Tesina per l'esame di Stato sul Cristianesimo

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Testo

IL CRISTIANESIMO E LA PROVVIDENZA NEI PROMESSI SPOSI
Il romanzo narra le vicende di un’umanità decaduta, ma che è in attesa di una reintegrazione finale, oltre la vita e la storia: è la fede cristiana nella seconda e definitiva venuta del Figlio di Dio sulla terra. Ma al di là di questa speranza religiosa, Manzoni -come ogni credente- sa che «i guai vengono bensì spesso», ma che «quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia di Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore».
Dunque non soltanto Dio, ma anche la Nostra fiducia in Lui può rendere utile il male che possiamo commettere o patire: ecco il sugo di tutta la storia con cui si chiude l’ultimo capitolo.
Questo è anche il significato profondo del romanzo, che fu in passato definito «epopea della Provvidenza»; ma la Provvidenza che opera nei Promessi Sposi non è la divinità capricciosa ed estranea. È invece una presenza interiore, che si può accettare o rifiutare, scoprire o negare.
Con ciò si vuol far notare che la religione (quella non corrotta) è l'unica via di salvezza. L'esaltazione dei temi religiosi ha il suo apice in Lucia che, talvolta, costituisce l'elemento provvidenziale nei pensieri altrui.
la Grazia di Dio non abbandona gli uomini che lo cercano e confidano in Lui. Per chi ha fede nella Provvidenza il succedersi dei fatti acquista un senso, una logica. Naturalmente Dio non è colui che punisce i malvagi e premia i buoni, come un giustiziere. Il Suo giudizio e la Sua opera riescono per la maggior parte delle volte insondabili agli uomini che devono accettare i fatti con umiltà e fiducia. Allora, insieme, gli sposi giungono alla conclusione che, di fronte alle tribolazioni, bisogna confidare in Dio e sperare che le sofferenze migliorino la vita.
Non Dio deve intervenire nelle cose dell’uomo per rimetterle a posto: non Dio, ma l’uomo con l’aiuto di Dio. Negare Dio significa negare l’uomo, cioè costruire un mondo di belve, come è la Milano in preda alla sopraffazione e alla morte che per due volte Renzo ha dovuto attraversare.
Il significato religioso del romanzo sta in questa chiamata alla corresponsabilità personale per una simile opera di nuova redenzione. È l’idea di responsabilità che Manzoni ha incarnato nel cardinal Federigo, «persuaso che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impegno, del quale ognuno renderà conto».
Con il suo lieto fine a seguito della sofferenza, la vicenda degli umili Renzo e Lucia diventa chiara testimonianza della presenza della Provvidenza divina nella storia e, dunque, dell’esistenza di una superiore giustizia. Così, se all’inizio del racconto fra Cristoforo afferma che «non c’è nulla da sperar nell’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio», egli stesso, subito dopo offre una spiegazione al male ribaltando la sentenza nel principio, motor di tutto il racconto, secondo cui Dio «non turba mai la gioia de’suoi figli, se nn per prepararne loro una più certa e più grande». L’idea di religiosità che ne deriva è quella di una fede profondamente vissuta (Lucia), di un cristianesimo attivo e presente nella storia (fra Cristoforo, il cardinale Borromeo e l’innominato in seguito alla conversione), mentre le sue possibili degenerazioni, come nel caso di don Abbondio, della monaca di Monza, di donna Prassede, subiscono da parte dello scrittore una condanna talora senza riserve.
Il tema religioso, insieme con la scelta di porre gli umili a protagonisti della storia, rappresenta sicuramente l'elemento di grande novità del romanzo. Non solo balzano alla ribalta due contadini, ma anche le figure importanti sono valutati sulla base della posizione che assumono nei confronti di quelli. Infine flagelli e pubbliche calamità assumono rilievo perché creano il contesto in cui si pongono le avventure dei protagonisti. È una scelta rivoluzionaria e un coraggioso rovesciamento di valori letterari, che il Manzoni attua, convinto e sorretto dal messaggio evangelico.
«Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!» : il leitmotiv di Lucia scandisce uno dei temi portanti del romanzo, la misericordia di Dio e il perdono reciproco tra gli uomini. Si va dal perdono dato a Ludovico-Cristoforo dal fratello dell’ucciso, fino al perdono che Renzo dona a don Rodrigo nel lazzaretto di Milano.
Nel capitolo XXI durante la notte trascorsa nel castello dell’Innominato, al centro del romanzo, la misericordia invocata da Lucia e donata da Dio all’Innominato ha il compito di rovesciare imprevedibilmente il senso della storia. L’appellarsi di lei al nome di Dio, infatti, tocca una corda a cui l’interlocutore è ormai sensibile, come dimostra la violenta interruzione; l’appello alla misericordia di Dio si rivela infatti la più efficace delle difese disponibili a Lucia.
Tra angoscia, improvvisa speranza e fiducia indeterminata si svolge la prima parte della sua notte. Prima lo sfinimento fisico e la paura sembrano portare Lucia fin sul limite della disperazione; il rifiuto del cibo manifesta questo istintivo distacco dalla vita.
Secondo le forme di religiosità contadina Lucia non si rivolge direttamente a Dio, a alla Vergine, che la ragazza chiama anche Madre: così dal piano spirituale si passa a quello dell’esperienza, che porta Lucia a ricordarsi della propria madre, lasciata all’improvviso in altrettanta angoscia.
Alla Madonna la protagonista si vota, ovvero fa dono di tutta se stessa, di quella che aveva di caro, l’amore per Renzo.
Il sacrificio diventa un’offerta sacrale, una messa sacrale.
Del sacerdote Lucia ha qui gli atteggiamenti e le parole; in fine si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione. Di Cristo, Lucia ripete soprattutto il ruolo salvifico: l’innocente che si sacrifica per le colpe commesse dagli altri, può riscattare quelle colpe e redimere le anime. Esattamente questo è il risultato di redenzione che Lucia otterrà sull’Innominato.
I PERSONAGGI
I personaggi si possono raggruppare secondo le schema vittima-oppressore, molto usato nel romanzo del Settecento e dell'Ottocento: le azioni sono collegate secondo la logica che regge tutto l'intreccio dei Promessi Sposi.
PERSONAGGI LAICI
PERSONAGGI ECCLESIASTICI
VITTIME
OPPRESSORI
PROTETTORI
STRUMENTI
RENZO
(GIUSTIZIA)
DON RODRIGO
(SOPRUSO)
FRA CRISTOFORO
(PERDONO)
DON ABBONDIO
(VILTA’)
LUCIA
(MISERICORDIA)
INNOMINATO
(GRAZIA)
CARD. FEDERIGO
(EROISMO)
GERTRUDE
(PECCATO)
LUCIA
“Lucia s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi neri sopraccigli, mentre però la bocca s'apriva al sorriso". [ 1]
Oltre all'ornamento particolare del giorno delle nozze, "Lucia aveva quello quotidiano d'una modesta bellezza, rilevato allora e accresciuto dalle varie affezioni che le si dipingevano sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quando in quando sul volto della sposa, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare"
Lucia è il personaggio più amato dal Manzoni, quello per cui l'autore dice di sentire "un po' di affetto e di reverenza”. Una creatura, quindi, che il poeta ha voluto presentarci sotto una luce ideale, pur mantenendola nella realtà dei sentimenti e degli atteggiamenti di una giovane contadina, semplice ed intelligente, religiosa ed innamorata. La ragazza infatti incarna le ragioni dell’ideale, che non muta; la nota dominante del suo carattere è la riflessione.
Il lavoro, la preghiera ed il pianto sono gli atteggiamenti più poetici di Lucia. Lavora nel suo paese, lavora nel monastero a Monza, lavora nel palazzo di donna Prassede.
Prega assiduamente ed intensamente, quando ogni speranza terrena sembra crollare, ogni aiuto umano scomparire; la preghiera è il porto sicuro, è la riconquista della calma e della fiducia.
Piange, ed il pianto è la sua arma, e le sue lacrime sono più eloquenti di ogni parola.
C'è in Lucia anche un altro motivo stupendamente umano e poetico: la lotta, o meglio l'accordo, fra il dovere religioso ed il legittimo sentimento d'amore.
Ella ama il suo promesso sposo con amore intenso, vivissimo. Un amore che dopo il voto si rivela ancor più insopprimibile, quando la volontà vorrebbe dimenticare ed il cuore corre alla persona amata.
LA MONACA DI MONZA
“La signora è una monaca; ma non è una monaca come le altre. Non è che sia la badessa né la priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani: ma è della costola di Adamo; (…) lei può fare dell’alto e del basso nel monastero (…) ”. [ 2]
E’ in un angolo della stanza, dietro una finestra con delle grate, che per la prima volta nel romanzo appare la tanto famosa monaca di Monza.
Inizia affermando che l’aspetto è quello di una venticinquenne a prima vista bella, ma di una bellezza -dice il Manzoni- sbattuta, sfiorita, scomposta.
Di particolare rilievo, è la bella impressione di bianco e nero che scaturisce dalla visione della monaca: bianca la benda e il viso , neri il velo, il saio e ancor di più gli occhi e le sopracciglia. Anche gli occhi assumono ruolo fondamentale nella descrizione, e da essa si può notare la personalità della monaca: un’anima inquieta.
Una donna senza dubbio debole nella sua forza, una donna che non si arrende, piena di coraggio e fiera di sé, che non intende per nulla sottomettersi alle regole come chiaramente dimostra il ciuffo di capelli che esce dalle bende, proibito dalla veste che porta, o il modo di vestire studiato e negletto.
“ Padre Cristoforo era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni.” [ 3]
“Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava attorno, secondo il rito cappuccino, s'alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà".
Padre Cristoforo è la figura che personifica l'ideale cristiano della carità e del sacrificio.
Tutta la sua esistenza è dominata dall'amore, che lo fa sollecito verso gli umili, ardimentoso di fronte ai violenti, vedendo, negli uni e negli altri, creature da avviare a vita eterna dopo il breve cammino terreno.
Per il trionfo della giustizia, Padre Cristoforo non si limita a dare consigli, ma agisce continuamente. Per questo motivo è uno dei personaggi più ricchi di vicende e di atteggiamenti.
Fra Cristoforo è al centro del grande motivo della lotta fra il bene e il male, e più di ogni altro agisce per avviarlo a soluzione.
Il messaggio di perdono e di amore del cristianesimo, accompagnato dalla fede nell'opera assidua della Provvidenza, non poteva trovare banditore più eloquente, convincente ed efficace.
Fra Cristoforo appartiene al basso rango della gerarchia ecclesiastica ma è dotato di una forte religiosità e sostenuto da alti valori morali. Prima di diventare frate, il cappuccino, era conosciuto come Ludovico, figlio di un mercante vittima del pregiudizio. Dopo uno scontro con un nobile, in cui il suo fedele servo Cristoforo perde la vita, Ludovico lo vendica uccidendo il nobile, si rifugia in un convento e decide di farsi frate con il nome dell’amico caduto.
Egli si propone un modello di società fondato sulla povertà, la giustizia e la solidarietà. Le caratteristiche di Ludovico divengono le doti di Fra Cristoforo ed il suo unico scopo è il trionfo della giustizia.
Dopo l’entrata in convento, la vita di Fra Cristoforo, è caratterizzata dal rimorso, ma soprattutto dal servizio nei confronti del prossimo e della carità. Il frate è un personaggio dotato di forza e personalità che soccorre gli umili, aiuta i deboli e combatte contro i potenti. Ha capito che i valori più alti sono l’esatto opposto dei miti e dei pregiudizi della società in cui vive cioè l’umiltà, la carità, il perdono e soprattutto la convinzione che tutto fa parte di un quadro provvidenziale.
Conserva ancora parte di quello spirito guerriero che animava Ludovico ma ora è frenato dalla forza della fede, e proprio per questa sua vitalità e questo suo modo di vivere sempre all’attacco incontrerà Don Rodrigo.
CARDINALE FEDRIGO BORROMEO
“Il Cardinale Federogo Borromoe, nato nel 1564, fu uno degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d'una grand'opulenza, tutti i vantaggi d'una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell'esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, va limpido a gettarsi nel fiume". [ 4]
Il Cardinale Federigo Borromeo è l'uomo che la Provvidenza ha scelto per avviare a lieta conclusione le vicende del romanzo e per portare ovunque il calore di un mondo migliore.
Sullo sfondo di una umanità perversa e meschina, Federigo si eleva con la calma che nasce dalla consapevolezza dell'unica vera norma della vita e con la risolutezza dell'uomo che intende veramente lo scopo della sua esistenza.
La sua condotta è sempre determinata dalla carità, che lo fa franco nell'azione, eloquente nella parola, grave nell'ammonimento, umano nella comprensione.
Quasi tutto il capitolo XXII del romanzo è dedicato dal Manzoni alla descrizione della vita del cardinale, finemente paragonata ad “un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume”.
Vengono pertanto ripercorsi i momenti più salienti della biografia di questo personaggio: già nella prima giovinezza c’è in lui il rifiuto degli agi e dei privilegi del nobile ceto di appartenenza, rifiuto che si affianca ad una dedizione già completa al bene degli altri e quindi la meditata risoluzione di vestire l’abito ecclesiastico.
Uomo dotto, scrittore prolifico ed eclettico ( autore di opere di morale, storia, letteratura, arte ecc.) Federigo è un perseverante amatore del “miglioramento umano”. Alla carità, alla soavità delle maniere, ad un’amabile cortesia, ad un’imperturbabile pacatezza è interamente ispirata la sua missione sacerdotale e vescovile. E con queste qualità il personaggio si presenta a noi, ormai vecchio ma ancora vigoroso.
DON ABBONDIO
“Don Abbondio non era nato con un cuore di leone. Ma, fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione a que' tempi, era quella d'un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d'esser divorato". [ 5]
"... non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto... d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro".
Don Abbondio è senz'altro il personaggio più popolare dei Promessi Sposi.
È la figura con cui il Manzoni ha dispiegato, nelle forme più varie, tutta la sua virtù comica, la sua capacità ritrattistica, le sue doti fantastiche ed umane.
Ciò nonostante il curato non è certo messo in buona luce anche perché, se avesse avuto solo un po’ più di coraggio avrebbe evitato ai due promessi tutte le avventure che dovranno affrontare.
Questo personaggio lo vediamo subito entrare nel vivo del romanzo con l’incontro dei bravi che gli vietano di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia.
L’autore coglie questa occasione per cominciare a descrivere Don Abbondio: trovatosi a vivere in una società retta da prepotenti, don Abbondio si è fatto prete senza riflettere sugli obblighi e sugli scopi della missione sacerdotale, badando soltanto a procurarsi una vita agiata e tranquilla.
L’autore non vede di buon occhio il sacerdote, che rappresenta il falso potere spirituale. Infatti, lui più che dei diritti dei suoi fedeli, pensa a se stesso: ciò che governa la sua condotta è la paura, che, unita alla coscienza della propria debolezza e ad un morboso attaccamento alla vita, lo rende egoista ed irragionevole.
Per marcare ancora di più gli sbagli del personaggio l’autore lo descrive sempre negativamente “non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno”.
Questo personaggio, si presenta anche molto attaccato ai beni materiali e a volte, è anche un po’ ignorante: all’inizio dell’ottavo capitolo Don Abbondio è immerso nella lettura di un libro ma è bloccato sul nome di un filosofo greco che un uomo come lui dovrebbe conoscere.
Renzo “era, fin dall'adolescenza, rimasto privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta"; possedeva inoltre "un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato". [ 6]
"Era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d'ogni insidia; ma, in que' momenti, si figurava di prendere il suo schioppo, d'appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai don Rodrigo venisse a passar solo.”
Anima semplice ed ottimista, Renzo conosce il male del mondo nei soprusi degli uomini potenti, ma non è disposto a lasciarsi piegare da loro. Di fronte alle sopraffazioni e alle violenze, il suo animo pacifico non pensa che alla vendetta e all'omicidio.
Ma da questo lo terranno sempre lontano la sua innata onestà ed il forte sentimento religioso. Anch'egli, infatti, come Lucia, trova nella fede la guida della vita ed il conforto della sventura.
Renzo è un ingenuo che conosce poco del mondo e quindi facile ad esser preso dagli avvenimenti esterni, ma nello stesso tempo è abbastanza accorto ed intelligente per cavarsi d'impaccio o mettersi in salvo.
Ma ciò che colpisce è la sua bontà e la sua generosità. Egli, infatti, si commuove davanti ai poveri e dà loro quello che ha; si commuove e prega di fronte alla madre di Cecilia e davanti a don Rodrigo agonizzante, perdonandogli tutto il male ricevuto.
Magistralmente Renzo è anche ritratto nel suo amore per Lucia, a cui è legato da una fedeltà assoluta, da una dedizione totale. E proprio nel dipingere quest'amore, il Manzoni raggiunge alcune delle espressioni più alte della sua poesia.
L'autore si immedesima in lui e ne fa una delle creazioni più grandi della nostra letteratura per il candore e la fede, per la semplicità e la bontà, per il cuore giovanile e ardente.
IL ROMANZO DEGLI UMILI
La vicenda narrata si svolge in Lombardi fra il 1628 e il 1630. Manzoni sceglie dunque un secolo di storia complessa.
Una delle caratteristiche vincenti del racconto consiste nel riflettersi delle vicende di personaggi altrimenti anonimi: due poveri montanari vedono interrompersi il loro sogno di felicità nel microcosmo dell’amato paesino e sono costretti a confrontarsi con eventi drammatici come l’occupazione straniera, la carestia, le sommosse popolari, la peste.
Porre al centro della vicenda quelle che l’Anonimo chiama «gente meccaniche, e di poco affare» non è comunque una scelta scontata, ma il frutto di una convinzione maturata a poco a poco: già nelle tragedie il popolo era una presenza costante, anche se relegata sullo sfondo, espressione di un’idea di storia in cui hanno un preciso ruolo anche i semplici, le masse ignote, insomma ogni singolo individuo con la sua carica di umanità, fatta di bene e male, grandi slanci e inevitabili cadute. In quella che non a torto è stata definita “epopea degli umili”, Renzo in particolare è chiamato a confrontarsi con la problematicità del reale e ad attraversarlo, anche concretamente, in tutta la sua complessità.
IL QUADRO DEGLI UMILI: CENA IN EMMAUS
È la rappresentazione del soprannaturale come realtà tangibile quotidiana: Caravaggio vuole scendere nel profondo dell’animo dei protagonisti mediante un’esecuzione spoglia ed essenziale.
Il momento rappresentato è quello che segue la benedizione del pane che, spezzato, è già sulla tavola.
L’estrema semplificazione degli elementi vede l’interno spoglio di una taverna nella quale una vecchia che porta le vivande, l’oste e due uomini, testimoni dell’atto eucaristico, stupiti, riconoscono Cristo.
La luce[ 7], elemento primario, illumina il viso di Cristo, sottolinea la sua mano benedicente, mette n evidenza il pane, i volti dei personaggi, lo scorcio di natura morta sul tavolo. Gli oggetti e le figure risaltano nel contrasto luce-ombra e, assumendo plasticità, emergono dallo sfondo scurissimo e costruiscono lo spazio.

THE SECOND COMING BY YEATS
Turning and turning in the widening gyre
The falcon cannot hear the falconer;
Things fall apart; the centre cannot hold;
Mere anarchy is loosed upon the world,
The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere
The ceremony of innocence is drowned;
The best lack all conviction, while the worst
Are full of passionate intensity.
Surely some revelation is at hand;
Surely the Second Coming is at hand.
The Second Coming! Hardly are those words out
When a vast image out of Spiritus Mundi
Troubles my sight: somewhere in the sands of the desert
A shape with lion body and the head of a man,
A gaze blank and pitiless as the sun,
Is moving its slow thighs, while all about it
Reel shadows of the indignant desert birds.
The darkness drops again; but now I know
That twenty centuries of stony sleep
Were vexed to nightmare by a rocking cradle,
And what rough beast, its hour come round at last,
Slouches towards Bethlehem to be born?
COMMENT
The Second Coming has certainly a religious meaning. The title derives from the belief in the second coming of Christ, foretold in the Gospel according to St. Matthew.
The poem is divided into two parts.
In the first stanza Yeats describes the present condition of our civilisation, the Christian era, in symbolic terms. This description contains in itself the meaning that the Christian world is disintegrating and seems near to be falling in pieces. The image of the falcon that flies farther and farther, circling away from its keeper, represents the loss of contact between the authority and its subjects; our civilisation has lost its fixed centre, its principles, the Christian ideas of peace, order and love. The consequences are political disorders and anarchy on one side and moral disorder on the other, while confusion and doubt have killed the faith of the best, who reveal themselves to be hopeless, different from the worst, who reveal all their brutal passions and all their determinations.
According to his theory, Yeats sees history as formed in a series of opposite cycles, each cycle lasting about 2000 years. Each age is opposite of the previous one, so an age of rule and authority as the Christian was, will be followed by an age of anarchy and violence. Each cycle has a circular development, like a climbing spiral -called gyre-, which gradually ascends, reaches a climax and then, with a slow decay, descends, is destroyed and soon replaced by the following cycle.
So the Christian era, started about 2000 years ago with the birth of Jesus, was preceded by another cycle of history started with the union of the Greek god Jupiter and Leda. Now, at the end of those 2000 years, our cycle is closing, and the Second Coming would seal the beginning of a new historical era.
The second stanza begins with the state of disintegration of the world which cannot but be the prelude to the Second Coming. This time the birth cannot be a divine one, but a monstrous one, that of the anti-Christ. An age of violence and blood is in fact approaching, represented by a rough beast, which is slowly going to Bethlehem to be born there and to desecrate the holy place… differently from Christ, who saved the ancient world from its errors, this anti-Christ will be the forerunner of an era of destruction, destruction of what Christ had done. The figure of this anti-Christ is described as a horrible creature, with lion body and the head of a man, like a sphinx. We can find a similar description in the book of Apocalypse.
YEATS’ EXOTERIC PHILOSOPHY
The many influences that shaped Yeats’ inspiration make his vast poetic production difficult to classify. There is no clear sequence, with one set of ideas developing from a previous set. These influences were continually being modified and reworked in his mind and art towards a synthesis of a symbolic system containing all the various aspects of his thought.
The complex set of ideas behind Yeats’ poems is not a complete philosophy. Rather, he felt that the world was “a bundle of fragments”, totally incoherent, since religion or science could not impose a system on it. It was the poet’s task, to create “a last defence against the chaos of the world”.
In order to fully understand Yeats’ system it is important to know his main ideas; in a essay on magic written in 1901 he states that he believes in three doctrines:
that the borders of the mind are always shifting, and that many minds can flow into one another, so as to create a single mind, a single energy;
o that the borders of our memories are part of one great memory, the memory of Nature herself;
h that this great mind and great memory can be evoked by symbols.
Yeats tried various ways of reaching this Great Memory, through Irish folklore and myth, then through many occult traditions, the most important of which are:
Y the system of Theosophical Society;
s a modern vision of the Qabbalah.
Yeats’ central symbol is the gyre, or climbing spiral.
Its movement involves repetition (the same circular movement) and progress up and then down. These movements represent the flow of natural cycles from their beginning to their end. Thus the gyre symbolises the course both of mankind and history.
This symbolism enables Yeats to reconcile life’s contraries: change and identity through time, youth and old age through love, madness and wisdom.

THEOSOPHY
It derives from late Greek: it means wisdom concerning God or divine things. It maintains that a knowledge of God may be achieved by spiritual ecstasy, direct intuition or special individual revelation.
It is an esoteric religious sect.
QABBALAH\ CABBALA\ KABBALA
The term refers to esoteric and mystical Jewish tradition, of which Zohar (“splendour”) is the basic text (13th century).
The central themes of cabbala are: the nature of God; the derivation of Universe from Him and the return to Him.
SYMBOL: something that stands for or represents another thing. A symbol is anything representing something else linked by free mental associations.
The colour white for example, is a symbol of purity.

→ a flag for a state
CHIESA E CRISTIANESIMO NEL FASCISMO
FINE DEL PARTITO POPOLARE ITALIANO
Anche se la maggioranza della destra “clerico-fascista” aveva approvato la decisione del re di non firmare lo stato d’assedio contro i fascisti, un gruppo di sinistra all’interno del Ppi (di cui la maggioranza moderata aveva aderito al primo governo di Mussolini) continuò a sostenere il ruolo “democratico e cristiano” dei popolari, avversando ogni patteggiamento contro Mussolini.
Nel tentativo di mediare le posizioni, la direzione del partito ribadì la necessità di collaborare con il governo, ma espresse la propria decisa disapprovazione per ogni forma di violenza: la maggioranza si dichiarò convinta che il governo avrebbe rispettato il programma di riportare nella costituzionalità il fascismo, interpretando la “rivoluzione delle camicie nere come forza di sviluppo, di progresso, di equilibrio nella storia della nazione”.
Il Vaticano, preoccupato che le minacce fasciste colpissero direttamente la Chiesa, cercò di dissuadere il Ppi dal porsi come forza politica autonoma in antitesi a Mussolini. Ma, dato che don Luigi Sturzo, il segretario del Ppi, mostrò di non condividere tali indicazioni, venne costretto a dare le dimissioni dalla segreteria e venne presto sostituito da De Gasperi.
Il Ppi attraversò una profonda crisi a causa delle ambiguità nei rapporti con il fascismo, che accentuarono le sue divisioni interne: lo stesso don Sturzo, ossia la personalità più in vista dell’antifascismo cattolico, fu invitato a lasciare l’Italia (ottobre 1924) dal Vaticano, che in tal modo intendeva giungere il prima possibile a un compromesso con Mussolini.
D’altra parte la Chiesa sosteneva che i cattolici avrebbero dovuto abbandonare la politica attiva in ossequi “all’ordine costituito”, perché l fascismo, abbattendo il materialismo liberale e socialista dava sufficienti garanzie per la difesa e lo sviluppo dei “valori spirituali” del cattolicesimo.
Come il suo predecessore Benedetto XIV aveva fatto, anche Pio XI dichiarò che il fascismo proteggeva la società “dall’anarchia alla quale liberalismo e socialismo conducono”.
….Nel frattempo Mussolini, che sul piano della pratica politica permetteva che si continuassero a distruggere le sedi e i circoli cattolici, sul piano diplomatico si poneva come.diretto interlocutore del Vaticano, saltando la mediazione del Ppi. Fin dal suo avvento al potere aveva cercato di accattivarsi le simpatie della Santa Sede con una serie di dichiarazioni che riconoscevano l’importanza della Chiesa nella storia della Nazione, e alle quali seguirono disposizioni come lo stanziamento di fondi per le chiese, l’aumento dello stipendio al clero (congrua), il salvataggio di alcune banche cattoliche, la riforma scolastica (1923) con la quale la religione cattolica veniva riconosciuta come “fondamento” e “coronamento” dell’educazione, il riconoscimento dell’università cattolica di Milano e delle feste religiose (1925), la collocazione di un crocifisso nelle aule scolastiche e negli ospedali.
Il Ppi fu abbandonato al proprio destino dalla Chiesa, e seguì le sorti di tutte le altre organizzazioni antifasciste, e nel 1926 fu definitivamente sciolto.
Diverso destino ebbe l’Azione cattolica, che in seguito a laboriose trattative fra Mussolini e la Santa Sede riuscì ad essere l’unica organizzazione tollerata dal regime, al contrario di tutte le altre associazioni che passarono sotto il controllo dell’Opera nazionale balilla.
Azione cattolica
Nel 1923 papa Pio XI aveva approvato i nuovi statuti che dividevano l’Azione cattolica in quattro rami[G8], in modo da avere gli strumenti per agire in tutta la società. A fianco dei movimenti di Azione cattolica generale nacquero movimenti di Ac «sviluppati» che affermavano la necessità di un apostolato secondo il singolo ambiente.
L’azione cattolica, con la promessa della sua completa estraneità a ogni iniziativa politica, poté sopravvivere e divenire punto di aggregazione sia per gli ex popolari che per le nuove generazioni di cattolici.
L’Ac sviluppava la promozioni di un tipo di uomo nuovo, quello del militare, nato spesso dal mondo contadino o dai ceti medi o dal mondo operaio, che prese a poco a poco il posto il posto degli uomini delle Opere cattoliche e dei notabili. Lo sviluppo del movimento andò di pari passo con il rinnovamento biblico, spirituale e liturgico, rinnovato dalla riscoperta delle esigenze di una fede comunitaria e degli aspetti sociali del dogma.
Nonostante la conciliazione tra Chiesa e Stato del 1929, nel 1931 il regine scatenò una violenta campagna contro l’Ac, i suoi circoli e le sue sedi. L’ufficio centrale dell’associazione venne perquisito e devastato, i dirigenti minacciati e arrestati. Pio XI protestò con durezza con l’enciclica “Non abbiamo bisogno”.

I PATTI LATERANENSI: ACCORDO TRA STATO E CHIESA
Nel febbraio del 1929 Mussolini portò a termine il suo progetto di trattative con la Santa Sede per portare definitivamente a conclusione il problema della “questione romana”. Infatti, con i Patti laceramenti (dal nome del palazzo Alterano in cui si ratificò l’accordo) si arrivò alla “conciliazione” fra Stato e Chiesa, i cui rapporti si erano interrotti, almeno ufficialmente, dopo gli avvenimenti del 1870.
L’importanza dei patti sta anche nel fatto che essi, anche dopo la caduta del fascismo, furono inseriti nella costituzione repubblicana approvata nel 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948, con l’art. 7:
“Lo stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”
I Patti lateranensi sanzionavano la fine della laicità giuridica dello stato italiano; Mussolini fu più volte esplicito nel sottolineare che in passato, con i governi liberali, la Chiesa non era mai riuscita ad avere questa importanza. In una lettera al ministro Rocco egli scrisse a proposito del regime fascista:
“ …superando le pregiudiziali del liberalismo, ha ripudiato così il principio dell’agnosticismo religioso dello stato come quello di una separazione tra Chiesa e Stato.
Con profonda fede nella missione religiosa e cattolica del popolo italiano, il governo fascista ha proceduto a restituire alla nazione italiana quel carattere di stato cattolico che la politica liberale si era sforzata di cancellare”.
L’accordo prevedeva tre parti: un trattato, una convenzione finanziaria e un concordato (modificato solo nel 1984 conservando l’impianto di fondo).
Con il trattato l’Italia riaffermava l’art. 1 dello Statuto albertino per il quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello stato. Inoltra la Città del Vaticano veniva riconosciuta come stato indipendente e sovrano, al quale veniva assicurata “la piena proprietà delle basiliche patriarcali[G9][G10][G11][G12]”, dei tesori d’arte e di altri numerosi immobili romani. Garantiva molti benefici finanziari come “la piena esenzione dai diritti doganali e daziali” delle merci esportate o importate dal Vaticano.
La convenzione finanziaria attribuiva al Vaticano un considerevole indennizzo economico per risarcirlo dalla perdita dell’ex Stato Pontificio.
Il concordato confermava l’influenza della Chiesa nelle istituzioni statali e nella società italiana. In particolare prevedeva:
l’esenzione dal servizio militare dei religiosi (art. 3)
la presenza del personale ecclesiastico (con il suo apparato di cappellani) all’interno del sistema militare, per cui le truppe italiane da ora in poi erano obbligate ad assistere alla messa domenicale
l’impegno dello Stato a non accettare negli uffici pubblici i “sacerdoti apostati[G13]”, né ad assumere ecclesiastici senza il “nulla osta” della curia (art. 5)
il riconoscimento di tutti i giorni festivi sanciti dalla Chiesa (art. 11)
agevolazioni fiscali motivate da fini di istruzione e di assistenza, escludendo “ogni intervento da parte dello Stato” nella “gestione dei beni appartenenti a qualsiasi istituto ecclesiastico o associazione religiosa
il “sacramento del matrimonio” acquistava tutti gli effetti civili, volendo “ridonare all’istituto del matrimonio, che è la base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo (art. 34)
veniva stabilito come “fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica” l’insegnamento della dottrina cristiana (“secondo la forma ricevuta dalla tradizione cattolica”), esteso dalle scuole elementari a quelle medie.
L’accordo legittimava “le organizzazioni dipendenti dall’Azione cattolica” purché svolgessero le loro attività al di fuori di ogni apparato politico.
Prima di invitare i cattolici votare il “Listone” fascista nelle elezioni de marzo 1929, il papa aveva dichiarato –come espressione della propria gratitudine a Mussolini- :
“Siamo stati nobilmente assecondati. E forse ci voleva un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare”.
Ancora una volta però gli esuli del Ppi giudicarono criticamente la Scelta della Santa Sede di “aver trovato un accordo con un movimento anti-cristiano come quello fascista”.
Tuttavia rimasero isolati e non in grado di ricucire all’estero un’opposizione organizzata, ed ebbero scarso seguito fra i cattolici italiani.

BIBLIOGRAFIA :
ITALIANO
Iapprofondimenti dell’analisi dei Promessi Sposi:
-edizione del romanzo adottata al biennio
(Casa Editrice G. Principato S.p.A., 1993, Milano);
-AA.VV., Scritture volume II, edizioni scolastiche Mondadori
STORIA DELL’ARTE
Sapprofondimenti sulla Cena in Emmaus:
-AA.VV., Storia dell’arte italiana volume III, edizioni scolastiche Mondadori;
-M. Bona Castellotti, Il paradosso di Caravaggio, Biblioteca Universale Rizzoli;
-AA.VV., Guida Ufficiale alla Pinacoteca di Brera, Soprintendenza per i Beni .…Artistici e Storici, Milano
STORIA
Sapprofondimenti sull’Azione Cattolica:
-Graffiti Maggio 1997
(mensile del Settore Giovani dell’Azione Cattolica Italiana)
[ 1]Capitolo II
[ 2]Capitolo IX
[ 3]Capitolo IV
[ 4]Capitolo XXII
[ 5]Capitoli I
[ 6]Capitolo II
Luce= grazia= salvezza
[G8]In base al sesso e all’età
[G9]San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, San Paolo
[G11]
[G13]Chi rinuncia al sacerdozio e anche i dissidenti per motivi ideologici
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