Epicurei e scettici

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Categoria:Filosofia

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Testo

CAP.8. Epicurei e scettici: "vivi nascosto" e "sospendi il tuo giudizio"
LETTURA INTRODUTTIVA

“Consideriamo un gran bene l'indipendenza dai desideri, non perché sempre ci debba bastare il poco, ma affinché, se non abbiamo molto, il poco ci basti: siamo infatti persuasi che soavissimamente goda l'abbondanza chi minimamente ne ha bisogno; e che tutto quello che natura vuole è agevole, ciò che vuole l'opinione vano e malagevole.... L'essere usi a vitto semplice e non sontuoso è dunque salubre e rende l'uomo alacre alle necessarie occupazioni della vita; e quando, ad intervalli, addiveniamo a vita sontuosa, ci rende ad essa meglio disposti e ci fa intrepidi della fortuna.
Quando noi dunque diciamo che il fine è il piacere, non intendiamo i piaceri dei dissoluti e dei gaudenti... ma il non soffrire quanto al corpo e non esser turbati quanto all'anima. Perché non simposi o feste continue, né godersi giovanetti e donne, né pesci od altro che offre mensa sontuosa rendono dolce la vita, ma sobrio giudizio che indaghi le cause d'ogni scelta o avversione che discacci gli errori onde gli animi son colmi d'inquietudine. Di tutte queste cose è principio ed il massimo bene la prudenza, e perciò anche più pregevole della filosofia è la prudenza, origine di tutte le altre virtù, perché c'insegna che non c'è vita piacevole se non saggia e bella e giusta, se non piacevole."
§ 1. Vita e insegnamento di Epicuro: il "Giardino" come comunità di amici
Secondo Aristotele, al filosofo, per realizzare il suo scopo e la sua virtù più alta (la vita contemplativa) converrà tenersi lontano dalla vita politica. Quanto ad Epicuro, il suo motto è addirittura: "vivi nascosto". Per lui il mondo degli onori politici, della gloria militare, dell'esibizione chiassosa della ricchezza, insomma il mondo tutto intero delle convenzioni sociali va evitato e fuggito.
"VIVI NASCOSTO", PERCHE' L'ONORE E LA RICCHEZZA SONO
SCOPI INGANNEVOLI, NATI DALLE CONVENZIONI SOCIALI
Egli fondò così una scuola in Atene, non allo scopo della vita contemplativa, ma per praticare insieme l'esame razionale dei mezzi necessari a conseguire la felicità e al tempo stesso per godere dei piaceri dell'amicizia. Il suo "Giardino" (la scuola si teneva nel giardino della sua stessa casa) era aperto anche alle donne e agli schiavi e costituiva una comunità di vita, oltre che di discussione, i cui membri intendevano aiutarsi reciprocamente a salvarsi dalle illusioni e dai pregiudizi derivanti dalle convenzioni sociali. Si trattava in un certo senso di una setta, certo non fanatica o intollerante, ma comunque convinta di possedere un insegnamento valido per tutta l'umanità. Di essa Epicuro era la guida spirituale, il maestro di vita - il guru, potremmo dire. Egli si preoccupò di riassumere la sua dottrina filosofica in alcune lettere (pervenuteci per intero) rivolte ad alcune comunità di suoi seguaci residenti altrove: esse costituivano una specie di catechismo.
EPICURO E' IL MAESTRO DI PENSIERO E DI VITA DI UNA SCUOLA-COMUNITA'
La dottrina era stata essenzialmente pensata in funzione della chiarificazione morale dei singoli, in funzione della loro ricerca della felicità, e veniva da lui riassunta in tali lettere per quei seguaci che non avevano abbastanza tempo da dedicare alla filosofia sistematica. Poiché dunque è la felicità del singolo nella vita quotidiana, nel mondo dei sensi, che sta a cuore agli epicurei, non si può dire che la loro teoria fisica presenti una particolare originalità (essa infatti è derivata dall'atomismo di Democrito), nè dopo Epicuro, il maestro venerato, troviamo nella scuola altri filosofi originali.
GLI EPICUREI CONTESTANO LA TEOLOGIA ASTRALE, CHE
GIUSTIFICA FILOSOFICAMENTE IL POLITEISMO TRADIZIONALE
Nonostante il loro rifiuto della politica, la loro influenza sociale e culturale nel mondo ellenistico e poi nel mondo romano fu notevole. *Come ha mostrato Benjamin Farrington, essi furono gli unici a contestare apertamente la teologia astrale platonica ed aristotelica. Tale contestazione è un fatto sociale abbastanza rilevante, se si pensa che proprio la teologia astrale permetteva alle classi dirigenti del mondo antico di salvare il politeismo tradizionale conciliandolo con la teologia filosofica degli intellettuali e di esercitare un certo controllo sociale sui ceti popolari attraverso la dimensione del sacro e la paura della giustizia divina dell'al di là.
§ 2. La fisica di Epicuro: gli atomi possono deviare dalla loro traiettoria normale
Lo scopo principale che la fisica di Epicuro si propone è quello di liberare l'uomo dalle credenze religiose e dalle superstizioni, che sono per lui la principale causa delle paure e degli affanni dell'uomo. Egli vuole liberarlo soprattutto dal timore delle punizioni divine, ed elabora a questo scopo una dottrina che, pur senza negare l'esistenza degli dei, li esclude totalmente dal governo del mondo. "Solstizi, eclissi, il sorgere e il tramontare" e gli altri fenomeni della natura si verificano "senza che ci sia qualche essere a ciò preposto e che di ciò abbia dato ordine ad essi". La regolarità dei fenomeni celesti, che Platone aveva attribuito a una intelligenza superiore operante negli astri, e che Aristotele aveva indicato come la prova più sicura della tendenza della natura verso la perfezione divina, viene attribuita a fenomeni meccanici, a combinazioni di atomi.
PUR NON NEGANDO GLI DEI, EPICURO NEGA CHE LA
NATURA SIA RETTA DA UN DISEGNO INTELLIGENTE
Epicuro accoglie e sviluppa la dottrina atomistica che risaliva a Leucippo e Democrito (sebbene egli piuttosto presuntuosamente neghi di dover qualcosa ai filosofi precedenti).
Come Democrito, egli afferma che esistono solo gli atomi e il vuoto. Dall'eternità esiste un numero infinito di atomi che cadono in un vuoto senza fine. Dallo scontro e dall'aggregazione di questi atomi si originano tutte le cose.
Dunque gli atomi cadono dall'eternità in un vuoto infinito. Ma se i gravi cadono tutti nella stessa direzione, verso il basso, come è possibile che si incontrino e si uniscano a formare le cose? Come ha potuto originarsi il mondo?
GLI ATOMI- IL CUI MOTO E' PARALLELO -SI INCONTRANO
A CAUSA DI UNA IMPREVEDIBILE E CASUALE DEVIAZIONE
Ed ecco intervenire la famosa dottrina della declinazione (o "clinamen" - in latino): Epicuro ammette una deviazione dalla linea retta che porta gli atomi a scontrarsi fra loro. Questa declinazione avviene senza che sia intervenuta qualsiasi causa a determinarla. E' assolutamente libera e incausata. Epicuro rinuncia all'applicazione generale e sistematica della legge della causalità. Il *determinismo causale di Democrito (cioè la concezione secondo cui a ciascuna causa segue necessariamente un determinato effetto) è così abbandonato.
Era una soluzione destinata a suscitare infinite discussioni perché intaccava il principio dell'uniformità causale.
Ma ad Epicuro questa dottrina faceva comodo anche e soprattutto perché gli offriva la possibilità di salvare il libero arbitrio. "...Se - scrive l'epicureo latino Lucrezio - tutti i movimenti si svolgessero in concatenamento reciproco, e se un nuovo movimento nascesse sempre da un ordine stabilito, se i primi elementi, con la loro declinazione, non producessero un movimento tale da rompere le leggi del fato, sì da impedire che la concatenazione delle cause vada all'infinito, donde deriverebbe questa libera facoltà di sottrarsi al fato che vediamo propria degli esseri animati per tutta la terra, per via della quale possiamo andare ovunque la volontà ci guidi?"
LA RINUNCIA AL DETERMINISMO CAUSALE PERMETTE DI
SALVARE IL LIBERO ARBITRIO E DI RIFIUTARE IL FATO
*Possiamo concluderne che ad Epicuro, ancor più che spiegare il processo di formazione del mondo, interessava salvare la possibilità del libero arbitrio. La deviazione dell'atomo gli sembrava aprire all'uomo uno spazio di libertà nelle pieghe dell'ordine ontologico. Epicuro non accetta l'idea che l'individuo abbia un posto fisso assegnatogli dalla necessità, dal fato o dall'ordine cosmico, e che non possa allontanarsi da esso. Il futuro non è già predeterminato e c'è perciò spazio per l'iniziativa umana fra le diverse alternative: la prudenza del saggio può cogliere l'occasione opportuna per raggiungere la felicità.
§ 3. L'etica epicurea: la vera felicità è attingibile solo da chi ha il senso del limite.
Non la fisica ma la medicina è *probabilmente la scienza più vicina idealmente alla filosofia di Epicuro:
Vano è discorso di filosofo che non medichi qualche passione umana: e come l'arte medica a nulla giova se non ci libera dalle malattie corporee, così neppur la filosofia, se non ci libera dai mali dello spirito (fr. 65 dell'ediz. Laterza delle Opere di Epicuro).
LA FILOSOFIA E' LA MEDICINA DELL'ANIMA E LA CURA DALLE PAURE IRRAZIONALI
Così la sintesi dell'insegnamento di Epicuro è rappresentata dal "tetrafarmaco", una sorta di medicamento contro le ferite dell'anima. Ecco dunque i quattro farmaci, ovvero i quattro insegnamenti essenziali, che liberano dal dolore inutile provocato dai timori e che permettono di conseguire la vera felicità, cioè una stabile condizione di piacere: 1) "La divinità non deve recare timore, 2) "non è paurosa la morte", 3) "agevole a procurarsi è il bene", 4) "facile a sopportarsi il male".
GLI DEI VIVONO BEATAMENTE PER CONTO PROPRIO
E NON SI CURANO DI PUNIRE GLI UOMINI
La prima massima ci libera dal timore degli dei. Di essi Epicuro ammette l'esistenza come evidente e accettata per comune consenso. Egli, *a quanto pare, li considera corporei, dato che "non possiamo pensare di per se stesso esistente nulla di incorporeo, se non il vuoto" (Epicuro, Opere, p. 56). Lucrezio ci parla poi di "immagini che partono dai santi loro corpi e che rappresentano la forma degli dei nelle menti degli uomini" (De rerum natura, VI, 76-77). Certamente per Epicuro essi sono beati e imperturbabili e non si occupano di punire gli uomini, nè interferiscono nel corso dei cieli o delle vicende terrene: "occupazioni e cure e ire e benevolenze non s'accordano con lo stato di perfetta beatitudine".
CON LA MORTE IL CORPO DIVENTA INSENSIBILE E IL DOLORE IMPOSSIBILE
La seconda massima ci libera dal timore della morte. L'anima per Epicuro è naturalmente corporea, composta di atomi leggeri e mobilissimi, e la morte è la dissoluzione di un aggregato di atomi composto da tale anima e dal corpo vero e proprio. Quando l'aggregato si dissolve è impossibile la sensazione e quindi il dolore. "Quando noi siamo la morte, non c'è, e quando c'è la morte allora noi non siamo più" (Opere, p. 32).
Ma il saggio, oltre a non temere la morte, non rimpiange neppure l'immortalità (Massime Capitali XIX e XX; cfr. quanto detto alla fine del § 3)
LA SOFFERENZA HA SEMPRE UN LIMITE E IL SAGGIO
SA PROCURARSI UNO STABILE STATO DI PIACERE
Nella vita umana le sofferenze sono limitate (giunte al massimo sopportabile, ben presto si attenuano e giunge la morte) e il piacere è facilmente conseguibile, almeno per il saggio. Il piacere stabile, in cui consiste la felicità, infatti è assenza di turbamento, di passione, di desiderio, stato permanente di quiete e di serenità. Non va quindi ricercato qualunque piacere, ma solo quei piaceri che sono capaci di durare e di rinforzare il nostro stato di serenità.
DESIDERI NATURALI-NECESSARI, NATURALI-NON NECESSARI
E NON-NATURALI (ARTIFICIALI)
Per chiarire i criteri di scelta tra i vari tipi di piacere, dobbiamo esporre la classificazione che Epicuro fa dei desideri. I desideri possono essere naturali o non naturali, derivanti cioè da "vana opinione". E i naturali a loro volta si dividono in necessari e non necessari. Dice un antico commentatore: "Epicuro stima naturali e necessari quei desideri che ci liberano dal dolore corporeo, come bere quando si ha sete; naturali ma non necessari quelli che non sottraggono il dolore corporeo, ma solo svariano il piacere, come i cibi sontuosi: non naturali e non necessari , come il desiderio di corone e di statue in proprio onore."
LIBERARSI DAI DESIDERI NON NATURALI ED ESSERE
CAUTI CON QUELLI NATURALI NON-NECESSARI
In questo spirito, l'epicureo considera con cautela i piaceri sessuali e la passione amorosa, non è ambizioso, rifugge dal potere e dagli onori e non si affanna ad accumulare denaro e ricchezze: i suoi piaceri sono quelli che derivano dai cibi semplici e sani, dall'amicizia e dalla serena discussione intellettuale. "Non violentare la natura, ma obbedirvi: v'obbediremo saziando i desideri necessari, e quelli naturali se non nuociano, quelli dannosi rifiutando aspramente" . "Povertà commisurata al fine naturale è ricchezza grande: ricchezza ove non sia misura è gran povertà."
§ 3.1. APPROFONDIMENTO. Confronto dell'edonismo di Epicuro con l'edonismo moderno
E' interessante notare che la concezione classica del senso della misura e del limite, già radicata nel mondo greco fin dai tempi dei sette Saggi, fortemente valorizzata dall'etica di Aristotele, è dominante anche in un pensatore piuttosto anomalo come Epicuro. Egli in effetti fu sostenitore dell'atomismo, dell'*edonismo e dell'individualismo, concezioni di minoranza, che il pensiero greco nel suo complesso ha rifiutato, ma rimase fedele all'idea della misura e del limite. Perciò il filosofo del Giardino è più lontano ancora dall'edonismo e dall'utilitarismo moderno di quanto non lo sia dalla dottrina del piacere dei cirenaici.
MENTRE LA FISICA MATERIALISTICA DI EPICURO E' ANOMALA RISPETTO
ALLA CULTURA GRECA, NON LO E' AFFATTO LA SUA ETICA DEL LIMITE
*Confrontiamo l'etica epicurea per esempio con l'utilitarismo edonistico di Jeremy Bantham (elaborato nei primi decenni dell'ottocento). Questo è una specie di calcolo dei piaceri e dei dolori, registrato in partita doppia, allo scopo di massimizzare il piacere e minimizzare il dolore. Certo, anche Epicuro ha una strategia finalizzata ad un maggior piacere futuro, che gli consiglia di preferire un certo particolare piacere presente ad un certo altro o, in certe condizioni, di accettare anche un certo dolore presente. Tuttavia scopo finale non è la massimizzazione, la crescita quantitativa del piacere, ma uno stato di equilibrio, di serenità e di quiete, l'assenza di turbamento (atarassia). Secondo lui i piaceri non possono crescere oltre un certo limite, e il massimo a cui l'uomo puo' arrivare è uno stato di appagamento e di quiete.
C'E' UN LIMITE MASSIMO AL PIACERE:
NON HA SENSO LA RINCORSA ALL'INFINITO DEI PIACERI
La crescita infinita del piacere, da un lato, e la finalizzazione esclusiva del presente al futuro (il sacrificio del presente per il futuro), dall'altro, sono prospettive viste con sospetto e disapprovazione della cultura greca e anche da Epicuro. Egli riproduce in sostanza la condanna platonica e aristotelica sia della bramosia senza limite di piacere e di ricchezza, sia dell'arte crematistica, l'arte di accumulare denaro. Ma il suo rifiuto dell'accumulazione di ricchezze ci sembra debba essere collegato ad un altro tema interessante, che è assai diverso dal rifiuto religioso e aristocratico di Platone: la concentrazione del saggio nel presente.
IL MASSIMO DELLA FELICITA' PUO' ESSERE
REALIZZATO DAL SAGGIO GIA' NEL PRESENTE
Il saggio, pur non lasciandosi dominare dal desiderio e dalle passioni del momento, pur essendo previdente, non vive in funzione del futuro, non ha un progetto da realizzare nel futuro, nè si aspetta dal futuro la realizzazione illimitata dei desideri, come fa chi accumula ricchezza. C'è un limite al piacere corporeo e il futuro non potrà dare al saggio nulla di più di ciò che può già dargli, in condizioni mediamente fortunate, il presente. Questa rincorsa titanica del futuro da parte dell'accumulatore è ben espressa da Metrodoro, amico e discepolo del filosofo: "V'è chi nella vita intera si accumula di che vivere, non considerando che, per tutti noi, mortale fu propinato il filtro della nascita." (Sentenze vaticane, XXX).
Nello stesso senso vanno anche altre massime di Epicuro:
“Selvaggia attività accumula ricchezze, ma si crea misera vita.
Chi meno desidera il domani al domani s'avvia con più gioia.”
Il saggio, invece, sa realizzarsi nel presente e per questo può anche cogliere le opportunità dell'avvenire, mentre "vita stolta è ingrata e trepida: tutta si protende all'avvenire". Secondo Epicuro il futuro non è mai veramente prevedibile: "non esiste alcun modo di preveggenza del futuro, e se pure alcuno vi fosse, non si deve dare nessun valore agli avvenimenti dipende dal nostro volere"; esso "non è nè nostro nè interamente non nostro".
*Dunque, egli rifiuta da un lato le previsioni astrologiche (pratica diffussima ai suoi tempi, incoraggiata, di fatto, anche dalla teologia astrale degli intellettuali), dall'altro l'attivismo profano degli ambiziosi e degli avidi, titanicamente protesi verso un avvenire che però, ricorda Epicuro, non è del tutto nostro. Essi rinunciano così, in nome di un futuro incerto, alla gioia e alla pace del presente.
"CARPE DIEM", MASSIMA ESSENZIALE DELL'EPICUREISMO
Epicuro dunque si distingue nel pensiero occidentale per questa sua concentrazione sul momento attualmente vissuto ("carpe diem"), per questa sua opposizione a tutti quei progetti che ci fanno rinunciare in modo completo al presente, così come per la sua concezione del piacere come uno stato di serenità continuo, senza accelerazioni e senza essenziali sviluppi.
IL SAGGIO SA CONSEGUIRE UN PIACERE STABILE NEL PRESENTE,
SENZA FARSI ILLUSIONI SUL FUTURO, CHE NON DIPENDE SOLO DA LUI
Egli si oppone, da un lato, alla tradizione che afferma che l'uomo ha un destino *trascendente, al di là de mondo del'esperienza quotidiana. Tale tradizione era rappresentata ai suoi tempi dagli orfici, dai pitagorici e dai platonici; ben presto, sarebbe stata amplificata dalla teologia delle grandi religioni di salvezza. Tuttavia, è evidente anche la differenza dell'epicureismo rispetto allo spirito moderno di accumulazione, alla progettualità moderna, titanicamente volta verso la creazione di nuove tecniche, di nuove ricchezze, di nuove forme di società, addirittura di un nuovo modello di uomo. Progredire, superare, andare oltre, sono le parole d'ordine della modernità. Anche questo tipo particolare di trascendenza - o meglio, di autotrascendimento dell'uomo - è estraneo ad Epicuro. Il senso classico del limite e della misura che egli esprime è più vicino semmai all'ascetismo della filosofia buddista, e in genere alla ricerca dell'armonia dei saggi orientali.
*Fatte queste considerazioni è forse ormai possibile intendere questa sua difficile massima: "Il tempo finito e l'infinito hanno ugual copia di piacere, se di questo si definisca giustamente il limite con la ragione. Nel perfetto equilibrio del suo presente, l'immortalità non ha senso per il saggio.
§ 4. Lo scetticismo
LA FELICITA' E' ASSENZA DI TURBAMENTO
La corrente scettica nasce quasi contemporaneamente (per l'esattezza qualche anno prima) alle correnti filosofiche epicurea e stoica e, nonostante la sua conclamata sfiducia nella conoscenza, ha con esse alcune caratteristiche comuni. Lo scopo della filosofia scettica, è, non diversamente dalle filosofie epicurea e stoica, e in consonanza con il clima culturale ellenistico, la felicità (eudaimonia) individuale. Tale felicità -non diversamente dagli epicurei e dagli stoici- è concepita dagli scettici come atarassia (alla lettera: assenza di turbamento), insomma come liberazione dalle passioni, come serenità ed equilibrio, da conseguirsi lontano dal chiasso mondano delle ricchezze e degli onori.
LE CREDENZE ASSOLUTE, DOGMATICHE, SONO FONTE DI TURBAMENTO
Tuttavia la specificità degli scettici sta nel mezzo scelto per realizzare tale fine: la rinuncia alla pretesa di conoscere qualcosa con certezza, la sospensione (epochè) del giudizio. In effetti anche Epicuro sosteneva che certe credenze (la provvidenza e l'intervento divino nelle cose umane, la vita dopo la morte ecc.) creino nell'uomo inutili turbamenti. Molto più radicale è l'impostazione degli scettici, dato che per loro tutte le credenze, tutte le opinioni, se poste come assolute, come certe, sono fonte di turbamento. Raggiunge la serenità e l'atarassia solo chi non si lascia sedurre dalle false certezze dei presunti sapienti e sospende il suo giudizio sull'essenza del mondo e dell'essere.
GLI SCETTICI SOSPENDONO IL GIUDIZIO SULL'ESSENZA DELLE COSE
Nel corso di alcuni secoli lo scetticismo ellenistico elaborò tutta una serie di argomenti (o tropi) contro le pretese di conoscenza dei "dogmatici". Essi potevano attingere ad una radicata tradizione che, dagli eleatici a Platone, aveva messo in luce le difficoltà che nascono dall'affidarsi alla testimonianza dei sensi. Egualmente esisteva già tutto un repertorio (sofistico, socratico e megarico) di argomentazioni contro le pretese dell'intelletto di possedere idee valide a priori, indipendenti dalla sensazione. Essi affinarono ulteriormente questo patrimonio e, congiungendo gli argomenti contro i sensi a quelli contro l'intelletto, sostennero ad oltranza l'impossibilità del sapere.
Parleremo qui ora solo di uno dei molti maetrsi dello scetticismo antico, Pirrone di Elide. Egli vissuto tra il 365 e il 275, partecipò alla spedizione di Alessandro in Oriente e potè conoscere i sapienti e i fachiri indù, detti dai greci gimnosofisti, cioè "sapienti nudi". Capacità di autodominio, disprezzo per la ricchezza e gli onori, ritiro dal mondo, concentrazione in se stessi erano le caratteristiche di tali gimnosofisti, che devono aver in qualche modo influenzato Pirrone. I suoi ideali erano infatti l'afasia (il silenzio), la adoxia (la rinuncia all'opinione) e la atarassia (l'assenza di turbamento). *Probabilmente sulla base dell'esempio di costoro, ed anche di quello di Socrate e di Diogene il Cinico, Pirrone rinunciò a fondare una scuola vera e propria e a scrivere opere filosofiche, ma fu piuttosto un maestro di vita.
ENTRATO IN CONTATTO CON I SAPIENTI INDIANI,
PIRRONE FU ESSENZIALMENTE UN MAESTRO DI VITA
A quanto ci risulta, Pirrone pensava che le cose, per loro natura, siano "indeterminate, indifferenziate e non misurabili", di modo che non sono conoscibili nè con la sensazione nè con l'intelletto. La cosa migliore sarà quindi essere "senza opinioni, senza inclinazioni e senza turbamenti".
LA REALTA' E' INDETERMINATA E INCONOSCIBILE,
I COSTUMI DEI POPOLI SONO VARIABILI E RELATIVI
Se alcuni sofisti negavano il valore morale delle usanze e delle convenzioni sociali (negavano il valore del nomos - legge, convenzione - in nome della physis - natura), per Pirrone non esiste nemmeno il giusto e l'ingiusto per natura: i diversi popoli agiscono a giudicano secondo le loro diverse leggi e consuetudini.
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