"Utopia" - Thomas Moore

Materie:Scheda libro
Categoria:Filosofia

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Testo

Francesca Peroni
Classe 2C
Filosofia

Utopia (1516) di Thomas Moore (ed. Laterza, Economica)

1. Struttura e contenuti
• La società
• Le istituzioni
• La famiglia
• L’economia
• La religione
• Condanna alla società
2. Riferimenti Selettivi
2.1. Controversie riguardo al titolo
2.2. Thomas Moore, Biografia
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1. Struttura e Contenuti

L’opera si apre con una lettera indirizzata ad un amico di Moore, Pietro, con il quale l’autore afferma di aver ascoltato il racconto riguardo l’isola di Utopia; in tale lettera Moore chiede a Pietro di visionare ed, eventualmente, correggere la trascrizione del racconto da lui fatta, allo scopo di evitare errori. Di seguito alla lettera inizia la vera opera, divisa in due libri.
Nel primo libro Moro racconta del suo incontro ad un ricevimento con l'amico Pietro il quale coglie l’occasione per potergli presentare Raffaele Itlodeo, marinaio, esperto conoscitore di terre lontane e reduce da lunghissimi ed innumerevoli viaggi.
I tre uomini, dopo essersi ritirati in un luogo appartato, intraprendono una lunga ed accesa discussione che tocca punti diversissimi far loro.
Durante la prima parte di tale discussione Moore asserisce che Itlodeo, poiché dotato di buon senso ed esperienza, sviluppati in seguito alla sua permanenza di cinque anni sull’isola di Utopia, potrebbe essere di grande utilità in qualità di consigliere in qualche corte europea.
Fra gli aspetti trattati, vengono messi in risalto la nobiltà parassitaria e i lati negativi della proprietà privati fra i quali, soprattutto, la divisione che faceva tra ricchi e poveri.
Questi ultimi, infatti, fortemente dipendenti dalla nobiltà, erano costretti da questi ultimi a mendicare e a fare lavori poco retribuiti. Anche la questione della pena di morte viene trattata: si pone l’accento, ad esempio, su come tale pena venisse inflitta con troppa facilità anche per i reati minori, come i furti, spesso ad opera di persone costrette a rubare per necessità. Ma l’affermazione di Moore ha come risultato quello di dare il via ad un combattuto diverbio sulla monarchia inglese e, soprattutto sui suoi problemi.
In realtà il motivo che spinge Itlodeo a rifiutare, ritenendo di non essere adeguato all’incarico che gli viene proposto, è proprio il fatto di aver vissuto per un lasso di tempo così lungo in quella società: egli infatti è ben conscio del fatto che il modello utopico, proprio a cause delle sue caratteristiche, è del tutto irrealizzabile in qualsiasi altro luogo.
Nella seconda parte dell'opera - che coincide con il secondo libro - il discorso di Itlodeo verte sulla descrizione dell'isola secondo i suoi più vari aspetti.
La società
Secondo lo statuto Utopico tutti i cittadini dell’isola nascono liberi e sono tutti uguali fra loro, senza distinzione alcuna.
Nonostante questo, nella società utopica è contemplata la schiavitù, ma solo come pena per i reati più gravi; non esistono infatti schiavi di guerra, schiavi per debiti, né tantomeno una casta di servile. Agli schiavi sono destinati tutti i lavori più umili.
Per il resto, tutti gli uomini liberi devono vere un lavoro, da svolgersi alternativamente in campagna ed in città, di modo che nessuno sia costretto a svolgere soltanto i lavori agricoli durante la sua esistenza.
Soltanto gli uomini di lettere sono esentati dal lavoro manuale perché possano dedicarsi unicamente allo studio delle lettere.
Anche i lavoratori, comunque, hanno a disposizione del tempo libero (sei ore) da dedicare allo svago o, qualora lo volessero, allo studio.
Inoltre gli uomini più meritevoli da punto di vista intellettuale (non bisogna dimenticare che la società utopica è basata sul sapere) vengono attribuite le cariche più importanti come quelle di ambasciatori, sacerdoti e persone facenti parte delle istituzioni.

Le istituzioni
La società Utopica è una repubblica democratica, rappresentata materialmente dai comitia publica, sede ed istituzione principale dello stato. All’interno di tale società non esiste un capo supremo; si cerca infatti di prevenire l’accentramento del potere in un solo individuo o l’insediamento di un potere tirannico tramite leggi chiare e concise.
In ognuna delle 54 città della federazione dell’isola di Utopia, il senato detiene il potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Tale senato è composto dai Filarchi, uno da ogni 30 nuclei familiari, un protofilarco, scelto tra 10 filarchi e un principe, eletto dai protofilarchi, che rimane in carica fino alla sua morte.
Oltre al senato cittadino, ogni anno nella città di Amauroto si riunisce un ulteriore senato, al quale prendono parte 3 rappresentanti per ognuna delle 54 città.
Le leggi dello stato di Utopia sono poche ed essenziali, ma chiare ed esaurenti, di modo tale che possano essere ben memorizzate da ognuno dei cittadini e che la reggenza dello stato poggi su saldi ed inattaccabili pilastri.
Lo stato di Utopia non possiede un esercito stabile in quanto non contempla una politica di aggressione, ma solo ed esclusivamente di difesa; nel caso l’isola o le sue colonie vengano attaccate, sono i cittadini stessi sono i cittadini stessi ad impugnare le armi e a difenderla.
Va sottolineato inoltre un altro aspetto del loro modo di fare la guerra. Gli utopiani ritengono infatti che una vittoria ottenuta con grandissimo spargimento di sangue sia motivo di vergogna poiché, secondo loro “sembra ignoranza pagar troppo caro una merce, per quanto di pregio”. Secondo questo loro modo di pensare la guerra è assai più gratificante una vittoria ottenuta con uno stratagemma o un inganno, purché riesca a limitare il numero delle vittime.
Famiglia
Il nucleo fondamentale della società utopica, sia in campo economico (prima tappa produttiva dell’agricoltura) che in campo politico, poiché decide per l’elezione dei filarchi (uno ogni trenta famiglie) e dei candidati al principato.
All’interno del nucleo familiare è il membro più anziano a comandare o, in caso di disturbi legati all’avanzata senilità, il parente prossimo più anziano. Anche all’interno della famiglia esiste una precisa gerarchia: i figli devono ubbidire al proprio padre e la moglie al proprio marito.
Da sottolineare inoltre la grande importanza che gli utopici attribuiscono al matrimonio: le stesse leggi dello stato sono assai più severe proprio con lo scopo di preservare la sacralità e la moralità del nucleo famigliare.
Prima del matrimonio l’uomo e la donna vengano fatti spogliare nudi l’uno di fronte all’altra affinché possano vedersi e verificare che nessuno dei due presenti imperfezioni fisiche, taciute precedentemente, per evitare così che il rapporto non si deteriori dopo il matrimonio perché consumato senza pieno amore e conoscenza reciproca. Sono vietati i rapporti precedenti al matrimonio.
Le stesse leggi dello stato sull’argomento sono molto severe allo scopo di preservare la sacralità e la moralità della famiglia.
L’economia
L’economia di Utopia è principalmente basata sul lavoro. Ogni cittadino lavoro al giorno esattamente sei ore (a meno che non desideri dedicare anche parte delle sei ore di riposo al lavoro). Moore precisa però di non lasciarsi ingannare dalla brevità della giornata lavorativa dei cittadini di Utopia poiché tutta la popolazione lavora quotidianamente, in modo tale che non ci sia mai mancanza di generi di prima necessità.
Come già detto in precedenza ogni cittadino ha il dovere di apprendere minimo un lavoro e, a rotazione, di lavorare in campagna. In realtà questo sistema di rotazione non è rigidamente cristallizzato: chiunque nutra una vera e propria passione per il proprio lavoro può richiedere ed ottenere dei cambiamenti sui turni, di un mese o più.
I sifogranti hanno il compito di vigilare sui lavoratori: regolano i turni di lavoro nelle campagne, verificano che nessuno abbia più lavoro di quanto glie ne spetta (a meno che non lo desideri l’interessato), controllano che nessuno passi le proprio giornate ad oziare e che tutti abbiano un occupazione.
Particolare è l’atteggiamento degli abitanti di Utopia nei confronti di metalli e pietre preziosi: l’oro non viene considerato un metallo “ nobile” e i cittadini usano adornarsene per abbellirsi, ma è utilizzato per i più svariati oggetti (vengono citati addirittura i vasi da notte) e per cingere i polsi degli schiavi (è possibile che questo simboleggiasse la schiavitù dell’uomo dai beni materiali); viene inoltre utilizzato per gli scambi esteri con le altre popolazioni; le pietre preziose vengono regalate ai bambini fino all’età dei quindici anni poiché ancora di animo innocente.
La religione
Ad Utopia c’è massima libertà di culto: ogni religione è ammessa, solo l’ateismo non viene accettato poiché corrisponderebbe, secondo il loro modo di pensare, ad un abbassamento della natura dell’anima dell’uomo, che merita invece il massimo rispetto.

Condanna alla società
La città utopica descritta da Moore non è un caso letterario isolato. Nel periodo in cui Utopia venne pubblicata, moltissimi altri scrittori si cimentarono sull’argomento (basti pensare a Nuova Atlantide di Bacone o a La città del sole di Campanella).
La maggior parte di queste opere di contenuto “utopistico” presentava sostanzialmente sempre gli stessi elementi: città poste in luoghi idealizzati, spesso e volentieri su isole remote nell’emisfero australe del mondo, proprio per esaltare i caratteri di isolamento e di autarchia che hanno portato pace e prosperità agli abitanti del luogo, sempre il più lontano possibile dalle bellicose e viziose società europee.
Tali città sono fondate sul lavoro di ogni cittadino, donne comprese, in modo tale da aumentare la produzione beneficio delle ore lavorative (sei ore) e di quelle di riposo (sempre sei ore) durante le quali tutti possono dedicarsi allo studio: la cultura infatti non deve essere ad esclusivo appannaggio di una classe privilegiata: tutti devono potervi accedere.
Sembra quindi che queste città siano dei veri e proprio modelli precomunisti e presocialisti, dove è vietata la proprietà privata, tutto appartiene a tutti ed è lo stato a distribuire equamente cibo, abitazioni e a regolare i turni di lavoro.
Nel caso specifico dell'opera di Moro possiamo però vedere che la società, oltre che precomunista, può anche essere interpretata come una forma primitiva di socialismo dove i più abili e capaci (ovvero i sifogranti) governano lo stato. Si tratta quindi di un potere derivato dalle capacità personali di ogni individuo e dal voto popolare, non da diritti di sangue, dalla ricchezza o dal potere militare.
Altri elementi contro i quali Moore si scaglia sono senza dubbio i parassiti e gli oziosi che vivono sulle spalle della società, la guerra, che l’autore rifiuta totalmente, se non a scopo difensivo, l’arbitrio dei singoli individui senza consultazione popolare, la prepotenza dei principi regnanti e l pena di morte.
2. Riferimenti Selettivi
2.1. Controversie riguardo al titolo

La parola utopia nasce nel 1516 dalla mente di Thomas Moore che la utilizzò per la prima volta in una sua opera, ove esponeva usi e costumi della popolo dell’isola di Utopia, della quale venne a conoscenza tramite un marinaio.
Questa parola ha sicuramente origini greche; tuttavia la sua etimologia ha derivazione leggermente ambigua in quanto, nonostante sia appurato che l’ultima parte del nome derivi da topos (luogo), non si è chiaro se la prima parte derivi dalla parola greca eu (bene), piuttosto che da ou (non). Se si decide infatti di ritenere valida la prima ipotesi, la parola utopia significherebbe "luogo felice"; se invece si optasse per la seconda alternativa, allora utopia assumerebbe significato di "non luogo", "luogo inesistente".
La controversia sull’origine del nome è dovuta al fatto che Moore, nella su opera, racconta di una civiltà che presenta entrambe le caratteristiche: è un luogo perfetto, un oasi felice, ma al contempo è irrealizzabile. Lo stesso intento dell’autore sembra però essere stato quello di descrivere una società talmente impeccabile da non poter essere attuata e, quindi, l’origine più probabile del nome è quella di "non luogo".
A supporto della seconda ipotesi c’è anche l’uso di una serie di nomi come Amuroto (città invisibile), chiamata, in precedenza, Abraxa (dove non piove), oppure il fiume che scorre vicino alla città stessa, Anidro (senz’acqua) o, ancora, il principe Ademo (senza popolo).

2.2. Thomas Moore: Biografia

Thomas Moore nacque a Londra (Inghilterra). Entrò alla corte di Enrico VIII nel 1520 (anno della bolla Exsurge Domini con cui Papa Leone X minaccia Lutero di scomunica) e viene nominato cavaliere l’anno seguente (nello stesso anno Lutero viene scomunicato da Papa Leone X con la bolla Decet Romanorum e, sotto garanzia di un salvacondotto, compare davanti alla Dieta su richiesta dell’imperatore Carlo V, dove difende le sue tesi).
Viene celebrato come avvocato, nonostante alcuna prova dei casi da lui trattati sia giunta sino a noi. Per quanto riguarda i suoi studi, sappiamo che fu inizialmente un umanista, nel senso più comune del termine. Fu grande amico di Erasmo da Rotterdam ma le relazioni tra i due si tesero poiché Moro era impegnato nell'ortodossia religiosa, mentre Erasmo cercò di verificare ciò che vedeva come errori intrinseci della dottrina cattolica.
Moro fu inoltre l'autore di diversi lunghi, e a volte violenti, trattati che attaccavano i riformatori religiosi come William Tyndale, Christopher Saint German, Martin Lutero o chiunque altro andasse a dibattere un qualsiasi aspetto dei privilegi della Chiesa Romana i temi spirituali (come per l'abilità del clero di redimere il peccato) o temporali (come per il primato della legge canonica sulla legge comune).
Assunse la carica di cancelliere nel 1529 quando il suo predecessore, il Cardinale Thomas Wolsey, Arcivescovo di York, non riuscendo ad ottenere il divorzio e l'annullamento del matrimonio che Enrico VIII aveva cercato, fu costretto a dimettersi. Ma il sovrano non aveva calcolato la resistenza di Moore riguardo la questione. Essendo stato infatti stato ben istruito in diritto canonico, oltre che profondamente religioso - al punto di compiacersi dell'autoflagellazione - Moro considerava l'annullamento del sacramento del matrimonio come una questione di giurisdizione papale e la posizione di Papa Clemente VII era chiaramente contro il divorzio. Fu così che Enrico si pose a capo della chiesa d’Inghilterra ed impose al clero di prestare l'iniziale giuramento di supremazia, dichiarando il sovrano inglese come capo della Chiesa. Moore, in quanto laico, non fu sottomesso a tale giuramento, ma si dimise comunque dalla carica di cancelliere il 16 maggio 1532, piuttosto che assoggettarsi al neo-autoeletto capo della Chiesa anglicana.
Le sue dimissioni sfuggirono ad un tentativo iniziale di collegarlo ad un episodio di tradimento, ma nel 1534 il Parlamento passò l'atto di successione, che includeva un giuramento che riconosceva la legittimità di ogni figlio nato da Enrico ed Anna Bolena, e ripudiava "ogni autorità straniera, principe, o potentato". Come per il "giuramento di supremazia", questo non venne richiesto a tutti i sudditi, ma solo a coloro che vennero specificamente convocati a prestarlo; in altre parole, coloro che rivestivano un incarico pubblico e coloro i quali erano sospettati di non appoggiare Enrico. Moro venne chiamato a prestare giuramento nell'aprile del 1535 ma, essendosi rifiutato, venne imprigionato nella Torre di Londra, dove continuò a scrivere. La sua politica fu quella di mantenere il silenzio, che in giurisprudenza può considerarsi come un assenso senza spergiurare se stessi. Fallita questa mossa, venne processato, condannato, incarcerato e quindi giustiziato a Tower Hill il 6 luglio. La sua testa venne mostrata sul London Bridge per un mese, quindi recuperata da sua figlia, Margaret Roper.
Moro venne canonizzato come santo della chiesa cattolica nel 1935 da papa Pio XI. Nel 2000, San Tommaso Moro venne dichiarato "Celestiale patrono degli statisti e dei politici" da Papa Giovanni Paolo II.

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