La guerra fredda

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Testo

Secondo periodo (1979-1991): la caduta del socialismo reale
Il rilancio della guerra fredda nell’URSS di Breznev
Il processo di distensione si era avviato nei primi anni Settanta con il vertice sovietico-americano di Mosca nel 1972 con un accordo sugli armamenti strategici (SALT I). Nel 1973 questo processo di distensione si interruppe dando vita ad un nuovo periodo di crisi e di tensione tra le due superpotenze. In una situazione difficile per gli USA (grossi scandali finanziari e politici) l’URSS guidata da Breznev intraprese una politica d’intervento a sostegno dei governi rivoluzionari:
➢ Medio Oriente: appoggio agli Arabi di Siria ed Egitto contro Israele
➢ Angola: aiuto al governo di sinistra sorto dalla guerra anticoloniale
➢ Etiopia: aiuto alla Repubblica democratica che avanzava un programma sociale e reprimeva i movimenti indipendenti dei Somali ed Eritrei.
➢ Indocina: sostentamento dell’aggressione del Vietnam contro la Cambogia
Le conseguenze più drammatiche di questo espansionismo si ebbero con l’invasione dell’Afghanistan.
Nessuno credeva che vi sarebbero stati nuovi interventi diretti delle due potenze. La guerra fu molto feroce con largo uso di mine, molte delle quali realizzate in Italia. Un’armata sovietica si trovò impegnata nella repressione di un movimento popolare di guerriglia che ricordava la resistenza vietnamita, ma che era appoggiato militarmente ed economicamente dagli USA.
Il rilancio della guerra fredda negli USA di Reagan
La prima risposta degli USA, guidati da Carther, fu quella di boicottare le Olimpiadi di Mosca. A Carther seguì Reagan. In politica estera Reagan si rivolse all’orgoglio nazionale ferito dalla guerra del Vietnam e dai sequestri iraniani. Gli USA dovevano riacquistare l’egemonia mondiale, attraverso l’egemonia sul piano dei vettori nucleari tradizionali, sia realizzando il programma dello scudo spaziale.Proprio attraverso quest’ultima arma gli USA avrebbero deciso i conflitti atomici del futuro. L’URSS era considerato “l’impero del male”: soltanto dopo aver chiuso ogni spinta espansionistica sovietica e riaffermato l’egemonia politico-militare degli USA si sarebbe potuto tornare a parlare di coesistenza pacifica. Nel 1979 nel Nicaragua il movimento sandinista, dal nome del leader nicaraguese ucciso nel 1934, prese il potere facendo cadere la dittatura di Somoza. Gli USA appoggiarono i reazionari, senza mai un intervento diretto, ma furono condannati più volte, anche se vanamente, dall’Onu e dal tribunale internazionale dell’Aia. La lotta vide alla fine il movimento sandinista sconfitto a causa di errori sulla politica agraria e al crollo del fronte socialista.
Nel 1983 gli USA ripresero la politica di intervento diretto contro Granada, uno Stato di soli 100.000 abitanti. Nel ’89 Bush Senior invase Panama e nel ’91 ci fu la prima invasione dell’Iraq.
L’era Gorbaciov: le difficoltà dell’Unione sovietica
Negli anni dell’intervento nei conflitti regionali, in Unione sovietica, alle difficoltà economiche e al malcontento per la diffusa scarsità dei generi di consumo, si aggiunsero le inquietudini della società civile, le richieste di libertà politica, di più libera circolazione delle idee, la diffusa volontà di «cambiamento». Queste esigenze trovarono espressione nella politica di Michail Sergeevič Gorbaciov, divenuto segretario generale del PCUS nel 1985, in seguito alla morte di Breznev (1982) e dopo un breve interregno che vide salire alla guida del partito e dello Stato gli anziani Yuri Andropov e Kostantin Cernienko. Da subito Gorbaciov, rappresentante di una generazione che non era stata direttamente coinvolta nello stalinismo, si mostrò deciso a introdurre una serie di radicali novità nel corso della politica sovietica, sia sul piano interno sia su quello internazionale.
Le riforme interne
In politica economica, il nuovo segretario propose con la perestrojka una serie di interventi nel segno della liberalizzazione, volti a introdurre nel sistema socialista elementi di economia di mercato. Sul terreno delle istituzioni si fece promotore, nel 1988, di una nuova costituzione che, senza intaccare il sistema del partito unico, lasciava spazio a un limitato pluralismo, distinguendo più chiaramente le strutture dello Stato da quelle del partito (comunque unite al vertice nel segretario-presidente). Alle elezioni del congresso dei Soviet tenutesi nel marzo ’89 fu istituito un sistema di candidature plurime (ma sempre su lista unica), che consentirono l’ingresso nel massimo organo rappresentativo di alcuni esponenti del dissenso. Nel maggio del ’90, il congresso elesse a larghissima maggioranza Gorbaciov presidente dell’URSS.
In realtà le riforme si dimostrarono per lo più inadeguate e furono scavalcate dalla crisi. Gorbaciov avviò un processo di liberalizzazione interna condotto all’insegna della glasnost («libertà d’espressione»), che generò un dibattito politico-culturale.
La ripresa del dialogo
Conseguenza delle aperture riformiste all’interno fu la ripresa del dialogo con l’Occidente, imposta anche dall’incapacità del sistema sovietico di rispondere alla sfida lanciata dall’America di Reagan e dalla necessità di frenare la corsa agli armamenti per poter destinare maggiori risorse ai consumi individuali. La disponibilità al negoziato di Gorbaciov permise di ottenere negli incontri con Reagan (Ginevra, novembre ’85; Reykjavik, ottobre ’86), pur non raggiungendo risultati conclusivi, la fine di una lunga stagione di incomunicabilità e l’inaugurazione di un clima più disteso nei rapporti tra le superpotenze. Un terzo vertice (Washington, dicembre ’87) portò ad uno storico accordo sulla riduzione degli armamenti missilistici in Europa, che aveva un alto valore simbolico poiché prevedeva la distruzione concordata di armi nucleari. Nell’aprile dell’88, l’URSS si impegnò a ritirare le sue truppe dall’Afghanistan. Nuovi incontri al vertice tra Gorbaciov e Bush (Malta, dicembre ’89 e Washington, giugno ’90) consentirono di porre le basi per ulteriori accordi sulla riduzione degli armamenti strategici.
Un nuovo sistema
La rinnovata collaborazione fece nascere molte speranze sulle prospettive di un nuovo ordine internazionale. Questo ebbe un inizio di attuazione in Europa, quando a Parigi, nel novembre 1990, nell’ambito di una riunione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (dopo Helsinki nel ’75), i paesi della NATO e del Patto di Varsavia, con la partecipazione della Germania riunificata, firmarono un trattato di non aggressione e di riduzione degli armamenti convenzionali. Però anche questo ordine internazionale entrò presto in crisi a causa del collasso dell’URSS.
La crisi del comunismo
La crisi del comunismo provocò il crollo dei regimi comunisti imposti all’Europa dell’Est dopo il secondo conflitto mondiale e la conseguente perdita da parte dell’Unione Sovietica di quel dominio mantenuto con tutti i mezzi per oltre un quarantennio. Come nel ’56, i mutamenti in atto nell’URSS si ripercossero immediatamente nei paesi satelliti, ma stavolta i processi riformatori furono favoriti dall’atteggiamento della dirigenza sovietica, decisa a non ripercorrere le orme di Kruscev e di Breznev.
La Polonia
La Polonia aveva già conosciuto inattesi cambiamenti fra l’80 e l’81, quando era sorto e si era affermato un sindacato indipendente chiamato Solidarnosc, appoggiato e ispirato dal clero cattolico e guidato dall’operaio Lech Walesa. Il movimento, protagonista di una serie di imponenti scioperi, era stato in un primo tempo tollerato dalle autorità. Ma nel dicembre 1981, per bloccare un processo dagli esiti imprevedibili, il generale Jaruzelski, già segretario del Partito operaio polacco, attuò un colpo di stato militare, assumendo i pieni poteri e mettendo fuori legge Solidarnosc. In seguito, tuttavia, lo stesso generale aveva allentato le misure repressive e aveva riallacciato il dialogo con la Chiesa e con lo stesso sindacato indipendente. I fattori che portarono agli avvenimenti polacchi furono:
• fattori specifici, come la grande influenza del clero cattolico reso più forte e più autorevole dall’ascesa di Karol Wojtyla al soglio pontificio;
• il nuovo corso della politica sovietica.
Questi avvenimenti rappresentarono l’inizio di una reazione a catena che fra l’89 e il ’90, avrebbe rovesciato gli equilibri politici e strategici di tutta l’Europa dell’Est.
L’Ungheria e la Germania
La via delle riforme interne fu intrapresa anche dall’Ungheria, dove, all’inizio dell’89, era stato deposto il vecchio Kadar. La decisione più importante fra quelle assunte dai dirigenti ungheresi fu la rimozione dei controlli polizieschi e delle barriere di filo spinato al confine con l’Austria. A partire dall’estate dell’89, decine di migliaia di cittadini della Germania orientale abbandonarono il loro paese per raggiungere la Repubblica federale tedesca, attraverso l’Ungheria e l’Austria. La fuga in massa, accompagnata da imponenti manifestazioni di protesta, mise in crisi il regime comunista, costringendo alle dimissioni il vecchio segretario del partito Erich Honecker. I nuovi dirigenti avviarono un processo di riforme interne e quindi liberalizzarono la concessione dei visti d’uscita e dei permessi d’espatrio. Il 9 novembre 1989, furono aperti i confini fra le due Germanie, compresi i passaggi attraverso il muro di Berlino; e grandi masse di cittadini tedesco-orientali si recarono in visita all’Ovest in un clima di festa e di riconciliazione.
Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria
In Cecoslovacchia una serie di imponenti manifestazioni popolari (con gli stessi protagonisti della primavera di Praga) determinarono la caduta del gruppo dirigente comunista e l’apertura di un processo di democratizzazione. In Romania il mutamento di regime, che negli altri paesi si era svolta in forme pacifiche, ebbe sviluppi drammatici per la resistenza opposta dalla dittatura personale di Nicolae Ceausescu, abbattuta nel dicembre ’89 da un’insurrezione popolare dopo un sanguinoso tentativo di repressione. Ceausescu fu catturato e messo a morte insieme alla moglie Elena. Alla fine dell’89, anche in Bulgaria fu avviato un graduale processo di liberalizzazione. Un anno dopo, il vento delle riforme toccarono anche l’Albania.
La riunificazione della Germania
Il governo Kohl riuscì a preparare in pochi mesi l’assorbimento della Germania orientale nelle strutture istituzionali ed economiche della Repubblica federale tedesca e a fare accettare all’URSS e ai paesi dell’Est europeo la nuova realtà di una Germania unita e integrata nell’Alleanza atlantica. In maggio i due governi firmarono un trattato per l’unificazione economica e monetaria. Il 3 ottobre, dopo il consenso di Gorbaciov e dopo che la Polonia fu rassicurata circa l’inviolabilità delle frontiere designate dopo la seconda guerra mondiale, entrò in vigore il vero e proprio trattato di unificazione.
La fine dell’URSS: l’acutizzarsi della crisi
Riforme economiche e liberalizzazione interna evidenziarono e acutizzarono alcune contraddizioni insite nell’URSS. Particolarmente allarmante era l’emergere di movimenti autonomisti o addirittura indipendentisti fra le popolazioni non russe inglobate, spesso con mezzi coercitivi, entro i confini dell’Unione sovietica. La crisi si acutizzò fra il ’90 e il ’91, in concomitanza con l’aggravarsi della situazione economica. Gorbaciov cercò di reagire mediando fra le spinte liberalizzatrici e le pressioni dell’ala dura del partito e delle forze armate, e alternando le concessioni agli interventi repressivi.
Il golpe fallito
Questo fragile equilibrio si ruppe nell’agosto 1991, quando un gruppo di esponenti del Partito comunista, del governo e delle forze armate tentò un colpo di Stato, esautorando il presidente, sequestrato nella sua casa di vacanza in Crimea. I congiurati contavano di sfruttare il malcontento diffuso fra la popolazione e forse speravano, oltre che nel pieno appoggio delle forze armate, anche in un avallo di Gorbaciov. Ma il golpe fallì clamorosamente di fronte ad un’inattesa protesta popolare e al mancato sostegno dell’esercito: a Mosca, fra il 19 e il 20 agosto, una grande folla si raccolse a presidio delle libere istituzioni appena conquistate. Il fallimento del golpe da un lato valse a spezzare via quanto restava del Partito comunista (furono sospese le sue attività e requisiti i suoi averi), dall’altro accelerò la crisi dell’autorità centrale.
La caduta dell’Unione Sovietica
La riforma economica non riuscì a decollare, mentre il sistema degli scambi all’interno dell’Unione entrava in crisi aggravando i problemi di distribuzione delle merci. Il pluralismo politico non si tradusse in vera democratizzazione e lasciò spazio anche all’emergere di tendenze autoritarie e tradizionaliste. Le spinte separatiste si accentuarono. Dopo le tre repubbliche baltiche, anche la Georgia, l’Armenia e la Moldavia proclamarono la loro secessione dall’Unione Sovietica, come fece l’Ucraina. Gorbaciov tentò di bloccare questo processo proponendo un nuovo trattato di unione, meno rigido del precedente, ma tale da assicurare l’esistenza dell’URSS come Stato, come entità militare e come soggetto di politica internazionale. Ma i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia, si accordarono sull’ipotesi di una comunità di Stati sovrani ottenendo il consenso delle altre repubbliche ex sovietiche. Il 21 dicembre 1991, ad Alma Ata, capitale del Kazakistan, i rappresentanti di undici repubbliche diedero vita alla nuova Comunità degli Stati indipendenti (Csi) e sancirono la fine dell’Unione sovietica. Il 25 dicembre Gorbaciov annunciò in un discorso televisivo le due dimissioni.
Le cause della caduta dei regimi comunisti
Da un’analisi sociologica si può determinare una serie di fattori contingenti che contribuirono alla caduta dei regimi comunisti:
1) la ripresa della guerra fredda nel 1979 con l’invasione dell’Afghanistan in seguito ad un colpo di Stato che aveva abbattuto il legittimo governo comunista. A ciò seguì un irrigidimento sia da parte dell’Unione Sovietica di Breznev che da parte degli Stati Uniti di Reagan, che ripresero sia la politica degli interventi militari diretti (Nicaragua e Panama, fino alla Guerra del Golfo), che la corsa agli armamenti (il progetto dello scudo spaziale). Questi eventi determinarono nell’Unione Sovietica un’interruzione del progresso economico (da sottolineare che il consenso al regime sovietico era basato unicamente sul benessere offerto dallo Stato), mentre l’Occidente riprese lo sviluppo;
2) l’ascesa alle massime cariche dello stato sovietico di Gorbaciov, che si dimostrò un politico morale ed illuminato, che riuscì a non far crollare il socialismo nel sangue. Però Gorbaciov fallì nella sua missione di democratizzazione poiché:
a) fallirono le riforme economiche che intendevano liberalizzare il mercato;
b) fallirono le riforme democratiche che aprirono la strada ai movimenti separatisti, che iniziarono a intaccare l’unità dell’Unione sovietica;
3) il fallito tentativo di colpo di Stato nel 1991.
Il capitalismo nella Cina comunista: la demaoizzazione
Alla fine degli anni ’70 in Cina si verificò un processo di radicale revisione interna, definito di demaoizzazione, guidato da Deng Xiaoping, anziano esponente del gruppo dirigente storico del comunismo cinese, emarginato ai tempi della rivoluzione culturale. Nel giro di pochi anni, Deng capovolse la linea collettivista ed egualitaria di Mao e promosse una serie di profonde modifiche nella gestione dell’economia:
a) furono reintrodotte le differenze salariali e aumentati gli incentivi per i lavoratori;
b) la direzione delle aziende fu ricondotta a criteri di efficienza;
c) fu incoraggiata l’importazione di tecnologia dai paesi più sviluppati;
d) i contadini ebbero la possibilità di coltivare i propri fondi e di venderne i prodotti sul mercato libero;
e) in generale, furono introdotti nel sistema elementi di economia di mercato, soprattutto in materia di formazione dei prezzi.
La trasformazione avviata da Deng provocò notevoli mutamenti nella stratificazione sociale e anche nella mentalità e nel costume, con la penetrazione di modelli di tipo consumistico.
La rivolta degli studenti
Il contrasto tra la modernizzazione economica e il mantenimento della struttura burocratico-autoritaria del potere generò, alla fine degli anni ’80, la protesta degli studenti dell’università di Pechino, che diedero vita, nella primavera dell’89, a una serie di imponenti e pacifiche manifestazioni di piazza per chiedere più libertà e più democrazia. Dopo qualche vano tentativo di dialogo, il gruppo dirigente comunista guidato da Deng Xiaoping e dal primo ministro Li Peng, rispose con:
a) una brutale repressione militare;
b) una serie di pesanti condanne;
c) l’epurazione degli elementi riformisti che facevano capo al segretario del partito Zhao Ziyang.
L’intervento dell’esercito nella piazza Tienanmen (giugno ‘89) si risolse in un massacro, che suscitò reazioni sdegnate in tutto il mondo democratico e si riflesse negativamente sui rapporti commerciali con l’Occidente.
La ripresa delle relazioni
Le relazioni economiche furono successivamente ristabilite, anche per l’interesse dei paesi industrializzati nei confronti di un mercato enorme e di un’economia che ha attraversato nel decennio ’80-’90 un vero e proprio boom. Così il regime cinese divenne teatro di un inedito esperimento di liberalizzazione economica all’interno di un regime che si proclamava ancora comunista e in cui il partito unico deteneva il monopolio del potere politico.

La rivoluzione islamista
Le origini del mondo islamico
Oggi l'Islam ha un seguito di circa un miliardo e duecento milioni di fedeli, ed è la religione dominante in una vasta area che si estende dall'Africa settentrionale all'Asia sud-orientale. Il popolo che ha aderito per primo all'Islam è quello degli arabi, oggi presenti nel Nord Africa e in Medio. Ma l'Islam è la religione predominante anche all'interno di molte nazioni asiatiche e africane non arabe: la Turchia, l'Iran, l'Afghanistan, il Pakistan, l'Indonesia, la Nigeria, il Sudan. Il mondo islamico è attraversato, oltre che dalla divisione tra paesi arabi e non, anche da quella tra musulmani di fede sunnita (la stragrande maggioranza) e quelli di fede sciita (Iran e in alcune aree dell' Afghanistan, dell'Iraq e del Libano). L'impero arabo-musulmano (622-1256) fu fondato da Maometto e retto dai successori del Profeta (i califfi), si estendeva tra la penisola iberica e l'attuale Pakistan. L'eredità delle sue fiorenti tradizioni politiche, religiose, artistiche, letterarie, filosofiche, scientifiche e tecnologiche fu raccolta dai regni e dai principati sorti dopo la caduta dell'impero arabo. La più importante di queste formazioni fu l'impero turco-ottomano (1301-1922).
La caduta dell’impero ottomano
A partire dal Settecento, l'impero ottomano entrò in una fase di irreversibile decadenza culturale e politica. Nello stesso tempo tutto il mondo islamico cominciò a subire la crescente pressione dell'imperialismo economico e politico delle grandi potenze europee, che si manifestò nel 1799, con l'invasione napoleonica del potente sultanato d'Egitto. Il mondo islamico affrontò questo assedio in una condizione di crescente inferiorità, poiché era rimasto estraneo al processo di modernizzazione delle strutture politiche (stato amministrativo moderno) ed economiche (capitalismo e società industriale). Tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, quasi tutti i paesi islamici caddero pertanto sotto il controllo diretto o nella sfera d'influenza economica e politica dei grandi imperi coloniali occidentali. Il problema delle società islamiche è stato da allora come reagire alla supremazia politica, militare e culturale dell'Occidente. Le soluzioni sono state: il nazionalismo laico e l'islamismo.
La soluzione kemalista
Questa tendenza è stata inaugurata dal fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk, che nel 1922 abolì il sultanato ottomano di Instanbul e instaurò un regime repubblicano laico. La soluzione kemalista comportò l'abbandono rapido e per molti versi traumatico di tutti gli aspetti più tradizionali della società islamica e un'accettazione integrale del processo di modernizzazione. Secondo Kemal, infatti, la Turchia avrebbe potuto conservare la sua indipendenza e stabilire rapporti paritari con le grandi potenze europee solo grazie a un processo di "imitazione" dei modelli occidentali, e a un rinnovamento radicale della sua cultura e delle sue strutture economiche, politiche e sociali.
Il nazionalismo laico
Il nazionalismo laico si è affermato solo in paesi islamici come la Turchia e la Tunisia. Ma in forme più moderate, la via del nazionalismo laico è stata seguita anche dai movimenti che hanno conquistato il potere nei paesi islamici nella seconda metà del Novecento, dopo la fine del colonialismo europeo, come quelli guidati da Sukarno in Indonesia, da Mossadeq in Iran e da Nasser in Egitto, il Fronte di liberazione nazionale in Algeria e il movimento Baath in Siria e in Iraq. Grazie alle riforme realizzate dai regimi nazionalisti, molti paesi musulmani hanno raggiunto elevati livelli di laicizzazione, modernizzazione del diritto , secolarizzazione della cultura.
Islamismo politico: la difesa dell’identità storica
Il nazionalismo laico ha determinato una forte spinta verso lo sgretolamento dell'identità religiosa delle società islamiche e verso l'occidentalizzazione, cioè verso l'omologazione culturale ai modelli occidentali. L'islamismo politico nasce da una reazione a questa tendenza, e comporta un netto rifiuto della modernizzazione culturale e politico-giuridica. L'obiettivo dei movimenti islamisti è salvaguardare l'identità storica della civiltà islamica, restaurando il primato della religione sulla vita sociale, obbligando tutti i musulmani a seguire le norme di vita prescritte dal Corano e dalla tradizione, regolando la vita pubblica attraverso un sistema legislativo ispirato alla Shar'ia come unica fonte legittima del diritto. Si tratta di una rivendicazione orgogliosa delle radici storiche della civiltà islamica, di fronte all'invadenza della moderna civiltà occidentale della quale si rifiutano la secolarizzazione della mentalità collettiva, l'individualismo e il pluralismo culturale, la concezione laica dello stato e del diritto.
La necessità della modernizzazione
Nello stesso tempo, però, l'islamismo (tranne alcune forme estremiste di islamismo, ad esempio quella del movimento dei Talebani dell'Afghanistan, che condannano anche molti aspetti della modernizzazione sociale ed economica come il lavoro e l'istruzione delle donne,l'uso di beni di consumo occidentali) sostiene la necessità di accettare la modernizzazione in campo economico e sociale. Si ritiene che la civiltà islamica non potrebbe tenere testa alla sfida culturale e politica del mondo occidentale senza raggiungere un elevato grado di sviluppo economico e una razionale organizzazione della società.
Il fondamentalismo islamico
Spesso il fenomeno dell'islamismo politico viene confuso con quello del fondamentalismo islamico. Questa espressione indica un movimento di natura religiosa strettamente collegato all'islamismo politico, ma distinto da esso.
Il termine fondamentalismo è stata coniato all'inizio di questo secolo per indicare una corrente di pensiero religioso sorta alla fine .dell'Ottocento nell'ambito di alcune chiese cristiane protestanti, soprattutto negli Stati Uniti. Nel Novecento svariate forme di fondamentalismo si sono presentate anche all'interno della chiesa cattolica, dell'ebraismo e dell'islam.
I movimenti fondamentalisti hanno in comune le seguenti caratteristiche:
a) sostengono la necessità di interpretare alla lettera i testi sacri;
b) rifiutano ogni tentativo di adattare le credenze e gli usi religiosi alle esigenze del mondo moderno;
c) rifiutano in varia misura il processo di modernizzazione politico-culturale della società.
Negli Stati Uniti alcuni movimenti fondamentalisti esigono che il cristianesimo sia riconosciuto come religione ufficiale, vogliono che si vietino nelle scuole insegnamenti non conformi all’interpretazione letterale della Bibbia.
La diffusione del fondamentalismo islamico
Il fondamentalismo islamico ha cominciato a svilupparsi tra le due guerre mondiali, come reazione al processo di occidentalizzazione delle società islamiche. Nel 1928 in Egitto nacque il primo movimento, quello dei Fratelli Musulmani. Questo e analoghi movimenti si sono impegnati attivamente nella vita sociale e culturale dei loro paesi, ma non hanno costituito forze politiche organizzate; sono costituite da una fitta rete di associazioni religiose, scuole e organizzazioni di carattere assistenziale che hanno lo scopo di riaffermare nella vita sociale i valori tradizionali della civiltà islamica.
La storia del terrorismo
Il fenomeno dell'islamismo politico deve essere tenuto distinto anche da quello del terrorismo islamista. Per "terroristi" s'intendono di solito i gruppi politici che, in tempo di pace, fanno ricorso alla lotta armata contro governi in carica, compiendo azioni come attentati dinamitardi o assassini di militari e personalità politiche. Si tratta di un fenomeno che ha cominciato ad assumere la sua forma attuale nell'Europa della seconda metà del XIX secolo e che, si è esteso, facendosi sempre più cruento: si sono aggiunti infatti sempre più frequentemente attentati stragisti in luoghi pubblici frequentati da grandi folle. Le regioni europee più colpite di recente da questo fenomeno sono state:
• la Gran Bretagna (conflitto politico-religioso tra cattolici e protestanti del Nord Irlanda);
• la Spagna (iniziativa dell'ETA e del movimento separatista dei Paesi Baschi);
• la Francia (lotta d'indipendenza dell'Algeria);
• l'Italia degli anni '70 e '80 (terrorismo rosso e dallo stragismo neofascista);
• la regione jugoslava del Kossovo della seconda metà degli anni '90 (il terrorismo indipendentista e filostatunitense del movimento albanese dell'Uck).
Fuori d'Europa:
• molti paesi dell'America latina, dove le tecniche terroristiche sono state utilizzate sia dalla guerriglia dei movimenti di liberazione antiamericani, sia dai governi dittatoriali e dai gruppi di controguerriglia;
• il Medio Oriente, dove il terrorismo è stata utilizzata a partire dagli anni Trenta sia dal nazionalismo ebraico sia dai gruppi arabo-palestinesi;
• l'Algeria, l'Egitto, l'India, il Pakistan, l'Indonesia e le Filippine, tutti colpiti dal terrorismo islamista;
• la Russia (lotta indipendentista dei movimenti islamisti della Cecenia);
• gli Stati Uniti (prima da parte di gruppuscoli neonazisti, poi su iniziativa del terrorismo islamista).
Le divisioni all’interno dell’islamismo politico
Il ricorso alla lotta armata e alle azioni terroristiche ha diviso il movimento dell'islamismo politico. Molti gruppi di sono collocati sul terreno della lotta politica, mentre altri hanno considerato le azioni militari come l'arma principale da utilizzare nella lotta contro i regimi nazionalisti e contro le potenze straniere "nemiche dell'Islam". In Algeria, all'interno dell'area dell'islamismo politico, esiste una differenza sostanziale tra il Fis (Fronte di salvezza islamico) e il Gia (Gruppi islamici armati). Il Fis è un partito islamista che nel 1992, dopo aver vinto le elezioni, è stato messo al bando dalla vecchia classe dirigente algerina, rimasta al potere grazie a un colpo di stato. II Gia è invece un'organizzazione di tipo militare che, dopo il colpo di stato del '92, ha scatenato una "guerra totale" contro il partito di governo (il Fronte di liberazione nazionale) e i settori più laici della società algerina, facendo ricorso a metodi feroci. Si calcola che in dieci anni questa guerra abbia provocato circa 100.000 morti.
Origini dell’islamismo politico
All'indomani della Seconda guerra mondiale, dal fondamentalismo islamico cominciarono ad emergere le prime organizzazioni politiche di orientamento islamista, molte delle quali si ispirarono alle idee dell'indiano Mawdudi, autore nel 1920 di un testo molto influente di teoria politica islamista (La guerra santa nell'Islam). In questa fase l'islamismo politico partecipò alla lotta per l'indipendenza dei paesi musulmani colonizzati, ma con un seguito molto ridotto e un ruolo decisamente secondario rispetto a quello dei movimenti nazionalisti laici, molti dei quali erano d'ispirazione socialista. Furono questi ultimi a guidare la lotta anticoloniale e a creare i regimi che avrebbero governato la maggior parte dei paesi musulmani.
Sviluppi dell’islamismo politico
I movimenti islamisti si moltiplicarono ed estesero i loro consensi solo a partire dagli anni '70, in seguito a tre episodi particolarmente importanti:
1) le umilianti sconfitte subite dal mondo arabo da parte di Israele nel 1967 (Guerra dei sei giorni) e nel 1973 (Guerra del Kippur). L'incapacità di fronteggiare Israele dimostrata dai gruppi nazionalisti al potere in Egitto, Siria e Iraq, e la ferita aperta dall'occupazione israeliana dei territori arabo-palestinesi provocarono in ampi strati delle popolazioni musulmane di tutto il mondo un sentimento di frustrazione che favorì la diffusione degli ideali politico-religiosi dell'islamismo;
2) la vittoria, nel 1979, del movimento iraniano degli ayatollah contro il corrotto regime filo-occidentale di Reza Pahlevi. Nel dopoguerra lo scià Reza Pahlevi, intraprese una politica di modernizzazione del paese. Sull'onda del nazionalismo arabo-islamico impose controlli alle compagnie straniere estrattrici del greggio e promosse !'industrializzazione. L'impianto assolutistico d'una politica che privilegiava soprattutto gli interessi della borghesia mercantile fece scontrare lo scià con l'opposizione della Sinistra comunista e della Destra integralista islamica. Un lungo periodo di lotte e scontri, costrinse Reza Pahlevi ad abbandonare il paese (febbraio 1979). Il movimento rivoluzionario, animato dal clero musulmano sciita, trovò la sua guida nell'ayatollah Khomeini. Con lui la Repubblica islamica si è caratterizzata come uno Stato teocratico, ed insieme populista, con vaghe aspirazioni alle riforme sociali. La rottura con gli Stati Uniti, non ha significato un riavvicinamento all’Unione Sovietica. Fece molto scalpore, il sequestro di un gruppo di funzionari USA tenuti per oltre un anno (1979-'81) prigionieri a Teheran ad opera di un'associazione di militanti islamici che trovarono la copertura delle autorità statali. Questo crebbe nel mondo musulmano la popolarità del movimento islamista, che parve l'unica forza in grado di tenere testa all'imperialismo occidentale. Il prestigio della repubblica islamica dell'Iran si consolidò anche in seguito alla resistenza opposta alla feroce aggressione del regime di Saddam Hussein (1980-1988), il quale, appoggiato dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali, non ebbe scrupoli a utilizzare nel conflitto anche armi chimiche, fabbricate con tecnologie britanniche. Tra il 1980 e il19881'Iran ha dovuto far fronte all'aggressione dell'Iraq. Alle radici della guerra erano questioni territoriali e contrasti religiosi tra islamismo sciita dell’Iran e l'islamismo sunnita dell'Iraq. Ma la questione di fondo era l'egemonia nell'area mediorientale. L'Iraq, dopo aver nazionalizzato il petrolio, era nel 1980 una nazione prospera, con l’industria e l'agricoltura in espansione, ed aspirava a diventare la più grande potenza del Golfo Persico. Rappresentava, con i suoi governi appoggiati dal partito al Baath (animato dal socialismo dei ceti borghesi e dei militari progressisti), il modello laico delle repubbliche mediorientali; profondamente diverso da quello della teocrazia tradizionalista di Khomeini. Dopo otto anni d'una guerra durissima, disastrosa per entrambe le parti, conclusasi senza vinti né vincitori, Iran e Iraq, hanno dovuto contare le perdite umane, le ricchezze distrutte, l'offuscarsi del mito della «rinascita islamica». (Questa era anche l'epoca in cui Saddam Hussein impiegò i gas letali contro i civili dei villaggi del Kurdistan iracheno in rivolta);
3) la vittoriosa resistenza afghana all'invasione sovietica degli anni 1979-1988. I sovietici intervennero in Afghanistan nel 1979 per ristabilire, dopo un colpo di stato, il governo filosovietico che aveva vinto le elezioni l'anno precedente. L'invasione fu particolarmente brutale: le forze occupanti cercarono di snidare i nemici del governo filosovietico seminando milioni di mine antiuomo e bombardando i villaggi in cui si erano sviluppati focolai di resistenza. Ma ben presto i sovietici si trovarono in una situazione analoga a quella degli americani in Vietnam. Gran parte delle etnie afghane si schierò contro i sovietici, ingrossando l'esercito guerrigliero dei mujahiddin; la mobilitazione dei mullah (il clero afgano) diede inoltre una forte motivazione religiosa alla lotta d'indipendenza. Da tutto il mondo musulmano accorsero circa 40.000 giovani islamisti radicali (i "pazzi di Allah"), decisi a combattere con ogni mezzo una "guerra santa" (jihad) contro l'infedele sovietico. I mujahiddin afgani e i guerriglieri islamisti stranieri, chiamati "combattenti della libertà", furono attivamente sostenuti dal confinante Pakistan, mentre non furono altrettanto buoni i rapporti della resistenza afghana, prevalentemente sunnita, con l'Iran sciita. Ma il sostegno principale ai "combattenti della libertà" venne dagli Stati Uniti, che, attraverso l'intervento della CIA e la mediazione dei servizi segreti pakistani, contribuirono 1n modo decisivo a finanziare e armare la guerriglia antisovietica in Afghanistan. Nel 1988 i sovietici furono costretti a ritirarsi, e tre anni dopo, nel 1991, crollò anche il governo filosovietico.

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