Enrica Borghi

Materie:Tema
Categoria:Arte

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Testo

ENRICA BORGHI
Enrica Borghi nasce nel 1966 a Premosello Chiovenda, vive e lavora a Milano. Dopo gli studi all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, inizia l'attività espositiva nel 1992 utilizzando come mezzo espressivo la fotografia o creando installazioni realizzate con materiali di recupero.
Nel 95, alla Galleria Alberto Peola di Torino presenta abiti femminili, realizzati con sacchetti da supermercato, etichette, carta da confezioni e una serie di "Veneri" busti e statue della tradizione classica ricoperti di unghie finte, piume o ornate di bigodini e bottoni automatici.
Nel '97 "Quando i rifiuti diventano arte" curata da Lea Vergine al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto ed è invitata alla Biennale Internazionale Giovani di Torino.
La ricerca artistica di Enrica Borghi s'incentra sull'uso di materiali di recupero attinti da quello che convenzionalmente viene considerato l'universo femminile. L'attenzione sia per i materiali di recupero sia per la componente onirica del mondo femminile e domestico sono le tematiche a cui fa riferimento "La Regina, installazione per i bambini", il lavoro che l'artista ha espressamente realizzato per il Castello di Rivoli che ora si trova al Mamac di Nizza.
”Faccio la raccolta differenziata, tengo i sacchi della spesa, fanno parte della mia storia”. E mi esprimo nell’arte calcando la mano sul senso più classico della femminilità, sulla massaia frustrata. E' dello stesso anno la mostra personale alla Galleria Gianferrari ed è presente alla Quadriennale d'Arte di Roma.
Presente a Torino all’importante rassegna internazionale di Arte contemporanea, Artissima 2001, Enrica Borghi ha vinto uno stage di quattro mesi, una borsa di studio della città tedesca di Weimar: "Un’esperienza stimolante: ho reinterpretato l’abbigliamento sportivo, un mio modo di ripensare lo sport, le Olimpiadi, l’agonismo. Con molti interrogativi: ad esempio, arrivare prima, cosa significa? Le ultime tendenze cercano di sdrammatizzare il concetto di agonismo e di concepire invece l’idea di sport come libertà, sfida dell’impossibile, ma anche vero rispetto dell’ambiente e riscoperta degli aspetti ludici e socializzanti della pratica sportiva". E' suo “Giochi sulla Neve”, un progetto che prevede la progettazione e la successiva realizzazione manuale di sculture, oggetti, giochi, sport, fai-da-te, costruiti con materiale plastico riciclato. Elementi caratterizzati in generale dalla possibilità di essere indossati, trasportati, smontati e ricomposti. Si mette ai piedi come uno ski, si usa come una slitta, forse è uno zaino, forse dei guanti, forse un sacco dove infilarsi. Il progetto comprende anche il collaudo degli elementi realizzati da effettuarsi nel corso di una giornata sulle nevi del Monte Rosa, in collaborazione con la locale scuola di sci. "Vorrei inventare un nuovo gioco che scivoli sulle nevi del mondo intero, dalla cima del Toubkal in Marocco, alle Montagne rocciose o agli Appalachi negli Stati Uniti, dalla “Montagna Sacra” del Fuji al Tafelberg in Sudafrica, dal mio Monte Rosa le cime dell’Himalaia". Enrica Borghi concretizza così quello che è la sua visione artistica: "L'unico limite dell'artista è la sua capacità di pensiero: se riesci a immaginare un sogno puoi realizzarlo. La difficoltà è quella di raccontare il sogno trasformandolo ogni volta in una storia nuova".
Oggi Enrica Borghi ha trentacinque anni, sposata da pochi mesi, vive e lavora a Novara dove insegna discipline classiche al Liceo artistico statale. Dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Al contrario della gente comune, la spazzatura mi spaventa solo quando è nei cassonetti perché rappresenta il caos. Io le do una forma, la indirizzo a un uso' (Enrica Borghi)
Ogni oggetto è merce, almeno fin quando è nel mercato. Ma quando un oggetto ha concluso il ciclo produzione-distribuzione-consumo non ha più valore di scambio né d’uso, ritorna materia utile a rinnovare senza altri sprechi il ciclo produttivo; oppure a essere trasformata da mano d’artista.
Qei rifiuti che solo il giorno prima erano bottiglie, tappi, sacchetti di plastica sono oggi splendidi abiti, veneri eleganti, brillanti luminarie e gioielli preziosi.

L’artista contemporanea si misura con la realtà, la reinterpreta. Per Enrica Borghi il ruolo del vestito è una riflessione sulla fisicità dell’uomo e sul valore che il vestito conserva anche quando non è indossato. "In un’epoca effimera come la nostra l’idea di realizzare opere artistiche in un materiale effimero usa e getta, come la plastica delle bottiglie, significa per l’artista fare un’operazione magica. Una donna che si fa un vestito con i sacchetti di plastica del supermercato per me vuol dire riscattare la figura femminile per il valore ancestrale della donna che gestisce la casa, l’attività domestica e quindi anche le energie e il mondo".
Enrica Borghi inizia la sua attività espositiva nei primi anni ’90 presentando affascinanti
installazioni antropomorfe, realizzate con carte di caramelle e cioccolatini, buste di plastica
da supermercato e altri svariati materiali che sono di per sé solo dei rifiuti non biodegradabili.
Con questi materiali di scarto realizza, ad esempio, delle Veneri che sono copie di statue classiche ricoperte di unghie finte o di bigodini, oppure degli abiti-sculture “tessuti” con sacchetti di plastica cucita all’uncinetto.
In questi lavori lei s’ispira ad un’iconografia convenzionalmente considerata “Universo femminile” e domestico, e questo tema lo ripropone anche in opere fotografiche, dove si vedono polli allo spiedo vestiti con guêpière e abbigliamento intimo femminile. Fanno parte
integrante di questo lavoro sull’identità femminile la pubblicazione di una finta rivista
di moda, Borghi in Fashion. A Nuovi Arrivi Enrica Borghi presenta un elegante abito
femminile da sera (realizzato con tante bottiglie di plastica) agghindato con una lungo
strascico a coda. Così la donna che lo indossa può trasformarsi a suo piacere in Sirena
o Serpente.
Altra opera dell’artista importante sono le grandi “palle di neve” - questa è l’illusione che creano - che hanno adornato via Garibaldi e che portano la sua firma, tra le altre famose di opere artistiche che hanno impreziosito le vie di Torino nell’atmosfera natalizia per Luci d’Artista.
“Taglio a pezzettini i materiali familiari della mia quotidianità. Mi rimetto a fare l’uncinetto e la maglia ma con la coscienza che è qualcosa che so anche fare se lo voglio, non come compito obbligato. Un recupero come parte della mia femminilità. Negli anni Settanta la donna doveva lottare contro il maschio per conquistare alcuni diritti. Oggi, con le sicurezze conquistate posso permettermi di mettere a nudo anche la mia fragilità femminile senza per questo sentirmi sminuita. La donna ha il coraggio di esporsi, anche con autocritica".

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