Erasmo da Rotterdam

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Categoria:Filosofia

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Testo

ERASMO DA ROTTERDAM
Durante il Medioevo la Chiesa Cattolica aveva eretto il suo edificio culturale con Agostino (che non sapeva il greco) deformando Platone e con Tommaso (che pure non sapeva il greco) deformando Aristotele. Falsificava quindi sia il cristianesimo evangelico e contemporaneamente anche il pensiero greco-romano, tentando di infondere nel mondo pagano uno spiritualismo ad esso completamente estraneo e accostando allo spirito cristiano un significato politico mondano altrettanto estraneo.
L'Umanesimo, ricostruendo l'autentico valore storico culturale della classicità e riaffermando l'originale dignità e valore dell'uomo, non poteva non mettere in luce un'antitesi con questo cristianesimo, tuttavia non seppe completamente realizzare il superamento. Il compito della riforma religiosa umanistica doveva essere mirato a far rivivere la parola di Dio direttamente sulle coscienze degli uomini. A questo era necessaria la filologia, ripristinando il testo biblico alla sua purezza e genuinità.
Questo momento di riforma filologico-umanistico era rappresentato in maniera ideale da Erasmo da Rotterdam. Il vero nome era JEERT JEERTS, nacque a Rotterdam nel 1469 circa e morì a Basilea nel 1536. Rimasto orfano del padre venne spogliato dei suoi pochi averi dai tutori e quindi visse disagiatamente. Educato nel convento degli Agostiniani di Steyn, prese nel 1492 gli ordini ma ottenne più tardi la dispensa dai voti dal Papa Giulio II. A Torino ottenne la laurea in teologia. Qui e a Venezia venne in contatto l'umanesimo italiano. In Inghilterra scrisse "L'Elogio della Pazzia" (1509), insegnò teologia all'Università di Cambridge e nel 1516 pubblicò a Basilea l'edizione del Nuovo Testamento in greco originale. Tornò infine in patria a Basilea, luogo che si confaceva più al suo spirito in quanto vi convivevano pacificamente il Cattolicesimo e la Riforma. Qui iniziò con Lutero la sua polemica con alcuni scritti come il " De Libero Arbitrio" (1524).
La sua figura di intellettuale, sia in campo filosofico che teologico, non si risolve in maniera completa, ma spesso si lascia guidare dalla necessità della polemica. Il suo grande sentimento classico si traduce nell'avversione, come tutti gli Umanisti e i Rinnovatori Religiosi, per la Scolastica. Non apprezza le discussioni astratte o i problemi metafisici o dialettici degli Scolastici perchè non interessano direttamente il sentimento umano e gli interessi sociali, ma sono freddi esercizi mentali. Come umanista e letterato dà grande importanza a ciò che scuote l'animo e commuove, tende ad essere più un ragionatore che un razionalista. Per questo apprezza più di tutti Socrate che meglio di Platone fu sempre a contatto con la vita dell'uomo.
Lo sforzo di Erasmo è quello di mettere sulla stessa linea la fede con l'erudizione e il bello stile, come se fossero valori equivalenti. Vuole affermare la sostanziale identificazione dei valori più autentici del Crisitianesimo con la sapienza antica. Cerca quindi di togliere al Cristianesimo le asprezze e le affermazioni assolute. Aveva quindi cercato un equilibrio fra la pura moralità evangelica e la sobrietà e misura pagana; ne è testimonianza il suo latino duttile e colorito, pieno di psicologia, finezza e forza esortativa. Svela la funzione delle Humanae Litterae nella ciritica filologica ai testi sacri. La stessa funzione esercitarono nella lotta all'immoralità, agli abusi eclesiastici, all'ignoranza e all'intolleranza delle astruserie dogmatiche e ironicamente si abbatte sulla grettezza e sugli eccessi dei razionalisti. Insiste molto sulla figura di Socrate soprattutto nel suo paragone con Cristo. Riconosce la somiglianza fra queste due personalità nella loro opposizione tra valori autentici e valori inconsistenti, nell'equilibrio e dominio di se stessi, in contrapposizione con i beni mondani ed esteriori. Mostrando la somiglianza fra Socrate e Cristo, Erasmo vuole concretizzare con i comportamenti dei due più illustri rappresentanti, la coincidenza tra etica cristiana e etica pagana. Erasmo satireggiò la degenerazione di un epoca corrotta, i vizi dei laici come quelli degli ecclesiastici e da principio vide in Lutero il riformatore dei costumi e il polemista contro i privati teologi. La satira erasmiana, apparentemente spregiudicata, è densa di motivi etici. Nell' " Encomium" la Follia celebra le sue glorie e dichiara di voler fare l'elogio di sè come dominatrice del mondo; tutti gli uomini infatti sono a Lei ubbidienti e tutti contribuiscono al suo successo perchè essa domina ovunque: nell'amore, nella guerra, tra i teologi, tra i poeti, tra gli scienziati, tra i filosofi. Con questa impostazione l'opera diviene una paradossale satira di ogni manifestazione dell'attività umana. La Pazzia infatti è l'illusione, la menzogna di cui la vita dell'uomo si ammanta per nascondere la sua cruda realtà, ma il principale obiettivo della polemica è costituito dal clero e dallo stato della Chiesa. Devozioni degne di riso sono per Erasmo l'accendere candele dinanzi ad immagini in pieno giorno o intraprendere peregrinanzioni in luoghi dove nessun motivo plausibile spinge ad andare. L' Elogio si chiude ricordando il proverbio che: " spesso anche l'uomo pazzo parla giudiziosamente", mentre, in qualche misura, tutti si agisce da folli nella vita.
Tuttavia i temi della polemica protestante e la battaglia per una religiosità nuova sono espressi, oltre che nell'attacco ironico contro il vecchio, contro la tradizione superstiziosa e formalistica dell'Elogio, nell'opera "Il Milite Cristiano". In essa Erasmo contrappone alla cultura teologica, la fede religiosa che forma il soldato di Cristo. L'arma principale del Milite Cristiano è la lettura e l'interpretazione della Bibbia. Proprio da questo ritorno all'intendimento della Sacra Scrittura, Erasmo si attende quella riforma che è la restaurazione dell'autentica natura umana. Se quindi la "Rinascita" può solo essere determinata dalla parola di Cristo, Erasmo rivolge la sua attività di filologo, oltre che al Nuovo Testamento, anche ai Padri della Chiesa, mentre ripudia la speculazione Scolastica: la vera perfezione cristiana e quindi quella interiore della fede e non della vita ascetica.
Erasmo credeva nella fedeltà allo spirito del vangelo, rifiutava ogni fanatismo e dogmatismo della dottrina cristiana dimostrando di aver fatta sua la più alta lezione dell'Umanesimo proprio in questo senso critico e sereno, nella sua prudenza e ricerca di misura. Erasmo aveva inteso il rinnovamento religioso come la coscienza umana che ritorna alle origini del Cristianesimo e aveva studiato con la filologia i testi sacri per ritrovarne l'autentico significato. Come umanista il suo compito doveva fermarsi qui, faceva parte del mondo dei dotti e come tale era contrario a coinvolgere con la religione, forze politiche o sociali estranee al mondo della cultura. Per questo, quando Lutero nel 1519 gli chiese di appoggiare la Riforma, pur approvandone i principi che in massima parte lui stesso aveva indicato, si rifiutò di seguirlo nell'opera rivoluzionaria. Nel 1524 inoltre attaccò Lutero sul problema del libero arbitrio. Lutero si indirizzava, nella sua dottrina, verso una fede pura, un abbandono totale a Dio, alla sua iniziativa che con la teoria della predestinazione, nega il libero arbitrio. Sostenendo l'inconciliabilità fra onnipotenza divina e libero agire umano. Erasmo non può condividere l'intransigenza e l'assoluta religiosità di Lutero, non per il valore della sua tesi, ma perché da umanista doveva difendere la libertà e la dignità dell'uomo, affermando la capacità di salvarsi grazie alla sua collaborazione con Dio.

L’ELOGIO DELLA PAZZIA (Encomion morias seu laus stulitiae)
Significati:
/
infra-razionale ("che giace sotto lo spirito": "il vitale, il passionale, irrazionale dell'amore e dell'amicizia",)
in nome della pazzia
\
sopra-razionale ("il senza-perché, il senza ragione, ciò che è collegato al gioco e alla grazia")

Nell'Elogio della pazzia

Ideato nel 1509 durante il viaggio di ritorno dall’Italia, fu composto subito dopo, in sette giorni, mentre Erasmo era ospite di Tommaso Moro a cui l’elogio è dedicato.
Si tratta di un immaginario elogio che la Pazzia fa di sé: figlia illegittima di Pluto, dio della ricchezza, e di Giovinezza, e nutrita da Ubriachezza e Ignoranza, palesa i suoi meriti verso l’umanità: essa è fonte della vita, balsamo della vecchiaia, prolungamento dell’esistenza e suo sapore: porta all’accentuazione di sé e degli altri dando origine alle amicizie e ai matrimoni, armonizza la società degli uomini e domina persino gli dei. Qui parla come maschera della tolleranza umanistica di Erasmo, e si fa portavoce del buon senso: è lei che con le sue illusioni impedisce di vedere i dolori e le bruttezze del mondo, e con le sue fole dà inizio alle grandi imprese e alle arti.
Con un procedimento d’inversione ironica, chiama folle lo stolto sapientone che vuol forzare il cerchio della sua naturalità, mentre saggio è il pazzo che si attiene ad essa: la vita è un gioco di simulazioni e dissimulazioni di cui la Pazzia è suprema consapevolezza, perciò unica vera saggezza. Ma siamo avvertiti che c’è pazzia benefica e pazzia funesta; esse è una forma desiderabile finché si mantenga in un’innocua illusione e non diventi furiosa; c’è l’amor di sé che può dar piacevolezza alla vita quando sia vicino all’ingenuità propria della buona natura della Pazzia, ma che può rivelarsi , e come tale oggetto di satira accanita. Così come bersaglio della satira sono la superstizione, le pedanterie dei grammatici e dei giureconsulti, i poeti vanesi e adulatori, i filosofi di cui la natura si fa beffe, i presuntuosi teologi coi loro dannosi arzigogoli, i monaci e i religiosi furbastri e ciarlatani, a cui si oppone la semplicità del Vangelo. Così re, cortigiani, vescovi (soprattutto quelli tedeschi), cardinali e papi, in quanto impegnati a lisciar se stessi e arraffar denaro, dimentichi dei loro doveri. La pazzia torna a fare l’elogio vero e proprio di sé, elogio che era non solo già nei classici, ma anche nella Sacra Scrittura: ora la Pazzia è l’evangelico candore d’animo opposto ad ogni spirito farisaico e ad ogni intolleranza religiosa; è la religione stessa, se pazzia è la follia della Croce, la felicità celeste e lo stesso amore per Dio.
Alla fine un’altra inversione: non sempre i matti parlano da matti. Così con, il supremo scherzo, essa conclude il suo encomio.
Opera rilevatrice di un’alta tensione morale, sempre equilibrata al di sopra delle parti e rivolta ad una suprema armonia e conciliazione, godette di enorme notorietà, attirando però ostilità sia da parte dei cattolici, aspramente criticati per la presunzione scolastica e il malcostume ecclesiastico, sia dai riformisti, alle cui posizioni Erasmo mai volle aderire.
Fu il più grande successo letterario del secolo ed ebbe numerosissime edizioni, traduzioni e imitazioni già negli anni successivi alla sua apparizione.
Fu coinvolta nelle condanna degli scritti di Erasmo dalle Università di Parigi e di Lovanio, confermata solennemente dal Concilio di Trento, che nel 1546 includeva il corpus completo delle opere di Erasmo nell’ Index.
DIATRIBA DE LIBERO ARBITRIO:
Erasmo in una prima fase aveva accolta con simpatia la protesta luterana ma di essa non poteva accettare, come umanista, la tragica visione della vita terrena e l’impossibilità per l’uomo di contribuire alla propria salvezza. Una tale concezione appariva ad Erasmo come u n pericoloso ritorno indietro verso un cristianesimo che vedeva in tutto ciò che era terreno un peccato e un’irrimediabile malvagità. Per questo nel 1524 scrive la Diatriba de libero arbitrio nella quale criticava l’impostazione luterana e sottolineava come Iddio ci avesse donato la libera volontà proprio per permetterci di contribuire alla nostra salvezza.
Il tono dello scritto di Erasmo è sereno e dialogante: più che negare ed esecrare le tesi luterane, pone obiezioni molto ragionevoli dal punto di vista religioso e soprattutto sottolinea le contraddizioni implicite nelle posizioni dell’interlocutore. La critica di fondo è che se si nega qualunque possibilità di acquistare meriti di fronte a dio da parte dell’uomo, si nega anche il libero arbitrio e l’uomo non può scegliere se salvarsi o dannarsi. Ma, in tal modo, si nega anche la responsabilità e quindi non si vede perché debbano esistere premiati e puniti.
Alla conclusione di questa obiezione Erasmo previene la critica di Lutero: chi sei tu per stabilire come ragiona Dio? Egli risponde confermando l’imperscrutabilità dei giudizi divini ma allo stesso tempo proponendo la tesi di una ragionevole collaborazione tra grazia divina e volontà umana, il che, in fondo, è anche un’offerta di pace ad un Lutero che si stava avviando verso posizioni sempre più radicali. Ma proprio nella ragionevolezza stava il difetto della proposta di Erasmo: egli aveva troppa fiducia nella ragione, era un umanista troppo attento all’uomo e poco al tragico mistero della divinità.
Due anni dopo Lutero rispondeva allo scritto di Erasmo con nettezza inequivocabile e spezzava in tal modo un possibile legame tra riforma e umanesimo.

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