Giordano Bruno

Materie:Appunti
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Testo

GIORDANO BRUNO

Giordano Bruno ritorna in parte alla magia. Nasce nel 1548 a Nola, giovanissimo entrò nel chiostro Domenicano di Napoli, crebbe come un ragazzo prodigio, ma a 18 anni i primi dubbi sulla verità della religione cristiana lo posero in urto con l’ambiente ecclesiastico e fu costretto a fuggire (Ginevra, Tolosa, Parigi, Germania, Venezia, Roma). A Roma fu condannato dal tribunale dell’inquisizione a sette anni di carcere ai ripetuti inviti di ritrattare le sue dottrine le sue dottrine oppose un rifiuto e il17 febbraio 1600 veniva arso vivo in campo dei fiori a Roma. Gli scritti principali di Bruno sono: La cene delle ceneri, De l’infinito universo et mondi, lo spaccio della bestia, trionfanti e poi degli eroici furori. Tutti gli scritti di Bruno presentano una nota comune;
L’amore della vita nella sua potenza Dionisiaca, questo amore così prorompente verso la vita gli fece nutrire un odio così inestinguibile per tutti quelli che facevano della cultura una pura esercitazione libresca e distoglievano lo sguardo dalla natura e dalla vita.
Bruno considerò la natura tutta viva, tutta animata, da qui la sua predilezione per la magia. Il naturalismo di Bruno è in realtà una religione della natura: impeto lirico, esaltazione e furore eroico. La religione appare a Bruno come assurda, un insieme di superstizioni contrarie alla religione e alla natura. Di fronte a questa religiosità che Bruno deride come “Santa Asinità” sta l’alta religiosità, quella dei teologi cioè dei dotti che in ogni tempo e in ogni nazione hanno cercato la via per giungere a Dio. Questa religiosità e lo stesso filosofare. Bruno parla di Dio in duplice modo; mente al di sopra di tutto e mente presente in tutte le cose:
1) Dio fuori dal cosmo e dalla razionalità dell’uomo, e in conoscibile e ritiene vano il tentativo di risalire dalla natura a colui che l’ha creata. Di conseguenza in quanto sostanza trascendente Dio è solo oggetto di fede.
2) Dio è invece principio immanente del cosmo e risulta accessibile alla ragione umana, costituendosi come oggetto privilegiato del discorso filosofico. In quanto mente delle cose. Dio è anima del cosmo, che opera per mezzo dell’intelletto universale, cioè di quell’insieme di tutte le idee o forme che plasmano dal di dentro la materia, specificandola negli infiniti esseri del mondo. L’attributo fondamentale dell’universo quello che accorda ed esalta l’impeto lirico di Bruno è l’infinità.
Bruno polemizzando con la visione aristotelica e tolemaica concepisce l’universo come qualcosa di illimitato ed infinito, ospitante in se una molteplicità di mondi e di creature. Il tema dell’infinito rappresenta il punto d' incontro tra Bruno e la rivoluzione astronomica moderna.
Per Bruno il filosofo è il “furioso”, l’assetato di infinito e l’ebbro di Dio, che andando al di là di ogni limite con uno sforzo eroico ed appassionato (eroico da eros), raggiunge una sorta di sovraumana immedesimazione con il processo cosmico, perciò l’universo si dispiega nelle cose e le cose si risolvono nell’universo. In altre parole, “l’eroico furore” è la traduzione naturalistica del concetto platonico di amore, in quanto mostra come l’uomo “arso d’amore”, ma non pago dell’unione carnale con la donna e delle contemplazioni della bellezza, vada in cerca dell’infinito che solo può appagare le sue brame (desideri), innalzando al di sopra dei bassi furori, che lo tenevano incatenato alle cose finite e generando una sorta di sposalizio e di supremo amore fra lui e la natura.

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