La grande guerra

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Testo

L’ITALIA D’INIZIO SECOLO

Nei primi anni del secolo l'Italia ebbe il suo decollo industriale, seppure in notevole ritardo e con minore intensità rispetto ai Paesi europei più moderni (Gran Bretagna, Germania, Francia). Anche da noi, come negli altri Paesi capitalistici, si consolidarono quegli stretti legami tra industria, banche e Stato che caratterizzarono il capitalismo finanziario. Nacquero grandi banche (come la Banca Commerciale e il Credito Italiano), e lo Stato iniziò a intervenire massicciamente nella vita economica; nel 1905, per esempio, le ferrovie furono nazionalizzate, cioè divennero un'impresa statale.
Grazie anche alle commesse dello Stato, che oltre a materiale ferroviario richiedeva navi e armamenti, l'industria siderurgica divenne presto un potente trust: man mano che si sviluppava la produzione nelle sue industrie di Terni, Savona, Piombino e Bagnoli, aumentavano anche il potere e l'influenza dei suoi dirigenti nei ministeri e sul governo.
Analogo sviluppo aveva avuto l'industria elettrica, con la fondazione della società Edison: in circa quindici anni la produzione di energia elettrica era aumentata di 250 volte, e di conseguenza era diminuita l'importazione di carbone dall'estero. Inoltre sorgevano e prosperavano industrie automobilistiche (Lancia, Alfa Romeo, FIAT), della gomma (Pirelli), di macchine per scrivere (Olivetti).

L'iniziativa industriale, tuttavia, era limitata al Nord e a qualche zona del Centro Italia. Il Sud rimase estraneo a questo sviluppo. Anche in campo agricolo, furono specialmente i grandi agrari della Valle Padana a modernizzare le loro aziende, acquistando macchinari e impiegando lavoratori salariati.
I latifondisti meridionali approfittarono invece dei dazi con i quali il governo li proteggeva dalla concorrenza del grano americano per continuare nelle tradizionali colture poco produttive, senza introdurre innovazioni tecniche. I proprietari terrieri del Sud divennero importanti sostenitori del governo, a cui promettevano i voti dei parlamentari che riuscivano a fare eleggere.
L'industrializzazione dunque non soltanto non corresse gli squilibri tra il Nord e il Sud d'Italia, ma li accrebbe. Anche se mediamente il reddito individuale degli Italiani aumentò, in questo periodo, del 30%, l'emigrazione meridionale toccò la sua punta più alta.

In questo momento delicato la vita politica italiana fu dominata dalla figura di Giovanni Giolitti, un piemontese di orientamenti liberali che resse il governo quasi ininterrottamente dal 1901 al 1914. Egli fu molto abile nel favorire lo sviluppo dell'industria nel Nord, e nel migliorare complessivamente l'amministrazione dello Stato. Viceversa, non fece nulla per migliorare le condizioni di arretratezza del Sud: considerandolo soltanto un serbatoio di voti, favorì anzi la corruzione e la violenza dei potenti locali.
La sua scaltrezza politica seppe evitare, nel Nord, l'uso dei mezzi repressivi contro i movimenti popolari, che era prevalso alla fine dell'Ottocento. Gli scioperi e le proteste sociali erano in aumento, ma Giolitti mantenne un atteggiamento di neutralità nei conflitti tra padroni e operai, considerandoli un aspetto ineliminabile della società industriale. Anziché reprimere le organizzazioni sindacali, egli le favorì, perché riteneva che avessero la funzione di disciplinare la protesta operaia, che altrimenti sarebbe potuta esplodere in pericolosi episodi di violenza.

Benedetto Croce e Gaetano Salvemini, due storici spesso in antitesi, vedono Giolitti da punti di vista opposti.
L'uomo del «decennio felice»
Furono quelli, in Italia, gli anni in cui meglio si attuò l'idea di un governo liberale, perché, da un lato, esso manteneva l'ordine sociale e l'autorità dello Stato, e dall'altro accoglieva i nuovi bisogni col lasciare libero campo alle competizioni economiche anche tra datori di lavoro e lavoratori, e con l'attendere a prowidenze sociali [...].
Giolitti fu uomo di molta accortezza e di grande sapienza parlamentare, ma non meno di seria devozione alla patria, di vigoroso sentimento dello Stato, di profonda perizia amministrativa. [...].
A lui, di animo popolare, erano connaturate la sollecitudine per le sofferenze e per le necessità delle classi non abbienti e l'avversione all'egoismo dei ricchi e dei plutocrati, che allo Stato sogliono chiedere unicamente la garanzia dei propri averi e del proprio comodo.
B, Croce, Storia d'Italia dal 1870 al 1915, Bari

II «ministro della malavita»
L'onorevole Giolitti approfitta delle miserevoli condizioni del Mezzogiorno per legare a sé la massa dei deputati meridionali; da a costoro carta bianca nelle amministrazioni locali; mette nelle elezioni a loro servizio la malavita e la questura; assicura ad essi ed ai loro clienti la più incondizionata impunità; lascia che cadano in prescrizione i processi elettorali e interviene con amnistie al momento opportuno; mantiene in ufficio i sindaci condannati per reati elettorali; premia i colpevoli con decorazioni; non punisce mai i delegati delinquenti; approfondisce e consolida la violenza e la corruzione dove rampollano spontanee dalle miserie lo cali; le introduce ufficialmente nei paesi dove erano prima ignorate. L'onorevole Giolitti non è certo il primo uomo di governo dell'Italia unita che abbia considerato il Mezzogiorno come terra di conquista aperta ad ogni attentato malvagio. Ma nessuno è stato mai così brutale, così cinico, così spregiudicato come lui nel fondare la propria potenza politica sull' asservimento, sul pervertimento, sul disprezzo del Mezzogiorno d' Italia; nessuno ha fatto un uso più sistematico e più sfacciato, nelle elezioni del Mezzogiorno, di ogni sorta di violenze e reati.
G. Salvemini, II ministro della malavita e altri scritti sull'Italia giolittiana, Milano

In questo clima fu fondata nel 1906 la Confederazione generale del lavoro (l'attuale CGIL), che riuniva a livello nazionale i sindacati delle diverse categorie (tessili, metalmeccanici, ecc.), mentre quasi contemporaneamente era nata un'analoga associazione degli industriali la Confederazione italiana dell'industria.
Anche in campo politico Giolitti cercò di stabilire alleanze con i partiti avversari per rendere più forte il suo governo. In un primo tempo intrattenne buoni rapporti con i socialisti: ma, mentre l'ala riformista del Partito socialista sembrava disposta all'accordo, l'ala «massimalista» (cosiddetta perché voleva «il massimo», cioè la rivoluzione) vi si oppose.
Giolitti si rivolse allora ai cattolici. Dalla presa di Roma (1870), essi costituivano una grande forza che per protesta si teneva fuori dal gioco politico. Il papa Pio X aveva però ammorbidito questa posizione, finché nel 1913 Giolitti si accordò con l'Unione elettorale cattolica presieduta dal conte Gentiloni: in base a quello che fu chiamato il «patto Gentiloni», i cattolici si impegnavano a votare per i candidati moderati che dessero garanzia di una politica a loro favorevole.
Soltanto grazie ai voti cattolici Giolitti riuscì ancora a conquistare la maggioranza nelle elezioni del 1913, le prime che si tenevano col suffragio universale maschile: gli elettori d'un balzo passarono da 3 a 8 milioni. Il Partito socialista, e specialmente la sua ala massimalista, riportò un grande successo, dovuto anche al fatto che la situazione sociale era molto peggiorata: l'aumento dei prezzi e della disoccupazione moltiplicava gli scioperi nel Nord industriale, mentre il Sud, che Giolitti aveva sempre trascurato, era abbandonato a una miseria crescente. Finisce, con il suffragio universale maschile, il momento della destra e della sinistra storica e comincia quello dei partiti di massa.

Fu però soprattutto la politica estera ad alienare a Giolitti le simpatie di molti Italiani. Pur non volendo ripetere i tentativi coloniali che già alla fine dell'Ottocento erano costati all'Italia gravi umiliazioni, Giolitti finì per cedere alle pressioni dei nazionalisti, in aumento anche in Italia come nel resto d'Europa. Costoro sostenevano la necessità che l'Italia, nazione «proletaria», avesse il suo «posto al sole», che potesse accogliere i disoccupati italiani anziché costringerli a emigrare in America.
Spinto anche dai fabbricanti d'armi e dagli ambienti cattolici (la finanza vaticana aveva molti interessi in gioco), e nonostante l'opposizione dei socialisti e degli anarchici, nel 1911 Giolitti decise di invadere la Libia, allora divisa in Tripolitania e Cirenaica, e sottomessa all'impero turco. Per punire la Turchia che inviava armi ai Libici, l'Italia occupò anche le isole del Dodecaneso, che sarebbero rimaste sotto il suo dominio fino al 1947.
Con la pace di Losanna (1912) la Turchia dovette accettare la sovranità italiana in Libia: ma in realtà gli Italiani occuparono solo le coste di quel Paese, perché le popolazioni arabe dell'interno opposero per 20 anni una tenace resistenza.
In Italia, frattanto, cresceva la polemica contro l'«imperialismo straccione» del governo, che nulla faceva per affrontare problemi sociali ed economici sempre più gravi. Giolitti si ritirò dal governo. Toccò al suo successore, Antonio Salandra, reprimere con la forza delle armi la protesta popolare, inviando nelle Marche e in Romagna, cuore della rivolta, ben 100.000 soldati.

LA GRANDE GUERRA

All'inizio del nostro secolo le maggiori potenze mondiali correvano inesorabilmente verso una guerra generalizzata.
L'espansione imperialistica aveva accentuato i suoi caratteri competitivi. La rivalità più aspra si manifestava, in particolare, tra Inghilterra e Germania. L’Inghilterra era sempre la prima potenza economica europea, ma la Germania, oltre a essersi conquistata il secondo posto, aveva un ritmo di crescita assai maggiore, dovuto in gran parte alla superiorità della sua tecnologia, più moderna di quella inglese.
I mercati francese, olandese, belga, italiano e russo, e perfino quello inglese, erano invasi da prodotti fabbricati in Germania, e già questo fatto impensieriva gli industriali e irritava i nazionalisti di quei Paesi. Ma per i monopoli tedeschi ciò non era sufficiente: essi chiedevano mercati più estesi e più sicuri, e maggiori fonti di materie prime. Pertanto, appoggiati dagli ambienti militari, premevano per un'espansione territoriale della Germania sia in Europa sia nei Paesi extra-europei, dove le colonie tedesche, assai limitate, erano ben poca cosa rispetto agli imperi inglese e francese. Quando la Germania, che non era una potenza marittima, riuscì in pochi anni ad allestire una flotta seconda soltanto a quella inglese, fu chiaro che tra i due colossi si sarebbe giunti a uno scontro.

II comune timore nei confronti della Germania fece tacere la tradizionale rivalità tra Francia e Inghilterra. Nel 1904 le due nazioni stabilirono una «Intesa cordiale», che tre anni più tardi si sarebbe trasformata in Triplice intesa, con la partecipazione della Russia.
A questo punto l'impero tedesco si trovava circondato da nemici. Rispetto ai tempi di Bismarck la sua situazione si era capovolta. Ora il sistema difensivo della Triplice alleanza, stipulata nel 1882, era poco affidabile perché uno dei tre alleati, l'Italia, all'inizio del secolo aveva stretto buoni rapporti con la Francia, che faceva parte dell'alleanza avversaria.
Come unico sicuro alleato della Germania non rimaneva che l'impero austro-ungarico, così detto perché l'imperatore austriaco Francesco Giuseppe nel 1867 aveva assunto anche il titolo di re d'Ungheria, costituendo una “duplice monarchia”. Ma la struttura del grande Stato multinazionale incominciava a scricchiolare. Mentre Vienna diventava uno dei centri più vivaci della cultura europea, le diverse popolazioni assoggettate all'impero rivendicavano sempre più energicamente l'indipendenza nazionale: si ebbero movimenti nazionalistici cechi, sloveni, croati e ungheresi.
Non vanno dimenticati infine gli Italiani di Trento e Trieste, che animavano il movimento irredentistico, chiedendo l'annessione all'Italia dei territori ancora amministrati dagli Austriaci.

Alle tensioni nazionali all'interno dell'impero austro-ungarico si aggiungevano le rivalità tra i piccoli Stati dei Balcani, fomentate dall'Austria da un lato e dalla Russia dall'altro. L'Austria voleva espandere i suoi territori, accaparrandosi l'eredità dell'impero turco in Europa, ormai in sfacelo.
La Russia voleva invece garantirsi la possibilità di passare liberamente con le sue navi dagli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, controllati dalla Turchia: l'accesso al Mediterraneo era una condizione indispensabile per diventare una potenza marittima, secondo i desideri dello zar.
L'occasione perché queste tensioni esplodessero fu data dalla rivoluzione dei «Giovani Turchi» (1908), che in Turchia aveva posto fine al vecchio regime assolutista per sostituirlo con un più moderno governo costituzionale. Della crisi della Turchia approfittò subito l'Austria, invadendo e annettendosi la Bosnia-Erzegovina
Poiché la Turchia manifestava l'intenzione di rafforzare i suoi possedimenti nei Balcani, nel 1912 una coalizione di Greci, Serbi, Bulgari Montenegrini, indirettamente appoggiata dalla Russia, attaccò le truppe turche cacciandole definitivamente dai Balcani.
A questa prima guerra balcanica ne seguì subito una seconda (1913), per la spartizione delle terre conquistate, a cui aspiravano sia la Serbia sostenuta dalla Russia, sia la Bulgaria, sostenuta dall'Austria. La Bulgaria fu pesantemente sconfitta. Insieme alla Turchia, anch'essa sconfitta, strinse alleanza più stretta con l'Austria e la Germania, nella speranza di una rivincita. L'Austria a sua volta comprese che solo togliendo di mezzo la Serbia avrebbe potuto espandersi. Ma dietro la Serbia c'era la Russia, che era militarmente debole, ma aveva come alleate la Francia e l'Inghilterra, ben altrimenti temibili.
Così lo scontro diretto tra le potenze della Triplice intesa e gli Imperi centrali (come allora venivano chiamate Germania e Austria-Ungheria) appariva una prospettiva inevitabile.
Nel frattempo, un altro focolaio di tensione si era aperto in Marocco, che Francia e Germania si contendevano come colonia. Dopo due gravi crisi internazionali (1906, 1911) il Marocco divenne colonia francese. Ancora una volta, lo schieramento dell'Intesa usciva vincitore rispetto a quello degli Imperi centrali.

A questo punto la situazione era giunta a un punto veramente critico. Da una parte vi era la frustrazione dei Tedeschi e degli Austriaci che non riuscivano a garantirsi un'adeguata espansione coloniale e territoriale, dall'altra parte i timori e la concorrenza delle potenze dell'Intesa. Da entrambe le parti, poi, vi erano gli interessi dei grandi gruppi monopolistici e finanziari, che miravano al controllo del mercato mondiale, e avevano ormai deciso di accaparrarselo con la forza delle armi. Le armi, inoltre, non erano soltanto un mezzo di espansione: erano esse stesse un ottimo affare economico per i grandi monopoli. Le industrie metallurgiche e chimiche facevano a gara per accaparrarsi commesse militari dai governi. Si era così scatenata, nelle potenze dei due fronti contrapposti, una corsa agli armamenti senza precedenti. Quell'immenso potenziale di morte attendeva di esser usato. Non mancava che una scintilla...

La scintilla che innescò la prima guerra mondiale fu l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando, che avrebbe dovuto succedere sul trono dell'Austria-Ungheria al vecchio imperatore Francesco Giuseppe. L'attentato fu opera di uno studente nazionalista serbo e avvenne a Sarajevo, in Bosnia, il 28 giugno 1914,
Per ritorsione l'Austria attaccò la Serbia un mese più tardi; il 1° agosto l'alleata Germania dichiarò guerra alla Russia, che si accingeva a sostenere la Serbia, e due giorni dopo alla Francia, mobilitata in favore della Russia. In realtà la Germania cercava di accelerare la guerra, convinta che le potenze dell'Intesa fossero ancora impreparate.
I suoi piani militari, predisposti fin dal 1905, prevedevano di battere prima la Francia e, in un secondo tempo, la Russia. La speranza di poter combattere sempre su un solo fronte non si realizzò, ma non fu l'unico calcolo sbagliato dei Tedeschi: essi credevano che l'Inghilterra non sarebbe entrata in guerra. Invece, non appena l'esercito tedesco invase il Belgio, nazione neutrale, per cogliere di sorpresa i Francesi, l'Inghilterra dichiarò guerra alla Germania (4 agosto). Il suo intervento fu decisivo: se è vero che il suo esercito terrestre non era ancora molto numeroso (in Inghilterra non esisteva la coscrizione obbligatoria), la sua forza sui mari servì a isolare gli Imperi centrali, i cui porti non potevano più essere riforniti di materie prime e derrate alimentari. Per contro, le navi inglesi rifornivano incessantemente gli alleati dell'Intesa.

In un primo momento sembrò che la guerra lampo prevista dalla Germania potesse realizzarsi. Dal Belgio neutrale i Tedeschi penetrarono rapidamente in territorio francese, avvicinandosi a Parigi e costringendo il governo a riparare a Bordeaux. L'epica battaglia della Marna (6-12 settembre 1914), che vide lo scontro di ben due milioni di soldati, fermò però l'avanzata dei Tedeschi, costringendoli ad arretrare.
La guerra di movimento era finita, mentre iniziava la guerra di posizione: 800 chilometri di trincea, lungo i quali Francesi e Tedeschi continuarono la loro opera quotidiana di distruzione del nemico, mantenendo però sempre le stesse posizioni, senza avanzare né retrocedere.
In Estremo Oriente la Germania, attaccata dal Giappone (alleato dell'Inghilterra), aveva perso i suoi presìdi coloniali in Cina, dove ora l'imperialismo giapponese poteva espandersi incontrastato. I Tedeschi avevano più successo, invece, sul fronte orientale europeo, grazie anche alla disorganizzazione dell'esercito russo, che risentiva della crisi generale dei domini dello zar. Le difficoltà della Russia aumentarono quando l'intervento di Bulgaria e Turchia a fianco degli Imperi centrali la costrinse a combattere su due fronti.

Allo scoppio della prima guerra mondiale i giornali, ispirati dai governi e dai monopoli finanziari, cercavano di orientare l'opinione pubblica a favore del conflitto, sostenendo che esso sarebbe durato poco e che la propria nazione era vittima dell'aggressione nemica. In questo modo strati sociali assai vasti furono conquistati alla causa della guerra.
Anche se le classi popolari, specialmente nelle campagne, rimasero per la maggior parte ostili alla guerra e indifferenti alla propaganda patriottica, molte organizzazioni operaie e socialiste si lasciarono convincere in favore del conflitto: per non essere considerate forze antipatriottiche, appoggiarono la politica dei rispettivi governi, abbandonando le parole d'ordine anticapitaliste e pacifista di un tempo. Così il Partito laburista inglese e il Partito socialista francese si trovarono a combattere su un fronte avverso al Partito socialdemocratico tedesco. Era il fallimento degli ideali di collaborazione tra i popoli che avevano alimentato la Seconda Internazionale.
Le tremende sofferenze causate dalla guerra, protraendosi per ben quattro anni, avrebbero fatto crollare molte illusioni e provocato radicali ripensamenti. In tutti i casi, governi, monopoli e mezzi di propaganda riuscirono a fare del conflitto una guerra di massa gli 'eserciti non erano mai stati così numerosi; tutte le attività finanziarie e produttive furono organizzate in vista del sostegno alla guerra; tutte le classi sociali furono costrette a dare il loro contributo, fossero o no favorevoli alla guerra. L'obiettivo dei due schieramenti non era soltanto la conquista di un territorio o la vittoria di una battaglia: era la distruzione completa della potenza militare e industriale del nemico.

A questo punto (maggio 1915) l'intervento dell'Italia contro l'Austria tornò utile alla Russia, perché gli Austriaci dovettero dividere il loro esercito su due fronti. Che cosa spinse l'Italia, a dieci mesi dall'inizio del conflitto, a intervenire contro gli Imperi centrali, a cui era legata dalla Triplice alleanza?
In realtà la maggioranza degli Italiani non voleva la guerra. Erano neutralisti, cioè favorevoli a una posizione di neutralità, i liberali giolittiani, i socialisti e i cattolici. Rispecchiando questa maggioranza, il governo italiano allo scoppio della guerra si era affrettato a proclamare la sua neutralità, sottolineando che la Triplice alleanza prevedeva un intervento degli alleati in caso di aggressione, ma non in caso di attacco, come di fatto era avvenuto. Inoltre, le condizioni dell'esercito nel 1914 non avrebbero permesso all’Italia di affrontare una guerra.
Già allora, però, i liberali di destra e i nazionalisti imperialisti, appoggiati dai proprietari di industrie belliche, erano interventisti, cioè favorevoli a un intervento che garantisse all'Italia conquiste territoriali. Dapprima costoro pensarono a un intervento a fianco dell'Austria per ottenere dalla Francia Nizza, la Corsica e la Tunisia. Non trovando il favore dell'opinione pubblica, passarono presto a sostenere un intervento dell'Italia nel campo avverso.
A favore di un intervento a fianco dell'Intesa si proclamarono anche gli irredentisti, desiderosi di portare a termine gli obiettivi del Risorgimento liberando Trento e Trieste. Attivo interventista divenne Benito Mussolini (il futuro capo del fascismo), espulso dal Partito socialista, dove militava.
Gli interventisti continuavano ad essere una minoranza in Parlamento e nel Paese, ma erano attivi e si facevano sentire anche utilizzando i giornali e le radio. Senza informare il Parlamento, il governo, guidato da Salandra, firmava il 26 aprile 1915 un accordo segreto con le potenze dell'Intesa, detto «patto di Londra», col quale si impegnava ad entrare in guerra entro un mese al loro fianco, con la promessa di ricevere, in caso di vittoria, oltre a Trento e Trieste, tutta l'Istria, una parte delle coste della Dalmazia e alcune colonie. Così il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarava guerra all'impero austro-ungarico. Con la Germania sarebbe entrata in guerra 15 mesi più tardi.

Comandate dal generale Luigi Cadorna, le truppe italiane erano più numerose di quelle austriache, ma anche meno addestrate e peggio armate. Gli Austriaci avevano inoltre il vantaggio di poter utilizzare le postazioni alpine, strategicamente più efficaci.
A parte la conquista di Gorizia (agosto 1916), gli Italiani dovettero perciò per due anni limitarsi a una guerra di trincea, interrotta da battaglie (ben undici furono combattute sul fiume Isonzo) molto sanguinose ma perfettamente inutili dal punto di vista militare, perché lasciarono la situazione invariata.
Questa era d'altronde la condizione generale di tutti i fronti, dopo le grandi battaglie del 1916. In quell'anno i Tedeschi attaccarono i Francesi a Verdun: ma dopo quattro mesi di battaglia, costati 600.000 morti, le linee di frontiera erano rimaste immutate. Per alleggerire l'attacco su Verdun, Francesi e Inglesi scatenarono un'altra battaglia contro i Tedeschi lungo il fiume Somme: questa volta in tre mesi morirono un milione di soldati.
Di nuovo non si raggiunse alcun risultato, e con ciò nonostante l’uso di nuove armi micidiali, dai carri armati ai gas. Alle grandi battaglie seguiva un’estenuante guerra di logoramento, combattuta dalle opposte trincee: avrebbe vinto chi fosse riuscito a sopravvivere più a lungo alla mancanza di cibo, di uomini validi, di armi e di denaro.

Pur non essendo superiori sul piano militare, le potenze dell'Intesa lo erano su quello economico. Mentre infatti Germania e Austria erano isolate dal blocco navale inglese, i loro avversari ricevevano cospicui aiuti, specialmente dagli Stati Uniti d'America. La guerra si stava rivelando un ottimo affare per gli USA: essi avevano quadruplicato le esportazioni di grano in Europa, e le loro industrie producevano a tutto ritmo per i Paesi dell'Intesa. Ingenti capitali erano stati imprestati a Inglesi e Francesi.
Per rompere il blocco navale la Germania lanciò, nel gennaio 1917, la guerra sottomarina a oltranza: i suoi sottomarini, già in azione da due anni, avrebbero indiscriminatamente colpito tutte le navi, a qualunque nazionalità appartenessero, che portassero merci ai Paesi dell'Intesa.
Gli Stati Uniti, sentendosi minacciati nei loro interessi, nell'aprile del 1917 entrarono in guerra a fianco dell'Intesa. A questo punto la guerra aveva assunto veramente dimensioni mondiali. Ben poche erano le nazioni rimaste neutrali. Per quanto il teatro degli scontri fosse principalmente l'Europa, quasi tutti i Paesi del mondo dovettero prendere posizione per uno schieramento o per l'altro. Le colonie dovevano fornire prodotti e soldati alla madrepatria; i pochi Paesi indipendenti dovevano scegliere con chi commerciare. L'intervento degli Stati Uniti giunse nel momento più critico per l'Intesa. Infatti in Russia, a causa della crisi economica e del profondo malessere sociale acuiti dalle sconfitte militari, nel febbraio 1917 era scoppiata una rivoluzione contro lo zar. Abbattuto lo zar, il nuovo governo comunista nel marzo 1918 firmò una pace separata a Brest-Litovsk: la Russia si ritirava dalla guerra, facendo ampie concessioni territoriali alla Germania.

Nonostante la soddisfazione degli alti comandi tedeschi per le vittorie sul fronte orientale contro i Russi, anche per la Germania il 1917 fu un anno durissimo: cresceva l'opposizione delle masse popolari alla guerra, e nelle fabbriche di armi dilagavano scioperi, che il Kaiser fece tacere con dure repressioni e intensificando lo sforzo bellico.
Qualcosa di simile stava accadendo contemporaneamente in Francia, dove migliaia di soldati si rifiutarono di obbedire agli ufficiali, i quali risposero con centinaia di fucilazioni sommarie. Su tutti i fronti, compreso quello italiano, dilagava la sfiducia e l'insofferenza dei soldati nei confronti di una guerra che sembrava non dover finire mai. I militari dovevano combattere in condizioni durissime e rischiare continuamente la vita per motivi che non condividevano e spesso, anzi, rifiutavano. Si verificarono così diserzioni, passaggi al campo nemico, insubordinazioni ai superiori. Alcuni soldati si ferivano volontariamente per non essere inviati in prima linea. Il generale Cadorna (come i generali di altri Paesi) ordinò che questi atti fossero puniti con la decimazione: nelle compagnie dove si erano verificati, un soldato ogni dieci doveva essere fucilato.
In questo clima, il 24 ottobre 1917 gli Italiani subirono una sconfitta disastrosa a Caporetto. Gli Austriaci sfondarono le nostre linee e misero in fuga l'esercito, che d'un colpo dovette abbandonare al nemico l'intero Friuli. Cadorna, considerato responsabile della sconfitta (anche se egli la attribuiva invece al «disfattismo» dei socialisti) fu sostituito da Armando Diaz.

II 1918 segnò la vittoria dell'Intesa. Vittoria militare facilitata da una profonda crisi sociale che colpiva specialmente gli Imperi centrali.
La Germania, che si era liberata sul fronte orientale avendo concluso la pace separata con la Russia a Brest-Litovsk con ampie annessioni territoriali, riuscì ancora a vincere sul fronte occidentale due volte, malgrado fosse ridotta alla fame, prima di essere sconfitta tra il luglio e l'agosto dagli eserciti francese, inglese e americano riuniti. All'interno della Germania scoppiarono violenti movimenti di protesta, sfociati in una insurrezione della flotta.
A novembre a Monaco veniva proclamata la repubblica sotto la guida socialdemocratica, mentre il Kaiser Guglielmo II fuggiva. Pochi giorni dopo si firmava l'armistizio: i combattimenti cessavano, in attesa che i diplomatici preparassero gli accordi di pace.
Nel frattempo qualcosa di simile avveniva sul fronte austriaco. Dopo aver respinto un attacco dell'esercito nemico, con la battaglia di Vittorio Veneto (24-28 ottobre) gli Italiani infliggevano agli Austriaci una sconfitta definitiva, costringendoli a firmare l'armistizio il 4 novembre 1918.

LA RIVOLUZIONE RUSSA

All’inizio del secolo, con i suoi 160 milioni di abitanti la Russia era, dopo la Cina, il più vasto e popoloso stato del mondo. Nonostante le sue enormi risorse naturali (pianure fertili, giacimenti minerari,ecc.) era però un “gigante dai piedi d’argilla”. Le sue strutture sociali erano infatti molto arretrate.
L’85% dei russi erano contadini. Rimasti fino al 1861 nella condizione medievale di servi della gleba, erano ora oppressi dalle tasse e dai proprietari da cui prendevano in affitto le terre.
L’industria, specialmente quella pesante, incominciava a svilupparsi nelle città di Mosca e Pietroburgo: il numero degli operai era limitato, ma la loro concentrazione dava la possibilità di organizzare proteste contro le condizioni di vita disumane.
Ogni organizzazione sindacale o politica era però proibita dallo zar, allora Nicola II Romanov, che continuava a governare come un despota. L’opposizione, viva specialmente tra studenti ed intellettuali, si manifestava perciò in forme illegali (frequenti erano gli attentati) e con organizzazioni clandestine.
La borghesia, assai limitata di numero, aveva un suo Partito democratico che lottava per ottenere la costituzione.
Invece il Partito socialdemocratico, sorto alla fine dell’Ottocento, nel 1903 si era diviso in due correnti: la corrente bolscevica (nome che in russo significa ) era guidata da Vladimir Ulianov detto Lenin e sosteneva la necessità di lottare per una rivoluzione socialista guidata dalla classe operaia; la corrente menscevica (= ), pur volendo egualmente il socialismo, pensava che fosse necessario prima realizzare una democrazia liberale, alleandosi con la borghesia.

Mentre il dibattito politico si faceva incandescente, il malcontento sociale esplodeva dopo le prime sconfitte nella guerra contro il Giappone. Nel gennaio del 1905, un grande corteo, che chiedeva la costituzione, venne accolto a fucilate dalla polizia dello zar, e lasciò sul terreno quasi mille morti. L’indignazione popolare si manifestò in grandi scioperi spontanei. Nacquero allora i primi soviet (=consigli), assemblee popolari dove si radunavano le forze di opposizione di ciascuna città per discutere e organizzare la protesta.
Dopo alcuni mesi di agitazioni, lo zar concesse la costituzione e l’elezione di una Duma, il parlamento. Per evitare però che il popolo potesse acquistare troppo potere, egli stabilì che il voto di un nobile valesse come quello di mille contadini; inoltre, ridusse progressivamente i già limitati diritti della Duma, che aveva funzioni solo rappresentative. Non può stupire che il malcontento popolare aumentasse, nonostante la repressione poliziesca.

Partecipando alla prima guerra mondiale, la Russia dimostrò tutta la sua impreparazione. L’industria bellica si era sviluppata notevolmente negli ultimi anni, ma la classe dirigente russa si rivelò del tutto incapace. Due anni di guerra erano già costati ai russi due milioni di morti, e l’inverno 1916-1917 fu particolarmente disastroso a causa di carestie e malattie.
Nel febbraio del 1917 gli operai di Pietroburgo, che era allora la capitale e la città più industrializzata, si ribellarono, dando luogo a grandi scioperi spontanei. I soldati chiamati reprimere la protesta, anziché sparare, si unirono agli operai. Nacquero così i soviet degli operai e dei soldati, a Pietroburgo come a Mosca e in altre città.
Lo zar fu costretto ad abdicare, e nacque un governo provvisorio, presieduto da Libov e Kerenskij, in cui confluì la maggior parte dei partiti politici, con l’intenzione di dar luogo a una repubblica democratica e di continuare la guerra.
Fu questa la cosiddetta rivoluzione di febbraio, a carattere democratico-borghese.
Capo del governo provvisorio divenne, dopo pochi mesi, il socialista moderato Aleksandr F.Kerenskij.
Di fatto esistevano due poteri: i soviet, composti da rappresentanti del popolo divisi nelle due correnti, e il governo provvisorio, composto dalla borghesia e dalle classi agiate. Quest’ultimo dimostrò però la sua debolezza. Mentre i soldati al fronte si rifiutavano di combattere e istituivano altri soviet, la rivolta si estendeva alle campagne, dove i contadini affamati incominciavano a occupare la terre dei grandi proprietari.

Il processo rivoluzionario fu a questo punto accelerato dall’arrivo in Russia di Lenin, fino ad allora esule in Svizzera. Il suo rientro clandestino, su un vagone piombato, fu organizzato dal governo dal governo tedesco che sperava, come infatti avvenne, che la Russia in preda alla rivoluzione si sarebbe ritirata dalla guerra.
Lenin si dedicò subito ad un’intensa opera di propaganda e di direzione politica. Il suo programma, che egli sapeva esporre con grande vigore, conquistò rapidamente le masse popolari.
Ad aprile del 1917 Lenin propone una nuova linea politica nelle “Tesi di Aprile”.
Essa si può sintetizzare in quattro punti: finire la guerra a qualunque costo; disconoscere il governo provvisorio e assegnare tutto il potere ai soviet; restituire la terra ai contadini; passare alla rivoluzione armata.
Frattanto la corrente bolscevica si trasformava in Partito comunista (1918); in pochi mesi i suoi militanti divennero 70.000, e conquistarono il controllo politico dei soviet grazio alla loro preparazione e capacità organizzativa.

A questo punto la situazione era matura per la seconda fase della rivoluzione, guidata d’ora in poi dal Partito comunista. Il 24 ottobre 1917 la Guardia Rossa, un esercito di operai armati organizzato da Lev Trotzkij, dopo aver occupato telefoni, stazioni ferroviarie e banche, dava l’assalto al Palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio.
Giunto al potere quasi senza combattere, in seguito alla rivoluzione bolscevica e alla fuga di Kerenskij, Lenin avviava subito le trattative che sarebbero sfociate nella pace di Brest-Litovsk, mentre proclamava l’abolizione della grande proprietà terriera (la confisca dei latifondi) e il suffragio universale per eleggere l’Assemblea Cositituente. Lo zar e la sua famiglia, arrestati, furono condannati a morte da un soviet.

Ben presto però la situazione si fece difficile per i rivoluzionari. I proprietari terrieri espropriati e i partiti del governo provvisorio organizzarono eserciti controrivoluzionari, i cosiddetti Russi Bianchi, che accerchiarono la zona in mano ai bolscevichi. In appoggio ai Bianchi giunsero anche truppe e aiuti inglesi, francesi a statunitensi. Il timore di una vittoria comunista si stava infatti diffondendo ovunque.
La guerre civile tra l’Armata Rossa e i Russi Bianchi durò oltre due anni (1918-1920) e provocò 9 milioni di morte, gran parte per la fame e gli stenti.
Per affrontare la difficile situazione i dirigenti bolscevichi adottarono il cosiddetto “comunismo di guerra”, nazionalizzando le industrie e requisendo il grano ai contadini. Ciò nonostante, rispetto all’epoca zarista la produzione industriale era ridotta a un settimo, e la produzione agricola alla metà, anche per la riluttanza dei contadini a consegnare gratuitamente allo Stato i loro prodotti.
Menscevichi, socialisti moderati e anarchici si opponevano alla progressiva conquista del controllo dei soviet da parte dei bolscevichi. Per quanto essi appoggiavano ogni forma di scontento; nel 1921 sostennero la grande rivolta dei marinai della base militare di Kronstadt (nel golfo di Finlandia), che costituì l’ultimo grave pericolo per il potere bolscevico.
Alla fine, i controrivoluzionari furono sconfitti. Il potere era nelle mani del Partito bolscevico (o comunista).

IL DOPOGUERRA

La prima guerra mondiale presentò un eccezionale costo umano: otto milioni e mezzo di soldati morti, fra i quali 600.000 italiani. Ai morti si debbono aggiungere ben 21 milioni di feriti, molti dei quali rimasero inabili. Inoltre, appena finita la guerra, scoppiò in tutto il mondo una terribile epidemia di influenza, detta spagnola, che la medicina del tempo non riuscì curare. Produsse più vittime della guerra stessa: circa 13 milioni di morti.
IL costo umano fu indubbiamente il più grave, ma non certo l’unico. La guerra ebbe dei costi economici elevatissimi. I governi di entrambi i fronti investirono nelle spese di guerra cifra da capogiro, e gran parte delle ricchezze (dagli impianti industriali ai mezzi di trasporto) andarono distrutte. Per affrontare queste spese i governi ricorsero a tasse straordinarie e a sottoscrizioni, che impoverirono ulteriormente i cittadini. Ma specialmente le finanze degli Stati erano in dissesto. La potenze europee dell’Intesa, per far fronte alle spese, erano ricorse ampiamente ai prestiti degli USA: cessata la guerra, si trovavano così gravemente indebitate con gli Americani. Inoltre, poiché le industrie europee non erano in grado di provvedere ai bisogni quotidiani, molti prodotti venivano importati dagli USA o dal Giappone, accrescendo la dipendenza economica dell’Europa. Sul piano economico, dunque, la guerra non raggiunse gli obiettivi che le grandi potenze europee avevano sperato: Francia e Inghilterra, nazioni vincitrici, non conquistarono il controllo del mercato mondiale, ma si trovarono in una condizione di grave indebolimento. Il mercato mondiale era ormai controllato dagli USA, e il Giappone era in rapidissima ascesa. Questi due paesi, infatti, con pochi costi, avevano tratto tutti i vantaggi economici della guerra. Finiva, invece, con la prima guerra mondiale, la supremazia economica che per secoli aveva garantito all’Europa il dominio sul resto del mondo.

La crisi economica aggravò inoltre in tutta Europea una profonda crisi sociale, già evidente negli ultimi anni di guerra. I debiti contratti dai governi provocarono una fortissima inflazione: diminuiva il valore del denaro e cresceva a dismisura il costo delle merci. Le classi lavoratrici si trovavano più povere, e ovunque crebbe il malcontento: ai ricchi, e in primo luogo ai monopoli, veniva attribuita sempre più spesso la responsabilità della guerra. Crescevano i partiti di sinistra che intendevano abbattere il sistema economico capitalistico, ma si sviluppavano anche i partiti di destra che intendevano accrescere il potere dei monopoli, della polizia, del governo, anche con mezzi violenti.
Ovunque si acuivano la lotta politica e il conflitto tra le classi sociali: su questo terreno si sviluppò una serie di rivoluzioni e controrivoluzioni che portò al sorgere di regimi totalitari (sistemi di governo in cui ogni aspetto sociale, economico e politico è accentrato nello Stato, che utilizza tutti gli strumenti repressivi di cui dispone per controllare la vita dei cittadini).
Infatti, se la Rivoluzione russa aveva suscitato in molte parti d’Europa grandi entusiasmi, nello stesso tempo aveva scatenato profonde paure: le organizzazioni politiche di destra s’impegnarono attivamente per impedire altre rivoluzioni comuniste. Anzi, una parte consistente di queste forze si persuase che le elezioni democratiche e il Parlamento non fossero strumenti adeguati per combattere il comunismo, la cui forza nasceva dagli scioperi e dalle manifestazioni di piazza: sorsero così movimenti controrivoluzionari che utilizzavano la violenza come strumento di lotta politica.

Anche sul piano della politica internazionale la fine della guerra lasciò una situazione tutt’altro che rassicurante. Eppure, prima ancora che i cannoni tacessero, molti democratici in tutto il mondo avevano sperato che fosse finalmente giunto il momento di voltare pagina nelle relazioni tra gli Stati. Ad animare questa speranza era giunto un discorso rivolto dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson al Congresso del suo paese. In 14 punti il presidente americano proponeva un piano per garantire la pace tra le nazioni: soppresse le barriere doganali, ridotti drasticamente gli armamenti, si sarebbe dovuta costituire una Società delle Nazioni col compito di garantire una soluzione pacifica dei conflitti e difendere l’indipendenza nazionale di tutti i popoli, in nome del principio dell’autodeterminazione di essi. Ma quando, un anno dopo (gennaio 1919), si radunò a Parigi la Conferenza di pace, fu subito chiaro che i buoni proponimenti di Wilson non sarebbero stati rispettati. Dalla Conferenza facevano infatti parte esclusivamente le nazioni vincitrici: i vinti erano chiamati soltanto a sottoscrivere le decisioni altrui in una serie di trattati di pace. Il più importante fu quello di Versailles, firmato dalla Germania.
Di fatto poi le decisioni erano prese dal , composto dal presidente degli Stati Uniti, dal premier inglese Lloyd George, dal presidente francese Clemenceau (nonché presidente dei lavori) e dal capo del governo italiano Vittorio Emanuele Orlando. L’Italia, la più debole, fu presto messa da parte dalle altre tre, col pretesto che aveva da regolare i suoi conti soltanto con l’Austria. Per protesta, il rappresentante italiano abbandonò la Conferenza: le sorti del mondo furono perciò decise in una partita a tre fra USA, Inghilterra e Francia.

La nazione più accanita contro la Germania fu la Francia, desiderosa di annientare per sempre l’aggressività tedesca, di cui aveva fatto le spese fin dal 1870, anno della terribile sconfitta di Sedan. La Francia si riprese l’Alsazia e la Lorena che la Germania le aveva sottratto in quell’occasione, prese per 15 anni il controllo della zona mineraria della Saar, e inoltre spartì con l’Inghilterra le colonie tedesche. Alla Germania furono imposti anche notevoli sacrifici territoriali sui confini orientali: intere regioni passarono alla nuova nazione della Polonia, e in questo modo la Prussia orientale fu separata dal resto della Germania da una fascia di terre detta .
Ma più ancora delle rinunce territoriali, pesarono sulla nazione tedesca gli enormi danni di guerra che le fu imposto di pagare: doveva consegnare ai vincitori gran parte della flotta, grandi quantità di carbone e di bestiame, e l’incredibile somma di 132 miliardi di marchi d’oro. Inoltre, in futuro il nuovo esercito non avrebbe potuto superare le 100.000 unità.

Anche agli alleati della Germania furono imposte drastiche riduzioni territoriali. Il vecchio impero austro-ungarico era crollato, e al suo posto erano sorte le nazioni indipendenti di Ungheria, Iugoslavia e Polonia. L’Austria, divenuta una repubblica, vedeva il suo territorio ridursi di 8 volte, e cedeva all’Italia Trieste, l’Alto Adige, il Trentino e l’Istria.
Analoga sorte subiva l’immenso impero turco, che veniva smembrato, riducendo la Turchia a un piccolo paese. Sulle terre appartenute ai Turchi si rivolse l’interesse di Inglesi e Francesi, attratti dai giacimenti di petrolio che lo sviluppo della motorizzazione faceva diventare quanto mai preziosi. Così i Francesi misero piede in Siria e in Libano, mentre gli Inglesi assunsero il controllo di Palestina, Giordania Iraq.
L’effetto più immediato della prima guerra mondiale fu dunque la fine dei grandi imperi territoriali che per secoli avevano condizionato la vita politica dell’Europa e del bacino mediterraneo. Al loro posto nascevano nuove nazioni e venivano alla ribalta popoli i cui sentimenti di indipendenza erano stati a lungo repressi. La carta geografica dell’Europa assumeva, grosso modo, i confini politici di oggi.

Tra le potenze vincitrici, Francia e Inghilterra fecero le maggiori acquisizioni territoriali. Al Giappone fu riconosciuto il controllo di una ricca regione della Cina. Solo gli USA non chiesero compensi territoriali: eppure furono i veri vincitori della guerra. Il fatto di essere divenuti la prima nazione industriale del mondo, superando l’Inghilterra, costituiva già un vantaggio impareggiabile.
Che gli Stati Uniti volessero sfruttare al massimo questo vantaggio, allargando la loro penetrazione economica in tutto il mondo (ma principalmente nel continente americano), fu chiaro quando, nell’aprile del 1919, sorse a Ginevra la Società delle Nazioni. Il Congresso americano si rifiutò di aderirvi. Poiché, per ovvie ragioni, relative alla nascita regime comunista, non vi aderiva neppure la Russia (che deciderà di entrarvi soltanto nel 1934), di fatto questo organismo, che avrebbe dovuto porre fine agli imperialismi, divenne uno strumento in mano alla Francia e all’Inghilterra per difendere i loro interessi.
L’ordine internazionale non era dunque affatto garantito. La prima guerra mondiale portò molti cambiamenti, ma non risolse alcun problema. Questi anzi si ripresentarono ben presto in forma più acuta. Dopo soli 21 anni un’altra guerra mondiale, ancora più spaventosa, avrebbe sconvolto il mondo.

Un’ondata rivoluzionaria investì tutta l’Europa, favorita dalla diffusa crisi sociale del dopoguerra: i fuochi rivoluzionari si accesero un po’ ovunque.
Fu la Germania il paese in cui il vento rivoluzionario soffiò più forte. Dopo l’insurrezione che scacciò il Kaiser nel novembre 1918, sorse la : in tutto il paese si formavano consigli operai e soldati, simili ai soviet. La animavano specialmente i comunisti della Lega di Spartaco (o spartachisti), che costituivano l’ala sinistra del Partito Socialdemocratico, la cui maggioranza era però contraria a uno sviluppo rivoluzionario.
Dopo una serie di scioperi e di scontri, gli spartachisti rimasero isolati di fronte alla reazione. I loro dirigenti Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg furono assassinati nel gennaio del 1919, insieme a moltissimi altri militanti di quello che allora era il partito socialista più forte d’Europa. Il socialismo tedesco fu stroncato definitivamente in una sola settimana e dopo pochi mesi l’intero movimento fu sconfitto.
Anche in Ungheria nel 1919 sorse, sotto la guida del comunista Bela Kun, una repubblica socialista. Ma durò solo cinque mesi: indebolita da una gravissima crisi economica, fu repressa dall’esercito della vicina Romania che instaurò una monarchia.
Infine, anche in Italia negli anni 1919-1920 si ebbero tentativi rivoluzionari falliti.
Le difficoltà dei movimenti rivoluzionari in Europa facevano nascere l’esigenza di una migliore coordinazione tra i partiti rivoluzionari. Sorgeva perciò, nel 1919, la Terza Internazionale (o Internazionale comunista), in seno alla quale prese subito il sopravvento il partito comunista russo, il quale impose a tutte la altre organizzazioni una struttura e un programma politico simili al suo. Molti socialisti fondarono nuovi partiti comunisti con un più deciso programma rivoluzionario: in Francia nel 1920, in Italia nel 1921.

IL FASCISMO

Alla fine della guerra, in Italia la situazione economica era disastrosa. Come sempre, erano le classi più povere a risentire maggiormente della crisi: basti pensare che i prezzi dei generi alimentari erano aumentati sei volte rispetto all’anteguerra, mentre il salario di un operaio era poco più che raddoppiato.
Il malcontento popolare si manifestò nel 1919 con violenti moti di piazza, mentre in alcune zone del Meridione si giungeva all’occupazione delle terre da parte dei contadini esasperati. Ma la fase più accesa del conflitto sociale si ebbe con l’occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920. Nata dall’acuirsi della lotta sindacale degli operai metalmeccanici di Milano e Torino, l’occupazione delle fabbriche assunse ben presto un chiaro significato politico. Negli stabilimenti, difesi con le armi dagli operai, continuava la produzione: gli occupanti erano convinti che la classe operaia fosse ormai matura per sostituirsi alla borghesia nel dirigere le industrie e lo stesso Stato.

Queste idee, sostenute e divulgate dal giornale , diretto a Torino dal socialista di tendenze rivoluzionarie Antonio Gramsci, allarmavano la borghesia ed eccitavano i desideri di rivincita della destra.
Giolitti, nuovamente capo del governo nel 1920-1921, rifiutò di far ricorso alle armi contro gli operai, e riuscì a far prevalere le correnti sindacali più moderate. Al termine dell’occupazione Gramsci attribuì la sconfitta all’assenza di un partito rivoluzionario. Per questo si fece promotore di una scissione all’interno del Partito socialista, che portò alla fondazione del comunista d’Italia nel Congresso di Livorno del gennaio 1921.

Nel frattempo le forze di destra si stavano organizzando. Anch’esse avevano motivi di scontento da far valere contro lo Stato liberale, di cui volevano la distruzione, sebbene per motivi opposti a quelli della sinistra. Mentre la sinistra lottava perché la classe operaia e contadina giungesse al potere, la destra voleva evitare questo capovolgimento dei rapporti sociali, conferendo più potere alle classi sociali privilegiate.
Il fermento della destra era inoltre alimentato dalla scontentezza per le conclusioni della guerra. Alla Conferenza di pace di Parigi l’Italia aveva chiesto che le venissero concessi, oltre a Trento e Trieste, anche la Dalmazia, come le era stato promesso nel Patto di Londra. Ma il presidente americano Woodrow Wilson si era opposto, perché nel frattempo era sorto il Regno di Iugoslavia, cui la Dalmazia spettava in base al principio di nazionalità. I nazionalisti irredentisti e in generale le forze politiche di destra parlavano perciò ora di “vittoria mutilata”.
Molti piccolo-borghesi, colpiti dalla crisi economica del dopoguerra, vedevano con favore un governo forte che riportasse l’ordine sociale, e sposavano gli ideali imperialistici che i costruttori di armi, come al solito, non mancavano di alimentare.
In questi ambienti trovò entusiastico favore l’impresa di Fiume guidata dallo scrittore Gabriele D’Annunzio. Nel settembre 1919 D’Annunzio, alla guida di un gruppetto di ex soldati, occupò Fiume, governandola arbitrariamente per più di un anno. La difficile situazione si sbloccò quando Giolitti, col Trattato di Rapallo, rinunciò alla Dalmazia ottenendo in cambio che Fiume fosse proclamata indipendente; quindi inviò l’esercito contro D’Annunzio, facendolo sgombrare. L’impresa di Fiume rimaneva comunque un fatto gravissimo, perché metteva in evidenza la tendenza della destra a sostituirsi allo Stato, facendo uso della violenza.

Interpretando i confusi desideri della destra nazionalista, nel 1919 Benito Mussolini fondò i . Le idee di coloro che vi aderirono erano contraddittorie: a fianco di ex combattenti si trovavano sindacalisti, e perfino anarchici, che si illudevano di poter rovesciare le istituzioni monarchiche. Con i Fasci nacquero anche le prime squadre di camicie nere (questa era infatti la divisa dei fascisti). Armate di manganello, assalivano le sedi dei sindacati e dei partiti operai; usavano la violenza per combattere il comunismo e non riconoscevano l’autorità dello Stato. Dopo due anni, avevano già provocato la morte di centinaia di cittadini, ma la polizia non interveniva, dimostrando il tacito appoggio del governo.

Una parte della società italiana incominciò a guardare ai fascisti se non con simpatia, con tolleranza. I primi furono i proprietari terriere della Valle Padana, che videro nella violenza fascista un mezzo per far tacere le proteste dei braccianti; per analoghi motivi, incominciarono a sostenere finanziariamente i fascisti anche gli industriali del Nord. Le proclamazioni nazionalistiche di Mussolini conquistavano inoltre le simpatie degli alti ufficiali dell’esercito e degli ambienti di corte, mentre le rivendicazioni a favore degli ex combattenti facevano sperare a molti piccolo-borghesi di poter migliorare le proprie condizioni economiche, delle quali le organizzazioni di sinistra sembravano non preoccuparsi.
Infine, molti uomini politici liberali, Giolitti compreso, pensavano che i fascisti avrebbero dato una lezione a socialisti e anarchici, fomentatori di scioperi e disordini, e poi sarebbero tornati nella legalità. La magistratura spesso assolveva la camicie nere colpevoli di azioni criminose.

L’allargarsi del consenso sociale favorì anche il successo elettorale del fascismo. Se nelle elezioni del 1919 Mussolini aveva ottenuto soltanto 4.500 volti (e nessun seggio alla Camera), nel 1921 il Partito nazionale fascista (PNF), fondato proprio in quell’anno, ottenne 45 seggi. Il successo fu favorito dall’aggravarsi della situazione economica: l’industria stentava a riprendersi, l’inflazione raggiungeva il 450%, il debito dello Stato cresceva vertiginosamente e la disoccupazione dilagava. Mentre le lotte operaie si radicalizzavano, e molti speravano in una rivoluzione di tipo sovietico, vasti settori della borghesia chiedevano “misure forti” per risanare l’economia: e “misure forti” richiedevano un “uomo forte”, quale Mussolini pretendeva di essere.
Il capo fascista era avvantaggiato dalla debolezza dei governi liberali: dal 1920 al 1922 se ne succedettero quattro, uno più inefficiente dell’altro. Infine, furono proprio le forze di sinistra a fare un ultimo tentativo per indurre il governo a reprimere con più decisione le violenze fasciste. Ma lo sciopero generale proclamato a tal fine fu un completo fallimento, ed ebbe l’effetto di provocare altre violenze delle camicie nere.

A questo punto Mussolini ritenne che fosse giunto il momento di impadronirsi del potere. Il Partito fascista aveva ormai 70.000 iscritti, lauti finanziamenti, appoggi in vari ambienti sociali, e una sua forza militare.
Sicuro di questo sostegni, il 28 ottobre del 1922 Mussolini, da Milano, ordinò ai fascisti di tutta Italia di marciare su Roma. Con questo atto di forza, il fascismo pretendeva di assumere il potere.
Le 50.000 camicie nere, giunte nella capitale, avrebbero potuto facilmente essere disperse dall’esercito regio. Ma Mussolini aveva preparato le cose perché ciò non accadesse. Il re Vittorio Emanuele III, infatti, non solo si rifiutò di firmare il decreto che avrebbe mobilitato l’esercito, ma quando ancora i fascisti occupavano la vie di Roma chiamo Mussolini, che giunse da Milano in camicia nera, e lo nominò primo ministro (cioè capo del governo).
Iniziava così il governo fascista dell’Italia: per mezzo di un colpo di Stato realizzato contro il Parlamento, ma con l’appoggio dei potenti. Sarebbe durato un ventennio: fino al luglio 1943.

Il fascismo non prese subito le forme di un’aperta dittatura. Mussolini capì infatti che ciò gli avrebbe alienato le simpatie di una parte dei suoi sostenitori. Il suo primo governo ottenne quindi un vasto consenso in Parlamento, che andava dai liberali di Giolitti ai cattolici, dal 1919 riuniti nel Partito popolare fondato dal sacerdote siciliano Don Luigi Sturzo. Costoro si illusero che quello di Mussolini fosse un “governo forte” ma transitorio, che sarebbe cessato quando fosse stato ripristinato l’ordine nella società.
Ma dal 1925 Mussolini lavorò per trasformare il Partito fascista nell’organismo centrale dello Stato, in modo da farne lo strumento della sua dittatura.
Le squadre di camicie nere venivano riconosciute ufficialmente come Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN), una organizzazione di partito il cui compito principale era controllare la fede fascista dei cittadini, estirpando ogni forma di opposizione al regime. La milizia era organizzata secondo una rigida gerarchia; i capi si chiamavano gerarchi, ed erano camicie nere che avevano partecipato alla marcia su Roma e dimostrato assoluta fedeltà al Duce (così veniva chiamato Mussolini).
La Milizia controllava il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, creato nel 1926 per giudicare e condannare gli oppositori del regime.
Il Gran consiglio del Fascismo aveva il compito di appoggiare e consigliare l’azione del governo, ed era presieduto da Mussolini e formato da membri scelti tra i più importanti gerarchi.
Mussolini era anche capo del Partito nazionale fascista, di cui nominava il segretario, il quale a sua volta nominava i federali, cioè i dirigenti delle organizzazioni provinciali di partito. Il PNF divenne un’istituzione dello Stato.
Il Partito fascista andò aumentando nel tempo i propri iscritti, anche perché una legge rese obbligatoria la tessera del partito per chi partecipava a concorsi pubblici per diventare dipendente dello Stato (insegnanti, impiegati, magistrati, ecc.). Divenne necessario essere iscritti anche per esercitare le libere professioni, come medico o avvocato: nel 1942 gli iscritti erano diventati 25 milioni!

Nel 1924 si tennero le elezioni, ma Mussolini aveva agito in modo da garantirsi la vittoria: egli aveva fatto approvare una nuova legge elettorale (la Legge Acerbo) per cui il partito che avesse ottenuto il 25% dei voti, avrebbe guadagnato un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi. Grazie a questo provvedimento il “listone” fascista ebbe in Parlamento 403 deputati, contro 106 dell’opposizione.
Nonostante l’iniqua legge elettorale e le violenze che accompagnarono le elezioni, i risultati dimostrarono che molti italiani avevano ancora il coraggio di dire “no” al fascismo. Mussolini decise che, per far tacere le opposizioni, occorreva passare a metodi ancora più brutali.
In questo progetto si colloca l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924. Mentre i deputati dell’opposizione, incapaci di trovare forme di protesta più efficaci, abbandonavano il Parlamento (la secessione dell’Aventino, così chiamata perché ricordava quella della plebe dell’antica Roma), Mussolini dava un giro di vite decisivo al suo regime, abbandonando ogni parvenza di legalità parlamentare. Il 3 gennaio 1925 Mussolini pronunciò un discorso alla Camera nel quale ammetteva pubblicamente di assumersi la responsabilità morale del delitto Matteotti: inizia il regime fascista.

Nacquero così, nel 1925, le che abolivano tutte le libertà democratiche, cioè la libertà di stampa, di opinione, di riunione e di associazione. Esse resero illegale qualsiasi opinione antifascista.
Principale preoccupazione di Mussolini fu quella di concentrare nelle sue mani il potere legislativo. Nel 1926 al potere esecutivo (cioè a Mussolini stesso) veniva riconosciuto il diritto di emanare leggi, anche contro il parere del Parlamento. Nel 1929, si ebbe il passo decisivo: le elezioni vennero sostituite con un plebiscito. Il Gran consiglio aveva preparato una lista di 400 candidati (tutti fascisti); gli elettori avevano due scelte: approvarla in blocco inserendo nell’urna una scheda tricolore oppure votare con una scheda grigia.
L’abolizione del segreto del voto garantiva il successo fascista, che difatti fu strepitoso: 8.506.676 , contro 136.198 . I nuovi deputati, oltre tutto, contavano ormai ben poco, perché gran parte dei loro poteri erano stati trasferiti al Gran consiglio.
La tappa conclusiva di questo processo fu l’abolizione del Parlamento, decretata nel 1939.
Il Parlamento fu sostituito dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che non poteva neppure proporre leggi, ma si limitava a dare dei consigli. Ne facevano parte automaticamente tutti coloro che rivestivano determinate cariche nelle gerarchie del partito o delle Corporazioni. Le Corporazioni erano le organizzazioni che rappresentavano il mondo del lavoro (industriali e operai insieme), e che il fascismo aveva sostituito ai sindacati, garantendosi così l’appoggio degli industriali.
Secondo la propaganda fascista, la nuova Camera avrebbe dovuto esprimere tutte le forze della nazione. In realtà rappresentava soltanto le gerarchie del Partito fascista. Ogni elezione dal basso, anche nella forma soltanto apparente del plebiscito, era stata abolita: non vi erano più né eletti né elettori, nello Stato corporativo, il potere legislativo era nelle mani del Duce e del Gran consiglio del Fascismo.
Il risultato dello “Stato corporativo” fu che i salari diminuirono, e i profitti industriali aumentarono. Inoltre crebbe l’intervento dello Stato nell’economia.
Il regime fondò, nel 1933, l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), un ente che aveva il compito di aiutare le banche e le industrie in gravi difficoltà a causa della crisi economica.
Anche il problema della disoccupazione, sempre grave, fu affrontato con l’intervento dello Stato, che si fece promotore di molte opere pubbliche, tra cui la bonifica delle Paludi dell’Agro Pontino e la fondazione delle città di Latina e Sabaudia, in Lazio.

Per compensare gli effetti di questi provvedimenti antidemocratici, Mussolini cercò di conquistarsi più vasti consensi per altre vie. Un grande successo, che procurò al regime l’appoggio delle alte gerarchie della Chiesa, fu la firma dei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) tra lo Stato italiano e il Vaticano. Il riavvicinamento tra stato e Chiesa era avvenuto per opera della riforma della scuola di Gentile (1923), che prevedeva l’insegnamento della religione cattolica sin dalle elementari, e inoltre parificava le scuole cattoliche, cioè private, alle scuole pubbliche grazie all’istituzione dell’esame di stato. Con il Trattato Internazionale il Vaticano veniva riconosciuto Stato indipendente; con la Convenzione Finanziaria veniva indennizzato dei danni subiti nel 1870, all’atto delle presa di Roma.
Con la parte più significativa, detta Concordato, la Chiesa ottenne che il Cattolicesimo fosse riconosciuto come religione di Stato. L’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche divenne obbligatorio e il matrimonio religioso assunse valore civile. Al clero vennero riconosciuti alcuni privilegi tra i quali l’esonero dal servizio militare e il pagamento di uno stipendio da parte dello Stato.

Nel 1938 Mussolini proclamò il Manifesto della razza, che limitava gravemente la libertà dei 50.000 Ebrei italiani, allineandosi così alla politica antisemita della Germania, divenuta molto potente sotto la dittatura di Hitler.
Il Manifesto della razza affermava che esistono razze superiori e razze inferiori; che la popolazione italiana era prevalentemente ariana; che gli italiani dovevano proclamarsi “francamente razzisti”; che gli Ebrei non appartenevano alla razza pura italiana.
Il Gran consiglio del fascismo deliberò che agli Ebrei fosse vietato: dirigere aziende con più di 100 dipendenti; possedere più di 50 ettari di terreno; avere incarichi pubblici nelle amministrazioni civili e militari e negli enti provinciali e comunali; essere funzionari nelle banche e nelle assicurazioni.
Tutti gli Ebrei stranieri venivano espulsi dall’Italia. Inoltre nessun ragazzo ebreo poteva frequentare la scuola pubblica. Queste misure, che segnavano la perdita di tutti i diritti civili, furono l’inizio della tragica odissea del popolo ebraico anche in Italia: benché ben integrato con il resto della popolazione, esso dovette rinunciare alle proprie attività. Molti furono costretti a emigrare.

Non tutti gli italiani erano fascisti. Coloro che possedevano più vivo il senso della libertà e della giustizia non potevano accettare passivamente le sopraffazioni del regime. Sorse così l’antifascismo, che sino al 1925 il governo tollerò.
Dopo l’assassinio Matteotti, con l’emanazione delle “leggi fascistissime” i partiti d’opposizione, che sino allora attraverso i loro giornali avevano potuto diffondere notizie degli errori e dei crimini di Mussolini, furono soppressi.
Con i partiti vennero proibiti anche i sindacati. Non era lecito stampare nulla che non fosse preventivamente approvato dalla polizia; né fondare alcuna società, neppure sportiva; né riunirsi in un luogo pubblico in più di tre persone.
Gli oppositori del regime si trovavano soprattutto fra gli operai, i più colpiti, e tra gli intellettuali, che avevano gli strumenti culturali per individuare gli abusi e gli inganni della dittatura.
Tra le istituzioni volute da Mussolini c’era, oltre al Gran Consiglio del fascismo, l’OVRA (Opera di vigilanza e repressione antifascismo), una sorta di polizia segreta che si serviva essenzialmente di spie. Queste si infiltravano negli ambienti sospettati di antifascismo, e segnalavano i nomi delle persone ritenute più pericolose. A questo punto scattava il primo “avvertimento”: una squadraccia di camicie nere si presentava in casa dell’antifascista e lo picchiava a sangue con i manganelli; oppure gli faceva bere a forza una forte dose di olio di ricino, giudicata una punizione più umiliante delle altre.
Se la persona sospetta non riusciva a dimostrare la propria innocenza, si poteva arrivare all’arresto. Si veniva arrestati anche sulla base di semplici insinuazioni. Quando, a volte dopo mesi di carcere e interrogatori che ricorrevano alle torture, veniva celebrato il processo di fronte al Tribunale speciale, la condanna era quasi sicura, anche se non c’erano prove dell’attività antifascista. Tra i condannati ricordiamo Sandro Pertini, Ernesto Rossi, Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Fausto Nitti e moltissimi altri. Molti oppositori per sfuggire alla cattura emigrarono all’estero, specialmente a Parigi, dove fu attiva la “concentrazione antifascista”, che radunava democratici e socialisti. In Francia emigrarono Piero Godetti, Giovanni Amendola, i fratelli Carlo e Nello Rosselli: tutti morti là in seguito alle percosse subite in Italia, oppure fatti assassinare da Mussolini. A Parigi Togliatti, Turati, Treves e altri capeggiavano il gruppo dei fuoriusciti.

In tredici anni di attività il Tribunale speciale emanò 42 sentenze di condanna a morte (rimessa in uso appunto dal fascismo, dopo che per decenni non era stata più applicata); comminò complessivamente 28.000 anni di carcere; utilizzò ampiamente due tipi di pena: l’esilio e il confino. Il primo allontanava definitivamente dal paese una persona pericolosa per il regime, che poteva fare proseliti. Il secondo, che consisteva nell’obbligo di risiedere per un determinato periodo di tempo in una località fissata dal Tribunale (di solito uno sperduto paesino del Sud), mirava a isolare l’antifascista da parenti e amici e a metterlo in condizioni di rinunciare all’attività politica.
Spesso chi aveva scelto la scomoda e pericolosa via dell’antifascismo non si lasciava scoraggiare né dal carcere né dall’esilio né dal confino.
Gli esiliati o i fuoriusciti per sfuggire all’arresto tentavano di far giungere la loro voce di incoraggiamento ai compagni rimasti in Italia, ai quali la censura impediva di avere notizie su ciò che avveniva nel resto d’Europa, benché molti ascoltassero le trasmissioni Radio Mosca e della radio svizzera. I giornali stampati all’estero venivano diffusi in Italia da coraggiosi emissari che rischiavano di essere arrestati e condannati.

VIVERE DA FASCISTA

Per imporre il suo potere personale, Mussolini aveva bisogno di un modello, di uno stile scenografico che facesse presa sulle masse. Il suo nazionalismo gliene suggerì subito uno: la Roma imperiale. Agli insoddisfatti Mussolini prometteva, attraverso il ritorno alle virtù militari che avevano fatto grande l’antica Roma, la restaurazione dell’impero. Il termine fascio, adottato da Mussolini fin da quando, nel 1919, costituì il primo , era un termine romano. I fasci dei Romani (detti “littori” dal nome dei soldati che li portavano nelle processioni) erano verghe legate da una stringa di cuoio, che simboleggiavano il potere coercitivo di un magistrato (la verga stava a significare che il potere poteva essere esercitato con la fustigazione); se tra le verghe vi era una scure, significava che il magistrato aveva potere di vita e di morte. Il simbolo scelto da Mussolini, completo di scure, indicava dunque la volontà di imporre un potere politico anche con l’uso della forza.
Il simbolo del fascio non era che un aspetto del culto della romanità che Mussolini impose agli italiani. Lo stesso titolo di Duce derivava dal latino dux, che significa “il condottiero”.
Della romanità, il fascismo adottò gli aspetti più esteriori (ma non tutti storicamente autentici): il saluto col braccio destro alzato, il passo con le gambe rigide, gli stendardi sormontati dall’aquila imperiale.
Si arrivò al punto di celebrare con grande pompa il Natale di Roma (21 aprile) e gli anniversari di Cesare, Augusto, Virgilio… Il Duce fece anche costruire a Roma il Foro Mussolini (oggi Foro italico) a imitazione dell’antico Foro romano. Inoltre, stabilì che il 1922, anno della marcia su Roma, fosse il primo anno della nuova era fascista, per cui le date comparivano scritte, per esempio, così: 1935, XIII E.F. (Era Fascista).

Connesso al culto della romanità, fioriva il culto dell’italianità, espressione di un nazionalismo esasperato e rozzo. Tra le manie del Duce vi era l’italianizzazione dei nomi stranieri: il pullover diventata farsetto, il goal rete, il cognac arzente e la chiave inglese doveva essere chiamata chiave morsa! Egli inoltre pretese che nella conversazione invece del , ritenuto di origine straniera (spagnola), si usasse il (adoperato da Dante) o il , secondo l’uso latino.
Come ogni dittatore, Mussolini impose il culto della propria persona. Egli incantava le adunate oceaniche riunite sotto il balcone della sua residenza romana, Palazzo Venezia, pronunciando slogan carichi di retorica:

Esempio



  



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