La prima fase dell'industrializzazione avanzata

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Categoria:Storia

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Testo

SAGGIO BREVE:
Divisione del lavoro, produttività, condizione operaia nella prima fase dell’industrializzazione

Il periodo apertosi con la seconda metà del XVII secolo non vide “progresso” e “innovazioni” solo in Gran Bretagna; più o meno tutta l’Europa occidentale manifestò allora una tendenza espansiva.
Naturalmente tale fenomeno ebbe intensità molto differente nei vari paesi, ma in Gran Bretagna il progresso fu tale e tante furono le innovazioni che si può davvero parlare di rivoluzione industriale. Questa innovazione tecnologica fu favorito dalla precedente rivoluzione politica: Il potere dello stato fu violentemente rovesciato e passò nelle mani di una nuova classe sociale e fu così reso possibile il più libero sviluppo del capitalismo.
Inoltre nel XVII secolo le recinzioni portarono lo sfratto di numerosi contadini e all’agricoltura fu sostituito l’allevamento che offriva possibilità di assai maggiori profitti. Lo sviluppo delle recinzioni fu vantaggioso per la nuova classe borghese: da una parte condusse l’accumulazione di capitali nelle mani di pochi, contemporaneamente creava i “liberi” lavoratori a disposizione di questi nuovi capitalisti.
La produzione industriale nata proprio con l’avvento della rivoluzione industriale si basò sulla divisione del lavoro. La fine dell’artigiano autonomo, la diffusione del lavoratore salariato e la nascita del sistema di fabbrica, costituirono l’aspetto più significativo, sotto il profilo socio-economico, della rivoluzione industriale, che vide la separazione del produttore dai mezzi di produzione che prima erano uniti nella stessa persona.
La divisione del lavoro ebbe effetti strabilianti in quanto ci fu il massimo miglioramento delle capacità produttive del lavoro ,e l’abilità e il giudizio del lavoratore aumentò concentrandosi su un'unica operazione.
Se prendiamo in considerazione l’esempio di manifattura di “poco conto” come la fabbrica degli spilli di cui parla Adam Smith nel suo libro più famoso “Le ricchezze delle nazioni” vediamo come ciascun operaio faceva una decima parte di 48000 spilli, quindi è come se ognuno ne avesse fabbricato 4800 al giorno. Se invece avessero lavorato separatamente l’uno dall’altro e senza che nessuno fosse stato addestrato a svolgere una parte particolare del lavoro ciascuno di loro non avrebbe certamente potuto fabbricare venti spilli al giorno. In ogni altra manifattura gli effetti della divisione del lavoro sono analoghi a quelli di questa modesta industria presa in esame, infatti si è capaci di ottenere un’appropriata divisione e combinazione delle diverse operazioni da svolgere.
Anche se in molte fabbriche il lavoro non può essere tanto suddiviso né ridotto a molte operazioni, la divisione del lavoro susciterà sempre un aumento proporzionale delle capacità produttive del lavoro.
Le innovazioni tecnologiche provocarono indubbiamente una parte della disoccupazione creatasi in questo periodo; queste, di conseguenza, crearono situazioni negative come la nascita del movimento luddista che provocò a sua volta, distruzione di telai a vapore.
Gli effetti che la rivoluzione industriale ebbe sui lavoratori con la trasformazione tecnica all’inizio del secolo furono molto negativi, e apportarono miseria e povertà : infatti all’inizio del secolo il tenore di vita del lavoratore britannico era sceso a un livello pari a quello dei paesi asiatici. Ma alla fine del secolo ci fu un miglioramento delle condizioni di vita di molti lavoratori
della Gran Bretagna dovuto all’aumento dei salari.
Inoltre, è vero che all’inizio del XVIII secolo ci fu un rialzo dei prezzi che aggravò le condizioni di molti strati poveri della popolazione; però è vero anche che alla fine del XIX secolo si avrà aumento dei salari industriali con il conseguente aumento dei guadagni.
Del resto non può essere che la rivoluzione industriale avesse semplicemente reso più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Le merci di cui essa incrementò la produzione non furono infatti in generale beni di lusso ma beni di prima necessità e beni capitali. Infatti manufatti venivano utilizzati e una parte dei prodotti delle fabbriche venivano esportati, inoltre, quelli importati (grano, caffè…) erano destinati alla grande massa della popolazione. Sicuramente il sistema di fabbrica portò agli operai molte ore di lavoro duro. Numerose inoltre le prove che il lavoro di fabbrica era nocivo alla salute fisica e morale dei lavoratori.
Sull’altro piatto della bilancia va messo l’alleviamento di sforzo di cui vennero a godere coloro che lavoravano a mestieri pesanti che si ottenne appunto con l’introduzione del sistema di fabbrica.
Comunque, il problema centrale dell’epoca era di trovare la maniera di nutrire e vestire le persone, non gli effetti “disastrosi” della rivoluzione industriale.
Se l’Inghilterra fosse rimasta una nazione di agricoltori e di artigiani difficilmente avrebbe potuto sfuggire alla diminuzione tragica della popolazione che si creò invece in altri paesi dove la rivoluzione industriale non si verificò. Ma l’Inghilterra poté invece svilupparsi e progredire non per merito dei suoi governanti ma per merito di coloro che, pur mirando al proprio personale interesse, seppero dar vita a nuovi strumenti di produzione e a nuovi metodi di direzione dell’industria.

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