Jean Bodin

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Testo

VITA E OPERE
Jean Bodin nacque ad Angers nel 1529, da famiglia borghese; suo padre, un artigiano, aveva sposato Caterina Dutertre, di un’onesta famiglia borghese anch’essa e da essa aveva auto quattro figli. Pare che Bodin sia entrato nel convento dei Carmelitari di Angers in assai giovane età, probabilmente nel 1545. Forse a questo ingresso in convento non fu estraneo il vescovo di Angers Gabriele Bouvery, protettore di Jean, che non dovette certo essere estraneo alla revoca dei voti ottenuti più tardi dal suo pupillo. La vasta conoscenza che Bodin manifesta in tutta la sua opera, fa pensare ch’egli abbia risieduto presso il contento dei carmelitani di Parigi e frequentato il Collège des quatre langues, unico centro di iniziazione a quel genere di studi. In ogni caso Bodin dovette essere sciolto dai voti nel 1548 o 1549, probabilmente per intervento del vescovo Bouvery. Ed è a questo punto della sua vita che dovrebbe collocarsi un suo soggiorno a Ginevra. La tesi protestante che insiste su questo soggiorno ginevrino ha a sue pezze d’appoggio una pretesa adesione del Bodin al calvinismo, attestata da una lettera riportata dal Colomiés con attribuzione al Nostro sulla base di una testimonianza orale; della presenza in Ginevra nel 1552 resta un atto di matrimonio con Typhanie Renaud. Nel decennio 1550-1560 vediamo invece Bodin a Tolosa, insignito del grado di hallebardier presso quella università, ove doveva passare anni importanti e molto travagliati. Hallebardier, sorta di grado intermedio fra la condizione di studente e la dignità di docente. Non fu mai possibile al Bodin ricalcare le orme del suo maestro Du Ferrier, che aveva preso la via della carriera politica attraverso la cattedra all’Università di Tolosa e l’altra funzione che questa dignità gli permetteva di assumere nel parlamento di quella città; forse Bodin aveva sognato di attuare un simile passaggio mediante la presidenza del collegio. Tuttavia nel 1561, in un clima di rinnovate speranze per i fautori del rafforzamento dell’autorità dello Stato, gli fu possibile farsi eleggere avvocato del parlamento di Parigi. Questo spiega la fine della sua carriera universitaria e l’inizio della sua attività politica.
Nel 1562 al Bodin veniva richiesto obbligatoriamente, come a tutti i membri del parlamento, un atto di giuramento di fedeltà al credo cattolico; atto ch’egli sembrò compiere senza difficoltà. E’ evidente in Bodin già fin da allora l’atteggiamento poi attestato dalla sua opera, il porre cioè l’importanza politica della religione al di sopra dell’adesione a ogni specifica confessione.
In quegli anni continuava ininterrotta la sua attività giudiziaria e si precisava anche il suo distacco dalla cultura ufficiale accademica, la sua esaltazione di una cultura viva, alimentata dalle contese forensi e dall’esperienza pratica. Nel 1570 ebbe la prima carica di un certo rilievo: nominato procuratore per il re difese con molto zelo di diritti del demanio regio. Trattato con favore da Carlo IX, andò avvicinandosi particolarmente all’ultimo dei Valois.
Enrico di Valois era eletto re di Polonia: Bodin, ormai divenuto personaggio di una certa importanza politica, si trovò in quell’occasione membro della deputazione andata ad accogliere gli ambasciatori polacchi a Metz. Si andava intanto precisando la sua posizione con l’adesione al “partito dei politici”, il quale intendeva, nello sfrenarsi ormai pienamente in atto delle guerre di religione, assumere una funzione di mediatore fra le due parti, perseguendo il programma di una politica di tolleranza e di conciliazione in nome della superiorità del re e dello Stato alle fazioni; la posizione, insomma, che troveremo ampiamente svolta e teorizzata nella Republique. Si ebbe subito un rincrudimento delle ostilità, col contrapporsi della politica cattolica ad oltranza del nuovo re alla politica filougonotta della casa di Borbone, tuttavia i primi anni del nuovo regno furono per il Nostro relativamente pacifici e contrassegnati dal favore del re, che amava intrattenerlo presso di sé e ascoltarlo. Cade anche in questo periodo il suo matrimonio.
Nel 1576 Bodin si decideva a dare alle stampe la Republique, per quanto non la considerasse ancora veramente ultimata.
Il 1577 aveva infatti segnato l’inizio della disgrazia politica di J. Bodin; oltre a dimostrarsi sostenitore ad oltranza della pacificazione religiosa contro i progetti di lotta alla confessione protestante di larga parte dell’assemblea, si fece anche difensore accanito dei diritto del Terzo Stato che gli sembravano lesi dalla proposta di affidare a un ristretto consiglio di pochi membri le deliberazioni dell’assemblea stessa; sì che la proposta, caldeggiata dal re, cadde per la fierissima opposizione da lui opposta. Tale atteggiamento gli fruttò la diffidenza e il disfavore di Enrico II, che dovevano accentuarsi negli anni successivi. Deluso nella speranza di divenire maitre des requetes a corte, si vide poco dopo costretto a ripiegare sulla sua nuova carica presso il Tribunale presidiale di Laon; ed è connessa alle nuove esperienze di natura giudiziaria là compiute la Demonomanie des sorciers, uscita nel 1580 e salutata da grande successo in vari paesi d’Europa.
Che Bobin non avesse del tutto abbandonato le ambizioni politiche lo dimostrano le ultime mansioni da lui ancora svolte in questo periodo presso Francesco D’Alençon, dal quale fu invitato in Inghilterra nel 1581 con l’incarico di perorare la causa del suo possibile matrimonio con Elisabetta e che nel 1582 accompagnò nella fortunosa spedizione nei Paesi Bassi, finita in clamoroso insuccesso.
Con la morte del duca d’Alençon si chiude la carriera politica del Nostro e cominciano per lui gli anni più duri. Si appuntavano su di lui le accuse di machiavellismo per la Republique, quelle di stregoneria per la Demonomanie, oltre ai sospetti di natura religiosa; riuscì comunque a uscire indenne da una inquisizione ordinata a suo carico dietro istanza della lega cattolica i cui capi, preoccupati per la carica pubblica assunta dal Nostro nella città, avevano rivolto una protesta alla regina madre Caterina dei Medici. Nel 1588 vediamo Bodin accordare, senza apparente difficoltà, la sua adesione al nuovo regime. Ebbe anzi, dal vescovo della città, l’incarico di pronunciare una solenne omelia nella cattedrale per esortare il popolo all’obbedienza al nuovo regime; con il che forse il vescovo cercava di salvarlo, ponendolo al di sopra di critiche e attacchi. Questo atteggiamento non deve stupire se si pensa non solo al fatto che quel parlamento di Parigi ch’era sempre stato per il Nostro la somma autorità si era pronunciato a favore della lega cattolica, ma anche ad atteggiamenti quali quello tenuto nel 1562 di fronte alla questione del giuramento, e in genere a tutta l’impostazione dell’azione politica da lui costantemente svolta.
Gli ultimi anni del Bodin non hanno più avuto alcun rilievo esteriore nonostante le sue ultime opere: Sententiae moralis epitome del 1588, Colloquium Heptaplomeres del 1593 e Universae Naturae Theatrum del 1596.
Guardato con diffidenza e sospetto da ogni parte, tenuto decisamente lontano dalla corte e relegato alla sua parte di notabile di provincia, Bodin finiva la sua vita vittima della peste a Laon nel 1596.
IL SUO PENSIERO
Se la situazione italiana tra '400 e '500 é caratterizzata dalla formazione dei piccoli Stati territoriali (o principati), in Francia esisteva già un governo monarchico che si estendeva su tutto il territorio nazionale e che andava rafforzandosi sempre più con il crescere dell' autorità del re contro le pretese degli Stati Generali, della nobiltà o delle forze democratico-repubblicane. Questi sviluppi della monarchia francese in senso assolutistico trovarono l'appoggio di alcuni scrittori (di formazione giuridica), che assumevano il punto di vista politico come prioritario rispetto alle questioni religiose, sociali e giuridiche: "politiques". Il più importante é senz' altro Jean Bodin (1530-1596), autore di un famoso trattato, Sei libri sullo Stato ( 1576 ): "Per Stato si intende il governo giusto che si esercita con potere sovrano su diverse famiglie e su tutto ciò che esse hanno in comune tra loro". Il nucleo fondamentale dello Stato é dunque la famiglia, a capo della quale vi é il "pater familias". La patria potestas detenuta da quest'ultimo é il modello dell'autorità politica che risiede nel capo dello Stato. Ma l' elemento più importante e più nuovo della succitata definizione dello Stato é il concetto di sovranità definita secondo Bodin da due elementi fondamentali. In primo luogo essa é perpetua, cioè non può essere limitata nel tempo e in secondo luogo, essa é assoluta, cioè non sottoposta ad alcun potere superiore eccetto quello divino. Le sole leggi che vincolano l'autorità del sovrano sono infatti quella divina e quella della natura. Per quanto riguarda le leggi civili, il sovrano non é tenuto ad alcuna obbedienza verso di esse: può disattenderle o modificarle sia nel caso che siano promulgate da lui stesso sia nel caso che vengano ereditate dai suoi predecessori. La sovranità si estende ovviamente anche alla materia religiosa, in modo da rappacificare le diverse confessioni sotto l' autorità politica unitaria da cui esse esclusivamente dipendono. Al centro della Repubblica troveremo un concetto giuridico astratto, quello di sovranità. Il concetto di sovranità sintetizza bene i caratteri del potere statale: un potere perpetuo e incondizionato, che non accetta l' esistenza di poteri autonomi e concorrenti. La solida struttura statale che sa andare avanti anche in assenza del sovrano: emerge il concetto di ragion di stato; il sovrano deve saper guardare a ciò che conviene non alla sua persona, ma all' intero sistema statale.
• La famiglia. "Lo stato è il governo giusto che si esercita con potere sovrano sulle diverse famiglie e su tutto ciò che esse hanno in comune tra loro". La famiglia non è intesa come unione dell’uomo e della donna da cui nascono eventuali figli, ma come il luogo della stessa identità dei singoli ed ha il proprio fondamento nel patrimonio familiare.
• Lo stato giusto. Uno stato è giusto quando rispetta le leggi della natura e l’ordine che Dio ha imposto all’uomo. In quest’ottica il sovrano deve rispettare la proprietà privata dei cittadini; la monarchia infatti viene tripartita in monarchia regia, signorile e tirannica. Nella prima specie di monarchia il re è obbediente alle leggi di natura; nel secondo caso il monarca, con la forza, ha di fatto la possibilità di recare offesa ai cittadini; nel terzo il sovrano abusa deliberatamente delle persone libere e dei loro beni privati. L’obiettivo dello stato non è garantire ai suoi membri la felicità, ma l’attuazione di valori superiori morali ed intellettuali. Le forme dello stato. A seconda di chi sia il detentore della sovranità lo stato si differenzia nelle tre forme della monarchia (il potere nelle mani di uno solo), dell’aristocrazia (la sovranità detenuta da un gruppo ristretto di cittadini), della democrazia (il potere sovrano detenuto dal popolo o da una sua ampia parte). Non possono esistere forme miste di stati; se la sovranità viene divisa, allora presto o tardi la corruzione finirà con l’imperversare e lo stato precipiterà nella guerra civile. Invece è possibile che l’esercizio della sovranità possa essere diviso tra organi diversi; quindi uno stato monarchico potrà essere governato popolarmente se il sovrano distribuisce gli incarichi senza tenere conto della differenza di ceto tra i cittadini.
• Lo stato migliore. Per Bodin nessuna forma di stato è priva di difetti, ma la monarchia è certamente quella che garantisce la maggiore stabilità rispetto alle altre. Non essendo possibile stabilire in maniera generale quale sia la forma di stato migliore per un popolo, Bodin fece un accurato studio storico e geografico per determinare il carattere dei singoli popoli e quindi la forma di stato più adatta a loro. E’ la cosiddetta teoria dei clini: la variabilità dei climi genera forme culturali e sociali diverse.
Esistono due modi di vivere il valore umano: uno è laico, l'altro è religioso. La verità dell'uno o dell'altro dipende esclusivamente dal modo come l'uno o l'altro la mettono in pratica. E' un'illusione quella di credere di possedere una superiore verità teorica solo perché con essa si pretende di leggere diversamente la realtà: la verità di un'interpretazione della realtà dipende anche dalla sua efficacia. Si può dire che la pretesa, da parte della laicità, di rappresentare un "progresso", rispetto a qualunque forma di religione è sempre stata strumentalizzata dalla religione -soprattutto dopo gli inevitabili fallimenti di quella pretesa- per cercare di dimostrare la propria superiore umanità. Facciamo l'esempio di Bodin, teorico cattolico dello Stato assoluto. Bodin non sopportava di vedere che l'antagonismo ideologico delle varie confessioni religiose si trasformasse in un conflitto politico-militare, comportando migliaia di vittime. Anticipando notevolmente i tempi, egli arrivò a sostenere la laicità dello Stato, cioè la sua equidistanza nei confronti di ogni religione. L'atteggiamento nei confronti della religione doveva cioè trasformarsi in una questione privata del singolo cittadino. Nonostante queste giustissime considerazioni, Bodin cadde in due errori di notevole portata: il primo, di ordine gnoseologico, si riferisce al fatto ch'egli mise sullo stesso piano tutte le religioni, riducendo le differenze ad aspetti esteriori del culto,il secondo, di ordine politico, riguarda invece la pretesa di mettere lo Stato al di sopra della società civile. La laicità non riuscirà mai a soppiantare la religiosità se non riuscirà a dimostrare praticamente la propria superiore democraticità.
In un opera ulteriore, Methodus ad facilem historiarum, Bodin, polemizzò direttamente con Macchiavelli la sua interpretazione della storia. Seguendo Guicciardini, di cui fu anche amico, asserì che le vicende umane seguono vie del tutto diverse dalla storia della natura. Se qui soni rinvenibili ripetizioni ed eventi ciclici, nella storia umana ogni sviluppo qualcosa di unico irripetibile. Bodin dice che oggetto di studio e della storia umana, tuttavia, non sono le azioni degli individui, ma particolare, secondo Bodin, occorrerebbe guardare alle finanze ed ai condizionamenti che le caratteristiche fisiche geografiche di un determinato territorio ebbero sulla storia degli stati e dei popoli.

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