La rivoluzione industriale

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LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

La rivoluzione industriale fu un processo di evoluzione economica e sociale che ebbe inizio in Inghilterra alla fine del Settecento, precisamente dal 1770 al 1870 che portò un’ evoluzione da un sistema agricolo-artigianale ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’ uso di macchine e di nuove fonti energetiche.
L’introduzione delle macchine impose la concentrazione di lavoratori in un unico luogo di lavoro e il controllo della produzione passò dal mercante–imprenditore al capitalista.
Spesso si distingue fra prima e seconda rivoluzione industriale, la prima è datata tra il 1760 e il 1830, mente la seconda tra il 1870 – 1880.
Non era mai avvenuto un mutamento così significativo da quando nell’era neolitica e l’uomo si era trasformato in agricoltore ed allevatore.
La rivoluzione industriale ebbe origine in Inghilterra soprattutto grazie all’agricoltura infatti il Paese fu il primo ad avere un’agricoltura di mercato e inoltre era ricco di materie prime, in particolare di carbone e di ferro. In Inghilterra, poi era consentita la libera circolazione delle merci, agevolata da un’efficiente rete di trasporti e della posizione geografica favorevole ai commerci nell’Oceano Atlantico. La rivoluzione in seguito si sviluppò anche in Belgio nell’1790 dove lo sviluppo agricolo e commerciale erano simili a quelli inglesi.
Intorno al 1830 si manifestò anche in Francia e Svizzera e infine in Germania.

SVILUPPI NEL CAMPO TESSILE E SIDERURGICO

Per spiegare come si sia passati dalla bottega artigianale alla fabbrica occorre considerare che la domanda di beni aumentò in Inghilterra nel periodo prima della rivoluzione. Questo si deve alla crescita demografica e al livello del reddito pro capite e dei salari, più elevato di molti paesi europei. Inoltre si deve considerare anche la domanda di beni inglesi proveniente dagli immensi territori coloniali da cui proveniva, ad esempio, il cotone grezzo della Virginia, venduto ovunque.
Nella prima rivoluzione industriale si possono riconoscere due periodi:

- il primo periodo dal 1770 al 1830 fu caratterizzato dall’ espansione del settore tessile.
La prima invenzione fu quella della spoletta volante nel 1733 da parte di Fohukay , successivamente James Hargreaves inventò nel 1795 la giannetta che accelerava la filatura da 6 a 24 volte e Richard Arkwright nel 1767 il filatoio idraulico che l’accelerava addirittura alcune centinaia di volte. Nel 1787 Edmund Cartweight inventò il telaio meccanico che permise ad un solo operaio sorvegliante di due di questi di sbrigare un lavoro che con i telai a mano avrebbe richiesto una quindicina di persone. L’aumento della produzione dei tessuti richiese anche l’incremento di operazioni non strettamente legati all’utilizzo di telai, come ad esempio il candeggio, processo che serve a sbiancare la lana che richiese a sua volta uno sviluppo dell’industria chimica.

- il secondo periodo dal 1830 in poi fu dominato dal settore siderurgico e dall’avvento delle ferrovie. In questi campi un passo fondamentale fu compiuto con l’invenzione della macchina a vapore nel 1769 che si deve a James Watt.
Questa invenzione fu fondamentale per i decenni successivi grazie alla sua genericità e cioè dal fatto che poteva essere utilizzata nei più svariati settori: nelle attività minerarie consentì di introdurre aria nelle miniere e di prosciugare l’acqua nei pozzi; nei trasporti consentì l’avvento della ferrovia e del battello a vapore; nelle fabbriche sostituì le tradizionali fonti di energia che presentavano spesso l’inconveniente di non essere disponibili nelle quantità e nei tempi dei luoghi richiesti.
Per quanto riguarda il campo della siderurgia l’innovazione più significativa si ebbe ad opera di Abraham Darby che per la lavorazione dei minerai ferrosi iniziò ad usare l’antracite per eliminare le sostanze che avrebbero altrimenti inquinato i processi di fusione.
Inoltre nel 1783 Henry Cort introdusse la laminazione e il puddellaggio. Quest’ ultimo consisteva nella purificazione dei minerali ferrosi mediante il mescolamento ad altissime temperature in presenza di sostanze ossidanti.

CONSEGUENZE ECONOMICHE E SOCIALI

La rivoluzione industriale comportò un generale stravolgimento delle strutture economiche e sociali dell’epoca. Per quanto riguarda la società innanzitutto la dislocazione delle fabbriche nelle città favorì una crescita tumultuosa della popolazione urbana come ad esempio a Manchester che nel 1801 raggiunse i 175.000 abitanti e nel 1831 addirittura i 303.000 oppure Parigi o Londra.
In poco tempo vennero costruiti interi quartieri per i lavoratori che vivevano in condizioni drammatiche. Inoltre anche la condizione dei lavoratori nelle fabbriche era drammatica: gli operai lavoravano anche 16-18 ore al giorno in ambienti malsani, privi di qualsiasi tutela.
Erano sottoposte a queste dure condizioni anche le donne e i bambini che costituivano il 61% dei lavoratori poiché percepivano un salario più basso rispetto agli uomini.
Tra le altre conseguenze l’introduzione delle macchine causò la scomparsa di antichi mestieri e la riduzione della manodopera. Per questo motivo all’inizio dell’Ottocento si diffuse anche io luddismo, un movimento formato da operai specializzati che perdendo il posto di lavoro a causa delle innovazioni tecniche distruggevano le macchine.
Per quanto riguarda l’economia, questa fu favorita dalla produzione agricola che crebbe grazie all’uso di macchine agricole, nuove tecniche di coltura e di allevamento e l’acquisto da parte di contadini di terre. Così diminuirono gli addetti all’agricoltura, si diffuse il commercio dei prodotti e la borghesia intervenne in modo imprenditoriale nelle campagne, ricavando profitti impiegabili anche in altri settori.

PENSIERI FILOSOFICI

Adam Smith (1723-1790) visse durante la prima fase della rivoluzione industriale che vide sostanzialmente il nascere delle prime fabbriche. Egli quindi non possedeva ancora un quadro generale delle conseguenze e degli effetti che la suddetta rivoluzione portò in seguito.
L’opera più importante di Smith è Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni nel quale appunto egli espone le proprie idee circa il nuovo metodo capitalistico all'interno del sistema di produzione generale. Si può affermare che Smith superò decisamente le dottrine fisiocratiche sottolineando che non è la terra la sola produttrice dei beni bensì anche l’industria che trasforma i beni primari; quindi si può concludere che è il lavoro in generale la fonte di ricchezza e non la sola terra. Partendo dall'idea che il benessere della società deriva direttamente dalla possibilità che ha ogni uomo di perseguire il proprio interesse, Smith condanna ogni forma di intervento politico nell’attività economica dei cittadini. I doveri del sovrano quindi sono per Smith tre, “di grande importanza, ma chiari ed intellegibili ad ogni comune intelletto: il primo, di proteggere la società dalla violenza e dall’invasione di altre società indipendenti; il secondo, di proteggere fin dove è possibile ogni membro della società dall’ingiustizia e dall’oppressione di ogni altro membro, ossia il dovere di instaurare una esatta amministrazione della giustizia; e il terzo, il dovere di erigere e mantenere certe opere pubbliche e certe pubbliche istituzioni, le quali non può mai essere interesse di un individuo o di un piccolo numero di individui di erigere e mantenere, giacché il profitto non potrebbe mai rimborsare la spesa”.

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