Potere e libertà

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Testo

- POTERE E LIBERTA’ -
Prefazione
Il percorso che intendo intraprendere, con il presente lavoro, ha lo scopo di mettere in evidenza le forti contraddizioni che si possono riscontrare nella storia dell’umanità tra l’esercizio del potere e la libertà dell’individuo. Da quando l’uomo si è dato un’organizzazione sociale, politica e civile cercando di convivere in comunità si sono evidenziate le contraddizioni tra potere e libertà. Io analizzerò queste contraddizioni partendo dallo studio del pensiero di Tacito, e di quello stoico di Seneca per arrivare al nostro modello di società, che pur essendo ritenuto avanzato sia sul piano sociale che civile, mostra ancora evidenti idiosincrasie tra potere e libertà. Il percorso quindi oltre allo studio del pensiero di Seneca e Tacito evidenzierà le contraddizioni: analizzando la storia del sommo Poeta, costretto all’esilio a causa proprio del Potere; descrivendo le soluzioni che Marx darà per superare il contrasto; tenendo presente la critica feroce che Orwell indirizzerà ai regimi totalitari del ’900 e la sua visione distopica del futuro legata proprio al contrasto tra potere e libertà; analizzando la ferocia dei regimi totalitari ed in particolare di stalinismo, nazismo e fascismo descritta da numerosi superstiti e da scrittori che hanno vissuto i fatti in prima persona, tra i quali Carlo Levi che meglio ha saputo evidenziare l’oppressione e la repressione attuata dal fascismo in Italia tra il 1922 e il 1943. Infine cercherò di mettere in evidenza l’impegno che numerosi artisti e poeti hanno profuso nella speranza della libertà attraverso le loro opere, tra i quali Delacroix e Manzoni.
Indice
Prefazione Pag. 2
Potere e libertà nella storiografia di Tacito e nella filosofia di Seneca Pag. 3
Potere e libertà nella “Commedia” di Dante (La vicenda di Catone Uticense) Pag. 4
Potere e libertà nella visione romantica di Manzoni e Delacroix Pag. 5
Potere e libertà secondo il neorealismo di Carlo Levi Pag. 5
Potere e libertà nel pensiero di Karl Marx Pag. 6
Potere e libertà nei regimi dittatoriali del ‘900 Pag. 7
Potere e libertà nella visione distopica di George Orwell Pag. 9
La storiografia di Tacito è caratterizzata da un tenebroso moralismo che si traduce in una visione pessimistica della vita e della storia. Tuttavia non bisogna dimenticare che la storiografia tacitiana è quella “senatoria”, di un ceto che si era visto escluso dal potere nella nuova realtà del principato. Tacito è lo storico della libertà perduta, ma della libertas di pochi legati al privilegio, di quell’aristocrazia oppressa dal potere imperiale. Egli resta legato, dal punto di vista ideale all’antica repubblica aristocratica, che nel I sec., ritiene di fatto inattuabile, infatti, il principato è necessario per creare una salda e unitaria compagine statale che dia pace e stabilità. Quando si accinse a comporre le Historiae Tacito riteneva che fosse possibile conciliare l’impero con la libertas, a condizione che il principe fosse illuminato (Nerva e Traiano sembravano avere le caratteristiche dell’optimus princeps) e che fosse nominato attraverso l’uso della adoptio, che permetteva di scegliere il migliore. Principatus e libertas sono conciliabili idealmente, ma durante la composizione dell’opera, lo storico maturò un nuovo convincimento politico, che lo portava a vedere il principato illuminato come una contraddizione in termini: la libertas garantita dall’imperatore era solo apparente, perché in realtà i cittadini non avevano alcun potere decisionale. In quest’ottica Ottaviano Augusto appare come una figura piuttosto ambigua che ha creato un regime autoritario, pur salvaguardando apparentemente le istituzioni repubblicane. Se nelle Historiae, dunque, è ancora possibile cogliere una parola di speranza, negli Annales si avverte un cupo pessimismo che non lascia vie di uscita: principato e libertà non sono più conciliabili, in quanto non è possibile trovare un equilibrio fra il rector e l’aristocrazia senatoria; d’altra parte l’impero è una necessità storica, che non lascia spazio ad alternative e porta come inevitabile conseguenza il “precipitare in schiavitù”. Tutta la storia tacitiana è una presa d’atto dell’irrimediabile collisione tra principato e libertà: il difetto non è, né nella struttura, né nella costituzione, ma negli uomini, perché per Tacito la storia è soprattutto individualistica, infatti, sono gli individui, le loro scelte, i meccanismi della loro psiche a regolare gli eventi. Tacito è convinto che la storia scaturisca dalle pulsioni, dalle sensazioni, dalle ambiguità che dominano la psiche degli imperatori; al di là dell’assurdo e delle contraddizioni della vita e della storia è assente qualunque principio superiore di armonia e di equilibrio. Seneca era riuscito a comporre le antinomie dell’esistenza in una provvidenza storica, Tacito invece mostra di credere in una divinità malefica operante nelle vicende storiche e nell’azione cieca e imprevedibile del caso. L’eroismo di Seneca, l’exitus di tanti uomini illustri, che si diedero la morte nell’epoca più oscura della tirannide sono, per Tacito, solo gesti ambiziosi che niente hanno procurato ai fini del recupero della libertà perduta.
Ma quella di Tacito è la stessa libertà di cui parlava Seneca? Certamente no, infatti, per lo scrittore la battaglia per la conquista della libertà si poteva combattere solo con l’arma della filosofia, tanto è vero che egli affermava che solo il saggio è libero. Nelle opere di Seneca non si legge mai l’esaltazione dell’impero, delle sue tradizioni e glorie militari, della sua potenza praticamente illimitata: la superiorità di Roma antica è implicitamente collocata nella superiorità morale dei suoi cittadini sugli altri uomini. La meta da raggiungere è la virtù e chi conquista la sapienza sa che “C’è un solo bene, la virtù; che, certo, non v’è bene senza virtù; e che la virtù stessa è posta nella parte migliore di noi, cioè nella parte razionale”. Per conquistare l’unico bene, l’uomo è solo e deve conquistarsi la sapienza da sé con sforzo, perché faticosa è la via che mena alla libertà; non ha importanza il luogo in cui ci troviamo, né il numero delle persone che conoscono la nostra virtù, dal momento che la felicità è un bene interiore. In riferimento alla domanda se il saggio debba o no partecipare alla vita politica, Seneca conclude affermando che purtroppo non esiste uno Stato in cui il sapiente possa agire coerentemente con i propri principi. Sappiamo già che la libertà può essere posseduta solo da chi abbia un anima grande, buona, retta e questa può trovarsi tanto in un cavaliere quanto in un liberto o in uno schiavo. “Che cos’è, infatti, un cavaliere romano o un liberto o uno schiavo? Sono puri nomi nati dall’ambizione o dall’ingiustizia”. Per Seneca sono cancellate tutte le distinzioni sociali, a cominciare dalla divisione degli uomini in liberi e schiavi. Le differenze di nascita dipendono solo dalla fortuna: la gloria dobbiamo conquistarcela noi stessi, faticando e soffrendo, perché non è nostra la gloria dei nostri antenati. Quello che veramente importa è soltanto saper distinguere il bene dal male perché chi riesce a tanto sarà davvero libero, secondo la vera libertà, che non si misura col metro della nascita. Perciò dobbiamo trattare umanamente quelli che sono schiavi di condizione anche se egli sa bene che gli schiavi sono trattati con durezza e che i padroni così facendo ne eccitano gli spiriti alla ribellione. Seneca riconosce che sono i padroni stessi, con le loro ignominie ed i ludibri cui costringono i servi, che esasperandoli li fanno diventare loro nemici. Egli propone una sola norma nel trattare con gli schiavi: “Vivi con l’inferiore come vorresti che il tuo superiore vivesse con te”. Naturalmente bisogna usare prudenza nell’ammettere nella propria intimità gli schiavi: giudichiamoli soprattutto, non in base all’ufficio che svolgono ma ai costumi che hanno. E quanti, del resto, sono gli schiavi volontari! “ Mostrami chi non è schiavo: uno lo è della libidine, l’altro dell’avarizia, l’altro dell’ambizione, tutti della paura”. Questo Seneca suggerisce, non per provocare rivoluzioni e sovvertimenti dell’ordine sociale esistente, ma per dimostrare che la società umana deve essere fondata sull’amore e sul rispetto, non sul timore. Primo dovere dell’uomo è di giovare ai suoi simili: “Non può vivere felice colui che guarda solo a sé, che tutto volge alla sua utilità. Vivi per gli altri, se vuoi vivere per te”.
Anche per quanto riguarda l’uso del potere Seneca si rifà agli stessi principi, infatti, nel primo libro del De clementia egli afferma che le forme di comando sono diverse, ma unico è il sistema di comandare per il principe verso i cittadini, per il padre verso i figli, per il maestro verso i discepoli, per l’ufficiale verso i soldati. Il metodo migliore è sempre quello della persuasione e dell’ammonizione, mai quello della minaccia e del terrore. Neppure verso gli animali questo è il metodo più efficace. Questo vale tanto più per il sovrano, che come il medico deve indurre i malati alla speranza della guarigione e non condannarli ad una fine irrimediabile; la massima gloria deriva al principe dal sottrarre i cittadini all’ira propria e altrui. Il re è il capo dello stato, i sudditi sono le membra, perciò questi sono pronti ad ubbidire al re come le membra ubbidiscono al capo e sono disposti ad affrontare anche la morte per lui: “Egli, infatti, è il vincolo grazie al quale sussiste unito lo Stato, egli è lo spirito vitale che tutte queste migliaia di uomini respirano. Essi, di per sé, non sarebbero null’altro che un peso e una preda per altri, se quell’anima dell’Impero venisse a mancare”. La libertà, quindi, per Seneca, quella vera, è dentro di noi e nessuno può comprimerla: nella sapienza, nel disprezzo del nostro corpo caduco è la libertà più sicura. Se sapremo rivolgerci a cose più grandi della schiavitù del corpo, conquisteremo la libertà interiore, diventeremo possesso di noi stessi. “Mi domandi quale sia la strada per andare verso la libertà? Una qualsiasi vena del tuo corpo”.
Non di diverso avviso è Catone Uticense posto da Dante a guardiano del purgatorio, infatti, Catone è uno strenuo difensore della libertà e delle istituzioni repubblicane in un periodo in cui, attraverso lotte sanguinose maturavano in Roma quelle nuove forme di governo, imposte con la forza e basate sull’accentramento di tutti i poteri nelle mani di un singolo, che avrebbero condotto con Augusto all’impero. Dante pone questo pagano, suicida ed avversario dell’idea imperiale quale custode dell’isola del purgatorio tra le anime alle quali è assicurata la beatitudine. Questo avviene perché la storia di Catone è isolata dal suo contesto politico terreno ed è diventata “figura futurorum” (simbolo di cose future). La libertà politica e terrena per cui è morto era soltanto”umbra futurorum”, una figurazione di quella libertà cristiana che egli è ora chiamato a custodire. Già Cicerone aveva presentato il suicidio di Catone come eccezionale atto di coerenza, come effetto di una convinzione profonda e quindi un atto di libera e matura scelta e per Dante esso è anche quasi un martirio in nome della libertà, ben diverso dal suicidio per paura, per debolezza, per sdegnosa sfida. La libertà ha per Dante un valore assoluto, è libertà morale che ha il suo fondamento nel libero arbitrio come libertà di scelta tra il bene e il male; è libertà di azione, come espressione della volontà che comporta la piena responsabilità dell’individuo; ed è quindi libertà politica e libertà di giudizio, che importa più dell’adesione ad una parte politica e dell’accettazione di un ordinamento, sia pure l’Impero, che non avrebbe importanza senza quella fondamentale libertà. Una riprova è appunto Catone, che per accendere il mondo dell’amor di libertà, mostrò quanto la libertà importasse, preferendo, libero, abbandonare la vita, piuttosto che restare vivo senza libertà.
Il Manzoni risolve invece tutte queste diatribe in una prospettiva escatologica dell’uomo e dell’uso della libertà e dell’affrancamento dalle angherie di un potere opprimente. Né col cattolicesimo contrastavano gli ideali liberali e patriottici ai quali si ispirarono una canzone del 1814 composta per formulare la speranza che le potenze europee collegate contro Napoleone dessero l’indipendenza all’Italia, l’incompiuta canzone “Il proclama di Rimini” (1815) e più tardi l’ode “Marzo 1821”, scritta in occasione dei moti piemontesi e spirante un sentimento religioso della libertà politica. Molti invano sperarono da Napoleone la libertà della patria, altri e fra essi il Manzoni dagli austriaci nel 1814, allorché li illusero con speranze fittizie. Lo scoramento delle lunghe delusioni patite è cantato nel coro atto III dell’Adelchi, tanto maggiori quanto più sono dissimulate. Non dissimile la servitù degli italiani sotto i francesi al sopravvenire degli austriaci, da quella sotto i Longobardi all’irrompere dei Franchi; la nuova tirannia è più cruda dell’antica: “Vano ora come allora, come sempre e come vano irragionevole, da miseri illusi, sperare dallo straniero la libertà; la libertà, infatti, non si riacquista che con la propria virtù, con la vittoria delle proprie armi”. Il coro de “Il conte di Carmagnola” e l’ode “Marzo 1821” costituiscono un invidiabile titolo di gloria patriottica; ed hanno con l’uno e con l’altra una in inscindibile unità di concetti e di affetti anche se a molti non appare. Santa la guerra per la liberazione della patria; detestabili le guerre tra i figli di un medesimo popolo; esecrande le guerre di asservimento; stolto l’aspettare da altri la propria salvezza che solo da sé bisogna saper conseguire. Unico in tre sembianze il pensiero: “Accorrete accorrete a liberare la patria; maledetto chi ve la conculca; liberatela voi da soli senza aspettare aiuti funesti”.
Allo stesso modo di Manzoni notevole impegno civile per la conquista della libertà profuse il pittore francese Delacroix. Nel 1829 il re di Francia Carlo X insediò un governo clerical-reazionario guidato dal Polignac. Tale governo sciolse il parlamento prima ancora che fosse convocato, sospese la libertà di espressione e modificò il sistema elettorale a proprio vantaggio. Dal 27 al 29 giugno 1830 il popolo di Parigi insorse contro queste disposizioni obbligando il re ad allontanare Polignac e revocare le ordinanze emesse. La “Libertà che guida il popolo” è l’opera che Delacroix realizzò in quello stesso 1830 per ricordare ed esaltare la lotta per la libertà dei parigini. Vi si può riscontrare l’esaltazione del popolo: le varie classi sociali unite nella lotta comune. In primo piano, invece, troviamo la Libertà, che stringendo nella destra il tricolore francese e nella sinistra il fucile, incita il popolo a seguirla. E’ come se ognuno di noi, parte del popolo in armi, abbandonando per un attimo la nostra corsa, ci fossimo voltati indietro per guardare e riprendere vigore e slancio spronati dalla consapevolezza d’avere come compagna la libertà.
Così romanticamente interpretano Manzoni, per la letteratura, e Delacroix, per l’arte, il significato di potere e di libertà.
Più moderno invece quello di Carlo Levi che storicamente vive le vicende dell’oppressione fascista e reagisce soprattutto sul piano politico ed economico. Levi per le sue posizioni contro il fascismo, che tra il 1922 e il 1943 ha rappresentato il potere in Italia, fu confinato nel 1935 in un paese della Lucania. Proprio da questa esperienza vissuta in prima persona e narrata nel “Cristo si è fermato ad Eboli”, il Levi trae la sua concezione del contrasto tra potere e libertà, mettendo in evidenza nella sua opera, in particolar modo la condizione delle masse contadine ancora non liberate dal loro stato di arretratezza da un potere totalitario. Proprio nelle masse contadine il Levi ritrova i valori di autenticità, solidarietà, generosità, bontà, fervida fantasia, contro una borghesia sostenitrice del potere, gretta, egoista, ottusa, ignorante e conformista. In “Cristo si è fermato ad Eboli” l’esplorazione leviana tende a riconoscere e a liberare una serie di valori della civiltà contadina sui quali egli fonda la proposta politica di riforma dell’intera società italiana: la lotta organizzata delle masse oppresse dal potere, che si schierano contro la burocrazia statale e contro un potere ancora “feudale”, dovrebbe fondare l’embrione di riscatto attraverso il rifiuto dell’anarchica rivolta del brigantaggio in favore della legalitaria attuazione della riforma agraria.
Quindi per il Levi la vera libertà non può coincidere con una totale alienazione dal caos primordiale che è la perpetua matrice e fornisce sempre nuovi succhi all’individuo che si deve differenziare e separare: “Il problema è essere se stessi, essere liberi, in questo ritorno necessario”. Il nuovo nel vecchio dunque secondo lo spirito di ogni moderato progressismo. Levi manifesta in primo luogo la sua attitudine a cogliere nella realtà gli aspetti archetipici, in secondo luogo da tale processo di decodificazione storica e presa coscienza della bontà o meno dei processi storici fin ora avvenuti si libera un ideale di progresso futuro che tende a diventare programma sociale e politico. Nel “Cristo si è fermato ad Eboli” tradotte in una concreta e definita rappresentazione, secondo la consuetudine propria del Levi, narrando egli la propria esperienza di vita, ritroviamo l’avversione allo stato astrattamente feroce, che fa degli uomini una unità indistinta e materiale, che può soltanto vivere riducendo gli individui in schiavitù, e insieme l’avversione alla religione che “Fa dei miti, riti”: atteggiamenti in cui apparivano evidenti l’impressione suscitata nell’autore dalla ferocia del regime fascista e quel profondo rispetto per la libertà degli individui e dei piccoli gruppi che saranno motivi costanti in tutte le sue opere. Ne “Le parole sono pietre” mostra lo stesso mondo, però nel suo primo movimento, nella sua conquista lenta e dolorosa, ma continua e testarda della coscienza della sua autonomia, nella scoperta di una nuova ideologia terrestre, pratica, efficace. I contadini si organizzano in classi e i lavoratori delle miniere di zolfo scioperano per la prima volta nella loro esistenza. Ma non è il progresso economico, l’aumento della produzione, dice Levi, che interessano per liberare l’uomo, ma il vedere come grazie alla mediazione del progresso economico l’uomo può liberarsi. E visitando Erevan, capitale dell’Armenia, il Levi dirà: “Bella o brutta la città si fa: muratori e architetti sono qui il centro di ogni cosa; si alzano i muri, le case, le strade, ma si direbbe che lo scopo non sono tanto quei muri, quelle strade, quelle case, ma il fatto solo di farle. Tutti hanno capito e sentono e pensano che il lavoro per se stesso serve come elemento liberatorio”. Ma egli dallo sprezzo del totalitarismo riesce attraverso il tormento del confino a conquistare solo la propria libertà politica ma non a realizzare totalmente per le masse il progetto liberatorio dal potere conservatore attraverso la rivalutazione dei valori antichi e la forza liberatrice del lavoro. D’altra parte per una legge ineluttabile della storia l’ascesa dei privilegiati in tutte le convivenze umane è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti soltanto nelle utopie. E’ compito dell’uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi o da uno solo, contro i molti , il privilegio nasce e prolifera anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri e lo incoraggi. Si tratta di una zona grigia dai contorni mal definiti che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudizio.
Dell’abbattimento di ogni tipo di privilegio e della funzione liberatrice del lavoro, sicuramente il più grande “profeta” è stato Karl Marx, che ha analizzato l’idiosincrasia tra potere e libertà, in particolar modo nella società capitalistica, che ha completamente sostituito la modalità di vita dell’essere, basata sull’amore, la gioia di condividere, l’attività autenticamente produttiva e creativa, con la modalità dell’avere, incentrata sull’egoismo, lo spreco, l’avidità e sull’esercizio del potere per la brama di possesso. Partendo da queste considerazioni nella società si sono venute a distinguere nettamente due classi: “La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: la borghesia e il proletariato”. In questo determinato tipo di società che predilige la modalità di vita dell’avere a quella dell’essere, per forza di cose, il potere è detenuto da chi “ha” più degli altri e quindi dalla borghesia. Tuttavia, secondo Marx, la borghesia ha sicuramente svolto un ruolo di fondamentale importanza verso la libertà dissolvendo non solo le vecchie condizioni di vita, ma anche idee e credenze tradizionali: “La borghesia ha modificato la faccia delle terra in una misura che non ha precedenti nella storia”; tuttavia questa stessa borghesia, che ha evocato come per incanto forze così gigantesche, assomiglia allo stregone che non riesce più a dominare le potenze infernali da lui evocate. Pertanto questa classe sociale si ritrova a detenere quel potere contro cui aveva lottato, in quanto ha badato agli interessi di classe e non a quelli generali. Alla luce di ciò e alla luce della visione materialistica della storia, che vede sempre in ogni società la lotta fra le classi, che si definiscono in base alla proprietà o meno dei mezzi di produzione, bisogna che la classe più debole, ovvero il proletariato, pervenendo ad una lucida coscienza di classe, lotti, come unità autocosciente, in modo solidale per i medesimi obiettivi, cioè la liberazione dall’oppressione borghese e il raggiungimento dell’uguaglianza sociale. Ma in quale modo, secondo Marx, la borghesia esercita il proprio potere sul proletariato? Espropriando l’operaio del prodotto del proprio lavoro ovvero provocando alienazione che Marx considera un fatto reale, di natura socio-economica, in quanto si identifica con la condizione storica del salariato nell’ambito della società capitalistica: il lavoratore è alienato rispetto al prodotto del proprio lavoro dato che egli, in virtù della sua forza-lavoro, produce un oggetto (il capitale) che non gli appartiene e che si costituisce come una potenza dominatrice nei suoi confronti. La causa quindi del meccanismo dell’alienazione risiede nella proprietà privata dei mezzi di produzione, in virtù della quale il capitalista può utilizzare il lavoro di una categoria di individui per accrescere il suo potere economico. Pertanto, secondo Marx, l’unico modo per disalienare l’uomo e quindi liberarlo da questo stato di “schiavitù” è il superamento della proprietà privata e l’avvento del comunismo, come dottrina economica. Il passaggio dalla società capitalistica a quella comunista è dettato dalle stesse contraddizioni della società borghese, che sono la base della rivoluzione proletaria. Il proletariato di conseguenza, è investito di una specifica missione storica, infatti, mentre le fratture rivoluzionarie del passato si traducevano nel trionfo di un nuovo modo di produrre e di distribuire la proprietà e in un nuovo potere di classe, la rivoluzione proletaria cancella ogni forma di proprietà privata, di divisione del lavoro e di dominio di classe. Lo strumento della trasformazione rivoluzionaria è la socializzazione dei mezzi di produzione e la via per l’abbattimento del potere può essere anche pacifica a dispetto di quanto insegni la storia: “La lotta fra lavoratori e capitalisti può essere meno terribile e meno sanguinosa della lotta fra feudatari e borghesia in Inghilterra e Francia, speriamolo”. La mira della rivoluzione è l’abbattimento dello stato borghese e delle sue forme istituzionali: “Il prossimo tentativo di rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano all’altra la macchina burocratica e militare, ma nello spezzarla”. Di conseguenza per Marx il nucleo della rivoluzione consiste non nell’impadronirsi della macchina statale e quindi del potere, per utilizzarlo secondo i propri scopi, ma nel distruggere i meccanismi istituzionali di fondo. Questa dottrina di Marx si lega coerentemente con le sue convinzioni teoriche circa lo Stato moderno: “Il potere politico è il potere di una classe organizzata per opprimere un’altra”. Questo sovvertimento del potere non può avvenire non rispettando tutte le tappe e nella transizione da uno stato borghese ad una società comunista è fondamentale la dittatura del proletariato, che a differenza, però, delle dittature finora storicamente esistite, è una dittatura della maggioranza degli oppressi contro una minoranza destinata a scomparire. Tuttavia nel processo verso la libertà da ogni forma di oppressione, la dittatura del proletariato è solo un momento di transizione, che mira al superamento di se medesima e di ogni forma di Stato. Giunti all’abolizione dello Stato, la società futura, di cui peraltro Marx non elabora un ideale né ne dà una descrizione, poiché la sua filosofia non è utopistica ma scientifica, si reggerà sul lavoro come primo bisogno di vita e, come sostiene Marx nella “Critica del programma di Gotha”, la società potrà scrivere sulle sue bandiere: “Ognuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”.
Nella storia solo in un’occasione la rivoluzione proletaria ha davvero avuto il sopravvento portando alla conquista del potere la classe lavoratrice. Ciò è avvenuto in Russia nell’ottobre del 1917, sotto la guida di Lenin, capo del partito bolscevico. Egli non accettava la tesi menscevica che la Russia dovesse passare attraverso un periodo di sviluppo industriale capitalistico e che solo alla fine di questo periodo la classe operaia avrebbe conquistato il potere. Lenin riteneva invece che per varie ragioni fosse possibile in Russia il passaggio diretto dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione proletaria, senza che tra le due fosse necessaria una pausa.
La classe operaia avrebbe quindi dovuto isolare i liberali e assumere la direzione del movimento sotto la guida del partito. Inoltre Lenin affermava che i contadini erano gli alleati naturali del proletariato e che la conquista del potere sarebbe stata impossibile senza la loro collaborazione. Fu quindi il 25 ottobre che i Soviet di Pietrogrado e i bolscevichi si impadronirono del potere quasi senza incontrare resistenza.
Tra i primi atti del governo sovietico vi fu la nazionalizzazione e redistribuzione della terra; il controllo operaio delle fabbriche; la nazionalizzazione delle banche e delle imprese commerciali; la dichiarazione dei diritti delle nazionalità comprese nell’ex impero; l’attuazione del piano economico del “comunismo di guerra” e l’abolizione della moneta come mezzo di scambio. Ciò però comportò l’instaurazione di una macchina burocratica che non risulto efficace. Pertanto si crearono delle spaccature all’interno del partito che furono risolte dalle ferree decisioni del partito stesso e con l’applicazione della NEP (Nuova politica economica) con la quale lo stato continuava a controllare lo sviluppo economico ma al tempo stesso consentiva una certa liberalizzazione nel campo agricolo e nell’attività privata. Lenin non riuscì a vedere la fine della NEP infatti si ammalò e il suo posto fu preso da Josif Stalin, che aveva dimostrato eccezionali capacità di organizzatore politico. Tuttavia la strada che Lenin aveva intrapreso verso la libertà seguendo la teoria marxista, non fu seguita da Stalin. Infatti per Lenin era necessaria l’esportazione della rivoluzione per la nascita e l’affermazione di una società comunista, invece Stalin ritenne il momento storico non favorevole e vide la Russia accerchiata dal capitalismo, pertanto intraprese la strada della costituzione del socialismo in un solo paese, trasformando la rivoluzione proletaria da rivoluzione per la libertà in semplice presa del potere e affermazione di questo attraverso un’oppressione totalitaria derivante dal culto della personalità. Stalin non ebbe dubbi che dovessero essere i contadini più agiati (i Kulaki), che erano restii a forme di collettivizzazione, a pagare il costo dell’industrializzazione forzata. Incitò anzitutto i “poveri del villaggio” contro i kulaki, adottò provvedimenti drastici per la requisizione del bestiame e dei prodotti agricoli. Non bastando queste misure, ricorse a metodi militari: arresti, deportazioni, fucilazioni si abbatterono sulla classe dei kulaki che fu fisicamente debellata. E pure né Marx, né Engels avevano mai ammesso che si dovesse ricorrere all’espropriazione forzata della terra da parte del socialismo. Lo stesso Lenin aveva ritenuto che i contadini avrebbero accettato il collettivismo con metodo gradualistico. L’industrializzazione in Russia fu un’impresa gigantesca, infatti l’industria pesante fu portata a livelli tali che l’URSS diventò il secondo Paese del mondo. Ciò era stato realizzato con metodi dittatoriali inesorabili, con grandi sacrifici delle popolazioni e si passò dal “dispotismo industrializzante” al dispotismo tout court. Nelle famose “purghe” staliniane scomparvero migliaia di cittadini, intellettuali e politici di grande intelligenza. Era inevitabile che si arrivasse a questi mezzi per realizzare il socialismo in un solo Paese?
Le “purghe”, la repressione violenta dei kulaki, la dittatura, il culto della personalità, da cui si fece circondare Stalin, furono inevitabili conseguenze del sistema o puri accidenti, legati alla storia personale di Stalin?
La rivoluzione leninista era stata una rivolta di masse oppresse da secoli contro l’ingiusta società zarista, perché non v’è dubbio che questa società fosse fondamentalmente ingiusta. Lenin passò da forme radicali a quelle più duttili e democratiche della NEP. Partendo dalla rivolta di larghe masse contadine contro l’autoritarismo zarista, egli aveva conferito a questa rivolta imponente una direzione rivoluzionaria con la guida del proletariato bolscevico.
Lenin conservò il convincimento che il socialismo non potesse solidificarsi senza l’industrializzazione. Stalin non modificò lo schema di Lenin, però, accelerò i tempi dell’industrializzazione, eliminò ogni meccanismo di mercato, si servì del terrore, delle “purghe”, della repressione delle masse contadine per imporre dall’alto un’industrializzazione massiccia, che egli riteneva premessa necessaria per costruire il socialismo e salvaguardare lo stato sovietico dai pericoli di una reazione capitalistica. Con il modello staliniano di industrializzazione, però, il controllo operaio sulla produzione fu pressoché annullato, lo stato perdette ogni autonomia rispetto al partito. Le ingiustizie dell’età zarista furono sconfitte attraverso le forme di una tirannide non solo personale ma istituzionale.
Diversamente si presenta il contrasto tra potere e libertà in Europa occidentale dove tra gli anni trenta e quaranta appariranno due regimi totalitari: il nazismo in Germania e il fascismo in Italia, che opereranno una repressione a scopo prettamente ideologico, a differenza della repressione sovietica, che avrà uno scopo di classe. In Germania l’ascesa del nazismo si verificò nella crisi economica e sociale e nel potenziamento delle aspirazioni e delle forze nazionaliste, avvalendosi di una dottrina imperialista fondata sulla supposta superiorità della razza ariana e sul suo diritto di dominio rivolto specialmente verso l’Europa orientale.
Il nazismo si nutriva di una completa ed esclusiva concezione totalitaria dello stato-nazione, incentrata sul mito pagano della pura razza ariana. Hitler già nel libro Mein Kampf aveva intuito che la volontà di rivincita della Germania, sollecitata dalle umiliazioni di Versailles, poteva trovare nuovi sbocchi se le si fossero offerti nuovi obbiettivi e nuove formule ideologiche; tali erano appunto il socialismo nazionale, la Germania eretta a baluardo della civiltà contro i “barbari popoli orientali”, la lotta condotta in nome della razza dominatrice contro tutte le minoranze etniche soprattutto quelle ebraiche. Con l’antisemitismo, che fu componente essenziale del nazismo destinata a produrre spaventose conseguenze, Hitler otteneva un duplice fine: 1) quello di deviare all’interno della Germania il rancore e le frustrazioni provocate dalla grande crisi economica verso un odio di razza; 2) quello di caratterizzare il nazismo come alternativa tedesca e nazionale alla democrazia, al capitalismo, al socialismo, al bolscevismo, fenomeni internazionali e, secondo Hitler, dominati tutti da uomini e da idee di origine ebraica. All’esaltazione della stirpe eletta faceva preciso riscontro nel nazismo l’esaltazione dell’uomo eletto, del capo, del Fuhrer, destinato a condurla ai suoi destini, e capace di trasformare un insieme di individui in un unico corpo compatto dotato di una sola mente e di una sola volontà; un uomo chiamato a riassumere in sé l’idea stessa dello stato dotato di tutti i poteri e di tutti i diritti.
L’esempio hitleriano ha dimostrato in quale misura sia devastante una guerra combattuta nell’era industriale, anche senza ricorrere alle armi nucleari. Spesso ci chiediamo chi furono gli “aguzzini”. Erano individui della nostra stessa stoffa, esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi. Alcuni erano fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti o paurosi di punizioni o desiderosi di fare carriera o troppo obbedienti. Furono tutti responsabili, anche se dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che accettarono all’inizio le “belle parole” del caporale Hitler e lo seguirono finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo favorirono, rimanendo travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi.
Una forte critica ai regimi totalitari che nel ‘900 hanno oppresso la libertà individuale viene mossa da George Orwell nei due romanzi “Animal farm” e “1984”. Il primo è una feroce allusione allo stalinismo, in cui i protagonisti sono un gruppo di animali di una fattoria che si ribellano al giogo degli uomini-padroni. Conquistata la libertà, si instaura un regime democratico, che invece si rivela una dittatura di pochi. Il secondo invece risulta più profetico e visionario: il mondo è diviso in due iperstati in guerra tra loro. In Oceania, dove vive il protagonista, la società è governata dal partito del Socing e dal Grande Fratello che tutto vede e tutto sa. I suoi occhi sono le telecamere che spiano di continuo nelle case, il suo braccio la polizia del pensiero che interviene al minimo sospetto. Tutto è permesso, tranne pensare se non secondo il Socing, tranne amare se non per riprodursi, tranne divertirsi se non con i programmi del Socing. Dal loro rifugio “l’ultimo uomo in Europa” (il titolo preferito dall’autore) e la sua compagna lottano per conservare un granello di libertà. Quando Orwell scrisse questo che sarà il suo ultimo romanzo, aveva già constatato i limiti dei sistemi autocratici e i pericoli di quel totalitarismo che sarà il vero obbiettivo di tutta la sua critica: “Quello che ho realmente inteso fare è discutere le implicazioni della divisione del mondo e in più indicare, per mezzo della parodia, le implicazioni intellettuali del totalitarismo”. A favorire la presa di coscienza di Orwell in merito a quelle che saranno le sue posizioni contro i totalitarismi ed in particolare contro lo stalinismo saranno la guerra civile spagnola e la militanza nel POUM (Partito operaio di unificazione marxista); egli arriverà alla consapevolezza che il socialismo non sa più di rivoluzione, di cacciata di tiranni: sa di stortura e di adorazione della macchia russa. Il socialismo è sfociato nella dittatura, deviando i principi che lo avevano ispirato. Per Orwell, però, sarà fondamentale porre al centro di questo contrasto tra potere e libertà il linguaggio che secondo lui è determinante nel modificare il modo di pensare dell’uomo. Tant’è vero che in “1984” il partito elaborerà la “Neolingua” il cui fine non sarà solo quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. La “Neolingua” è legata all’ideologia che deve esprimere, qualsiasi parola in contrasto con i principi del Socing è eresia e come tale va eliminata attraverso un vero terrorismo linguistico. La “Neolingua” porta quindi ad una riduzione del vocabolario e tende ad eliminare parole che esprimono ciò che non esiste più: “La parola libero in Neolingua esisteva ancora, ma poteva essere impiegata solo in frasi come “Questo cane è libero da pulci”, non poteva essere usata nell’antico significato di politicamente libero, dal momento che la libertà politica ed intellettuale non esistevano più nemmeno come concetto”. L’introduzione della “Neolingua” tende quindi a dogmatizzare la cultura e anche se qualcuno fosse talmente coraggioso da voler confutare le tesi del partito non troverebbe più le parole per farlo: democrazia, libertà non esistono nel nuovo vocabolario.
Sempre grazie alla manipolazione del linguaggio lo Stato riesce a cambiare il corso della storia passata e presente ammettendo verità opposte e facendo accettare qualsiasi menzogna del partito. In questo tipo di società chiunque non la pensi come il partito è una cellula malata e la sua malattia è quella di voler essere un uomo libero. In questo modo qualsiasi atto contrario al partito diviene un atto politico, infatti quando i protagonisti ribelli faranno per la prima volta l’amore il loro sarà un “political act”. Da questo mondo dominato dal potere e che cancella qualsiasi libertà non c’è via d’uscita, non è più possibile, per Orwell, l’utopia. In Orwell vi è l’ammissione della sconfitta di ogni spirito di libertà, di tensione al futuro, al progetto, vi è la totale identificazione del modello con la realtà, l’utopia non è più possibile perché è venuto meno il referente; al suo posto c’è il simulacro, il potere svincolato dal fine che non ha più come scopo l’organizzazione del sociale, ma è gioco gratuito fine a se stesso. Oggi che il “day after” è già arrivato, che il 1984 è già passato, possiamo leggere e rileggere Orwell e vedere cosa ha indovinato dei nostri anni. L’annullamento delle differenze ideologiche fra le superpotenze, la tecnologia come mezzo di controllo sociale, la persecuzione degli oppositori politici in Africa e in Sud-America, la strumentalizzazione dei mass-media. Più che saggio sarebbe raccogliere questo grido d’allarme contro l’indifferenza che tollera forze annichilenti la libertà e la dignità individuale.

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- POTERE E LIBERTA’ -
Prefazione
Il percorso che intendo intraprendere, con il presente lavoro, ha lo scopo di mettere in evidenza le forti contraddizioni che si possono riscontrare nella storia dell’umanità tra l’esercizio del potere e la libertà dell’individuo. Da quando l’uomo si è dato un’organizzazione sociale, politica e civile cercando di convivere in comunità si sono evidenziate le contraddizioni tra potere e libertà. Io analizzerò queste contraddizioni partendo dallo studio del pensiero di Tacito, e di quello stoico di Seneca per arrivare al nostro modello di società, che pur essendo ritenuto avanzato sia sul piano sociale che civile, mostra ancora evidenti idiosincrasie tra potere e libertà. Il percorso quindi oltre allo studio del pensiero di Seneca e Tacito evidenzierà le contraddizioni: analizzando la storia del sommo Poeta, costretto all’esilio a causa proprio del Potere; descrivendo le soluzioni che Marx darà per superare il contrasto; tenendo presente la critica feroce che Orwell indirizzerà ai regimi totalitari del ’900 e la sua visione distopica del futuro legata proprio al contrasto tra potere e libertà; analizzando la ferocia dei regimi totalitari ed in particolare di stalinismo, nazismo e fascismo descritta da numerosi superstiti e da scrittori che hanno vissuto i fatti in prima persona, tra i quali Carlo Levi che meglio ha saputo evidenziare l’oppressione e la repressione attuata dal fascismo in Italia tra il 1922 e il 1943. Infine cercherò di mettere in evidenza l’impegno che numerosi artisti e poeti hanno profuso nella speranza della libertà attraverso le loro opere, tra i quali Delacroix e Manzoni.
Indice
Prefazione Pag. 2
Potere e libertà nella storiografia di Tacito e nella filosofia di Seneca Pag. 3
Potere e libertà nella “Commedia” di Dante (La vicenda di Catone Uticense) Pag. 4
Potere e libertà nella visione romantica di Manzoni e Delacroix Pag. 5
Potere e libertà secondo il neorealismo di Carlo Levi Pag. 5
Potere e libertà nel pensiero di Karl Marx Pag. 6
Potere e libertà nei regimi dittatoriali del ‘900 Pag. 7
Potere e libertà nella visione distopica di George Orwell Pag. 9
La storiografia di Tacito è caratterizzata da un tenebroso moralismo che si traduce in una visione pessimistica della vita e della storia. Tuttavia non bisogna dimenticare che la storiografia tacitiana è quella “senatoria”, di un ceto che si era visto escluso dal potere nella nuova realtà del principato. Tacito è lo storico della libertà perduta, ma della libertas di pochi legati al privilegio, di quell’aristocrazia oppressa dal potere imperiale. Egli resta legato, dal punto di vista ideale all’antica repubblica aristocratica, che nel I sec., ritiene di fatto inattuabile, infatti, il principato è necessario per creare una salda e unitaria compagine statale che dia pace e stabilità. Quando si accinse a comporre le Historiae Tacito riteneva che fosse possibile conciliare l’impero con la libertas, a condizione che il principe fosse illuminato (Nerva e Traiano sembravano avere le caratteristiche dell’optimus princeps) e che fosse nominato attraverso l’uso della adoptio, che permetteva di scegliere il migliore. Principatus e libertas sono conciliabili idealmente, ma durante la composizione dell’opera, lo storico maturò un nuovo convincimento politico, che lo portava a vedere il principato illuminato come una contraddizione in termini: la libertas garantita dall’imperatore era solo apparente, perché in realtà i cittadini non avevano alcun potere decisionale. In quest’ottica Ottaviano Augusto appare come una figura piuttosto ambigua che ha creato un regime autoritario, pur salvaguardando apparentemente le istituzioni repubblicane. Se nelle Historiae, dunque, è ancora possibile cogliere una parola di speranza, negli Annales si avverte un cupo pessimismo che non lascia vie di uscita: principato e libertà non sono più conciliabili, in quanto non è possibile trovare un equilibrio fra il rector e l’aristocrazia senatoria; d’altra parte l’impero è una necessità storica, che non lascia spazio ad alternative e porta come inevitabile conseguenza il “precipitare in schiavitù”. Tutta la storia tacitiana è una presa d’atto dell’irrimediabile collisione tra principato e libertà: il difetto non è, né nella struttura, né nella costituzione, ma negli uomini, perché per Tacito la storia è soprattutto individualistica, infatti, sono gli individui, le loro scelte, i meccanismi della loro psiche a regolare gli eventi. Tacito è convinto che la storia scaturisca dalle pulsioni, dalle sensazioni, dalle ambiguità che dominano la psiche degli imperatori; al di là dell’assurdo e delle contraddizioni della vita e della storia è assente qualunque principio superiore di armonia e di equilibrio. Seneca era riuscito a comporre le antinomie dell’esistenza in una provvidenza storica, Tacito invece mostra di credere in una divinità malefica operante nelle vicende storiche e nell’azione cieca e imprevedibile del caso. L’eroismo di Seneca, l’exitus di tanti uomini illustri, che si diedero la morte nell’epoca più oscura della tirannide sono, per Tacito, solo gesti ambiziosi che niente hanno procurato ai fini del recupero della libertà perduta.
Ma quella di Tacito è la stessa libertà di cui parlava Seneca? Certamente no, infatti, per lo scrittore la battaglia per la conquista della libertà si poteva combattere solo con l’arma della filosofia, tanto è vero che egli affermava che solo il saggio è libero. Nelle opere di Seneca non si legge mai l’esaltazione dell’impero, delle sue tradizioni e glorie militari, della sua potenza praticamente illimitata: la superiorità di Roma antica è implicitamente collocata nella superiorità morale dei suoi cittadini sugli altri uomini. La meta da raggiungere è la virtù e chi conquista la sapienza sa che “C’è un solo bene, la virtù; che, certo, non v’è bene senza virtù; e che la virtù stessa è posta nella parte migliore di noi, cioè nella parte razionale”. Per conquistare l’unico bene, l’uomo è solo e deve conquistarsi la sapienza da sé con sforzo, perché faticosa è la via che mena alla libertà; non ha importanza il luogo in cui ci troviamo, né il numero delle persone che conoscono la nostra virtù, dal momento che la felicità è un bene interiore. In riferimento alla domanda se il saggio debba o no partecipare alla vita politica, Seneca conclude affermando che purtroppo non esiste uno Stato in cui il sapiente possa agire coerentemente con i propri principi. Sappiamo già che la libertà può essere posseduta solo da chi abbia un anima grande, buona, retta e questa può trovarsi tanto in un cavaliere quanto in un liberto o in uno schiavo. “Che cos’è, infatti, un cavaliere romano o un liberto o uno schiavo? Sono puri nomi nati dall’ambizione o dall’ingiustizia”. Per Seneca sono cancellate tutte le distinzioni sociali, a cominciare dalla divisione degli uomini in liberi e schiavi. Le differenze di nascita dipendono solo dalla fortuna: la gloria dobbiamo conquistarcela noi stessi, faticando e soffrendo, perché non è nostra la gloria dei nostri antenati. Quello che veramente importa è soltanto saper distinguere il bene dal male perché chi riesce a tanto sarà davvero libero, secondo la vera libertà, che non si misura col metro della nascita. Perciò dobbiamo trattare umanamente quelli che sono schiavi di condizione anche se egli sa bene che gli schiavi sono trattati con durezza e che i padroni così facendo ne eccitano gli spiriti alla ribellione. Seneca riconosce che sono i padroni stessi, con le loro ignominie ed i ludibri cui costringono i servi, che esasperandoli li fanno diventare loro nemici. Egli propone una sola norma nel trattare con gli schiavi: “Vivi con l’inferiore come vorresti che il tuo superiore vivesse con te”. Naturalmente bisogna usare prudenza nell’ammettere nella propria intimità gli schiavi: giudichiamoli soprattutto, non in base all’ufficio che svolgono ma ai costumi che hanno. E quanti, del resto, sono gli schiavi volontari! “ Mostrami chi non è schiavo: uno lo è della libidine, l’altro dell’avarizia, l’altro dell’ambizione, tutti della paura”. Questo Seneca suggerisce, non per provocare rivoluzioni e sovvertimenti dell’ordine sociale esistente, ma per dimostrare che la società umana deve essere fondata sull’amore e sul rispetto, non sul timore. Primo dovere dell’uomo è di giovare ai suoi simili: “Non può vivere felice colui che guarda solo a sé, che tutto volge alla sua utilità. Vivi per gli altri, se vuoi vivere per te”.
Anche per quanto riguarda l’uso del potere Seneca si rifà agli stessi principi, infatti, nel primo libro del De clementia egli afferma che le forme di comando sono diverse, ma unico è il sistema di comandare per il principe verso i cittadini, per il padre verso i figli, per il maestro verso i discepoli, per l’ufficiale verso i soldati. Il metodo migliore è sempre quello della persuasione e dell’ammonizione, mai quello della minaccia e del terrore. Neppure verso gli animali questo è il metodo più efficace. Questo vale tanto più per il sovrano, che come il medico deve indurre i malati alla speranza della guarigione e non condannarli ad una fine irrimediabile; la massima gloria deriva al principe dal sottrarre i cittadini all’ira propria e altrui. Il re è il capo dello stato, i sudditi sono le membra, perciò questi sono pronti ad ubbidire al re come le membra ubbidiscono al capo e sono disposti ad affrontare anche la morte per lui: “Egli, infatti, è il vincolo grazie al quale sussiste unito lo Stato, egli è lo spirito vitale che tutte queste migliaia di uomini respirano. Essi, di per sé, non sarebbero null’altro che un peso e una preda per altri, se quell’anima dell’Impero venisse a mancare”. La libertà, quindi, per Seneca, quella vera, è dentro di noi e nessuno può comprimerla: nella sapienza, nel disprezzo del nostro corpo caduco è la libertà più sicura. Se sapremo rivolgerci a cose più grandi della schiavitù del corpo, conquisteremo la libertà interiore, diventeremo possesso di noi stessi. “Mi domandi quale sia la strada per andare verso la libertà? Una qualsiasi vena del tuo corpo”.
Non di diverso avviso è Catone Uticense posto da Dante a guardiano del purgatorio, infatti, Catone è uno strenuo difensore della libertà e delle istituzioni repubblicane in un periodo in cui, attraverso lotte sanguinose maturavano in Roma quelle nuove forme di governo, imposte con la forza e basate sull’accentramento di tutti i poteri nelle mani di un singolo, che avrebbero condotto con Augusto all’impero. Dante pone questo pagano, suicida ed avversario dell’idea imperiale quale custode dell’isola del purgatorio tra le anime alle quali è assicurata la beatitudine. Questo avviene perché la storia di Catone è isolata dal suo contesto politico terreno ed è diventata “figura futurorum” (simbolo di cose future). La libertà politica e terrena per cui è morto era soltanto”umbra futurorum”, una figurazione di quella libertà cristiana che egli è ora chiamato a custodire. Già Cicerone aveva presentato il suicidio di Catone come eccezionale atto di coerenza, come effetto di una convinzione profonda e quindi un atto di libera e matura scelta e per Dante esso è anche quasi un martirio in nome della libertà, ben diverso dal suicidio per paura, per debolezza, per sdegnosa sfida. La libertà ha per Dante un valore assoluto, è libertà morale che ha il suo fondamento nel libero arbitrio come libertà di scelta tra il bene e il male; è libertà di azione, come espressione della volontà che comporta la piena responsabilità dell’individuo; ed è quindi libertà politica e libertà di giudizio, che importa più dell’adesione ad una parte politica e dell’accettazione di un ordinamento, sia pure l’Impero, che non avrebbe importanza senza quella fondamentale libertà. Una riprova è appunto Catone, che per accendere il mondo dell’amor di libertà, mostrò quanto la libertà importasse, preferendo, libero, abbandonare la vita, piuttosto che restare vivo senza libertà.
Il Manzoni risolve invece tutte queste diatribe in una prospettiva escatologica dell’uomo e dell’uso della libertà e dell’affrancamento dalle angherie di un potere opprimente. Né col cattolicesimo contrastavano gli ideali liberali e patriottici ai quali si ispirarono una canzone del 1814 composta per formulare la speranza che le potenze europee collegate contro Napoleone dessero l’indipendenza all’Italia, l’incompiuta canzone “Il proclama di Rimini” (1815) e più tardi l’ode “Marzo 1821”, scritta in occasione dei moti piemontesi e spirante un sentimento religioso della libertà politica. Molti invano sperarono da Napoleone la libertà della patria, altri e fra essi il Manzoni dagli austriaci nel 1814, allorché li illusero con speranze fittizie. Lo scoramento delle lunghe delusioni patite è cantato nel coro atto III dell’Adelchi, tanto maggiori quanto più sono dissimulate. Non dissimile la servitù degli italiani sotto i francesi al sopravvenire degli austriaci, da quella sotto i Longobardi all’irrompere dei Franchi; la nuova tirannia è più cruda dell’antica: “Vano ora come allora, come sempre e come vano irragionevole, da miseri illusi, sperare dallo straniero la libertà; la libertà, infatti, non si riacquista che con la propria virtù, con la vittoria delle proprie armi”. Il coro de “Il conte di Carmagnola” e l’ode “Marzo 1821” costituiscono un invidiabile titolo di gloria patriottica; ed hanno con l’uno e con l’altra una in inscindibile unità di concetti e di affetti anche se a molti non appare. Santa la guerra per la liberazione della patria; detestabili le guerre tra i figli di un medesimo popolo; esecrande le guerre di asservimento; stolto l’aspettare da altri la propria salvezza che solo da sé bisogna saper conseguire. Unico in tre sembianze il pensiero: “Accorrete accorrete a liberare la patria; maledetto chi ve la conculca; liberatela voi da soli senza aspettare aiuti funesti”.
Allo stesso modo di Manzoni notevole impegno civile per la conquista della libertà profuse il pittore francese Delacroix. Nel 1829 il re di Francia Carlo X insediò un governo clerical-reazionario guidato dal Polignac. Tale governo sciolse il parlamento prima ancora che fosse convocato, sospese la libertà di espressione e modificò il sistema elettorale a proprio vantaggio. Dal 27 al 29 giugno 1830 il popolo di Parigi insorse contro queste disposizioni obbligando il re ad allontanare Polignac e revocare le ordinanze emesse. La “Libertà che guida il popolo” è l’opera che Delacroix realizzò in quello stesso 1830 per ricordare ed esaltare la lotta per la libertà dei parigini. Vi si può riscontrare l’esaltazione del popolo: le varie classi sociali unite nella lotta comune. In primo piano, invece, troviamo la Libertà, che stringendo nella destra il tricolore francese e nella sinistra il fucile, incita il popolo a seguirla. E’ come se ognuno di noi, parte del popolo in armi, abbandonando per un attimo la nostra corsa, ci fossimo voltati indietro per guardare e riprendere vigore e slancio spronati dalla consapevolezza d’avere come compagna la libertà.
Così romanticamente interpretano Manzoni, per la letteratura, e Delacroix, per l’arte, il significato di potere e di libertà.
Più moderno invece quello di Carlo Levi che storicamente vive le vicende dell’oppressione fascista e reagisce soprattutto sul piano politico ed economico. Levi per le sue posizioni contro il fascismo, che tra il 1922 e il 1943 ha rappresentato il potere in Italia, fu confinato nel 1935 in un paese della Lucania. Proprio da questa esperienza vissuta in prima persona e narrata nel “Cristo si è fermato ad Eboli”, il Levi trae la sua concezione del contrasto tra potere e libertà, mettendo in evidenza nella sua opera, in particolar modo la condizione delle masse contadine ancora non liberate dal loro stato di arretratezza da un potere totalitario. Proprio nelle masse contadine il Levi ritrova i valori di autenticità, solidarietà, generosità, bontà, fervida fantasia, contro una borghesia sostenitrice del potere, gretta, egoista, ottusa, ignorante e conformista. In “Cristo si è fermato ad Eboli” l’esplorazione leviana tende a riconoscere e a liberare una serie di valori della civiltà contadina sui quali egli fonda la proposta politica di riforma dell’intera società italiana: la lotta organizzata delle masse oppresse dal potere, che si schierano contro la burocrazia statale e contro un potere ancora “feudale”, dovrebbe fondare l’embrione di riscatto attraverso il rifiuto dell’anarchica rivolta del brigantaggio in favore della legalitaria attuazione della riforma agraria.
Quindi per il Levi la vera libertà non può coincidere con una totale alienazione dal caos primordiale che è la perpetua matrice e fornisce sempre nuovi succhi all’individuo che si deve differenziare e separare: “Il problema è essere se stessi, essere liberi, in questo ritorno necessario”. Il nuovo nel vecchio dunque secondo lo spirito di ogni moderato progressismo. Levi manifesta in primo luogo la sua attitudine a cogliere nella realtà gli aspetti archetipici, in secondo luogo da tale processo di decodificazione storica e presa coscienza della bontà o meno dei processi storici fin ora avvenuti si libera un ideale di progresso futuro che tende a diventare programma sociale e politico. Nel “Cristo si è fermato ad Eboli” tradotte in una concreta e definita rappresentazione, secondo la consuetudine propria del Levi, narrando egli la propria esperienza di vita, ritroviamo l’avversione allo stato astrattamente feroce, che fa degli uomini una unità indistinta e materiale, che può soltanto vivere riducendo gli individui in schiavitù, e insieme l’avversione alla religione che “Fa dei miti, riti”: atteggiamenti in cui apparivano evidenti l’impressione suscitata nell’autore dalla ferocia del regime fascista e quel profondo rispetto per la libertà degli individui e dei piccoli gruppi che saranno motivi costanti in tutte le sue opere. Ne “Le parole sono pietre” mostra lo stesso mondo, però nel suo primo movimento, nella sua conquista lenta e dolorosa, ma continua e testarda della coscienza della sua autonomia, nella scoperta di una nuova ideologia terrestre, pratica, efficace. I contadini si organizzano in classi e i lavoratori delle miniere di zolfo scioperano per la prima volta nella loro esistenza. Ma non è il progresso economico, l’aumento della produzione, dice Levi, che interessano per liberare l’uomo, ma il vedere come grazie alla mediazione del progresso economico l’uomo può liberarsi. E visitando Erevan, capitale dell’Armenia, il Levi dirà: “Bella o brutta la città si fa: muratori e architetti sono qui il centro di ogni cosa; si alzano i muri, le case, le strade, ma si direbbe che lo scopo non sono tanto quei muri, quelle strade, quelle case, ma il fatto solo di farle. Tutti hanno capito e sentono e pensano che il lavoro per se stesso serve come elemento liberatorio”. Ma egli dallo sprezzo del totalitarismo riesce attraverso il tormento del confino a conquistare solo la propria libertà politica ma non a realizzare totalmente per le masse il progetto liberatorio dal potere conservatore attraverso la rivalutazione dei valori antichi e la forza liberatrice del lavoro. D’altra parte per una legge ineluttabile della storia l’ascesa dei privilegiati in tutte le convivenze umane è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti soltanto nelle utopie. E’ compito dell’uomo giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi o da uno solo, contro i molti , il privilegio nasce e prolifera anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri e lo incoraggi. Si tratta di una zona grigia dai contorni mal definiti che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudizio.
Dell’abbattimento di ogni tipo di privilegio e della funzione liberatrice del lavoro, sicuramente il più grande “profeta” è stato Karl Marx, che ha analizzato l’idiosincrasia tra potere e libertà, in particolar modo nella società capitalistica, che ha completamente sostituito la modalità di vita dell’essere, basata sull’amore, la gioia di condividere, l’attività autenticamente produttiva e creativa, con la modalità dell’avere, incentrata sull’egoismo, lo spreco, l’avidità e sull’esercizio del potere per la brama di possesso. Partendo da queste considerazioni nella società si sono venute a distinguere nettamente due classi: “La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: la borghesia e il proletariato”. In questo determinato tipo di società che predilige la modalità di vita dell’avere a quella dell’essere, per forza di cose, il potere è detenuto da chi “ha” più degli altri e quindi dalla borghesia. Tuttavia, secondo Marx, la borghesia ha sicuramente svolto un ruolo di fondamentale importanza verso la libertà dissolvendo non solo le vecchie condizioni di vita, ma anche idee e credenze tradizionali: “La borghesia ha modificato la faccia delle terra in una misura che non ha precedenti nella storia”; tuttavia questa stessa borghesia, che ha evocato come per incanto forze così gigantesche, assomiglia allo stregone che non riesce più a dominare le potenze infernali da lui evocate. Pertanto questa classe sociale si ritrova a detenere quel potere contro cui aveva lottato, in quanto ha badato agli interessi di classe e non a quelli generali. Alla luce di ciò e alla luce della visione materialistica della storia, che vede sempre in ogni società la lotta fra le classi, che si definiscono in base alla proprietà o meno dei mezzi di produzione, bisogna che la classe più debole, ovvero il proletariato, pervenendo ad una lucida coscienza di classe, lotti, come unità autocosciente, in modo solidale per i medesimi obiettivi, cioè la liberazione dall’oppressione borghese e il raggiungimento dell’uguaglianza sociale. Ma in quale modo, secondo Marx, la borghesia esercita il proprio potere sul proletariato? Espropriando l’operaio del prodotto del proprio lavoro ovvero provocando alienazione che Marx considera un fatto reale, di natura socio-economica, in quanto si identifica con la condizione storica del salariato nell’ambito della società capitalistica: il lavoratore è alienato rispetto al prodotto del proprio lavoro dato che egli, in virtù della sua forza-lavoro, produce un oggetto (il capitale) che non gli appartiene e che si costituisce come una potenza dominatrice nei suoi confronti. La causa quindi del meccanismo dell’alienazione risiede nella proprietà privata dei mezzi di produzione, in virtù della quale il capitalista può utilizzare il lavoro di una categoria di individui per accrescere il suo potere economico. Pertanto, secondo Marx, l’unico modo per disalienare l’uomo e quindi liberarlo da questo stato di “schiavitù” è il superamento della proprietà privata e l’avvento del comunismo, come dottrina economica. Il passaggio dalla società capitalistica a quella comunista è dettato dalle stesse contraddizioni della società borghese, che sono la base della rivoluzione proletaria. Il proletariato di conseguenza, è investito di una specifica missione storica, infatti, mentre le fratture rivoluzionarie del passato si traducevano nel trionfo di un nuovo modo di produrre e di distribuire la proprietà e in un nuovo potere di classe, la rivoluzione proletaria cancella ogni forma di proprietà privata, di divisione del lavoro e di dominio di classe. Lo strumento della trasformazione rivoluzionaria è la socializzazione dei mezzi di produzione e la via per l’abbattimento del potere può essere anche pacifica a dispetto di quanto insegni la storia: “La lotta fra lavoratori e capitalisti può essere meno terribile e meno sanguinosa della lotta fra feudatari e borghesia in Inghilterra e Francia, speriamolo”. La mira della rivoluzione è l’abbattimento dello stato borghese e delle sue forme istituzionali: “Il prossimo tentativo di rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano all’altra la macchina burocratica e militare, ma nello spezzarla”. Di conseguenza per Marx il nucleo della rivoluzione consiste non nell’impadronirsi della macchina statale e quindi del potere, per utilizzarlo secondo i propri scopi, ma nel distruggere i meccanismi istituzionali di fondo. Questa dottrina di Marx si lega coerentemente con le sue convinzioni teoriche circa lo Stato moderno: “Il potere politico è il potere di una classe organizzata per opprimere un’altra”. Questo sovvertimento del potere non può avvenire non rispettando tutte le tappe e nella transizione da uno stato borghese ad una società comunista è fondamentale la dittatura del proletariato, che a differenza, però, delle dittature finora storicamente esistite, è una dittatura della maggioranza degli oppressi contro una minoranza destinata a scomparire. Tuttavia nel processo verso la libertà da ogni forma di oppressione, la dittatura del proletariato è solo un momento di transizione, che mira al superamento di se medesima e di ogni forma di Stato. Giunti all’abolizione dello Stato, la società futura, di cui peraltro Marx non elabora un ideale né ne dà una descrizione, poiché la sua filosofia non è utopistica ma scientifica, si reggerà sul lavoro come primo bisogno di vita e, come sostiene Marx nella “Critica del programma di Gotha”, la società potrà scrivere sulle sue bandiere: “Ognuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”.
Nella storia solo in un’occasione la rivoluzione proletaria ha davvero avuto il sopravvento portando alla conquista del potere la classe lavoratrice. Ciò è avvenuto in Russia nell’ottobre del 1917, sotto la guida di Lenin, capo del partito bolscevico. Egli non accettava la tesi menscevica che la Russia dovesse passare attraverso un periodo di sviluppo industriale capitalistico e che solo alla fine di questo periodo la classe operaia avrebbe conquistato il potere. Lenin riteneva invece che per varie ragioni fosse possibile in Russia il passaggio diretto dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione proletaria, senza che tra le due fosse necessaria una pausa.
La classe operaia avrebbe quindi dovuto isolare i liberali e assumere la direzione del movimento sotto la guida del partito. Inoltre Lenin affermava che i contadini erano gli alleati naturali del proletariato e che la conquista del potere sarebbe stata impossibile senza la loro collaborazione. Fu quindi il 25 ottobre che i Soviet di Pietrogrado e i bolscevichi si impadronirono del potere quasi senza incontrare resistenza.
Tra i primi atti del governo sovietico vi fu la nazionalizzazione e redistribuzione della terra; il controllo operaio delle fabbriche; la nazionalizzazione delle banche e delle imprese commerciali; la dichiarazione dei diritti delle nazionalità comprese nell’ex impero; l’attuazione del piano economico del “comunismo di guerra” e l’abolizione della moneta come mezzo di scambio. Ciò però comportò l’instaurazione di una macchina burocratica che non risulto efficace. Pertanto si crearono delle spaccature all’interno del partito che furono risolte dalle ferree decisioni del partito stesso e con l’applicazione della NEP (Nuova politica economica) con la quale lo stato continuava a controllare lo sviluppo economico ma al tempo stesso consentiva una certa liberalizzazione nel campo agricolo e nell’attività privata. Lenin non riuscì a vedere la fine della NEP infatti si ammalò e il suo posto fu preso da Josif Stalin, che aveva dimostrato eccezionali capacità di organizzatore politico. Tuttavia la strada che Lenin aveva intrapreso verso la libertà seguendo la teoria marxista, non fu seguita da Stalin. Infatti per Lenin era necessaria l’esportazione della rivoluzione per la nascita e l’affermazione di una società comunista, invece Stalin ritenne il momento storico non favorevole e vide la Russia accerchiata dal capitalismo, pertanto intraprese la strada della costituzione del socialismo in un solo paese, trasformando la rivoluzione proletaria da rivoluzione per la libertà in semplice presa del potere e affermazione di questo attraverso un’oppressione totalitaria derivante dal culto della personalità. Stalin non ebbe dubbi che dovessero essere i contadini più agiati (i Kulaki), che erano restii a forme di collettivizzazione, a pagare il costo dell’industrializzazione forzata. Incitò anzitutto i “poveri del villaggio” contro i kulaki, adottò provvedimenti drastici per la requisizione del bestiame e dei prodotti agricoli. Non bastando queste misure, ricorse a metodi militari: arresti, deportazioni, fucilazioni si abbatterono sulla classe dei kulaki che fu fisicamente debellata. E pure né Marx, né Engels avevano mai ammesso che si dovesse ricorrere all’espropriazione forzata della terra da parte del socialismo. Lo stesso Lenin aveva ritenuto che i contadini avrebbero accettato il collettivismo con metodo gradualistico. L’industrializzazione in Russia fu un’impresa gigantesca, infatti l’industria pesante fu portata a livelli tali che l’URSS diventò il secondo Paese del mondo. Ciò era stato realizzato con metodi dittatoriali inesorabili, con grandi sacrifici delle popolazioni e si passò dal “dispotismo industrializzante” al dispotismo tout court. Nelle famose “purghe” staliniane scomparvero migliaia di cittadini, intellettuali e politici di grande intelligenza. Era inevitabile che si arrivasse a questi mezzi per realizzare il socialismo in un solo Paese?
Le “purghe”, la repressione violenta dei kulaki, la dittatura, il culto della personalità, da cui si fece circondare Stalin, furono inevitabili conseguenze del sistema o puri accidenti, legati alla storia personale di Stalin?
La rivoluzione leninista era stata una rivolta di masse oppresse da secoli contro l’ingiusta società zarista, perché non v’è dubbio che questa società fosse fondamentalmente ingiusta. Lenin passò da forme radicali a quelle più duttili e democratiche della NEP. Partendo dalla rivolta di larghe masse contadine contro l’autoritarismo zarista, egli aveva conferito a questa rivolta imponente una direzione rivoluzionaria con la guida del proletariato bolscevico.
Lenin conservò il convincimento che il socialismo non potesse solidificarsi senza l’industrializzazione. Stalin non modificò lo schema di Lenin, però, accelerò i tempi dell’industrializzazione, eliminò ogni meccanismo di mercato, si servì del terrore, delle “purghe”, della repressione delle masse contadine per imporre dall’alto un’industrializzazione massiccia, che egli riteneva premessa necessaria per costruire il socialismo e salvaguardare lo stato sovietico dai pericoli di una reazione capitalistica. Con il modello staliniano di industrializzazione, però, il controllo operaio sulla produzione fu pressoché annullato, lo stato perdette ogni autonomia rispetto al partito. Le ingiustizie dell’età zarista furono sconfitte attraverso le forme di una tirannide non solo personale ma istituzionale.
Diversamente si presenta il contrasto tra potere e libertà in Europa occidentale dove tra gli anni trenta e quaranta appariranno due regimi totalitari: il nazismo in Germania e il fascismo in Italia, che opereranno una repressione a scopo prettamente ideologico, a differenza della repressione sovietica, che avrà uno scopo di classe. In Germania l’ascesa del nazismo si verificò nella crisi economica e sociale e nel potenziamento delle aspirazioni e delle forze nazionaliste, avvalendosi di una dottrina imperialista fondata sulla supposta superiorità della razza ariana e sul suo diritto di dominio rivolto specialmente verso l’Europa orientale.
Il nazismo si nutriva di una completa ed esclusiva concezione totalitaria dello stato-nazione, incentrata sul mito pagano della pura razza ariana. Hitler già nel libro Mein Kampf aveva intuito che la volontà di rivincita della Germania, sollecitata dalle umiliazioni di Versailles, poteva trovare nuovi sbocchi se le si fossero offerti nuovi obbiettivi e nuove formule ideologiche; tali erano appunto il socialismo nazionale, la Germania eretta a baluardo della civiltà contro i “barbari popoli orientali”, la lotta condotta in nome della razza dominatrice contro tutte le minoranze etniche soprattutto quelle ebraiche. Con l’antisemitismo, che fu componente essenziale del nazismo destinata a produrre spaventose conseguenze, Hitler otteneva un duplice fine: 1) quello di deviare all’interno della Germania il rancore e le frustrazioni provocate dalla grande crisi economica verso un odio di razza; 2) quello di caratterizzare il nazismo come alternativa tedesca e nazionale alla democrazia, al capitalismo, al socialismo, al bolscevismo, fenomeni internazionali e, secondo Hitler, dominati tutti da uomini e da idee di origine ebraica. All’esaltazione della stirpe eletta faceva preciso riscontro nel nazismo l’esaltazione dell’uomo eletto, del capo, del Fuhrer, destinato a condurla ai suoi destini, e capace di trasformare un insieme di individui in un unico corpo compatto dotato di una sola mente e di una sola volontà; un uomo chiamato a riassumere in sé l’idea stessa dello stato dotato di tutti i poteri e di tutti i diritti.
L’esempio hitleriano ha dimostrato in quale misura sia devastante una guerra combattuta nell’era industriale, anche senza ricorrere alle armi nucleari. Spesso ci chiediamo chi furono gli “aguzzini”. Erano individui della nostra stessa stoffa, esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi. Alcuni erano fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti o paurosi di punizioni o desiderosi di fare carriera o troppo obbedienti. Furono tutti responsabili, anche se dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che accettarono all’inizio le “belle parole” del caporale Hitler e lo seguirono finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo favorirono, rimanendo travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi.
Una forte critica ai regimi totalitari che nel ‘900 hanno oppresso la libertà individuale viene mossa da George Orwell nei due romanzi “Animal farm” e “1984”. Il primo è una feroce allusione allo stalinismo, in cui i protagonisti sono un gruppo di animali di una fattoria che si ribellano al giogo degli uomini-padroni. Conquistata la libertà, si instaura un regime democratico, che invece si rivela una dittatura di pochi. Il secondo invece risulta più profetico e visionario: il mondo è diviso in due iperstati in guerra tra loro. In Oceania, dove vive il protagonista, la società è governata dal partito del Socing e dal Grande Fratello che tutto vede e tutto sa. I suoi occhi sono le telecamere che spiano di continuo nelle case, il suo braccio la polizia del pensiero che interviene al minimo sospetto. Tutto è permesso, tranne pensare se non secondo il Socing, tranne amare se non per riprodursi, tranne divertirsi se non con i programmi del Socing. Dal loro rifugio “l’ultimo uomo in Europa” (il titolo preferito dall’autore) e la sua compagna lottano per conservare un granello di libertà. Quando Orwell scrisse questo che sarà il suo ultimo romanzo, aveva già constatato i limiti dei sistemi autocratici e i pericoli di quel totalitarismo che sarà il vero obbiettivo di tutta la sua critica: “Quello che ho realmente inteso fare è discutere le implicazioni della divisione del mondo e in più indicare, per mezzo della parodia, le implicazioni intellettuali del totalitarismo”. A favorire la presa di coscienza di Orwell in merito a quelle che saranno le sue posizioni contro i totalitarismi ed in particolare contro lo stalinismo saranno la guerra civile spagnola e la militanza nel POUM (Partito operaio di unificazione marxista); egli arriverà alla consapevolezza che il socialismo non sa più di rivoluzione, di cacciata di tiranni: sa di stortura e di adorazione della macchia russa. Il socialismo è sfociato nella dittatura, deviando i principi che lo avevano ispirato. Per Orwell, però, sarà fondamentale porre al centro di questo contrasto tra potere e libertà il linguaggio che secondo lui è determinante nel modificare il modo di pensare dell’uomo. Tant’è vero che in “1984” il partito elaborerà la “Neolingua” il cui fine non sarà solo quello di fornire un mezzo di espressione per la concezione del mondo e per le abitudini mentali proprie ai seguaci del Socing, ma soprattutto quello di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. La “Neolingua” è legata all’ideologia che deve esprimere, qualsiasi parola in contrasto con i principi del Socing è eresia e come tale va eliminata attraverso un vero terrorismo linguistico. La “Neolingua” porta quindi ad una riduzione del vocabolario e tende ad eliminare parole che esprimono ciò che non esiste più: “La parola libero in Neolingua esisteva ancora, ma poteva essere impiegata solo in frasi come “Questo cane è libero da pulci”, non poteva essere usata nell’antico significato di politicamente libero, dal momento che la libertà politica ed intellettuale non esistevano più nemmeno come concetto”. L’introduzione della “Neolingua” tende quindi a dogmatizzare la cultura e anche se qualcuno fosse talmente coraggioso da voler confutare le tesi del partito non troverebbe più le parole per farlo: democrazia, libertà non esistono nel nuovo vocabolario.
Sempre grazie alla manipolazione del linguaggio lo Stato riesce a cambiare il corso della storia passata e presente ammettendo verità opposte e facendo accettare qualsiasi menzogna del partito. In questo tipo di società chiunque non la pensi come il partito è una cellula malata e la sua malattia è quella di voler essere un uomo libero. In questo modo qualsiasi atto contrario al partito diviene un atto politico, infatti quando i protagonisti ribelli faranno per la prima volta l’amore il loro sarà un “political act”. Da questo mondo dominato dal potere e che cancella qualsiasi libertà non c’è via d’uscita, non è più possibile, per Orwell, l’utopia. In Orwell vi è l’ammissione della sconfitta di ogni spirito di libertà, di tensione al futuro, al progetto, vi è la totale identificazione del modello con la realtà, l’utopia non è più possibile perché è venuto meno il referente; al suo posto c’è il simulacro, il potere svincolato dal fine che non ha più come scopo l’organizzazione del sociale, ma è gioco gratuito fine a se stesso. Oggi che il “day after” è già arrivato, che il 1984 è già passato, possiamo leggere e rileggere Orwell e vedere cosa ha indovinato dei nostri anni. L’annullamento delle differenze ideologiche fra le superpotenze, la tecnologia come mezzo di controllo sociale, la persecuzione degli oppositori politici in Africa e in Sud-America, la strumentalizzazione dei mass-media. Più che saggio sarebbe raccogliere questo grido d’allarme contro l’indifferenza che tollera forze annichilenti la libertà e la dignità individuale.

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  1. Marco

    Un testo argomentativo sulla liberazione!! Per Favore !!


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