Cartesio

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Testo

Cartesio
a cura di Riccardo Rosa

La vita e le opere
René Descartes (Cartesio) nacque a La Haye, nella Turenna, il 31 marzo del 1596. Proveniva da una nobile famiglia (il padre era consigliere al parlamento al parlamento di Bretagna) . Egli fu presto mandato a studiare nel Collegio gesuitico di La Fléche, una delle scuole più importanti del tempo. Lì ebbe una solida formazione filosofica e scientifica. Fu avviato alla Scolastica che secondo i gesuiti era l’unica arma contro l’eresia, ma questo non fece che confondere l’animo di Cartesio. Questa filosofia che i gesuiti insegnavano tendeva a riportare gli animi al passato, e non lasciavano spazio al presente. A causa di questo metodo utilizzato dai gesuiti si sentì insoddisfatto dei suoi studi. Quando lasciò il collegio si iscrisse all’università di Poitiers e si laureò in diritto. Presto però intraprese la carriera militare. Durante la guerra dei Trent’anni si arruolò nelle truppe Olandesi per combattere contro la Spagna. In quegli anni conobbe Isacco Beeckman che lo spronò agli studi della fisica. Stabilitosi in Olanda iniziò a scrivere un trattato sulla metafisica che presto interruppe per iniziare il “Trattato di Fisica”. Però non lo pubblicò perché dopo aver sentito della condanna a Galileo ebbe paura di fare la stessa fine. Una volta venuto a conoscenza, che le tesi di Galileo erano state definite contro la religione cristiana dal papa Urbano VIII, scrisse il “Discorso sul metodo”. Questo trattato andava a difendere la nuova scienza e venne considerato il primo avvio alla filosofia moderna. In questo periodo si sposò ed ebbe una figlia: Francine. Questa morì a cinque anni e lasciò una piaga profonda nel cuore di Cartesio ed anche nel suo pensiero. Riprese la composizione che aveva abbandonato del “Trattato sulla metafisica”, ma l’intitolò “Meditazioni” e lo scrisse in latino per renderlo accessibile solo a chi veramente lo poteva capire. Nonostante le numerose polemiche che seguirono la pubblicazione dell’opera Cartesio elaborò i “Principi di Filosofia”. Nel 1649 si trasferì in Svezia accogliendo l’invito della regina Cristina. Scrisse “Le passioni dell’anima”. Morì di polmonite in Svezia e furono trasportate in Francia e riposte nella chiesa di Saint-Germain a Parigi.

Le critiche di Cartesio alla filosofia tradizionale
. Con queste parole Cartesio dà un severo giudizio alla filosofia tradizionale. Questa, che lui aveva studiato in Collegio, gli pareva lacunosa. In questo periodo si stavano sviluppando nuove teorie filosofiche e scientifiche, Cartesio sente l’esigenza di un metodo adeguato che le metta in ordine. Egli ammirava il sapere matematico, ma criticava duramente la quella tradizionale, proprio perché mancava di un giusto metodo. Egli voleva elaborare una matematica universale utile in ogni campo. Matematica e geometria per Cartesio devono fare riferimento allo stesso metodo. Attraverso la geometria analitica Cartesio illumina la matematica. Questo nuovo metodo detterà la fine della vecchia scienza e l’inizio della nuova. La filosofia tradizionale era troppo estranea alle nuove teorie. Cartesio si oppone alla tradizione aristotelica senza separare la filosofia dalla scienza.

Intorno al metodo
Il metodo che Cartesio andava ad elaborare doveva essere facile e accessibile a tutti. Nel “Discorso sul metodo” scrive le quattro regole che governano il metodo. La prima è la regola dell’evidenza. Questa si raggiunge attraverso l’atto intuitivo, e si può paragonare a quella idea chiara e distinta che riflette solo la luce della ragione. La seconda regola è l’analisi. Solo questa, infatti, può condurre all’evidenza perché consente all’intelletto di smentire le ambiguità. Cartesio diceva che questo problema serviva proprio per >. Infatti, proprio attraverso la semplicità si giunge più facilmente all’intuizione. La terza regola è la sintesi. Questa ha il compito di ricomporre gli elementi che con l’analisi erano stati scomposti. Deve partire da elementi assoluti e procedere verso gli elementi relativi. L’ultima è la regola del controllo, che revisionando la completezza dell’analisi e la correttezza della sintesi, impedisce eventuali errori.
Tutte queste sono regole semplici che sottolineano la rigorosità della ricerca. Tramite questa ogni problema deve essere invaso dalla luce della ragione.

Cogito, ergo sum
Per rendersi conto dell’universalità delle regole, che aveva formulato, Cartesio le applica al sapere tradizionale. Facendo ciò voleva vedere se questo avesse qualche verità talmente chiara e distinta da sottrarsi a qualsiasi dubbio. La condizione che occorrerà rispettare è il rifiuto di tutte le verità inquinate dal dubbio. Per evitare ciò Cartesio prese in esame i principi su cui fondava tutta la tradizione. Ma prendendo in esame questi principi Cartesio si trova in difficoltà perché non riesce a trovare un settore del sapere che regga alla forza corrosiva del dubbio. Questo dubbio si differenzia da quello degli scettici, proprio perché vuole giungere alla verità. Viene detto metodico, vuole partire dalla certezza per affermare la certezza. Prima esisteva il dubbio iperbolico che però partiva dall’incertezza per affermare la certezza. Dopo aver messo tutto in dubbio Cartesio iniziò a dubitare di se stesso e facendo questo trovò il principio che stava cercando: “Cogito, ergo sum” (“Penso, quindi sono”).Questa certezza non poteva essere confutata perché viene confermata dallo stesso dubbio. Col termine pensiero egli intende tutte le volontà che sono presenti in noi: le volontà dell’intelletto, le volontà delle immaginazioni…. La chiarezza è la regola fondamentale della conoscenza, l’intuizione è l’atto. Tale affermazione non è un ragionamento, ma una pura intuizione. Questo è un atto intuitivo grazie al quale riesco a percepire la mia esistenza. Cartesio, cercando di definire la natura dell’esistenza, afferma che questa è una res cogitans, una realtà pensante. L’uomo, appunto, è una realtà pensante, in questo modo Cartesio ha raggiunto una certezza incrollabile che conferma le sue regole, le quali si annunciavano come fondamentali per qualsiasi sapere. Queste regole si ritrovano fondate sulla certezza che il nostro io si presenta con i caratteri della chiarezza e della distinzione. D’ora in avanti l’attività conoscitiva più che preoccuparsi di fondare in senso metafisico le sue conquiste, dovrà ricercare la chiarezza e la distinzione, i quali contrassegnano la verità imposta dalla nostra ragione, e devono contrassegnare ogni altra verità. Ogni verità deve presentare l’aspetto della chiarezza e della distinzione. Per raggiungerli è indispensabile seguire le regole del metodo. La verità del cogito serve a fondare queste regole perché rivela la natura della coscienza umana. Ispirato dalla chiarezza della matematica Cartesio afferma che questa non è altro che un settore del sapere regolato da un metodo universale. Quindi questo metodo non è fondato dalla matematica, ma fonda la matematica e qualsiasi altro sapere. Questo metodo si fonda sulla retta ragione umana, che è quella facoltà di giudicare e distinguere il vero dal falso.

Il ruolo di Dio
L’io in quanto res cogitans si rivela il luogo di una molteplicità di idee, che Cartesio tripartisce le in:
a) idee innate, che nascono con l’uomo
b) idee avventizie, che provengono dall’esterno
c) idee fattizie, costruite dall’individuo durante la vita quotidiana
Mentre le idee fattizie non costituiscono alcun problema in quanto vengono elaborate dall’individuo in prima persona, le altre due costituiscono un problema. Cartesio per risolverlo pone di risolvere il problema dell’esistenza e del ruolo di Dio. Cartesio quindi s’imbatte nell’idea innata di Dio come una sostanza infinita, eterna, indipendente dalla quale siamo stati creati. Egli si chiede se questa deve ritenersi soggettiva oppure oggettiva. Questa ricerca non parte più dal mondo e dall’universale, bensì dall’uomo e dal particolare (parte dal particolare per giungere all’universale). La nostra consapevolezza dell’esistenza di una causa originaria che ha prodotto la nostra stessa esistenza non è altro che un’idea innata. Tale idea non può avere per causa altri che un essere infinito, cioè Dio. Noi non possiamo rappresentare questo ente perché nasciamo limitati e finiti. Secondo Cartesio chi nega l’esistenza di Dio si ritiene autoprodotto, ma se questi si fosse autoprodotto perché pur conoscendo la perfezione si è creato imperfetto? Questa è una contraddizione. Soffermandosi su tale idea Cartesio formula la nota prova ontologica. L’esistenza è parte integrante dell’essenza, per cui non è possibile avere l’idea di Dio senza ammetterne l’esistenza, così come non è possibile concepire un triangolo senza pensarlo con la somma degli angoli interni uguale a due retti, o come non è concepibile una montagna senza vallata. Questa è la prova ontologica di Anselmo che Cartesio riprende e fa sua.
Cartesio si imbatte in una idea che è in noi, ma non da noi come il sigillo dell’artefice sul suo manufatto. Questa metafora viene usata per difendere la positività della realtà umana e la sua capacità di conoscere il vero. Sotto la forza protettiva di Dio le idee non possono ingannarci. Così il dubbio viene sconfitto e il criterio dell’evidenza viene conclusivamente giustificato. Ora il problema della fondazione del metodo di ricerca si trova definitivamente risolto e nello stesso tempo rafforzato dalla presenza di Dio che ne garantisce il carattere oggettivo. Le verità eterne sono quelle che, esprimendo l’essenza del reale, diventeranno l’ossatura del nuovo sapere. Queste sono eterne, perché sono state create da Dio che è eterno. Però queste verità non sono partecipazione dell’essenza di Dio quindi tramite queste non è possibile scrutare i suoi progetti.
Cartesio afferma che Dio è veritiero e con ciò sottintende che l’uomo erra. Sta, infatti all’uomo fare buon uso delle sue facoltà. L’errore secondo Cartesio ha luogo nel giudizio.

Il mondo
Cartesio approfondendo lo studio delle idee avventizie giunge all’esistenza del mondo fisico. L’esistenza di questo mondo è confermata dalla geometria, che si fonde con l’idea di estensione. Noi oltre all’intelletto possediamo la facoltà di immaginare e di sentire. L’intelletto può applicarsi a considerare il mondo corporeo in quanto si avvale dell’immaginazione e delle facoltà sensibili le quali ricevono stimoli e sensazioni.Le facoltà immaginative e sensibili attestano l’esistenza del mondo corporeo, ma ciò non deve indurre d ammettere tutto ciò che proviene dai sensi. Bisogna quindi fare una selezione applicando il metodo delle idee chiare e distinte. L’unica cosa che si può concepire chiara e distinta di tutto ciò che proviene dal mondo esterno attraverso le facoltà sensibili è l’estensione.
Il mondo spirituale è res cogitans, il mondo materiale è res extensa. Tutto il resto per Cartesio è secondario.Questo è un punto di immensa portata rivoluzionaria, che Cartesio riprende da Galilei, da questo dipende la possibilità di intraprendere un nuovo discorso scientifico. Ridotta la materia ad estensione scinde la realtà in due versanti: la res cogitans per quanto concerne il mondo spirituale e la res extensa per quanto concerne quello materiale. Non esistono realtà intermedie.
La filosofia di Cartesio è in grado di annientare tutti gli ostacoli che avevano vietato sino ad allora l’affermazione della nuova scienza. L’universo cartesiano è costituito da due principi: materia e movimento. La materia porta al rifiuto del vuoto, il movimento spiega , invece i fenomeni. Le leggi fondamentali che reggono l’universo sono due: il principio di conservazione e il principio di inerzia.Un corpo tende a muoversi in linea retta, e non si ferma né rallenta il proprio movimento a meno che non lo cede a un altro. Il cambiamento di direzione avviene solo con la spinta di un altro corpo. Dunque questi due principi sono i principi basilari dell’universo.
Sia il corpo umano che gli organismi sono delle macchine e funzionano in base a principi meccanici che ne regolano i moti e le funzioni. Ciò che si intende per la vita non è altro che un’entità naturale presente nel sangue.

L’uomo la res cogitans e la res extensa
A differenza degli altri esseri viventi l’uomo è colui nel quale si trovano insieme la res cogitans e la res extensa. Egli è una sorta di punto d’incontro trai due mondi (l’anima e il corpo). L’anima è pensiero, non è vita, e la sua separazione dal corpo non provoca la morte. L’anima è una realtà inestesa, mentre il corpo è esteso. Queste due realtà non hanno nulla in comune. Cartesio scrive che l’anima è collocata nel corpo come un pilota nella sua nave. Egli immagina che Dio abbia formato una statua di terra simile al nostro corpo. Egli spiega il calore del sangue dicendo che contribuisce a tenere il cuore rigonfio ed elastico. Tramite la circolazione il sangue giunge al cervello fino alla ghiandola pineale che per Cartesio è la sede dell’anima. In questo modo l’anima muove il corpo e agisce su di esso.
L’anima, inoltre, può vincere le emozioni che la distraggono dall’attività intellettuale. A tale scopo sono importanti la tristezza e la gioia, la prima in gradoni far intendere le cose da cui rifuggire, la seconda le cose da coltivare. Solo la ragione può accogliere o rifiutare le emozioni. La saggezza consiste nell’assunzione del pensiero chiaro e distinto.

La morale provvisoria
Per favorire il dominio della ragione sulla tirannia delle passioni, Cartesio propone come “morale provvisoria” quattro regole che poi, per lui, si sono rivelate valide e definitive:
1) obbedire alle leggi, ai costumi e alla religione del proprio paese, accogliendo le opinioni comuni più moderate;
2) perseverare nelle azioni con la maggiore fermezza e risolutezza possibile;
3) vincere piuttosto se stessi che la fortuna, e mutare piuttosto i propri desideri che l’ordine del mondo;
4) coltivare la ragione e la conoscenza del vero.
Dall’insieme risulta evidente la direzione dell’etica cartesiana, e cioè la sottomissione lenta e faticosa della volontà alla ragione, quale forza -guida di tutto l’uomo. A tale scopo lo studio delle passioni e del loro intrecciarsi nell’anima, mira a rendere più agevole il perseguimento del primato della ragione sulle volontà e sulle passioni. La libertà della volontà si realizza solo attraverso la sottomissione alla logica dell’ordine che l’intelletto è chiamato a scoprire, fuori e dentro di sé.

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