Aristotele

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia

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Testo

All’arrivo di Aristotele le condizioni politiche greche sono cambiate notevolmente rispetto ai tempi di Platone. La crisi della polis appare irreversibile e falliscono tutti i tentativi di arginarla di fronte alla potenza macedona. Mutano cosi anche le condizioni di libertà del cittadino: egli non è più coinvolto direttamente nella politica e così anche la filosofia comincia a dedicarsi ad altri argomenti, soprattutto conoscitivi ed etici.

LA VITA:
Aristotele nacque a Stagira nel 384-383 a.C.. Entrò nella scuola di Platone a 17 anni e vi rimase fino alla morte del maestro. Il suo pensiero, profondamente influenzato dalla figura di Platone nei primi tempi, dopo la morte del maestro prese tutt’altra via, tanto che alcuni definirono tale evento come un atteggiamento di ingratitudine, poi in realtà infondata.
Lasciata l’Accademia si diresse a Asso. Qui fondo una piccola comunità platonica e sposò la figlia del tiranno di Atarneo trasferendosi poi a Mitilene. Nel 342 fu chiamato per assumere l’educazione di Alessandro. Ebbe così grande importanza nella formazione della persona di Alessendro Magno, a cui comunicò la convinzione della superiorità della cultura greca e della sua capacità di comandare il mondo intero. Quando Alessandro assunse un governo orientale, Aristotele si staccò da lui. Dopo 13 anni tornò ad Atene, dove, favorito da mezzi di studio eccezionali forniti dal re, fondò la sua scuola, il Liceo. Alla morte di Alessandro, un’insurrezione del partito nazionalistico ateniese mise in pericolo Aristotele che fuggi. Morì di una malattia di stomaco a 63 anni.

GLI SCRITTI:
Aristotele scrisse due tipologie di scritti differenti: gli scritti acroamatici o esoterici, destinati all’insegnamento nel liceo, e gli scritti essoterici, destinati al pubblico esterno, semplificati da miti e vivacizzati nello stile. Per quanto riguarda la conoscenza di Aristotele e del suo pensiero, l’analisi partì esclusivamente dai dialoghi, che vennero poi via via sostituiti dagli scritti per la scuola. La differenza tra i due sta nel fatto che se nei primi, ossia negli scritti acroamatici, il pensiero di Aristotele perfettamente sistematico e compiuto, privo di oscillazioni o dubbi, nei dialoghi appare invece l’andamento reale del suo pensiero, che venne colto più volte da crisi e mutamenti.
Gli scritti essoterici:
Nei dialoghi Aristotele non solo riprese la forma letteraria platonica, ma addirittura argomenti e talvolta pure titoli. Tra i più importanti ritroviamo il Dell’anima, corrispondente al Fedone, dove viene ripreso il tema dell’immortalità dell’anima prendendo spunto da un racconto: Eudemo fa un sogno profetico che gli preannuncia la sua guarigione, la morte di un tiranno e il suo ritorno in patria. Le prime due cose avvengono, ma poi Eudemo muore. Avviene così la terza profezia, il ritorno dell’anima alla propria patria, che è quella eterna. Qui anche Aristotele combatte la teoria dell’anima come armonia, e ammette la dottrina dell’anamnesi: l’anima scende ne corpo e dimentica la vita precedente poiché il corpo è una malattia. Ritornando al di là ricorda tutto di nuovo poiché è una liberazione.
Altri dialoghi importanti sono il Protrettico, un’esortazione alla filosofia, e il Sulla filosofia, che segna il primo distacco di Aristotele da Platone. Nei primi due libri c’è una critica serrata contro le idee platoniche, nel terzo invece si riprende in positivo. Aristotele accetta la teoria dell’esistenza di una divinità, motore immobile di un mondo come causa finale. Aristotele utilizzerà i mito della caverna per dimostrare l’esistenza di tale divinità, che egli concepisce come Dio.

Gli scritti acroamatici:
Qui ritroviamo tutti gli armenti che possono riguardare uno studio liceale: dalla Logica alle Categorie, dalla Metafisica alla fisica, all’etica, alla politica, all’economia, alla poetica, alla retorica.

DISTACCO DA PLATONE E L’ENCICLOPEDIA DEL SAPERE:

La frattura tra Platone e Aristotele parte innanzitutto dal differente indirizzo dell’età classica, cui fa parte Platone, e dell’età ellenistica, cui fa parte Aristotele. La prima distinzione tra i due è dunque una diversa concezione degli scopi e della struttura del sapere.
Platone è fermamente convinto della finalità politica della conoscenza e vede il filosofo come un legislatore e reggitore della città. Aristotele invece fissa tale scopo sulla conoscenza disinteressata della realtà e vede il filosofo come uno scienziato-professore, dedito a ricerche e insegnamenti. Per quanto riguarda la struttura del sapere e della realtà, Platone guarda il mondo in senso estremamente verticale e gerarchico, distinguendo realtà vere e false, e conoscenze superiori e inferiori. Aristotele invece, seppur inizialmente abbia appoggiato tale concezione, nella sua maturità giunge invece a guardare il mondo in senso orizzontale senza distinzione alcuna sul piano della dignità ontologica della realtà e su quello gnoseologico del sapere. Semplicemente Aristotele non ammette la realtà come unica, ma come divisa in varie parti, ciascuna studiata da gruppi di scienze diversi, che insieme formano l’enciclopedia del sapere. In questo modo Aristotele constata di fatto ciò che stava avvenendo realmente, ossia la differenziazione delle varie scienze che prendevano via via strade diverse. Aristotele, considerandola come metafisica, concepisce la filosofia come la scienza che studia la realtà e l’essere in generale. In tal modo la filosofia diventa a scienza prima, quella che si occupa dell’oggetto comune a tutte le scienze e i principi comuni a tutti, diventano organizzatrice e unificatrice di tutte le scienze.
Altra sostanziale differenza si ritrova in un differente metodo di filosofare. Se Platone infatti ammette un sistema aperto, un filosofare problematico pieno di dubbi e soluzioni, in Aristotele ritroviamo invece un sistema chiuso, un’insieme fisso e immutabile di verità connesse tra loro. Inoltre in quest’ultimo scompare ogni rapporto con la poesia. Poi pure gli interessi dei due sono diversi: matematici dell’uno e scientifici-naturali dell’altro.
Nonostante queste numerose differenze, bisogna pensare al pensiero di Aristotele come in rapporto di continuità con quello di Platone.

LA METAFISICA:
Innanzitutto bisogna dire che Aristotele distinse tre gruppi di scienza:
1. quelle teoretiche, che hanno per oggetto ciò che è necessario, ossia ciò che non può esser diverso da come è, e come scopo la conoscenza disinteressata della realtà. Esse sono la metafisica, la fisica e la matematica.
2. quelle pratiche, che hanno per oggetto il possibile, ciò che può essere diverso da come è, e come scopo l’illuminazione dell’agire. Esse studiano l’abito dell’agire individuale e collettivo e sono l’etica e a politica;
3. quelle poietiche, anch’esse con oggetto il possibile e scopo l’illuminazione, ma diversamente da quelle pratiche esse studiano l’ambito della produzione o manipolazione degli oggetti, e sono le arti belle e le tecniche.

Il termine metafisica, che indica quella parte di filosofia che indaga sulle strutture ultime e sulle cause supreme di tute le cose, non fu coniato da Aristotele, che invece la definiva “filosofia prima”, ma bensì da Andronico di Rodi, che nell’organizzare i libri della biblioteca aristotelica, pose quelli riguardanti tale argomento dopo tutti gli altri, ossia i libri di fisica.
Aristotele da ben quattro definizioni di metafisica:
1. scienza che studia le cause e i principi primi;
2. scienza che studia l’essere in quanto tale;
3. scienza che studia la sostanza;
4. scienza che studia Dio e la sostanza immutabile;
I fondamentale tra i quattro è decisamente il secondo. La metafisica è infatti quella scienza che, a differenza delle altre che si occupano di uno specifico campo della realtà, studia l’essere in quanto tale, ossia la realtà in generale, senza distinzione alcuna, ed è per questo che rappresenta la filosofia prima.
Se quindi la metafisica è lo studio dell’essere, si pone ora il problema di cosa sia l’essere. Per Aristotele l’essere non ha un’unica forma ed significato, ma una molteplicità di forme e significati. Fra tute le possibilità Aristotele ha raccolto quelle basilari:
a) l’essere come accidente;
b) l’essere come categorie;
c) l’essere come vero;
d) l’essere come atto e potenza;

Per quanto riguarda le categorie, Aristotele le definisce come le caratteristiche fondamentali e strutturali dell’essere. Esse sono la sostanza, la qualità, la quantità, la reazione, l’agire, il subire, il dove e il quando. Di tutte queste categoria la più importante è la sostanza, poiché tutte le altre la presuppongono. La sostanza rappresenta il qualche cosa a cui tutte le altre categorie si riferiscono. Tale teoria implica due conseguenze:
1) in virtù di essa, si capisce come il termine essere no sia allo stesso tempo ne univoco, ne equivoco o omonimo. L’essere non ha ne un solo significato, ne tanti completamente diversi tra loro, bensì una molteplicità di significati uniti dal comune riferimento alla sostanza;
2) così dicendola domanda iniziale “cos’è l’essere?”, si identifica con la domanda finale “cos’è la sostanza?”.

Per stabilire come l’oggetto proprio della metafisica sia la sostanza, Aristotele utilizza anche un altro procedimento. La metafisica deve auto-costituirsi in analogia alle altre scienze. Se le altre scienze procedono per astrazione, spogliando le cose dai caratteri di cui non si occupano, così deve fare la metafisica, spogliando l’essere di tutti i suoi significati particolari e considerandolo solo in quanto essere. A tale scopo si utilizza il principio di non-contraddizione: “è impossibile affermare e negare allo stesso tempo uno stesso predicato intorno a un stesso soggetto” (logica) “è impossibile che la stessa cosa sia e alo stesso tempo non sia ciò che è” (ontologica). Prendendo in esame le due definizioni, il principio di non-contraddizione dice che ogni essere ha una natura determinata che no si può negare e che quindi è necessaria, non potendo essere diversa da come è. La sostanza viene a rappresentare la natura determinata dell’essere, l’essere dell’essere.
Per sostanza Aristotele intende l’individuo concreto che funge da soggetto reale di proprietà e da soggetto logico di predicati. Aristotele indicherà tale individuo come “tode ti”, il questo qui, completamente autonomo dalle proprietà che gli si attribuisce. L’essere sarà quindi insieme di sostanze e proprietà di tali sostanze.
Ogni sostanza forma un sinolo, ossia un’unione indissolubile di forma, ossia struttura interna di ciò che rappresenta (umanità per l’uomo) e materia, ossia la materia di cui è composta la sostanza, il sostrato. La forma è l’elemento determinante e attivo del sinolo, che struttura la materia, che a sua volta è l’elemento passivo e determinato.
Dalla sostanza si distingue poi l’accidente, ossia le qualità casuali che una sostanza può avere o non avere.

Connessa con la sostanza è la dottrina delle quattro cause, i quattro perché di ogni cosa:
1) la causa materiale, ossia la materia di cui è composta la cosa;
2) la causa formale, ossia la natura di tale cosa (la natura razionale è la causa dell’uomo);
3) la causa efficiente, ossia ciò che provoca mutamento o quiete di tale cosa;
4) la causa finale, ossia lo scopo cui tale cosa tende.
Tali quattro cause sono specificazioni della sostanza globale e inoltre le ultime tre possono coincidere in una cosa sola se si tratta di processi naturali, ma completamente differenti se si tratta di processi artificiali.

Critiche contro Platone:
La principale critica aristotelica su Platone, seppur gli viene attribuito il merito di aver focalizzato la causa formale delle cose con la teoria delle idee, tuttavia gli viene contestato il fatto che tali idee risiedono al di fuori delle cose che rappresentano, e perciò non si capisce bene come possano essere la loro causa. Secondo Aristotele il principio delle cose non può che risiedere nelle cose stesse, ossia nella loro forma interiore.
Oltre a tale obbiezione, la più importante, Aristotele critica anche il fatto che le idee si pongono come inutili doppioni, che complicano, anziché semplificare, ciò che devono rendere comprensibile, in quanto risiedono in numero molto maggiore rispetto alle stesse cose sensibili.
Infine altra critica segue la teoria del terzo uomo, ossia dell’infinità di tali idee, e un’altra va contro il fatto che le idee , essendo immobili, non possono spiegare il movimento delle cose.

La dottrina del divenire:
La dottrina delle quattro cause è connessa con il problema del divenire: se infatti è un fatto che il divenire esista, resta il problema di come va pensato. Aristotele sostiene che esso diventa impensabile se, come sostenevano gli Eleati, implica un passaggio dal non-essere all’essere e viceversa. Per il filosofo infatti è semplicemente un passaggio da un certo tipo di essere a un altro, un mutamento.
Allo scopo di pensare adeguatamente la realtà del divenire, Aristotele elabora i concetti di potenza e atto. La potenza è la possibilità di compiere un’azione, l’atto è la messa in pratica di tale possibilità.
La potenza sta alla materia come l’atto sta alla forma: la materia è la possibilità di assumere forme diverse, la forma è lo svolgimento di tale possibilità. Il punto di partenza del divenire è quindi la materia come privazione, pura potenza, di una certa forma, mentre il punto di arrivo è l’assunzione di tale forma. Aristotele ritiene che l’atto possieda una priorità gnoseologica, cronologica ed ontologica rispetto alla potenza. Gnoseologica poiché di fatto la conoscenza della potenza presuppone la conoscenza dell’atto; cronologica poiché l’atto è temporalmente prima della potenza; ontologica poiché l’atto costituisce la causa, il senso e il fine della potenza. L potenza aristotelica è inoltre una sota di possibilità a senso unico, una necessità in gravidanza. La necessità è così la modalità fondamentale dell’essere e il suo principale strumento interpretativo.
Accanto a forma, materia, atto e potenza, e privazione, il divenire presuppone altre due cause: quella efficiente che da inizio al divenire, e quella finale, che è il fine del divenire. Inoltre spesso ciò che è forma è allo stesso tempo materia: la stessa cosa può essere considerata potenza e atto alo stesso tempo. Questa catena infinita presuppone però una materia prima che sia pura potenza al suo estremo iniziale. Questa materia però non va confusa con i quattro elementi, poiché anch’essi, essendo distinguibili tra di loro,possiedono determinazioni e quindi si trovano in atto. La materia prima aristotelica è quindi semplicemente una nozione teorica, indimostrabile, sostrato di ogni divenire. All’altro estremo è invece posta la forma pura o atto puro, cioè la perfezione realizzata che coincide con Dio.

La concezione di Dio:
Nella Metafisica Aristotele da una dimostrazione dell’esistenza di Dio, che diverrà celebre per molti secoli. Essa è tratta dalla cinematica, la teoria generale del movimento. Il filosofo parte dalla certezza secondo cui se qualcosa è in moto, per forza ci deve essere qualcuno che l’ha fatto muovere, e perfino per questo qualcuno ci sarà qualcosa che lo avrà fatto muovere, e così via. Non si può tuttavia continuare all’infinito, poiché resterebbe inspiegato il movimento iniziale. Per cui ci deve esse per forza un principio assolutamente primo e immobile, causa iniziale di ogni movimento possibile.
Aristotele identifica il “motore immobile” richiesto dalla teoria sovrastante, con Dio, riferendogli poi degli attributi strettamente connessi tra loro. Dio è atto puro, poiché dire potenza è dire possibilità di movimento, ed è pure immateriale, poiché materia è potenza, ed è inoltre realtà eterna e pienamente compiuta. Tale motore immobile non genera movimento efficiente, ossia con un impulso, ma movimento finale attraverso un’attrazione magnetica con il mondo, poiché, la materia prima, che è pura potenza, tende verso la forma pura e la perfezione. Contemporaneamente Dio, che è perfezione e atto puro, attrae verso di se la materia prima.
Tale sostanza non è unica, ma vene ne sono altre. Dio è infatti, secondo la fisica, motore del primo cielo, ma il ragionamento sull’esistenza di Dio può essere applicato a proposito di tutti i cieli. Sicché esisteranno 47 o 55 Intelligenze motrici, corrispondenti alle 47 o 55 sfere celesti che venivano riconosciute dall’astronomia del tempo.

LA LOGICA:
Il generale la logica è quella disciplina che può aiutarci nel ragionare bene, facendoci capire i principi e le regole del discorso corretto.
Gli scritti logici di Aristotele sono contenuti nell’opera intitolata Organon, termine coniato da Alessandro di Afrodisia, che significa strumento e definisce ciò che rappresentava realmente la logica per Aristotele. Essa non è infatti ne una scienza teoretica (matematica, fisica), ne una scienza pratica (etica, politica), ne una scienza poietica (arte, retorica), ma è semplicemente lo strumento che regola l’arte del ragionare e costituisce la base su cui le scienze costruiscono i propri discorsi. La logica è inoltre lo studio della struttura del pensiero razionale, analisi del pensiero visto come strumento per raggiungere la verità. Avendo poi come oggetto i ragionamenti scientifici, che riflettono la stessa struttura dell’essere e della realtà, esiste un rapporto di necessità che lega l’essere e la logica e perciò la logica e la metafisica. Ciò comporta che valgano per entrambe gli stessi principi: quello di non contraddizione e quello di identità. La verità dei concetti e dei ragionamenti sarà quindi basata sulla realtà delle cose, ovvero sulla sostanza. La metafisica precederà e fonderà così la logica. Se infatti non ci fosse tale collegamento tra realtà e logica, i nostri ragionamenti sarebbero falsi.
Concetto:
Oggetti del discorso sono i concetti e le definizioni. Tali concetti vengono da Aristotele classificati secondo la loro estensione, cioè la loro capacità di essere riferiti a più o meno cose, e alla loro comprensione, ossia al numero di caratteristiche specifiche che possiedono. L’ambito più generale a cui un concetto può appartenere è il genere, articolato al suo interno in varie specie sulla base di differenze specifiche. La specie contiene un maggior numero di caratteristiche, ma ha una minore universalità, dunque minore estensione e maggiore comprensione; mentre il genere ha una maggiore estensione, ma una minore comprensione. Ai due estremi di questa scala di concetti ritroviamo da una parte le sostanze prime o individui (massima comprensione, minima estensione), dall’altra le categorie, generi sommi dell’essere (massima estensione, minima comprensione).
Proposizioni:
Le proposizioni sono le frasi che connettono o disgiungono i concetti. Esistono molti tipi di proposizioni ma le più importanti, secondo Aristotele, sono quelle dichiarative-assertative, che presuppongono una risposta vera o falsa. Esse riflettono perfettamente la struttura della realtà, in quanto sono affermazioni ottenute attraverso l’ordine delle parole, dell’ordine delle cose. Nel testo Sull’interpretazione, Aristotele analizza gli enunciati dichiarativi dandone una classificazione. Tutte le proposizioni possiedono un giudizio che congiunge il soggetto a un predicato. Esse possono essere distinte secondo qualità, affermative o negative, o secondo quantità, particolari o universali. Ecco i quattro tipi fondamentali di proposizioni:
* Universale affermativa: tutti gli S sono P;
* Universale negativa: nessun S è P;
* Particolare affermativa: qualche S è P;
* Particolare negativa: qualche S non è P;
In generale la forma delle proposizioni dichiarative si presenta dotata di quattro termini:
1. il quantificatore: quanti, nessuno, qualche;
2. il termine soggetto;
3. la copula;
4. il termine predicato.

I logici medioevali ci hanno lasciato uno schema delle quattro tipologie di proposizioni detto quadrato degli opposti:
a) sono contraddittorie due proposizioni che non possono essere entrambe vere o entrambe false, se una è falsa l’altra deve essere necessariamente vera. Ciò dipende dal fatto che differiscono sia per qualità che per quantità;
b) sono contrarie due proposizioni che non possono essere entrambe vere, ma possono essere entrambe false, dipendendo dal fatto che differiscono per qualità e non per quantità;
c) sono sub-contrarie due proposizioni particolari che differiscono per qualità;
d) sono subalterne de proposizioni di medesima qualità, ma di differente quantità, perché la verità dell’universale implica la verità del particolare e non viceversa.
I questo campo entra in gioco il principio di non contraddizione di Aristotele, che, secondo il principio del terzo escluso, può essere applicato solo a proposizioni contrarie o contraddittorie, ma non sub-contrarie poiché in questo caso possono essere entrambe vere.
Sillogismo:
I logici suddividono i ragionamenti in due classi:
* ragionamenti deduttivi: dall’universale al particolare;
* ragionamenti induttivi: dal particolare all’universale.
Il ragionamento induttivo è molto importante poiché sta alla base del nostro discorso e delle nostre certezze, e da prove interessanti e promettenti ala probabile verità della cosa affermata, tuttavia non è conclusivo ne necessario. Al contrario il ragionamento deduttivo è sia necessario che conclusivo e viene considerato da Aristotele come l’unico ragionamento scientifico, detto anche sillogismo.
Il sillogismo è quindi il più importante ragionamento deduttivo e si può definire come un argomento formato da due premesse e una conclusione, composto quindi da tre proposizioni.
Tra le due premesse una è maggiore e possiede un’estensione più ampia dell’altra che è quella minore. In ogni sillogismo ritroviamo poi:
* un termine medio, con estensione media, presente in tutte e due le premesse, con funzione di collegamento;
* un termine maggiore, con estensione maggiore, contenuto nella premessa maggiore e contenuto come predicato nella conclusione;
* un termine minore, con estensione minore, contenuto nella premessa minore e contenuto come soggetto nella conclusione.
La conclusione dipende necessariamente dalla presenza del termine medio.
Nel sillogismo è poi molto importante la coerenza interna della catena dei passaggi logici (inferenze). La conclusione sarà valida soltanto se dedotta in modo corretto dal punto di vista formale. Bisogna però tener presente la distinzione tra la validità del sillogismo, che riguarda la correttezza formale, e la verità o falsità dei suoi enunciati. Infatti un sillogismo corretto dal punto di vista formale, ma composto da una o più premesse false, risulterà necessariamente falso. Si pone quindi un grave problema: la giustificazione del valore di verità delle premesse, e quindi la validità di quei principi che rappresentano il punto di partenza di ogni deduzione. Per risolvere il problema Aristotele si muove come Platone: egli ammette l’esistenza di alcune verità prime, universali ed evidenti, che pur non potendo essere dimostrate, sono colte e vere per intuizione diretta dell’intelletto. Questi saranno i principi primi e le definizioni, che sono principi primi esprimenti l’essenza degli enti.
La dialettica:
Aristotele, a differenza di Platone, considera la dialettica come una scienza della discussione e della confutazione, non della dimostrazione. Anche la dialettica fa parte dei sillogismi, ma un sillogismo inferiore, con minore importanza. Le premesse del sillogismo dialettico non sono infatti ne vere ne false, ma discutibili. I questo modo sembrerebbe però confinata nel mondo dell’opinabile e della credenza, ma quando Aristotele necessita di tale strumento per giustificare le premesse del sillogismo, essa diventa perfino più importante della logica stessa che la regola. Essa veniva infatti utilizzata per la sua capacità confutatoria, capace di dimostrare la verità o la falsità di premesse in altro modo indimostrabili. Per questa via la dialettica prende grande importanza, e diventa la base su cui si fonda il ragionamento scientifico.

LA FISICA:
Se le sostanze immobili o intelligenze motrici sono oggetto della teologia, tutto ciò che invece è mobile costituisce l’oggetto della fisica, seconda scienza teoretica, dopo la metafisica. La fisica aristotelica non è così altro che una teoria del movimento; tale movimento è poi anche elemento di distinzione delle varie sostanze fisiche.
Aristotele ammette 4 tipi fondamentali di movimento:
1. il movimento sostanziale che è nascita e morte;
2. il movimento qualitativo, che è il mutamento;
3. il movimento quantitativo, che è la crescita e la decrescita;
4. il movimento locale, quello primamente detto di luogo;
Quest’ultimo, il movimento locale, è concepito come movimento fondamentale a cui tutti gli altri si riducono, ed è a sua volta diviso in tre parti:
1. il movimento circolare intorno al cento del mondo;
2. il movimento dal centro del mondo verso l’alto;
3. il movimento dall’alto al cento del mondo;
Gli ultimi due sono reciprocamente opposti e possono appartenere alle stesse sostanze, le quali saranno così soggetta mutamento, generazione e morte. Il movimento circolare non ha invece contrari sicché le sostanze che si muovono di tale movimento saranno immutabili, ingenerabili ed eterne. A tale movimento è soggetto l’etere, ossia la sostanza dei corpi celesti.
Agli altri due movimenti sono soggette invece le sostanze che compongono le cose terrestri o sublunari, quali aria, terra, fuoco e acqua: questi elementi risiedono in 4 lunghi naturali distinti, determinati dal loro peso in modo decrescente (terra, acqua, aria, fuoco), e quando si spostano da tali luoghi in modo “artificiale”, ritornano in modo naturale al loro posto. Tali posizioni vengono determinate da osservazioni naturali: il sasso affonda nell’acqua, l’aria galleggia sull’acqua, e il fuoco fiammeggia verso l’alto.
Per Aristotele poi l’universo fisico, formato dai corpi celesti composti di etere e dal mondo sublunare composto dai quattro elementi, è perfetto, unico, finito ed eterno. Per dimostrare la sua perfezione Aristotele invoca la teoria pitagorica della perfezione del numero 3: poiché il mondo possiede tre dimensioni allora è perfetto, e rifacendosi ancora ai pitagorici è finito. Sottolinea poi anche l’inesistenza di altri mondi al di fuori del nostro.
In natura per Aristotele non può nemmeno esistere lo spazio vuoto: lo spazio non è concepibile come un qualcosa a se stante, ma è dipendente dai corpi che ospita. Egli nega così sia il vuoto intra-cosmico (tra gli oggetti), sia quello extra-cosmico, ossia quello che ospiterebbe l’universo. Per il filosofo infatti l’universo non è contenuto in niente, ma è ciò che contiene tutto. Sottolinea inoltre, negando la teoria atomistica della necessità del vuoto per il movimento, che ne vuoto non c’è ne alto, ne basso, ne un corpo, quindi non c’è necessità di movimento.
Per quanto riguarda il tempo, Aristotele afferma che esso si definisce solo in relazione al concetto di divenire, e inoltre non è mutamento delle cose, ma è la misura di tale mutamento, che presuppone una mente misurante, e così la mente diventa condizione imprescindibile del tempo.

PSICOLOGIA E GNOSEOLOGIA:

Parte della fisica è la psicologia, che studia l’anima, che rappresenta così l’oggetto della fisica, in quanto forma incorporea della materia. L’anima è quella sostanza che fa si che il corpo passi da vita in potenza a vita in atto, che viva. L’anima è così l’atto del vivere e del pensare. Aristotele nega così sia la teoria dell’anima come materia ostile (atomisti), sia come principio o struttura a se stante (orfico-pitagorica). L’anima non si riduce a corpo, ma opera a contatto con il corpo. Aristotele definisce tre funzioni fondamentali dell’anima:
1. funzione vegetativa: potenza nutritiva e riproduttiva, propria di piante, animali e uomo;
2. funzione sensitiva: sensibilità e movimento propria di animali e uomo;
3. funzione intellettiva: propria dell’uomo.
Le funzioni elevate fanno le veci di quelle inferiori ma non il contrario. Nell’uomo la funzione intellettiva controlla quella vegetativa e quella sensitiva.

Per quanto riguarda la teoria della conoscenza, Aristotele parte dall’analisi della sensibilità, affermando che oltre cinque sensi specifici ne esiste uno che accomuna tutti gli altri, quel senso che ha la funzione di costituire a conoscenza della sensazione, e di percepire sensazioni comuni a più sensi.
Dal senso si distingue l’immaginazione, che è la facoltà di riprodurre, modificare e mischiare immagini, indipendentemente dall’oggetto che rappresentano. L’immaginazione inoltre, pur derivando dal sensibile, si differenzia dai sensi perché non ha contatti con gli oggetti, e possiede pure la capacità di produrre un’immagine unica, antecedente all’universale, composta dalle immagini di tutti gli oggetti, eliminando i particolari peculiari.
Tuttavia questo universale non verrebbe alla luce senza l’intelletto, che è ciò che organizza i dati pervenuti dai sensi e dall’immaginazione, elaborando fino a giungere ai concetti universali che sono propri della nostra conoscenza. Tale intelletto però, che organizza e elabora i dati, è detto intelletto passivo, poiché sia egli che l’intelleggibile stesso (concetto) sono in potenza. E’ poi l’intelletto attivo che si muove per far passare in atto le verità o i concetti universali che sono in potenza nelle cose e nell’intelletto passivo.

L’ETICA:
Ogni arte, ricerca azione o scelta umana sono sponte in vista di un fine che appare buono e desiderabile. I fini delle attività umane sono molteplici e alcuni sono pure visti in funzione di altri. In questa scala verrà a esistere necessariamente il fine supremo, un fine che è desiderato per se stesso e non in funzione di altri. Tale fine, da cui tutti gli altri dipendono è il bene sommo che per Aristotele coincide con la felicità. La ricerca e la determinazione di tale bene sommo è oggetto della filosofia politica. Come per Platone, Aristotele fa coincidere al felicità dell’uomo con l’adempimento del suo compito, con il fare bene quello che deve fare. Tali opere devono comunque essere svolte in funzione della ragione, . L’uomo dunque sarà felice soltanto se vive secondo ragione e questa vita è la virtù. Alla vita secondo virtù, e quindi secondo la felicità, si accompagna il piacere, che perfezione, ogni attività umana, alimentandola e motivandola. Secondo Aristotele quindi la virtù dipende dalla scelta dei mezzi che si fa in vista del fine supremo. Infine, essendoci nell’uomo una parte razionale, dominata dall’intelletto, e una appetibile, dominata dai sensi, esisteranno due virtù fondamentali: quella dell’esercizio della ragione, la dianoetica, la virtù intellettiva; l’altra consiste nel dominio della ragione sui sensi, che determinano i buoni costumi, ed è quindi l’etica, la virtù morale.
Le virtù etiche:
La virtù morale consiste nella disposizione a scegliere il giusto mezzo, che è determinato dalla ragione in base alla nostra natura. Il giusto mezzo, a differenza di come la pensava Platone, esclude però i due estremi, quello per difetto e quello per eccesso. Questa capacità di scelta si rinforza con l’esercizio. Tra queste virtù troviamo il coraggio, la temperanza, la liberalità, la magnanimità e la mansuetudine. Ma la più importante di tutte è decisamente la giustizia, a cui Aristotele dedica un intero capitolo dell’Etica. In un suo significato generale, la giustizia non è una virtù particolare, la una virtù intera e perfetta. Essa possiede poi anche un significato specifico ed è allora o distributiva o commutativa:
* la giustizia distributiva è quella che presiede alla distribuzione di onori, denaro, ecc…agli uomini in base ai loro meriti;
* la giustizia commutativa presiede invece ai contratti, che possono essere volontari (compra, vendita, ecc..), o involontari (furto, tradimento…). La giustizia commutativa è poi correttiva, ossia mira a pareggiare vantaggi e svantaggi tra i due stipulanti il contratto.
Sulla giustizia è poi fondato il diritto, o privato, o pubblico, che riguarda la vita associata e si suddivide a sua volta in diritto legittimo, stabilito nei vari stati, e quello naturale, valido ovunque. Distingue poi anche l’equità, che è una modificazione delle leggi attraverso il diritto naturale, per quei casi in cui le leggi applicate risulterebbero ingiuste.
Le virtù dianoetiche:
La virtù intellettiva comprende:
* l’arte, che è la capacità di produrre un qualche oggetto;
* la saggezza, che è la capacità si agire nel modo giusto di fronte ai beni umani, essa è dunque la determinatrice del giusto mezzo;
* l’intelligenza, che è la capacità di cogliere i principi primi;
* la scienza, che è la capacità di dimostrare il necessario, ossia ciò che non può essere diverso da come è;
* la sapienza, che è il grado più alto della scienza, la connessione tra scienza e intelligenza, che deduce principi e sa valutare la loro validità.
Consistendo poi la felicità nella virtù più alta, e la virtù più alta è quella teoretica, che giunge alla sapienza, la felicità consisterà nella sapienza.
La felicità:
Nell’Etica nicomachea troviamo un’analisi dell’amicizia. Secondo Aristotele la felicità o è una virtù o è direttamente connessa con essa, ma in primo luogo è estremamente necessaria. “Nessun uomo vorrebbe vivere senza amici.” Aristotele afferma che l’amicizia può essere fondata sull’utile, sul piacere o sul bene. Di conseguenza ci saranno tre specie di amicizia: quella di utilità, quella di piacere e quella di virtù. Queste tipologie non hanno però lo stesso grado di importanza. L’amicizia per utilità e quella per piacere derivano infatti da un qualche vantaggio che due uomini che non si amano ricevono l’uno dall’altro. Tali amicizie sono accidentali e fragili a rompersi, non appena cessa l’utilità o il piacere. Quella di utilità è tipica dei vecchi, quella di piacere è tipica dei giovani. Al contrario l’amicizia di virtù è stabile e ferma perché è fondata sul bene. Due amici si amano per se stessi, anche se ciò non toglie che tale amicizia sia allo stesso tempo massimamente utile e massimamente piacevole. Queste amicizie pure sono però molto rare, poiché rari sono i buoni, e hanno bisogno di tempo e di consuetudine di vita.
Le due condizioni che Aristotele pone perché si possa formare un rapporto di amicizia sono l’intimità e l’uguaglianza. La prima riguarda appunto il vivere in intimità con l’altra persona, e inoltre bisogna che tali persone siano incline all’amicizia. Il secondo punto invece riguarda l’eguaglianza tra gli individui, che sta alla base di un buon rapporto e pure il numero degli amici, che non deve essere più alto di quanto si necessita.

Esempio



  



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