzazione per quanto riguarda le industrie militari e ampliò l’apparato bellico non solo strumentale ma anche degli uomini. La propaganda si rivolse verso il controllo delle strutture informative come la radio e i giornali. La manifestazione dell’oppressione verso i dissidenti si verificò nell’istituzione del “confino”, in cui l’oppositore veniva esiliato, nell’incarcerazione e in punizioni corporali. Tuttavia la repressione fascista fu più blanda di quelle naziste e staliniste, per un motivo di fondo. Nel primo caso, cioè quello nazista, l’ideologia politica era abbracciata dalla stragrande maggioranza della popolazione e il dittatore era salito al potere grazie all’oclocrazia, nel secondo, invece, il regime aveva trovato opposizione solamente all’interno del partito; per il Fascismo la situazione era differente, Mussolini aveva raggiunto il potere non per il favore della maggioranza della massa ma per l’appoggio della grande imprenditoria, l’aristocrazia e le alte cariche ecclesiastiche; per cui una politica di repressione politica totale non avrebbe favorito la radicazione del regime, ma lo avrebbe sfaldato. Anche per questo la cultura “alternativa” italiana e l’opposizione, pur clandestinamente, riuscì ad organizzarsi in qualche modo. Il maggior consenso popolare il fascismo lo raggiunse dopo un decennio della suo governo totalitario, dovuto alla situazione di stallo, di ordine e relativa pace che si era manifestata dopo tanto tempo in Italia
CONFRONTO TRA I TRE TOTALITARISMI
I Totalitarismi del ‘900 hanno caratteristiche comuni per il modo in cui sono nati e si sono sviluppati: nei paesi ad economia forte ed a democrazia più stabile si riescono a sostenere i problemi che ben presto rientrano all’interno dei canali democratici, invece negli stati dove il sistema è più fragile e l’economia è in crisi (Italia, Germania e Russia) si passa a totalitarismi negativi con la fine dei regimi democratici liberali. Sono molte le caratteristiche che li accomunano, come per esempio il controllo centralizzato e la guida dell’intera economia attraverso il coordinamento burocratico di attività imprenditoriali, grazie a questa nuova politica economica nel giro di pochi anni riuscirono ad ottenere un ampio progresso industriale che migliorò di molto la situazione dei tre stati. In Russia con la presa di potere di Stalin che, dopo la morte di Lenin nel 1924, prese il suo posto prevalendo su Trockji , si ebbe il passaggio dalla nuova politica economica leniana (NEP) (che consisteva nella nazionalizzazione di banche, industria pesante, trasporti, energia elettrica…e che lasciava una certa libertà di iniziativa reintroducendo, se pur parzialmente, la proprietà privata) ai PIANI QUINQUENNALI che erano l’esempio di un economia statalista in base ai quali ogni 5 anni bisognava aver raggiunto un obiettivo prefissato di sviluppo industriale. Questo portò ad un fortissimo sviluppo dell’industria (l’industria pesante crebbe del 170%) anche se ci furono forti ripercussioni come la diminuzione dell’investimento nell’agricoltura che portò Stalin, per ottenere un maggiore profitto, alla creazione dei sovchoz ( aziende agricole di proprietà dello Stato) e dei kolchoz ( cooperative agricole dove i contadini conservavano un piccolo appezzamento da coltivare. Questa novità non venne accettata da tutti di buon grado per questo i contadini vennero costretti ad entrare nei kolchoz con la forza ed iniziarono le PURGHE staliniane che si manifestarono con la deportazione dei Kulaki nei Gulag in Siberia finalizzate ad eliminare l’unica forma di borghesia presente in Russia che si opponeva al potere di Stalin. Anche in Germania si riuscì ad avere un forte sviluppo economico, Hitler diventò capo del governo il 28 Gennaio del 1933 con la successiva nascita del II Reich il 23 marzo del 1933 quando, dopo aver ottenuto pieni poteri dal Parlamento, grazie ad un plebiscito ottenne la maggioranza; la situazione economica tedesca era diversa da quella russa perché la Germania, dopo il trattato di Versailles, venne riconosciuta unica provocatrice del conflitto per questo gli vennero imposte multe pesantissime e le vennero confiscato territori ricchi di giacimenti minerari (come l’Alsazia e la Lorena).Quindi la Germania si trovava all’inizio del 1920 sull’orlo del collasso e solo grazie all’intervento americano riuscì a migliorare le sue sorti: nel 1924 venne elaborato il piano Dawes il quale prevedeva un forte prestito concesso alla Germania con il quale avrebbe potuto ripagare i danni di guerra arrecati alle altre nazioni europee e queste, a loro volta, sarebbero state in grado di rimborsare i debiti che durante la guerra avevano contratto con gli Stati Uniti. La situazione degenerò nuovamente nel ’29 per la “grandi crisi” della Borsa di Wall Street: un cataclisma economico mondiale che colpì tutti i Paesi eccetto la Russia, e costrinse ad attuare ad ciascuno di essi una politica economica di tipo protezionistico riducendo drasticamente i commerci esteri. Questo contesto condizionò altamente la già debole economia tedesca che precipitò in una situazione sociale e politica alquanto grave, in quanto la crisi del ’29 colpì i ceti più umili e quelli medi, già danneggiati precedentemente, e fece fallire migliaia di industrie e la produzione calò. Con l’avvento del Nazismo Hitler riuscì in pochi anni a raggiungere l’equilibrio del bilancio ed a rendere la Germania un paese economicamente stabile in grado di affrontare la guerra. Il sistema economico tedesco rimase sempre un SISTEMA CAPITALISTICO con salari fissati sulla base degli interessi dei proprietari. Tutto era basato sulla crescita dell’industria pesante e sullo sviluppo degli armamenti ( nel 34 con un plebiscito la Sahar e la Ruhr vengono riannesse alla Germania) con un FORTE CONTROLLO STATALE SULL’ECONOMIA. Il regime fascista invece salì al potere inizialmente nel ’22 quando, dopo la marcia su Roma, Mussolini diventò capo del governo ma si arrivò alla dittatura solo dopo il delitto Matteotti e l’episodio dell’Aventino del 1924 fatti che vennero seguiti dal famoso discorso del duce pronunciato il 3 gennaio 1925. La politica economica fascista ebbe due diversi risvolti: fino al 1925 fu caratterizzata da un forte liberismo (abolizione della nominatività dei titoli in borsa, riduzione delle tasse, abolizione delle assicurazioni statali ecc..), dal 25 in poi invece l’intervento dello stato in campo economico fu accentuato e l’economia cominciò a dipendere dalla politica. Venne fatta la scelta del protezionismo per proteggere il prodotto interno, nacquero istituzioni statali (IRI,INI,AGIP) e ci fu un intervento anche in campo agricolo con la “battaglia del grano” e la bonifica di territori ( paludi Pontine) per rendere l’Italia autosufficiente sotto il profilo alimentare. Inoltre i tre totalitarismi possedevano un’ideologia elaborata, consistente in un corpo ufficiale di dottrine che abbraccia tutti gli aspetti vitali dell’esistenza umana ma non nuova, al quale si suppone aderisca, almeno passivamente, ogni individuo. Ogni ideologia punta ad una realtà ideale e ad una nuova società, e puntavano sull’accentramento del potere nelle mani di un solo uomo e sulla nascita di un vero e proprio culto. Mussolini, per esempio, istituì una vera e propria serie di manifestazioni atte ad esaltare il regime fascista e la figura stessa del duce che diventa sempre di più un eroe- dio: “dux mea lux” questo motto dimostra come il tentativo iniziato da Mussolini di nazionalizzazione delle masse era riuscito ad ottenere il suo scopo tanto che questo mito della figura del duce durerà per molti anni, fino alle prime grandi sconfitte dell’Italia durante la II guerra mondiale. Anche per Stalin ed Hitler accade una cosa analoga: il primo veniva visto come “ il capo del proletariato mondiale” l’unico capace di portare la rivoluzione proletaria in tutto il mondo, questo nuovo sistema dava a tutti la garanzia di un, sia pur minimo, livello di sicurezza sociale, anche Hitler cercò di ottenere maggior adesione tramite adunate del partito nazionalsocialista durante le quali si comportava come un attore che deve accattivarsi l’ammirazione del pubblico, grazie a questi tentativi la popolazione aveva proprio l’impressione di far parte di una comunità. Tutti e tre attuarono una grande propaganda per riuscire ad avere questo successo, il loro scopo era quello di NAZIONALIZZARE E CONTROLLARE le masse oltre ad ottenere un più vasto consenso. Un dei mezzi più usato per questo scopo fu lo sport (ATTACCARE ADUCAZIONE FISICA). Oltre alla nazionalizzazione delle masse i tre regimi arrivarono anche alla censura di ogni altro tipo di cultura alternativa, anche perché avevano il monopolio di tutti i mezzi di effettiva comunicazione di massa come la stampa, la radio e il cinema, basta ricordare la mostra d’arte degenerata (ATTACCARE ARTE). Inoltre istaurarono un sistema di terrore, sia fisico che psichico, realizzato attraverso il controllo esercitato dal partito e dalla polizia segreta cha portò anche alla persecuzione: le camicie nere in Italia già nel Biennio Rosso erano preposte all’eliminazione fisica degli oppositori, in Russia invece il potere mirava ad una persecuzione sociale non contro oppositori del regime ma contro persone ritenute non adatte alla nuova realtà socialista non appartenenti al proletariato ( Kulaki), e per ultima l’ideologia nazista che aveva come punto centrale della propria ideologia la persecuzione e la distruzione della razza ebrea (9/10 novembre 1938 NOTTE DEI CRISTALLI, data d’inizio dell’ eliminazione scientifica delle minoranze etniche nei lager) (ATTACCARE FISICA E POI SCIENZE)
La diversità fondamentale tra i tre totalitarismi fu il modo in cui riuscirono a conquistare il comando: il nazismo salì al potere perché l’ideologia politica era abbracciata dalla stragrande maggioranza della popolazione e il dittatore ottenne il potere grazie all’oclocrazia, per quanto riguarda lo stalinismo il regime aveva trovato opposizione solamente all’interno del partito; invece per il Fascismo la situazione era differente, Mussolini aveva raggiunto il potere non per il favore della maggioranza della massa ma per l’appoggio della grande imprenditoria, l’aristocrazia e le alte cariche ecclesiastiche; per cui una politica di repressione politica totale non avrebbe favorito la radicazione del regime, ma lo avrebbe sfaldato. Per questo motivo il controllo e la nazionalizzazione della cultura non fu uguale per tutti, in Italia, infatti, la cultura “alternativa” e l’opposizione, pur clandestinamente, riuscirono ad organizzarsi in qualche modo mentre in Germania e Russia ci fu una dura e violenta repressione.
FILOSOFIA:
Interpretazione errata della volontà di potenza di Nietzsche: quando Zarathustra divenne Hitler
Nietzsche è forse il miglior interprete della fine di un mondo e del bisogno di rinnovamento di tutta un'epoca: profeta insieme della decadenza e della rinascita, dà origine alle interpretazioni più discordi, che si tradurranno nelle influenze più diverse. Volta a volta materialista o antipositivista, esistenzialista o profeta del nazismo, il filosofo condivide tutte le ambiguità delle avanguardie intellettuali e artistiche borghesi del primo novecento e non a caso diverrà oggetto, in Italia, dell'interpretazione estetizzante di Gabriele D'Annunzio esercitando un indiscutibile fascino sui futuristi. Nietzsche divenne così il filosofo della crisi, il fondatore d'un modo di pensare nuovo.Quanto alla sua idea del superuomo, inteso come il giusto trionfatore di una massa di deboli o schiavi, va senza dubbio corretta. Nietzsche non fu l'estensore d'un vangelo della violenza, ma intese porre le condizioni di sviluppo d'una civiltà e di un'idea dell'uomo radicalmente rinnovate. Nietzsche è uno scrittore asistematico e estremamente originale, la cui produzione si staglia solitaria nel panorama della storia della filosofia moderna e contemporanea. Le opere della maturità, in particolare, sono scritte con uno stile aforistico e poetico: lirismo, tono profetico e filosofia si mescolano in maniera inestricabile, rendendo spesso difficile e riduttiva l'interpretazione. Rimane costante nell'opera di Nietzsche un'ambiguità di fondo, un'ambiguità socio-politica che ha dato adito a contrastanti strumentalizzazioni politiche. Il filosofo, infatti, non specifica mai espressamente chi debba essere il soggetto della volontà di potenza: il superuomo. Molti critici hanno identificato il superuomo in una umanità vivente in modo libero e creativo, ma, molti altri lo hanno limitato ad un'élite che esercita la sua volontà di potenza non solo nei riguardi della caoticità del mondo, ma anche verso il prossimo. A ciò bisogna aggiungere il problema degli scritti postumi: la ricostruzione sistematica operata dalla sorella Elisabeth e da uno dei discepoli di Nietzsche, oltre a essere ideologicamente discutibile e largamente responsabile delle interpretazioni naziste del pensiero dei filosofo, va contro il suo rifiuto netto di ogni sistema filosofico e contro il fascino vivissimo per la forma del frammento e dell'aforisma. L'edizione critica di tutti gli scritti di Nietzsche, a cura di due italiani, G. Colli e M. Montinari, ha restituito, però, l'integrità dei frammenti secondo un ordine cronologico e ha dimostrato come "La volontà di potenza" pubblicata nel 1906 è un'opera profondamente manipolata e addomesticata. L’ideologia nazista lesse la teoria del superuomo in una chiave politica, essi credevano che il filosofo volesse in questo modo profetizzare e annunciare l’arrivo di una classe di persone degne di comandare sul mondo intero. Le stesse caratteristiche dell’ubermensch vennero enormemente fraintese dai nazisti. La “Morte di Dio”, uno dei capitoli più eccitanti e importanti della filosofia di Nietzsche, venne distrutta e stravolta per ridurla in smanie di potere da parte di qualche gerarca nazi-fascista. La morte di Dio di Nietzsche non è qualcosa di politico o sociale ma è qualcosa di altamente esistenziale che rappresenta il punto del divenire completo verso il raggiungimento dell’oltre-uomo, verso la consapevolezza della volontà di vivere. Dio è l’essenza degli ideali umani che hanno bloccato l’uomo nel suo eterno divenire, Dio è quelle certezze e valori assoluti che l’uomo nella sua storia si è posto d’innanzi al caos vitale. La morte di Dio è il bisogno di andare oltre, e non distruggere, a ciò che l’uomo ha creato per fermare il proprio divenire, è la necessità di porsi d’avanti alla vita nella sua completa essenza, nel riconoscere nella vita stessa terrena la volontà di vivere, identificata da Nietzsche, nella volontà di potenza. I nazisti intesero la “Morte di Dio” come la distruzione culturale e fisica dei valori, ritenuti da loro stessi, fittizi e non necessari; ponevano il passaggio della morte di Dio necessario per creare sulle macerie della vecchia morale, dei vecchi valori, delle vecchie certezze, una nuova etica e morale, degna di un superuomo; un etica capace di far raggiungere lo scopo della volontà di potenza. La volontà di potenza in Nietzsche è l’ergersi d’innanzi al caos della vita, è l’affermazione totale del proprio io verso l’esterno, è la consapevolezza di riuscire a vivere la propria vita e di accettarla senza nessun valore umano-metafisico, ma solo terreno. L’enorme impatto che ebbe questo annuncio nietzschiano fu causa dell’interpretazione errata; per comodità si cercò di dare una lettura politica e sociale, e si identificò nell’uomo che raggiunge la volontà di potenza, cioè il superuomo, quell’uomo che è capace per la sua forza di sopprimere gli altri e comandare sul mondo intero. L’ambiguità sfocia in tutta la sua totalità filosofica proprio nella volontà di potenza, come tutta la filosofia di Nietzsche anche la volontà di potenza diviene un oggetto del soggetto, una interpretazione libera e non un fatto assoluto che tuttavia non ci deve far perdere il valore in sé di questa filosofia di carattere “dinamitardo”, capace di distruggere e costruire con le fondamenta del vecchio il nuovo.
L’ambiguità degli aforismi nietzschiani e l’errata interpretazione
L’ambiguità filosofica degli aforismi, le manipolazione postume degli scritti nietzschiani portarono all’affermazione del filosofo di Rocken come profeta del nazismo: ma in realtà l’intera asistemicità filosofica nietzschiana è ambigua, potendola interpretarle come meglio si crede o nel modo migliore che si possa credere, potremmo definire l’interpretazione dell’aforisma di Nietszsche una sorta di specchio dell’anima di chi lo ha interpretato. Un esempio esplicito potrebbe essere il seguente aforisma > (272, Aurora). Tale aforisma potrebbe essere stato inteso dai nazisti come una esortazione a creare una società basata sul nuovo ordine con a capo la razza “pura” ariana. Tuttavia lo stesso Nietzsche ci dice dei nazionalisti fra suoi connazionali > (7 [280] Frammenti Postumi). Nietzsche prova avversione verso la politica e lo dimostra in vari frammenti, questo aiutò molto agli anarchici ed antidemocratici nazisti nel fondare la propria ideologia, ma il filosofo stesso in un aforisma sembra fare un’analisi della situazione tedesca durante il regime nazista e del suo leader Hitler :> (190, Aurora). Nietzsche era il primo dispregiatore dello spirito nazionalista, razzista e bigotto che si stava sviluppando in Germania, come poteva una persona simile essere il profeta di un’ideologia che incarna nella propria essenza quelle caratteristiche ? Nietzsche-nazista è il più grande errore che abbiano potuto fare gli studiosi e i politici nel tempo del Terzo Reich, era quasi una prova nel confutare che un filosofo irrazionalista, quale Nietzsche, parlava ed elogiava un manifestarsi politico irrazionale come quello nazista. Infine, vorrei aggiungere un ultimo aforisma che si trova in aperto contrasto con la politica nazista di repressione contro i dissidenti politici, morali e religiosi, e che verifica ulteriormente l’enorme errore o opportuna scelta di interpretazione da parte della cultura nazista:> (297, Aurora).
ITALIANO:
Gabriele D’Annunzio: Essenza poetica ed Essenza politica, possono coincidere ?
Il D’Annunzio fu ritenuto il vate del fascismo per le sue idee politiche che convergevano in un nazionalismo ed individualismo superomostico talvolta esasperati. Era ritenuto la forma poetica dell’essenza ideologica fascista, e proprio per questo Mussolini, infastidito per l’ascesa popolare della figura del D’Annunzio, lo relegò nella villa di Gardone, trasformata dal poeta nel “Vittoriale degli Italiani”. Quindi è possibile che l’essenza poetica possa coincidere con quella politica o sia la stessa cosa ? La risposta potrebbe risultare complessa e ardua, tuttavia, possiamo dire che non esistono espressioni poetiche che diano origine ad ideologie politiche, poiché l’una e l’altra sono due essenze differenti, dunque, spetta agli uomini stessi trovare dei punti in comune per fonderli, anche se molte volte vengono fraintesi. Il procedimento inverso, invece, sembra più possibile, in quanto un ideologia affermatasi nel suo manifestarsi reale “contagia” in vari modi la cultura, in modo positivo, in modo negativo e in modo strumentale come nel caso del realismo socialista dell’Unione Sovietica di Stalin. Tuttavia il caso di D’Annunzio sembrerebbe singolare in quanto il poeta con la propria poetica cerca di affermare il suo pensiero politico e sociale non solo intellettualmente e nel campo della cultura, ma anche nel sociale e nel reale. Egli stesso diventa un superuomo ai suoi occhi, e lo diventerà in epoca fascista anche a quelli degli altri, per delle imprese che lo caratterizzano nel contesto storico: il volo su Vienna, l’impresa fiumana. Fu forse il primo poeta-filosofo che cercò di applicare il proprio pensiero nel reale. D’Annunzio non fu fascista e neanche nazionalista, era un individuo che cercava di sollevarsi sulla moltitudine per far valorizzare i proprio pensieri ed interpretazioni; il poeta accettò il regime fascista solamente perché vide nel fascismo un’opportunità migliore per affermare il proprio pensiero. In questo caso la poesia non si serve del Totalitarismo per affermarsi, ma è il Totalitarismo che si serve della poesia per affermarsi. Purtroppo nel suo divenire la stessa impresa fiumana divenne un simbolo di un Europa che stava cambiando, costituì, insieme alla Marcia su Roma, dei gravi precedenti di sminuimento del sistema democratico sulla cui falsa riga si arrivò in Italia e in Germania all’instaurazione di regimi totalitari, illiberali, reazionari ed imperialisti.
Come D’Annunzio fraintese Nietzsche
Gabriele D’Annunzio, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero di Nietzsche, tuttavia, molto spesso, banalizza e forza entro un proprio sistema di concezioni le idee del filosofo. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all’esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé. Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, reazionaria e persino imperialistica. Le opere superomistiche di D’Annunzio sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato unitario, del trionfo dei princìpi democratici ed egualitari, del parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso della bellezza e il gusto dell’azione eroica. D’Annunzio arriva quindi a vagheggiare l’affermazione di una nuova aristocrazia che si elevi al di sopra della massa comune attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica. Per D’Annunzio devono esister alcune élite che hanno il diritto di affermare se stesse, in sprezzo delle comuni leggi del bene e del male. Queste élite al di sopra della massa devono spingere per una nuova politica dello Stato italiano, una politica di dominio sul mondo, verso nuovi destini imperiali, come quelli dell’antica Roma.
La figura dannunziana del superuomo è, comunque, uno sviluppo di quella precedente dell’esteta, la ingloba e le conferisce una funzione diversa, nuova. Il culto della bellezza è essenziale per l’elevazione della stirpe, ma l’estetismo non è più solo rifiuto sdegnoso della società, si trasforma nello strumento di una volontà di dominio sulla realtà. D’Annunzio non si limita più a vagheggiare la bellezza in una dimensione ideale, ma si impegna per imporre, attraverso il culto della bellezza, il dominio di un’élite violenta e raffinata sulla realtà borghese meschina e vile.
D’Annunzio applica, in un modo tutto personale, le idee di Nietzsche alla situazione politica italiana. Ne parla per la prima volta in un articolo, La bestia elettiva, del ’92, e presenta il filosofo di Zarathustra come il modello del "rivoluzionario aristocratico", come il maestro di un "uomo libero, più forte delle cose, convinto che la personalità superi in valore tutti gli attributi accessori,forza che si governa, libertà che si afferma…… le plebi restano sempre schiave e condannate a soffrire tanto all’ombra delle torri feudali quanto all’ombra dei feudali fumaioli nelle officine moderne. Esse non avranno mai dentro di loro il sentimento della libertà……si andrà formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; questo gruppo si impadronirà di tutte le redini per domare le masse a suo profitto, distruggendo qualunque vano sogno di uguaglianza e di giustizia…..” Il suo è un fraintendimento, una volgarizzazione fastosa ma povera di vigore speculativo. Ciò che il D’Annunzio scopre in Nietzsche è una mitologia dell’istinto, un repertorio di gesti e di convinzioni che permettono al dandy di trasformarsi in superuomo e fanno presa immediatamente in un mondo di democrazia fragile e contrastata, soprattutto quando al cronista del "Mattino" e della "Tribuna" si sostituisce lo scrittore insidioso del Trionfo della Morte("Noi tendiamo l’orecchio alla voce del magnanimo Zarathustra, o Cenobiarca, e prepariamo nell’arte con sicura fede l’avvento dell’Uebermensch, del Superuomo") o quello, fra lirico e decadente, delle Vergini delle rocce, il nuovo romanzo del ’95, presentato dapprima sul "Convito"("Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a coloro che debbono lavorare…"). Come dirà poi Gramsci, la piccola borghesia e i piccolo intellettuali sono particolarmente influenzati da tali immagini romanzesche che sono il loro "oppio", il loro "paradiso artificiale".
Non è ancora un’ideologia, ma è un’oratoria dell’attivismo verbale in cui fermenta la scontentezza dell’Italia borghese, il cruccio dell’avventura africana, il fastidio della mediocrità democratica e della burocrazia parlamentare, dall’esplosione dei Fasci siciliani al rovescio di Adua. Come sempre, il D’Annunzio avverte d’istinto questi stati d’animo confusi e li amplifica nei bassorilievi della sua eloquenza floreale, li traspone nello specchio del proprio personaggio e dei suoi gesti stravaganti o stupefacenti.
Il superuomo nei romanzi di D’Annunzio
Il primo romanzo in cui si inizia a delineare la figura del superuomo è il Trionfo della morte, dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni. Il romanzo ha una debole struttura narrativa ed è articolato in sei parti ("libri"). E' incentrato sul rapporto contraddittorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l'amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano e si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno del protagonista alla sua casa natale in Abruzzo è il pretesto per ampie descrizioni (nella seconda, terza e quarta parte) del paesaggio e del lavoro delle genti d'Abruzzo. Giorgio cerca di trovare l'equilibrio tra superomismo e misticismo, e aspira a realizzare una vita nuova (è il titolo del quarto libro). Per questo vive il rapporto con l'amante come limitazione, come ostacolo: per il suo fascino irresistibile, Ippolita Sanzio è sentita come la "nemica", primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio. Solo con la morte Giorgio si libererà da tale condizione: per questo si uccide con Ippolita, che stringe a sé, precipitandosi da uno scoglio. Giorgio Aurispa, il protagonista, l’eroe, è ancora un esteta simile ad Andrea Sperelli: ha una sete di dominio sulla gente comune, ma ha caratteri contraddittori, tant’è che più che la potenza mostra tutta la debolezza del suo essere giungendo al suicidio nel tentativo non riuscito di liberarsi dalla schiavitù dei sensi.
Sulla figura del superuomo si incentra anche Le Vergini delle Rocce, qui però La complessità metafisica e ideologica del superuomo subisce una sostanziale semplificazione nella direzione di un superomismo a impronta esclusivamente estetica che s'intride di valenze politiche reazionarie. E' qui riscontrabile l'esito di una lunga ricerca sul versante stilistico e formale, che nel momento stesso in cui agganciava le posizioni più innovative del Simbolismo europeo, si rimmetteva nel solco della tradizione trecentesca e rinascimentale. Il nucleo drammatico del romanzo, fondato sull'aspirazione di Claudio Cantelmo a generare un figlio in cui si distillassero le mirifiche qualità di una illustre progenie e che sarebbe dovuto diventare il futuro re di Roma, appare del tutto gratuito e incapace di sostenere una dinamica narrativa di lungo respiro. In questo senso il romanzo esprime i limiti dell'interpretazione che D'Annunzio diede di Nietzsche. Questo libro composto da Gabriele D’Annunzio nel 1895 in cui meglio si esprimo la vocazione dell’autore ad una scrittura totale che riassuma in sé il genere lirico e quello narrativo, è un romanzo – poema. D’annunzio era solito annunciare la pubblicazione di un’opera mentre ancora era in fase di progettazione quindi si conoscono molti titoli ipotizzati per questo romanzo, fino all’indicazione definitiva tramite una lettera il traduttore francese Georges Herelle (attraverso le lettere a quest’ultimo si può risalire a vere e proprie dichiarazioni di poetica): “Gli avvenimenti reali vi appaiono trasfigurati da significazioni alte e complesse. Le tre figure delle vergini si muovono su un fondo di paesaggio che è in accordo con l’ardore e con la desolazione delle loro anime. Una catena di rocce acute si svolge sul loro orizzonte disegnandosi nel cielo, ora azzurre, ora bianche e raggianti, ora purpuree come fiamma, ora delicate e rosee come: Le vergini delle rocce”.
Come scelte stilistiche rifiuta una trama in favore della libera invenzione di uno spazio e di un tempo assoluti, vuole un’opera di grande stile, di pura bellezza. Più una cosa è poetica, e più essa è reale. E’ comunque possibile trovare un filo narrativo su cui si impernia il racconto: il romanzo si apre con un lungo prologo dove l’autore descrive le tre vergini, Massimilia, Violante e Anatolia in attesa dello Sposo. Lo sposo è il protagonista Claudio Cantelmo, giovane che vive a Roma e si rende conto della situazione in cui si trova questa grande città: “vi era un vento di barbarie su Roma che sembrava volerle strappare la raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia”. Quelli di Roma vengono definiti dal D’Annunzio, che in romanzi come il Piacere li aveva inneggiati, tempi nemici dell’arte, a cui l’autore oppone la figura di Cantelmo. Egli, però, non può salvare l’arte compiendo una vera e propria apologia della strage e della lussuria ma, è necessario che dopo trascorsa la sua vana esistenza ricominci a vivere, e riveda il sole, le piante, le rupi, gli uomini con altri occhi. È proprio per questo motivo che Cantelmo, disgustato dalla corsa alle speculazioni, si rifugia nei possedimenti di un’antica famiglia aristocratica, i Capece Montaga, ancora in fede borbonica. È guidato dal desiderio di divenire un dio, è alla ricerca di una genitrice per il futuro re di Roma quando in questa famiglia conosce le tre vergini. Il ritorno di Cantelmo a Rebursa, paese abruzzese il cui nome è però inventato per procreare insieme a una creatura eletta, il terzo re di Roma, può essere avvertito come un’allegoria dell’impulso creatore contro il fantasma del disfacimento e della fine, che stava invadendo Roma stessa. Cantelmo vede le grazie delle tre vergini ed è sicuro che tra le tre vi sia l’eletta, senza rendersi conto che su di loro incombe un oscuro destino familiare che compromette le loro virtù: la madre Aldoina è uscita di senno, è una principessa demente. I fratelli, Antonello e Oddo così come le tre vergini vivono nel dolore e si sono votati a questo: Massimilla, che ha intenzione di prendere i voti, non fa che pregare, Violante tenta di uccidersi con i profumi mentre Anatolia è l’unica che sembra portare un po’ di gioia di vivere. Cantelmo per prima cosa cerca vanamente di impedire a Massimilla di prendere i voti, poi estasiato dall’amore con cui Anatolia cura la madre propone a lei di aiutarlo nella sua missione, ma ella si è votata alla famiglia e al sostegno della madre, Violante infine è troppo bella e troppo fragile, Cantelmo deve ammettere che ella può essere amata solo da un Dio o morire senza permettere che la sua bellezza sfiorisca (motivo decadente). Quindi alla fine tutte e tre si rileveranno inadatte al compito e Cantelmo dovrà rinunciare. Come si può notare l’involucro narrativo è molto fragile, quasi un pretesto perché il vero protagonista è lo stile e le idee portate avanti dal protagonista, il superuomo. Quest’opera esalta i miti della forza e della razza ed è l’interprete di un’ “oligarchia nuova” nata per governare sui deboli, in lui si materializza l’aspirazione ad una grandezza che a quel tempo coinvolgeva la borghesia italiana ed europea.
Ma il vero superuomo sarà, invece, Stelio Effrena nel romanzo il Fuoco, perché egli sarà trionfatore e centro dell’universo, non come Cantelmo che finisce per rinunciare alla sua missione. Stelio, inoltre è un artista per questo lo stesso D’Annunzio vi si identifica, è la proiezione di un essere eccezionale nato per dar vita all’opera immortale, invasato dalla creazione, che accomuna indissolubilmente l’Arte con la Vita.
Nel romanzo Forse che sì forse che no invece si presenta un nuovo strumento di affermazione superomistica inedito e in linea con i tempi: l’aereo. Il protagonista Paolo Tarsis realizza la sua volontà di affermare il suo dominio assoluto tramite le sue imprese di volo. Egli è senza dubbio la reincarnazione dei vari superuomini presenti ne IlTtrionfo della Morte o nelle Vergini delle rocce, ma a differenza di questi, non appartiene ad una nobile casata ma è un borghese estraneo agli influssi decadenti e dedito all'azione; affiancata a questo superuomo troviamo Isabella Inghirami, la prima figura femminile capace di contendere il primato all'egotismo del superuomo di turno. Tra i due personaggi c'è un rapporto di amore-passione che talvolta arriva fino alle degenerazioni dell'incesto e del masochismo. Questo romanzo rappresenta la piena adesione del D'Annunzio alla contemporaneità: è possibile infatti ritrovare personaggi che si muovono tra aeroplani, automobili, telefoni. Vi si ritrova un amore, quindi, per la macchina e la velocità.
FILOSOFIA:
Karl Popper: Lo storicismo come causa dei Totalitarismi
Il concetto di storicismo, nell’uso popperiano, assume il significato di uno schema polemico di natura tipico-ideale, per alludere a tutte quelle filosofie che hanno preteso di individuare un senso globale oggettivo della storia, ovvero una sorta di destino a cui ogni individuo si dovrebbe adeguare e uniformarsi, accettando con le buone o con le cattive la direzione di marcia della società. Per questo motivo Popper critica fortemente la filosofia di Marx, che a parer suo, conferisce una visione della storia utopistica e definitiva basata su una dialettica individuata nello scontro delle classi; la critica allo storicismo si muove anche verso Hegel da cui Marx ha chiaramente attinto. Tutte queste filosofie, compresa quella positivista di Comte, cercano di dare una visione della storia definitiva, formata da una sola via percorribile e costituita da un unico grande destino che ogni uomo deve seguire. Per Popper, non è la storia che fa l’uomo, ma è l’uomo che fa la storia; la Storia, intesa anche come Heidegger, è la conseguenza delle scelte dell’uomo, è l’uomo che costruisce la Storia, e nel momento in cui sceglie una direzione da questa scelta scaturiranno infinite possibilità e conseguenze che lo stesso uomo non può prevedere, per cui la visione determinata storica è piuttosto errata. Ma non solo, Popper fa rientrare lo storicismo nell’ottica politica del regime totalitario, in quanto ogni regime si basa su una ideologia utopista che contiene per essenza uno storicismo che per base ha una visione della storia determinata e univoca. Una visione utopistica delle realtà distorta dal filtro delle ideologie; ogni ideologia si espande continuamente prendendo in sé qualsiasi cosa e inevitabilmente si scontrerà con un’altra ideologia che ugualmente tende ad espandersi, ciò scaturirà in un conflitto fin quando una delle due ideologie sarà distrutta (dialettica delle ideologie, vd. pag. 2). Quindi ogni ideologia e storicismo ha nella propria essenza una violenza dovuta allo scontro tra il reale ed un’altra ideologia; tutto questo nel contesto reale sfocia nel fanatismo ed estremismo politico tipico dei regimi totalitari, che per giungere alla visione storica implicata nella propria ideologia, accettano anche l’uso della violenza.
La Teoria della Democrazia
Secondo Popper c’è un continuo contrasto tra la società (società chiusa) organizzata secondo delle rigide leggi e la società (società aperta) basata sulla libertà individuale, aperta al confronto, alla critica e alle riforme. Per società chiusa, Popper intende la società tribale, che interpreta se stessa come naturale, sacra e immutabile, ed è collettivista, gerarchica, organica, fondata sulle relazioni faccia a faccia. In essa gli individui non godono di nessuna libertà, ma ciascuno conosce concretamente la proprio posizione e i propri doveri. La società aperta, di contro, è consapevole di essere una costruzione culturale soggetta al cambiamento, ed ospita relazioni astratte ed individualistiche. La società chiusa è l’essenza stessa della stasis, la società aperta del dinamismo e divenire continuo. Popper afferma che >. La situazione si incentra infatti sul governo. Secondo Popper esistono due tipi di Stato, quello in cui il popolo sceglie chi li deve governare e quello in cui il popolo non ha scelta. In entrambi i casi tuttavia non è il popolo che governa ma sono i governanti. Nel primo caso il popolo può decidere di sbarazzarsi dei governanti pacificamente, nel secondo, invece non vi è alcuna possibilità in questo senso. Ma allora cosa è per Popper la Democrazia ? Per Popper la Democrazia in sé non è un sistema politico in quanto il popolo non governa ma sceglie solamente da chi vuole essere governato nel modo che ritiene migliore, ma è l’essenza stessa della libertà, poiché in un sistema liberale c’è la libera scelta e libero confronto. Nel caso dei Totalitarismi Positivi avviene praticamente questo, il popolo decide chi li governa, ma alla fine subisce i governanti, in quanto l’espressione del potere non è del popolo ma delle persone scelte dal popolo. In questo modo c’è una sottilissima linea che divide la Democrazia o Totalitarismo positivo dal Totalitarismo negativo o Tirannia. Popper individua diversi punti che fungono da “linea di demarcazione” fra la Democrazia e la dittatura (La società aperta e i suoi nemici). Dunque esiste in Popper una consapevolezza del fatto che effettivamente anche nella democrazia relativa, esiste una sorta di totalitarismo o tirannia da parte della maggioranza verso la minoranza, poiché la minoranza subisce la politica della maggioranza, tuttavia, continua Popper sostenendo che (La società aperta e i suoi nemici). Quindi nel caso del Totalitarismo positivo o democrazia relativa, la maggioranza rappresentata da un governo deve salvaguardare il diritto di lavoro e liberta delle minoranze, ponendosi un limite necessario; a differenza dei Totalitarismi quindi c’è un riconoscimento della libertà individuale sia che essa faccia parte della minoranza e sia della maggioranza, lo Stato riconosce ogni individuo come cittadino con diritto al lavoro e alla libertà, per cui il sistema democratico diventa conseguentemente l’essenza stesso della libertà; inoltre >, quindi il limite dell’istituzione democratica è il non porre limiti alla democrazia tramite anche per via legale e quindi >, il dovere del Presidente nel caso del Totalitarismo positivo di tipo pericleo e del Parlamento nel caso del Totalitarismo positivo rappresentativo è di salvaguardare, come già detto le minoranze, nel loro diritto al lavoro e alla libertà, tuttavia, nello stesso tempo, la protezione delle minoranze non deve estendersi anche a chi fa parte della minoranza ma vuole rovesciare con la violenza il sistema democratico, quindi ogni cittadino è uguale d’innanzi allo Stato, se , però, il cittadino rispetta lo Stato, è una sorta di totalitarismo statale dovuto alla salvaguardia della propria struttura democratica. Il problema non è se il sistema politico riuscirà a rispettare le istituzioni stesse e il cittadino, ma è se chi governa e gestisce tali strutture riuscirà a non far degenerare il tutto, anche i limiti posti per la salvaguardia di un’essenza della libertà possono talvolta degenerare nella loro antitesi; dunque è necessaria la presenza non di uno Stato giusto, ma di uomini giusti che guidino lo Stato.
EDUCAZIONE FISICA:
Le olimpiadi di Berlino nel ‘36
Hitler, suffragato da Goebbels e dal consenso ottenuto da Mussolini attraverso i Mondiali di calcio del '34, non tardò a comprendere il significato politico dei Giochi e respinse in ogni modo tutti i tentativi di cambiare la sede olimpica e anzi profuse grandi energie fisiche ed economiche nell'organizzazione: le Olimpiadi divennero un efficace mezzo di propaganda nazista; Il resto del mondo non accettò senza riserve che il nazionalsocialismo potesse contare su una tale vetrina, gli USA pensarono seriamente di boicottare i Giochi, i paesi socialisti avevano addirittura organizzato una manifestazione parallela, detta le Olimpiadi del popolo, da tenersi a Barcellona, ma che non ebbe mai luogo a causa dello scoppio della guerra civile spagnola, e numerose altre proteste giunsero all'indirizzo del CIO che però dette sempre ascolto alle autorità Tedesche che minimizzavano ciò che accadeva all'interno del loro paese.
Alla fine Hitler accettò che alle Olimpiadi partecipassero atleti neri ed anche Ebrei e i Giochi si fecero, anche se era chiaro che sarebbero stati una lotta per dimostrare la superiorità di una nazione o di un popolo sugli altri. Alla fine le Olimpiadi di Berlino furono una manifestazione eccezionale dal punto di vista organizzativo e sportivo, per quindici giorni l' attenzione del mondo si spostò sulla capitale tedesca e per il nazismo si rivelò una vittoria quasi su tutta la linea: la Germania vinse la Olimpiadi scalzando per la prima volta gli Stati Uniti, gli Italiani arrivarono terzi davanti ai Francesi e i Giapponesi quarti davanti agli Inglesi, inventori dello sport; in pratica i regimi dittatoriali sconfissero i paesi democratici, ma un episodio scalfì questa grande affermazione del Führer.
Un atleta americano, per di più di colore, Jesse Owens, vinse quattro medaglie d'oro nello stesso giorno davanti agli occhi di tutto lo stato maggiore tedesco; le gare dei 100m, 200m, salto in lungo e staffetta 4X400 erano infatti state programmate tutte nello stesso giorno per evitare questo rischio, ma Owens si rivelò superiore anche a questo tipo di ostacolo e la giornata terminò coi 100.000 Tedeschi presenti nello stadio che inneggiavano il nome di quest'Americano che aveva compiuto forse la più grande impresa sportiva della storia. Le Olimpiadi di Berlino, anche per la loro collocazione storica, possono essere considerate la fine di una maniera di intendere lo sport e l' inizio di una nuova epoca. Ormai ogni paese aveva le sue grandi manifestazioni sportive, i suoi campionati di calcio , di baseball o di qualcos'altro e lo sport era parte integrante di ogni società evoluta con un seguito popolare enorme e per questo motivo la Guerra non mise fine a nessuna delle sue manifestazioni più importanti. Hitler e Mussolini avevano dimostrato come i successi sportivi portassero un ritorno di immagine non indifferente e questo insegnamento fu raccolto dalla nuova potenza che si affacciò sulla faccia dello sport mondiale nel secondo dopoguerra: l' URSS. A livello politico la forza della Russia non era certo una novità, ma nello sport aveva sempre avuto una posizione molto defilata, come peraltro molti altri dei paesi appartenenti al blocco sovietico.
Ginnastica e sport nell’Italia Fascista
Mussolini si riprometteva di conseguire monopolio politico-educativo delle masse giovanili oltre che "fascistizzando" la scuola (intervento su professori, programmi e libri di testo), costituendo appositi enti che formassero i giovani in senso fascista parallelamente alla scuola: l'Opera Nazionale Balilla (da 0 a 18 anni) e i GUF (dai 19 in poi). Tutte le organizzazioni giovanili concorrenti vennero soppresse. Nel 1928 Mussolini soppresse anche gli Scout di matrice cattolica.
L'ONB, costituita nel 1926, era finalizzata all'assistenza e all'educazione fisica e morale della gioventu' fino ai 18 anni di eta'. L'educazione fisica era considerata fondamentale per formare la futura classe dirigente fascista. Renato Ricci, capo dell'ONB, si batte' per un'attivita' fisica più formativa che agonistica per i giovani, contrapponendosi assai duramente al CONI, fautore del campionismo e dell'olimpismo.
Nel 1923 vennero soppressi i 3 Istituti di educazione fisica (Torino, Napoli e Roma) costituiti nell'Italia liberale per preparare gli insegnanti di ginnastica. Dopo un periodo di sbandamento gli insegnanti trovarono nelle Accademie di educazione fisica maschile a Roma(1928), femminile ad Orvieto(1932) una nuova guida per la loro formazione. Gli istruttori di ruolo in servizio passarono dalle 166 unità del 1928 alle 638 nel 1934.
La concezione che privilegiava il carattere di massa dell'attività' fisica, prevalente nell'Italia fascista degli anni '20, divenne perdente negli anni '30. Non corrispondeva alla "grandeur" dell'Impero e non era funzionale alla ricerca di consenso, che necessitavano di campioni e supereroi da mostrare in pubblico, da propagandare all'estero, come simbolo di una nazione vigorosa, forte e degna di rispetto. L'Opera Balilla fu sciolta e tutto lo sport e l'educazione fisica furono messe alle dipendenze del CONI.
La politica sportiva del regime si concretizzò in una concentrazione dell'attività' agonistica nel CONI e nelle Federazioni sportive. La componente "formativa" di massa dello sport e della ginnastica furono così sottratte alle Federazioni e attribuite alle organizzazioni giovanili fasciste. La FGI, più di tutte le altre federazioni, considerate le origini formative della ginnastica, entrò in crisi: dalle 500 società ginnastiche del 1925, precipito' a 205 nel 1934.
L'attivita' ginnico-sportiva di massa prevedeva l'utilizzo di strutture sportive non necessariamente costose e sterminate. Per una partita di calcio potevano bastare anche campi sterrati senza altre specifiche attrezzature. Per l'attivita' dei campioni, pero', richiesta dalla politica sportiva del regime negli anni trenta, occorrevano dei veri e propri santuari dove il pubblico, non necessariamente di praticamente lo sport, accorreva per vederne le imprese. La costruzione di stadi a Bologna, Firenze, Roma Torino e Bari corrisponde a questa fase politica.
Gli orrori della guerra non paralizzarono l'attivita' sportiva nel nostro paese. Per quanto concerne gli incassi, nel 1941, secondo anno di guerra per l'Italia, si registro' addirittura un aumento di mezzo milione di lire rispetto al 1940. Su 41.437.411 lire, l'introito maggiore fu determinato dal calcio (L.32.642.443), seguito dal pugilato(L.2.026.696), dal ciclismo (L.1.735.330), quindi dal pattinaggio, dal tennis, dall'atletica, dall'ippica. Nel 1942(legge n.426) il CONI accentro' in se' tutte le funzioni tecniche e amministrative dello sport, mentre le federazioni, fino ad allora "facenti parte" del CONI, diventarono "suoi organi".
FISICA:
Einstein e la relatività
Albert Einstein nasce a Ulma , in Germania, il 14 marzo del 1879 da genitori ebrei. Per difficoltà economiche si sposta a Monaco. L'incontro con la scuola è da subito difficile e a 15 anni, studia da autodidatta il calcolo infinitesimale. La sua prima importante opera è "Autobiografia scientifica" in cui si manifesta come un accesissimo sostenitore del libero pensiero. L'infanzia di Einstein si svolge nella Germania di Bismark, un paese in via di industrializzazione ma retto con forme di dispotismo accentuato. Non avendo conseguito un diploma di scuola secondaria superiore, dovette affrontare un esame di ammissione per poter entrare al Politecnico di Zurigo, che però fallì per insufficienza nelle materie letterarie. Così Einstein , sedicenne, entra nella scuola cantonale di Aarau per conseguire un diploma abilitante per l'iscrizione al Politecnico: vi si può finalmente iscrivere.Nel corso dei suoi studi a Zurigo, matura la sua scelta definitiva: si dedicherà alla fisica piuttosto che alla matematica. Nel 1902 Albert e Mileva, radicale femminista, si sposano, dopo la morte del padre, la voce più contraria al matrimonio e ottiene finalmente la cittadinanza svizzera.Nel 1905 pubblicò tre studi teorici. Il primo e più importante studio che conteneva la prima esposizione completa della teoria della relatività ristretta. Il secondo studio, relativa al moto Browniano, destinato a confermare l'esistenza degli atomi. Il terzo studio, sulla interpretazione dell'effetto fotoelettrico, avanzava l'ipotesi della propagazione della luce mediante quanti discreti di energia (fotoni); quest'ultimo studio, gli valse il premio Nobel nel 1921. Nel 1916 pubblicò La memoria: fondamenti della teoria della relatività generale, frutto di oltre 10 anni di studio. Questo lavoro è considerato dal fisico stesso il suo maggior contributo scientifico e si inserisce nella sua ricerca rivolta alla geometrizzazione della fisica. Con l'avvento al potere di Hitler, Einstein fu costretto ad emigrare negli USA dove insegnò all'università di Princeton. Einstein disprezzava la violenza e la guerra, ma fu doppiamente coinvolto nella realizzazione della bomba atomica. In primo luogo perché è uno dei risultati della relatività, in secondo luogo perché scrisse insieme ad altri fisici, una famosa lettera al presidente Roosevelt, che segnò l'inizio per la costruzione dell'arma nucleare. Terminata la guerra Einstein si impegnò attivamente contro la guerra e le persecuzioni razziste, compilando una dichiarazione contro le armi nucleari. Il mondo fu un po’ più piccolo quando morì, a Princeton, nel 1955.
La teoria della relatività
La fisica classica era il sistema sul quale si basava tutta la scienza dell'800; fondato sui concetti di spazio e tempo, esso sembrava incrollabile: secondo il sistema di Newton tutti i fenomeni fisici devono essere considerati movimenti di punti materiali nello spazio, movimenti retti da leggi meccanicistiche. All'inizio del secolo si verifica un grande sconvolgimento: le conseguenze delle leggi sull'elettromagnetismo di Maxwell mettono in discussione i principi della fisica newtoniana creando un vuoto e di conseguenza un disorientamento culturale che si estende non solo al campo scientifico, ma a tutto il sapere occidentale; il tentativo di dare un risposta a questo momento di crisi porta alla ricerca di nuove certezze. Nella fisica newtoniana il tempo (e anche lo spazio) è un concetto assoluto, si tratta cioè del tempo vero, che scorre uniformemente in tutti i sistemi di riferimento. Einstein rivoluzionando il pensiero comune, comincia a considerare il tempo come una grandezza misurabile in relazione a un sistema preso come sistema di riferimento.
La teoria della relatività si basa su due postulati della RELATIVITA’ RISTRETTA:
• tutte le leggi della fisica (sia la meccanica che l'elettromagnetismo) sono invarianti rispetto a sistemi di riferimento che si muovono relativamente di moto rettilineo uniforme;
• la velocità della luce nel vuoto è costante (c = 300000 Km/s) e indipendente dalla velocità relativa della fonte luminosa e dell'osservatore.
Secondo i due postulati, non esiste un unico sistema di riferimento preferenziale per la descrizione degli eventi fisici: tutti i sistemi di riferimento non accelerati sono ugualmente validi.
Confrontando un orologio (ad esempio un orologio a luce) fermo e uno in moto rettilineo uniforme ci si accorge che l'orologio in moto ritarda rispetto all'altro; questo risultato, che va sotto il nome di dilazione dei tempi, mette in evidenza che il tempo è privo di una visione assoluta, ma risente della velocità relativa dei sistemi, analogamente intuì la contrazione degli spazi.
Gli effetti relativistici sono trascurabili per velocità relative basse, condizione in cui la fisica classica è valida; al contrario per velocità prossime alla velocità della luce gli intervalli di tempi si dilatano fino a giungere a un valore infinito se ci si muove alla velocità della luce.
Prima di Einstein un altro fisico, Lorentz, aveva cercato di individuare delle trasformazioni tali che le leggi della fisica fossero invarianti rispetto a sistemi inerziali. La teoria della relatività permette di correggere le leggi della fisica classica fino ad arrivare alla relazione E=mc2 che rappresenta IL PRINCIPIO DI INVARIANZA TRA MASSA ED ENERGIA: la massa di un corpo è considerata come un magazzino di energia perché a una massa corrisponde un'energia equivalente e a un'energia corrisponde una massa equivalente, mentre prima si era parlato solo di conservazione di energia o di conservazione di massa.
SCIENZE:
Le reazioni termonucleari nelle stelle
Contrariamente all’apparenza, le stelle si trasformano nel tempo, poiché la massa, la composizione chimica, la temperatura e la luminosità subiscono variazioni. Per questo gli astrofisici parlano di evoluzione delle stelle,intendendo con questo termine tutti i cambiamenti che si susseguono dal momento in cui una stella comincia a brillare, fino al momento della sua morte, quando, molto spesso in seguito a fenomeni esplosivi e clamorosi, si spegne. In base alle leggi fisiche vengono costruiti modelli degli interni stellari e delle possibili evoluzioni nel tempo perché non sarà mai possibile per l’uomo seguire l’intero cammino evolutivo di una stella a causa dei tempi lunghissimi. La ragione per cui affermiamo in tutta sicurezza che le stelle non possono restare immutate nel tempo è molto semplice: l’emissione di radiazioni elettromagnetiche da parte di un corpo comporta l’obbedienza al principio di conservazione, la produzione e il consumo di energia.
Le stelle si formano per condensazione di polveri e gas interstellari. Lo spazio interstellare, infatti, non è vuoto anche se molto rarefatto e frequentemente si possono osservare ammassi di gas più densi detti nebulose interstellari. Queste nubi contengono in prevalenza idrogeno (circa l’80%), l’elemento più leggero e più diffuso nell’universo, ed elio insieme a gas e polveri costituiti di elementi e composti più pesanti. Una stella si forma quando i gas di una regione più densa cominciano a coagulare e la nube collassa, cioè si contrae. Il fattore determinante in questa fase è la forza gravitazionale, che tende a far cadere le particelle dei gas e le polveri verso il centro della nube. In un arco di tempo relativamente breve al centro della nube si forma una protostella, una massa gassosa più densa, di dimensioni variabili, che lentamente si scalda. L’energia gravitazionale, infatti, durante la contrazione viene convertita in calore, che in parte scalda l’interno della protostella, in parte viene dissipato verso l’esterno. Per questa ragione la temperatura all’interno della protostella cresce lentamente passando da un valore inferiore ai 100K al migliaio di kelvin e comincia ad emettere energia sotto forma di radiazioni infrarosse. Le protostelle hanno una temperatura superficiale molto bassa e una luminosità ridotta e molto spesso variabile perché l’emissione di radiazioni avviene in modo irregolare. Con il procedere della contrazione la temperatura aumenta in modo considerevole, specialmente nelle regioni centrali, anche perché cresce la densità dei materiali, che diventano più opachi e trattengono maggiormente le radiazioni. Il diametro della protostella si riduce ulteriormente, perché la forza gravitazionale non è contrasta. Quando la temperatura nella zona più interna della protostella, detta nocciolo, supera i 10 milioni di kelvin, iniziano le reazioni termonucleari, la contrazione si arresta e la protostella diventa una vera e propria stella. Sul diagramma H-R (PRIMA FASE) queste stelle si collocano nella sequenza principale. La fase prestellare ha una diversa durata in relazione alla massa, le stelle come il sole impiegano circa 30 milioni di anni per raggiungere la sequenza principale, mentre stelle a massa maggiore impiegano poche centinaia di migliaia di anni. Le protostelle con massa troppo piccola non sviluppano durante la contrazione energia sufficiente per innescare i processi di fusione nucleare, perciò non si trasformano in stelle. Le reazioni termonucleari sono anche le uniche fonti possibili dell’energia stellare. Inizialmente si era pensato all’energia gravitazionale, dal momento che le stelle hanno una massa enorme e come sfere gassose possono contrarsi e collassare; ma l’energia irragiata durante la contrazione di una massa anche enorme è troppo piccola per garantire un flusso energetico pari a quello di una stella per tempi dell’ordine dei miliardi di anni. Quindi le uniche fonti in grado di sviluppare per tempi così lunghi quantitativi ingenti di energia rimangono le reazioni termonucleari. Le reazioni termonucleari sono reazioni di fusione di nuclei atomici con formazione di nuclei più pesanti. Le reazioni termonucleari possibili nelle stelle sono diverse, ma tutte vengono innescate solo quando temperatura e densità raggiungono valori particolari e molto elevati, per questo le reazioni di fusione possono avvenire solo nelle zone centrali delle stelle. Gli strati esterni delle stelle invece non producono energia, ma assorbono e trasmettono all’esterno l’energia che viene prodotta al centro della stella. Le prime reazioni che abbiamo nelle stelle sono quelle che portano alla fusione di 4 nuclei di idrogeno con la formazione di un nucleo di elio. Una stella trascorre il 90% della sua vita (circa 10 miliardi di anni) trasformando l’idrogeno in elio e le sue caratteristiche rimangono costanti. L’energia sviluppata nella fusione contrasta la contrazione gravitazionale perché il gas dell’involucro esterno, ricevendo energia dal nucleo della stella, tende ad espandersi ed impedisce alla stella di contrarsi ulteriormente. Si stabilisce quindi un equilibrio, quindi, tra la tendenza alla contrazione, dovuta alla forza gravitazionale, e la tendenza all’espansione, provocata dall’energia della reazioni nucleari. Una stella che si trovi in questa fase è stabile e in equilibrio, cioè non si dilata e non si contrae e produce energia elettromagnetica attraverso reazioni di fusione. Le posizioni che le stelle occupano sulla sequenza principale dipendono dalla loro massa. Le stelle con massa maggiore sono quelle più luminose e calde perché al loro interno le reazioni di fusione dell’idrogeno sono più efficienti. Inoltre le reazioni sono diverse a seconda della massa della stella anche se il risultato è sempre lo stesso: nelle stelle di massa inferiore a 1,5 masse solari prevale il ciclo protone-protone, mentre nelle stelle più pesanti prevale il ciclo carbonio-azoto-ossigeno. Le stelle della sequenza principale permangono in questa condizione di equilibrio finchè l’energia prodotta nelle reazioni di fusione è uguale all’energia irradiata. Il nucleo che si forma da queste reazioni è sempre più leggero rispetto alla somma delle masse dei nuclei iniziali, durante queste reazioni si verifica quindi una perdita di massa. La massa perduta viene trasformata in energia secondo la relazione: E=mc2, e l’energia prodotta è largamente sufficiente per garantire il funzionamento di qualsiasi stella. Le reazioni termonucleari possibili nelle stelle sono diverse, ma tutte vengono innescate solo quando temperatura e densità raggiungono valori particolari e molto elevati, per questo le reazioni di fusione possono avvenire solo nelle zone centrali delle stelle. nel sole dove, ogni secondi circa 5,64 1011 Kg di idrogeno si trasformano in 5,60 1011 Kg di He; con un difetto di massa pari a 0,04 1011 Kg ovvero 4 109 Kg, corrispondente alla massa che si trasforma in energia delle onde elettromagnetiche della radiazione solare. Per conoscere quanta energia si ottiene in questa reazione basta tenere presente la formula:
E=mc2==>4 109 Kg (3 108 m/s-1 )2,= 4 109 Kg 9 1016m2 /s-2 = 36 1025 Kg m/s-2 m= 36 1025 N m=
36 1025J
SECONDA FASE: in questo secondo momento le stelle escono dalla sequenza principale.Passiamo a questa fase quando la stella ha bruciato una quantità di idrogeno pari ad 1/10 della sua massa, infatti la stella può usare per le reazioni nucleari solo l’idrogeno del nocciolo e questo con il passare del tempo si esaurisce. Negli strati esterni l’idrogeno è presente abbondantemente, ma non esistono le condizioni di pressione e temperatura necessarie per la fusione. Quindi la stella non bruciando più idrogeno non è più nella condizione di equilibrio ed il nucleo di elio che si è formato, molto più denso del nucleo di idrogeno originario, finisce per collassare, cioè per contrarsi su se stesso, riscaldandosi progressivamente fino a temperature di 100 milioni di K sufficienti e ad innescare nuove reazioni termonucleari che trasformano l’elio in carbonio. La stella assume quindi un aspetto ad involucri concentrici con gli elementi più pesanti al centro e la fusione richiede temperature sempre maggiori. La stella è entrata in una nuova fase ed appare come una gigante rossa che ha una durata molto più breve rispetto allo stadio di sequenza principale e dove la stella appare più luminosa e si espande velocemente. Le reazioni di fusione, in tutti i casi, possono proseguire fino alla formazione di nuclei di ferro e quando una stella giunge a questo stadio si arresta la produzione di energia nucleare.
Da questa condizione iniziano le varie fasi finali delle stelle che dipendono esclusivamente dalla loro massa:
1. Stelle con massa inferiore a 0,5 masse solari: si trasformano direttamente in nana bianca
2. Stelle con una massa inferiore a 1,44 masse solari: attraversano la fase di instabilità durante la quale espellono gli strati più esterni che si dilatano formando nebulose a forma di anello dette nebulose planetarie. Il nucleo diventa visibile come una stella di piccole dimensioni molto densa e calda detta nana bianca. La temperatura superficiale può superare i 30000 K, ma la stella appare poca luminosa a causa delle dimensioni ridotte. La materia all’interno della nana bianca si trova ad una condizione degenere: i nuclei si separano dagli elettrono e la densità aumenta. La materia degenere resiste alla contrazione ed esercita una pressione che sostiene la stella, indipendentemente dal suo stato termico interno. La nana bianca quindi non può contrarsi ulteriormente ma nel giro di alcuni milioni di anni si raffredda, fini a diventare una nana nera, un corpo denso e scuro non più visibile. Durante la fase di formazione di una nana bianca possono verificarsi vere e proprie esplosioni, che provocano un improvviso aumento di luminosità della stella che appare anche 1 milione di volte più luminosa. Le stelle che manifestan queste condizioni sono chiamate novae ed in genere declinano rapidamente.
3. Stelle con massa superiore a 1,44 masse solari: queste stelle muoiono in modo catastrofico, diventando una supernova. Una supernova è una stella che esplode violentemente aumentando anche 1 miliardo di volte la sua luminosità. L’ esplosione è causata probabilmente da un rapido collasso del nucleo, che libera in breve rempo un’enorme quantità di energia gravitazionale, che scalda e dilata velocemente l’involucro esterno. Si tratta di un evento molto rapido e provoca l’espulsione nello spazio di una parte consistente della stella. La supernova si manifesta con un improvviso aumento di luminosità che si esaurisce nell’arco di tempo di ore, giorni o mesi. Talvolta la luminosità dell’astro è tale da renderlo visibile anche di giorno. Al termine dell’esplosione al posto della stella resta il nucleo, estremamente caldo e denso, che a secondo della massa dà origine:
a) nana bianca: quando il nucleo residuo ha massa inferiore a 1,44 masse solari
b) stella e neutroni: quando il nucleo residuo ha massa tra 1,44 e 3 masse solari. La stella a neutroni è un corpo costituito da neutrono, infatti i protoni si combinano con gli elettroni che riescono a penetrare nei nuclei e nel formarsi dei neutroni viene persa qualsiasi struttura nucleare e resta solamente un fluido che esercita una pressione di radiazione tanto intensa da impedire un ulteriore collasso. Come accade nelle nane bianche lo stato degenere della materia sostiene la stella e ne impedisce l’ulteriore contrazione. Le stelle a neutroni hanno una luminosità ancora più ridotta per cui risulta difficile osservarle direttamente. Le pulsar invece sono stelle a neutroni, dotate di un campo magnetico, che emetteno onde radio sotto forma di impulsi a intervalli regolari di circa 1 secondo e ruotano molto rapidamente su se stesse perdendo continuamente energia raffreddandosi come le nane bianche.
c) Buco nero: il nucleo residuo della supernuova ha una massa superiore a 3 massi solari. Il buco nero corrisponde ad una stella in cui la forza gravitazionale e tanta elevata da non essere contrastata né da uno stato degenere della materia, come nelle nane bianche, né da una struttura a neutroni. Qualsiasi oggetto attratto da un buco nero è destinato a precipitare all’interno perdendo la sua identità e la sua stessa luce, pur costituita di particelle infinitesimali, verrebbe intrappolata, tanto da rendere il corpo invisibile a qualsiasi osservazione.
ARTE:
Arte e cultura nel regime nazionalsocialista, la mostra dell’arte degenerata
Dal punto di vista culturale i Nazisti iniziarono un programma di pulizia etnica anche nell’ambito dell’arte, “epurando” i musei tedeschi da tutte le opere moderne. Seimila opere vennero sequestrate ed esposte al pubblico nella mostra d’arte degenerata inaugurata da Hitler nel 1937, le opere erano accompagnate da scritte dispregiative e dal prezzo ovviamente “altissimo”. Con questa mostra si voleva far vedere al pubblico quali generi artistici non erano ammessi dalla nuova “razza superiore”. Quest’ esposizione ebbe un successo maggiore della Grande Rassegna di Arte Germanica che venne aperta nello stesso periodo tanto che fu necessario prolungarne l’apertura. Gli autori delle opere proibite, dichiarati malati, sono per la maggior parte espressionisti tra i quali uno dei più importanti è sicuramente Otto Dix.
Dix partecipò come volontario alla I guerra mondiale (fu ferito due volte) e le atroci esperienze del fronte lasceranno tracce indelebili nella sua vita e lo renderanno particolarmente sensibile alle ingiustizie ed alle ipocrisie della società borghese del dopoguerra. Le sue opere hanno come soggetti principali o ex-combattenti che si trascinano per strada, molto spesso sono rappresentati anche mutilati, mendicando o vendendo qualche merce inutile, o immagini di guerra. Nel trittico della guerra è evidente la sua forte e profonda critica nei confronti della guerra, cerca attraverso queste rappresentazioni il “vero realismo critico” mostrando una volontà di oggettività che rispondeva alle esigenze del tempo. È possibile paragonare l’opera di Dix a quella di Goya e, particolarmente, a I disastri della guerra, ma è necessario dire che i due artisti hanno in comune soltanto il carattere d’accusa perché nell’artista tedesco è presente una coscienza politica che manca in Goya il quale intendeva stigmatizzare l’invasore, ma trascurava le ragioni e le conseguenze della guerra.
CAPITOLO III DELL’AGRICOLA
L’avvento al trono di Nerva e l’adozione di Traiano, con la speranza he alimentano inducono Tacito a rompere il silenzio
Nunc demum redit animus; et quamquam primo statim beatissimi seaculi orto Nerva Caesar res olim dissociabiles miscuerit, principatum ac libertatem, augeatque cotidie felicitatem temporum Nerva Traianus, nec spem modo ac votum securitas publica, sed ipsius voti fiducia ac robur adsumpserit, natura tamen infirmitatis humanae tardiora sunt remedia quam mala; et ut corpora nostra lente augescunt, cito exstinguuntur, sic ingenia studiaque oppresseris facilius quam revocaveris: subit quippe etiam ipsius inertiae dulcedo, et invisa primo desidia postremo amatur. Quid, si per quindecim annos, grande mortalis aevi spatium, multi fortuitis casibus, promptissimus quisque sevitia principis interciderunt? Pauci, ut ita dixerim, non modo aliorum sed etiam nostri superstites sumus, exemptis e media vita tot annis, quibus iuvenes ad senectutem, senes prope ad ipsos exactae aetatis terminos per silentius venimus. Non tamen pigebit vel incondita ac rudi voce memoria prioris servitutis ac testimonium praesentium bonorum compsuisse. Hic interim liber, honori Agricolae soceri mei destinatus, professione pietatis aut laudatus erit aut excusatus.

Esempio



  



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