Nietzche

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Categoria:Filosofia

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Testo

Un nuovo modello di umanità

Friedrich Nietzsche, con il suo filosofare, risulta essere uno degli artefici principali del processo di "demitizzazione" della cultura e "desacralizzazione" del mondo. La sua opera mira incessantemente alla distruzione dei miti e delle credenze codificate, di tutte quelle certezze metafisiche, morali e religiose che gli uomini si sono costruiti per poter sopportare l’impatto con il caos della vita. Il filosofo Nietzsche, "il primo uomo decente" dopo "la falsità che dura da millenni" si assume il compito di andare "contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato". Attraverso un’analisi impietosa e corrosiva degli idoli morali e metafisici sui quali si fonda la nostra società, il filosofo, come un "uomo sotterraneo, che scava, dissotterra, scalza", deve mostrare che l’origine delle credenze e degli ideali più nobili è quasi sempre ignobile. La maggiorparte di ciò che appare eccelso, quasi divino, non è altro che il prodotto di fattori "umani, troppo umani": impulsi egoistici, volontà di sopraffazione e paura della morte.
Nietzsche non si limita, però, a criticare una particolare concezione morale e metafisica collocandosi all’interno della storia canonica della filosofia; il suo intento è molto più ambizioso, egli cerca in primo luogo di sondare le condizione in cui si è costituita la civiltà occidentale in modo da desacralizzare, di conseguenza, l’immagine di uomo a cui siamo abituati da tempo immemorabile. Questo atteggiamento critico contraddistingue gran parte del pensiero moderno ed ha già colpito duramente i pregiudizi tradizionali, in campo gnoseologico, politico e religioso. Secondo Nietzsche anche i filosofi più spregiudicati si sono, comunque, mostrati esitanti e pronti al compromesso per quanto riguarda la morale. Il problema non riguarda i singoli valori che possono essere combattuti e quindi sostituiti; ciò che non si è mai osato mettere in discussione è la morale stessa, la necessità dell’esistenza di una qualsiasi morale. "Il problema stesso della morale" non è mai stato posto esplicitamente, "è mancato il sospetto che ci potesse essere su questo punto qualcosa di problematico" e "non si è mai dubitato né esitato, neanche lontanamente, nello stabilire che il "buono" fosse di valore superiore al "malvagio" ".
La critica alla filosofia presuppone quindi la critica dei valori morali, e più radicalmente la demolizione del presupposto stesso dell'esistenza del valore, che si trova nella nozione di anima come luogo dell'accettazione di valori morali metafisicamente determinabili. In contrapposizione alla moralità tradizionale che presuppone l'anima come sostanza razionale, Nietzsche ritiene che la morale scaturisca solo dal "risentimento" di uomini mediocri che vogliono mortificare la creatività di uomini magnanimi: la morale dei deboli che, legati solo al passato, non sanno vivere l'istante e perciò meditano la vendetta verso chi vive l'"adesso". Agisce così il "moralista", che parte dalla "cattiva coscienza" della sua rinuncia alla vita, dal suo no detto all'esistenza, per aderire alla "morale del gregge": "Mentre ogni morale aristocratica germoglia da un trionfante sì pronunciato a se stessi, la morale degli schiavi dice fin da principio no ad un "di fuori", a un "altro", a un "non-io"; e questo no è la sua azione creatrice. Questo rovesciamento del giudizio che stabilisce valori - questo necessario dirigersi all'esterno, anziché a ritroso verso se stessi - si conviene appunto al risentimento: la morale degli schiavi ha bisogno, per la sua nascita, sempre e in primo luogo di un mondo opposto ed esteriore, ha bisogno, per esprimerci in termini psicologici, di stimoli esterni per potere in generale agire: la sua azione è fondamentalmente una reazione" (da Genealogia della morale).
Esempio tipico di questo atteggiamento rinunciatario e subalterno è, per Nietzsche, la posizione del prete giudaico e del prete cristiano, che provocano la nascita del "senso di colpa" attraverso la loro condanna della corporeità e della gioia di vivere: ed è da questo punto che inizia il duro confronto-scontro con il cristianesimo.
Ad una prima lettura, la polemica con il cristianesimo sembra dunque legata ad una valutazione di tipo morale: il cristianesimo sarebbe solo l'esaltazione del senso di colpa, la glorificazione di un'ascesi mortificante e contraria alla gioia di vivere, che proiettando la vita verso l'aldilà induce al soffocamento della libertà e ad una fondamentale "infedeltà alla terra". Emblema di questa immagine di cristianesimo sarebbe la figura stessa di Cristo, il Dio crocefisso rimasto soffocato dalla sua compassione, vittima di un Dio che si mostra solo nemico della volontà di vivere; un Dio che, lungi dall'essere Padre di misericordia, appare curioso testimone delle profondità dell'animo umano (anche quelle più abbiette), mostrandosi scrutatore così invadente dell'uomo da impedirgli di essere libero. Un Dio così deve morire!
"Crederei solo ad un Dio che sapesse danzare" oppure "Canti migliori dovrebbero cantarmi perché io imparassi a credere al loro redentore; più redenti dovrebbero apparirmi i suoi discepoli", così Zarathustra protesta contro un'immagine moralistica e sbiadita del cristianesimo, una volta che sia stato svuotato della sua autentica carica redentrice.
In questo senso il grido "Dio è morto! io l'ho ucciso" non è solo l'estrema bestemmia dell'umanità incapace di sopportare su di sé lo sguardo divino come giudizio sulla vita, ma testimonia profeticamente il compiersi di un evento storico di portata più ampia e decisiva: l'evento dell'ateismo come esito della radicale irreligiosità della cultura occidentale.
La morte di Dio nasce dal risentimento di quella cultura nichilista che ha eliminato ogni possibilità del rapporto con l'Assoluto, giustificando questa sostanziale irreligiosità con il fatto che era Dio a non farsi capire, finendo a "peccare di buon gusto" nei confronti dell'uomo (come rivela emblematicamente a Zarathustra l'ultimo Papa ormai "fuori servizio"); per questo meglio vivere senza alcun Dio, accettando che l'uomo si costruisca da solo il proprio destino, piuttosto che onorare un feticcio ormai senza significato per la vita. Come afferma Zarathustra, "meglio essere noi stessi Dio", ed a lui risponde l'ultimo Papa: "È la tua stessa religiosità che non ti fa più credere in Dio? La tua sproporzionata onestà ti condurrà al di là del bene e del male".
Il Dio che scrutava in maniera indiscreta l'intimo dell'uomo, il Dio dispensatore di punizioni e mortificazioni degli istinti più genuinamente immediati, non poteva non essere ucciso anche se di questo delitto Nietzsche non si sente responsabile esecutore ma solo profeta. Infatti egli ritiene di preannunciare ciò che è già compiuto ma che ancora non è stato totalmente compreso, un evento di portata universale destinato a mutare le sorti dell'umanità, una novità inedita nella storia (mai infatti era capitato che venisse negato il riferimento alla divinità, secondo una forma di ateismo che elimina perfino la domanda su Dio!).
"Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà più venire diversamente: l'avvento del nichilismo. Questa storia può essere raccontata già oggi, poiché qui è all'opera la necessità stessa. Questo futuro parla già con cento segni, questo destino si annunzia dappertutto; tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa, come un fiume che vuole sfociare, che non si rammenta più, che ha paura di rammentare" (dai Frammenti Postumi).
Bisogna però rendersi lucidamente conto che questo evento coincide con la perdita di ogni punto di riferimento, con l'assenza di un orizzonte veritativo capace di fornire l'orientamento necessario all'esistenza, conducendo così alla follia testimoniata in questa pagina della "Gaia Scienza", dedicata all'uomo folle che annuncia l'assassinio di Dio da parte dell'umanità:
Non avete mai udito parlare di quel pazzo che in pieno giorno accese una lanterna, corse al mercato e gridò senza tregua: "Io cerco Dio! Io cerco Dio!"? Poiché si trovavano colà molti di quelli che non credono in Dio, il pazzo provocò una grande risata, "Dio è dunque andato perduto?" chiese un uomo. "Si è smarrito come un bambino?" chiese un altro. "O si tiene nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? Ha emigrato?". Così gridavano e ridevano tra loro. Il pazzo saltò in mezzo a loro ficcando in loro lo sguardo. "Dove è andato Dio?" egli gridò. "Io ve lo voglio dire. Noi lo abbiamo ucciso, voi ed io! Noi tutti siamo i suoi uccisori! Ma come abbiamo fatto ciò? Come potemmo bere tutto il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare tutto l'orizzonte? Che cosa abbiamo fatto quando staccammo la Terra dalla catena del suo Sole? In quale direzione ci muoviamo noi? Lontano da tutti i soli? Non precipitiamo noi continuamente? Indietro, da un lato, in avanti, da tutte le parti? C'è ancora un alto e un basso? Non voliamo noi come attraverso un nulla senza fine? Non soffia su di noi lo spazio vuoto? Non fa forse più freddo? Non sopraggiunge continuamente la notte, sempre la notte? Non si devono accendere le lanterne di mattina? Non udiamo ancora nulla del rumore dei becchini che seppelliscono Dio? Non sentiamo alcun odore della putrefazione divina? Anche gli dei si putrefanno! Dio è morto! Dio resta morto! e noi lo abbiamo ucciso! Come possiamo consolarci noi gli assassini di tutti gli assassini? Ciò che di più santo e più potente possedette finora il mondo fu dissanguato dai nostri coltelli. Chi cancella da noi questo sangue? Con quale acqua potremo purificarci? Quali solenni espiazione quali giochi sacri dovremo inventare? La grandezza di questo fatto non è troppo vasta per noi? Non dobbiamo noi stessi diventare Dei, per sembrare degni di quella grandezza? Non ci fu mai un fatto più grande, e chi nascerà dopo di noi apparterrà, a causa di quel fatto, ad una storia più grande di quanto sia stata fatta finora, qualsiasi storia!"...
Si racconta ancora che quel pazzo entrò lo stesso giorno in diverse chiese ed ivi intonò il suo "Requiem aeternam Deo".
L'annuncio della morte di Dio segna così la fine della possibilità stessa della verità e pone un'abissale privazione di qualsiasi punto di riferimento.
Con la distruzione della metafisica come pretesa di costruzione di un universale mondo di valori, non muore soltanto una tradizione filosofica, ma viene a cessare la possibilità stessa del significato e quindi si apre lo spazio per la totale assurdità del reale. Alla caduta dei valori, cioè dei punti di appoggio tradizionali, il superuomo risponde accettando il destino tragico del non-senso, realizzando la "transmutazione dei valori" attraverso le metamorfosi dello spirito, che lo riportano all'immediatezza del "fanciullo" che sa ricreare il significato della realtà nella gioiosa accettazione dell'eterno ritorno dell'Eguale (Amor Fati proprio della concezione ciclica del tempo tipica della tragedia greca). Così Nietzsche sostituisce alla figura di perfezione del Santo cristiano il coraggio dell'eroe tragico, che accetta di porre la sua volontà come fonte unica dei valori, in una concezione della libertà per la quale il soggetto rimane sospeso solamente al vuoto della propria "volontà di", senza poter sperimentare la pienezza di una "volontà per".
Il tempo, non più pensato in senso rettilineo come nella visione ebraico-cristiana, viene concepito nella circolarità che, esaltando la pienezza dell'attimo eternamente ritornante, conferisce al soggetto il compito di ricreare il significato delle cose nell'immediatezza dello spirito dionisiaco, spirito che ridice il proprio Sì alla vita nella sfrenatezza della danza.
In questa visione vitalistica, è la volontà di potenza dell'oltreuomo a ricreare il senso della terra, e con ciò Nietzsche segna la fine di una concezione della razionalità come rispecchiamento della verità delle cose: con la morte di Dio viene meno la pensabilità stessa della verità, ed emerge la tragica assenza dell'origine, di fronte alla quale l'uomo è lasciato nella condizione di un "fanciullo" che può solo amare l'istante. Dopo che l'uomo si è autoproclamato Dio, l'unica strada possibile è quella del nichilismo e dell'assurdo che la danza di Dioniso esprime, ma che pare avere come unico esito la follia. Ed in Nietzsche la follia si consuma nella totale apatia dei suoi ultimi anni, che sembra quasi voler esprimere simbolicamente l'impossibilità di vivere per qualcosa di meno dell'assoluto: egli finisce così ad interpretare drammaticamente su di sé l'esperienza di quell'uomo folle della "Gaia Scienza", che non riesce a rassegnarsi all'assenza del volto divino dall'orizzonte della sua esistenza.

Le forzate attuazioni politiche del superomismo

Nel difficile contesto storico-politico del dopoguerra Benito Mussolini, più proficuamente del poeta-soldato, raccolse i consensi dei giovani, dei rivoluzionari insoddisfatti, dei reduci intorno ai Fasci di combattimento che, con le squadre d’azione, diventarono il braccio armato degli agrari contro le organizzazioni sindacali e i partiti di sinistra. Dopo i deludenti risultati delle elezioni del ’19, Mussolini orientò in senso reazionario il suo programma, fondò il partito fascista e affiancò all’azione violenta degli squadristi la faccia della legalità politica. Con la marcia su Roma del ’22, passò, infine, all’azione e ricevette l’incarico dal re di costituire il governo. Accettò, quindi, il compromesso con i poteri tradizionali (Monarchia e Chiesa) e durante il suo ministero attuò importanti riforme preparando la trasformazione in senso autoritario dello Stato. L’unico momento di grave crisi per il fascismo fu il delitto Matteotti (1924) per la reazione che questo determinò nei partiti (secessione dell’Aventino) e nel Paese. Mussolini reagì drasticamente e nel ’25 esautorò il Parlamento. Le leggi promulgate dal ’25 al ’28 eliminarono ogni residuo di libertà individuale, politica e sindacale e il nuovo codice penale (Codice Rocco), con l’istituzione del tribunale speciale e della polizia politica, portò alla repressione degli oppositori e al fenomeno degli esuli politici che il fascismo chiamò fuorusciti.
Nel contempo l’intervento dello Stato nell’educazione e nella propaganda organizzava il consenso attraverso un rapporto diretto con le masse ottenuto con i mezzi di comunicazione non tradizionali. Vennero usate in modo massiccio la grafica e gli slogan. Il disegno della grafica politica, di stampo futurista, realistico, presentava serie ossessive del volto del Duce e immagini dell’italiano fascista atletico, in pose eroiche. La radio e il cinema furono innovazioni fondamentali per la propaganda fascista. I discorsi del duce erano trasmessi dappertutto, come le canzonette, ottimo mezzo di evasione. I cinegiornali precedevano ogni spettacolo cinematografico.
Attraverso le parate militari e l’inquadramento paramilitare dei giovani si esercitava un controllo del tempo libero che perdurava anche in età adulta. Nel tessuto sociale era presente anche la Chiesa con la quale, dopo il Concordato (1929), si aprì il contrasto sulla presenza dello Stato nel tempo libero e nell’educazione dei giovani.
La politica verso la famiglia era volta a premiare la prolificità, le nubili e gli scapoli venivano emarginati e il ruolo della donna era solo domestico, lontano dall’attività e dagli studi.
Diversi fattori di natura economica e di prestigio spinsero il fascismo al rilancio della conquista coloniale. Questa scelta portò anche ad un avvicinamento alla Germania e il legame si rafforzò con la guerra di Spagna (1936), le leggi razziali (1938) e il Patto d’acciaio (1939).
In Germania il regime nazista si affermò sulla scia di un altro capo carismatico che nel 1920 fondò il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori. Originariamente il partito nacque come forza di opposizione al governo in vigore e trovò largo consenso fra le masse di disoccuppati tedeschi, spesso oppressi dai ricchi usurai ebrei. Fu proprio disquisendo intorno a questa situazione che si sviluppò la teoria della superiorità della razza ariana destinata a dominare il mondo.
Dopo un primo tentativo d'insurrezione andato a vuoto, il nazionalsocialismo abbandonò i metodi rivoluzionari per mettersi sul terreno della più formale legalità attraverso la riorganizzazione del partito secondo modi simili a quelli militari. Divenuto in tal modo il più forte partito tedesco accedeva al potere il 30 gennaio 1933 e Hitler assumeva la carica di Cancelliere del Reich.
Quando Hitler riunì nella propria persona le funzioni di capo del governo e di capo dello Stato permise al nazionalsocialismo di attribuirsi un potere illimitato. Venne immediatamente iniziata la sistematica soppressione delle libertà costituzionali, furono aboliti i partiti.
La dittatura del nazionalsocialismo assunse forme spietate con l’instaurazione di un clima di terrore mediante la milizia delle SS (con compiti di polizia), la polizia segreta di Stato o Gestapo , e i campi di concentramento.
La Polonia fu la prima nazione ad essere invasa; dopo gli Ebrei infatti, i Polacchi erano i più odiati da Hitler. Durante l'invasione nel settembre del 1939, gli eserciti avevano ordine di attuare la politica di Hitler per procurare il Lebensraum, lo spazio vitale, per il popolo tedesco. Richard Lukas infatti dichiara: "Per i nazisti, i polacchi erano Untermenschen (subumani) che occupavano un suolo facente parte del Lebensraum (spazio vitale) desiderato ardentemente dalla razza tedesca superiore". Hitler, pertanto, autorizzò le sue truppe a uccidere "senza pietà o compassione ogni uomo, donna e bambino di discendenza o lingua polacca. Solo in questo modo possiamo ottenere lo spazio vitale di cui abbiamo bisogno". Il settembre del 1939 vide l'inizio di una inesorabile campagna di orrori per il popolo polacco. Hitler aveva detto: "La guerra sarà una guerra di annientamento". Heinrich Himmler, uno degli scagnozzi di Hitler, aveva dichiarato: "I polacchi spariranno completamente dalla faccia della terra. . . . È essenziale che il grande popolo tedesco consideri la distruzione di tutti i polacchi come uno dei compiti più importanti". Pertanto l'Olocausto non aveva per obiettivo solo gli ebrei polacchi; aveva per obiettivo "tutti i polacchi". "La politica del terrore fu attuata in tutti i paesi occupati. . . . Ma in Polonia tutti furono assoggettati a tale brutalità, e le esecuzioni in massa basate sul principio della colpa collettiva furono assai più frequenti perché ogni polacco, indipendentemente da età, sesso o salute, faceva parte di una nazione condannata, condannata da quei membri del partito e del governo nazista che decidevano la politica", dichiara Catherine Leach, traduttrice del libro polacco Values and Violence in Auschwitz. Essa dice che Hitler considerava i polacchi una razza inferiore da tenere in schiavitù. Quindi oltre agli Ebrei furono sterminati 1.500.000-3.000.000 di Polacchi.
Anche se i campi di concentramento non erano il solo modo per eliminare ciò che i nazisti consideravano razze subumane e inferiori (c'erano infatti anche i temuti Einsatzgruppen (Gruppi speciali d'azione), squadre di sterminio che seguivano l'esercito invasore "e il cui solo obiettivo era l'uccisione in massa degli ebrei. . . . Seguendo da vicino la linea del fronte avanzante così che pochi potessero sfuggire alla loro rete, nei primi sei mesi della campagna gli Einsatzgruppen uccisero brutalmente con armi da fuoco, baionette, fuoco, torture, bastonate o seppellendoli vivi quasi mezzo milione di ebrei". - Hitler's Samurai - The Waffen-SS in Action, di Bruce Quarrie.) il vero orrore, le cui dimensioni sono incontenibili per un normale intelletto umano, si consumò proprio lì. Torture indicibili, le più disparate, psicologiche e fisiche, torture che spesso portavano ad una morte delle più orribili fra atroci sofferenze.
Infatti nei campi si poteva morire in diversi modi, per fame, malattia, una pallottola nella nuca, camera a gas, percosse, impiccagione, decapitazione e affogamento. Quello dell'affogamento era un metodo particolarmente raffinato. Lo scrittore Terrence Des Pres spiega: "Il fatto è che i detenuti erano sistematicamente sottoposti a sozzure. Erano il bersaglio deliberato del lancio di escrementi. . . . I detenuti nei campi nazisti affogavano letteralmente tra i propri rifiuti, e morire per via degli escrementi era una cosa comune. A Buchenwald, per esempio, le latrine consistevano di fosse aperte lunghe otto metri, profonde quattro metri e larghe quattro metri. . . . Queste stesse fosse, sempre traboccanti, venivano svuotate di notte da detenuti che non avevano altro per farlo che piccoli secchi". Un testimone oculare racconta: "Il posto era scivoloso e non illuminato. Dei trenta uomini assegnati a questo lavoro, dieci in media cadevano nella fossa durante il turno di ogni notte. Agli altri non era consentito tirar fuori i malcapitati. Quando il lavoro era stato ultimato e la fossa era vuota, allora e solo allora avevano il permesso di rimuovere i cadaveri". Non ci dilunghiamo oltre, si potrebbero citare molte altre testimonianze per dimostrare che i nazisti attuarono sempre più la politica dello sterminio man mano che venivano occupati altri paesi europei. La bibliografia su questo argomento è senza fine e le dichiarazioni dei testimoni oculari, unite alla documentazione fotografica, sono terrificanti.
Arrivati a questo punto si comprende bene l'esigenza di non dimenticare e di testimoniare questi terribili fatti alle generazioni future, affinchè servano loro da monito di come sia facile perdere il lume della ragione infervorati dalla pazzia anche di un solo uomo. Per dirla con le parole di Primo Levi, sopravvissuto ai campi di sterminio, morto suicida a causa delle profonde ferite psicologiche mai rimarginatesi:
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Se questo è un uomo - Primo Levi

Conclusione
Nei singoli la follia è una rarità: ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola.
Al di là del bene e del male, 1886, 34
Nietzsche elaborò il concetto filosofico del superuomo per esprimere il progetto di un nuovo essere in grado di accettare la vita, di rifiutare la morale tradizionale e di operare una trasvalutazione di valori, ponendosi di fronte alla realtà in modo critico.
Il messaggio più profondo dell’opera di Nietzsche deve essere ricercato esclusivamente sul piano filosofico e non su quello politico. Nietzsche, infatti, critica tutti gli idoli politici del suo tempo, dallo statalismo alla democrazia parlamentare, dal nazionalismo militarista al socialismo.
Le strumentalizzazioni e le diverse interpretazioni del nostro secolo non rendono giustizia al filosofo e hanno portato, non alla nascita di una nuova umanità liberata da tutte le autorità umane e divine, ma solo a crimini abominevoli a cui il vero superuomo non si sarebbe mai abbassato.

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