Korai

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Categoria:Arte
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Testo

LE KORAI (Grecia, 600-480 a.C.)
Le korai, giovani donne, erano sempre vestite con ricercatezza e dipinte con colori vivi (gialli, rossi, azzurri, verdi…).
Le statue korai erano utilizzate come doni votivi nei santuari, ma anche come insegne funebri nei cimiteri, dove indicavano la presenza di una tomba.
Queste statuette, realizzate prima in calcare (relativamente morbido e poroso), poi in pietra o marmo (più resistente all’erosione, ma più difficile da scolpire), erano quasi sempre in posizione eretta, rappresentate frontalmente, con una gamba posta leggermente più avanti dell’altra, segni che indicano una forte influenza egizia; le korai avevano lunghe trecce che cadevano sulle spalle e, solitamente, reggevano con la mano sinistra la veste all’altezza dell’anca e con la destra presentavano il dono (spesso una melagrana, simbolo di fecondità e di purezza, o un vaso con delle offerte) alla divinità o tenevano il braccio piegato sul petto, in atteggiamento di supplica e di devozione verso la divinità.
Le korai vengono classificate in tre stili in base al luogo in cui sono state prodotte:
- Lo stile dorico, che nasce nel Peloponneso e si diffonde in Grecia, in occidente e in Pirenaica (regione della Libia nord-occidentale), è caratterizzato da statue con forme estremamente semplici e squadrate e proporzioni massicce. L’effetto che ne deriva è di solidità e potenza; le figure hanno posture rigide, mani e piedi enormi e non assomigliano alla realtà, ma vogliono esprimere una severità e una calma quasi soprannaturali. Portavano in testa il polos, indossavano il peplo, un abito costituito da un pezzo rettangolare di lana che formava un unico a ampio camicione aperto su un fianco e sorretto sulle spalle da due fibbie che talvolta era stretto alla vita con una cintura, o il chitone dorico, un indumento di forma simile alla nostra camicia, lungo fin sotto al ginocchio, e l’epìblema, una corta mantelletta portata dalle donne della Grecia in epoca molto arcaica. Sia le pieghe del peplo, che quelle dell’epìblema cadevano pesanti.
- Lo stile ionico, che si sviluppa nella Ionia e si diffonde in Asia Minore, nelle isole egee e nella Magna Grecia, assorbe e rielabora i motivi orientali; appare più flessuoso e morbido, è caratterizzato da una maggiore eleganza del modellato, dall’uso di proporzioni più dolci e slanciate questo fa sì che le figure risultino meno rigide e spigolose e che siano caratterizzate da un senso generale di elegante snellezza. Queste korai portavano il chitone ionico, una leggera tunica di lino, riccamente ornata, abbottonata sulle spalle; un lembo di questo chitone, più corto di quello dorico, era spesso sollevato sul fianco da una mano e sotto le sue pieghe le forme del corpo cominciano ad essere visibili; al di sopra era portato un mantello rettangolare di lino, l’himation corto, che lascia scoperta la spalla sinistra; in certi casi, come per la kore di Cheramyes, per sottolineare la destinazione religiosa alla statua e introdurre, con la superficie liscia e l’insistita marcatura dell’orlo e delle cuciture verticali, una nota di austerità nella decorazione tutta linee e movimento della superficie, l’abito veniva completato con l’aggiunta del grande velo rituale, l’epìblema, che dalla cintura risaliva fino al capo per terminare poi sulla destra, tenuto fermo dalla mano lungo il fianco.
In entrambi i periodi l’abito delle korai veniva decorato con motivi ritmici sulla parte frontale.
- Lo stile attico, che diverrà predominante dagli inizi del VI secolo, si sviluppa principalmente ad Atene e nei territori limitrofi; è una sintesi tra dorico e ionico: presenta masse di grande impatto volumetrico, come lo stile dorico, ma trattate con senso di maggior morbidezza, come nello stile ionico.

LA KORE DEL PEPLO
Soggetto:
La statua, in marmo pario, oggi conservata nel museo dell’Acropoli di Atene, fu realizzata tra il 535 e il 530 a.C. e rinvenuta nel 1886 a ovest dell’Eretteo (Atene), nei cui pressi furono riportate alla luce altre korai. Tutte queste, dopo le distruzioni delle guerre persiano del 480 e 479 a.C., erano state sepolte nelle colmate dei dislivelli dell’area dell’acropoli nell’ambito del progetto di risistemazione dell’area promosso da Pericle. Grazie a questo riutilizzo molte statue sono potute giungere fino a noi. La scultura presenta uno degli esempi più tardi di peplo.
Composizione:
La fanciulla, di dimensioni minori del vero (è alta 121 centimetri), indossa un chitone dorico pieghettato, i lembi del quale sono ravvisabili tra i piedi e sul gomito destro; sopra di questo c’è un peplo, stretto in vita da una cintura, con rimbocco che ricade sul ventre. Sul dorso e sulle maniche rimangono le tracce di un bordo dipinto con elementi geometrici e vegetali.
Il braccio destro è steso lungo il corpo con la mano chiusa a tenere un attributo che non ci è conservato, mentre il braccio sinistro era proteso presumibilmente il avanti con un’offerta.
I lunghi capelli, fermati sulla nuca con un nastro, scendono sulle spalle e sul petto, dove si suddividono in tre ciocche per lato.
Sopra la fronte i capelli sono ripartiti in tre bande e alcuni fori fanno presupporre la presenza di un ornamento applicato. Sulla sommità del capo è visibile il foro per l’alloggiamento di un menisco.
Gli occhi, che erano dipinti, sono sporgenti e le labbra socchiuse in un timido sorriso. Rimangono tracce di una collana dipinta, mentre i fori ai lobi indicano che la statua era adornata con orecchini metallici.

Esempio



  



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