Il totalitarismo: definizione

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Testo

TOTALITARISMO
Dare una definizione di totalitarismo appare in un certo senso complicata se prima non si va a definire quelle che sono le definizioni che prettamente caratterizzano due termini apparentemente simili: totalitarismo e autoritarismo. Nel primo infatti vi è l'imposizione della soggezione delle coscienze all'autorità, trasforma in altre parole i cittadini in sudditi consenzienti, uniformandoli al potere. Nell'altro invece si ricerca un'obbedienza esteriore, un conformismo negli atteggiamenti politici. Ma ciò non è sufficiente, in effetti Per avere una definizione ampia e precisa di totalitarismo bisogna partire dalla distinzione tra stato e società civile della tradizione hegelo-marxista che vede nel regime totalitario il completo ed assoluto assorbimento della società civile da parte dello stato. Il termine “totalitarismo” fu coniato in Italia nel maggio 1923, e venne inizialmente usato dagli antifascisti come insulto. Anche Mussolini lo utilizzò, comunque, nel giugno del 1925 quando parlò della “fiera volontà totalitaria del suo movimento”.
Il termine “totalitarismo” sembra che sia stato usato come etichetta per accomunare stati fascisti e comunisti in Inghilterra nel 1929, anche se parecchi anni prima Nitti e altri esponenti politici italiani avevano già proposto confronti tra fascismo e bolscevismo. Negli anni Trenta e Quaranta il concetto fu utilizzato da importanti intellettuali di sinistra per spiegare quello che per loro era il carattere peculiare del fascismo (o del nazismo). Mancava però in questi autori ogni comparazione fascismo-comunismo.
Il termine comincia a essere usato come categoria storiografica dopo la pubblicazione del saggio della Arendtsecondo cui il totalitarismo fu un fenomeno complesso che caratterizzò alcuni regimi come quello fascista/nazista e quello stalinista. Uno stato totalitario è uno stato in cui il potere è nelle mani di un partito unico che si identifica con le principali istituzioni. Non esiste una separazione tra privato e pubblico e lo stato ritiene proprio compito occupare interamente la vita del singolo. All'atto pratico il totalitarismo diviene una forma di governo che presenta una struttura interna fortemente tendente all'unificazione per mezzo dello strumento del terrore, in esso vi è l'assenza di qualsiasi forma di dialettica politica.
Unico è il partito dirigente, affiancato talora da formazioni politiche fantoccio il quale tende a far sue le forze fisiche dello stato: polizia ed esercito, in special modo ed i mezzi di comunicazione di massa. In una tale forma di governo prevale l'ideologia di stato: fine ultimo diviene lo stato non l'umanità stessa, scompare contemporaneamente la presenza dell'avversario politico, di per sé anche colui che resta neutrale diviene nemico da eliminare. Tale definizione è apprezzabile per la linearità e la semplicità, caratteristiche che la rendono astratta e conseguentemente difficile da applicare alla realtà effettuale: il totalitarismo non riesce di fatto a compiere una compenetrazione così perfetta ed assoluta, a chiudere in sé tutta la vasta rete di rapporti sociali, umani, religiosi, culturali, familiari e lavorativi che contraddistinguono una società civile complessa. In altre parole la fiducia nella libertà umana e l'esperienza rendono vani e di poca durata ogni tentativo di costituire uno stato totalitario che abbia in sé tali caratteristiche.

Esempio
Fare un unico esempio di totalitarismo è alquanto difficile in quanto comunque è stato un fenomeno che ha caratterizzato il novecento sino agli anni novanta. In effetti possiamo parlare di totalitarismo per nazismo comunismo stalinista e in un certo senso anche per il fascismo italiano e spagnolo.
Proprio per individuare le caratteristiche specifiche di queste tre tipologie di totalitarismi è sicuramente utile fare riferimento a un saggio pubblicato da Alain de Bonoist in cui appunto ci si sofferma ad individuare quelle particolari sfumature che hanno fatto di un'unica ideologia, quella totalitaria, tre diverse concezioni di società, di individuo e di nazione.
I tre devono essere necessariamente comparati in quanto l’unica maniera per capirli è prenderli assieme. A questo punto de Benoist fa propria la discussa tesi del “nesso causale” fra comunismo e nazismo proposta dallo studioso“Il nazismo appare infatti una reazione simmetrica al comunismo”. Esso dunque non sarebbe altro che un antimarxismo, un anticomunismo teso ad annientare il nemico assumendone le forme e i metodi, “a partire dai suoi mezzi terroristici”. Comparare non significa però assimilare: “dei regimi comparabili non sono necessariamente identici”.
Tornando alla domanda iniziale l’autore evidenzia il fatto che molti sostengono l’idea che il nazismo sia stato un regime ben peggiore di quello comunista in quanto il primo professava una dottrina di odio e di rifiuto del concetto stesso di umanità, mentre il secondo una dottrina di liberazione e di amore per l’umanità. Dunque i crimini comunisti non sarebbero stati altro che “una perversione del comunismo, che era in sé un ideale di liberazione umana”.
Ai sostenitori di questa idea il saggista oppone una semplice considerazione: “fare male in nome del bene non è meglio che fare male in nome del male. Distruggere la libertà in nome della libertà non è meglio che distruggerla in nome della necessità di sopprimerla”.
Sia il comunismo che il nazismo hanno attirato la simpatia di larghe masse professando idee di felicità che si possono considerare false e quindi cattive. Idee di felicità, per di più, che per essere realizzate implicavano necessariamente l’annientamento di un gran numero di esseri umani. “Sia l’utopia della società senza classi che l’utopia della razza pura esigevano l’eliminazione degli individui che si ritenevano ostacolassero l’avvento di una società radicalmente migliore”.
Ma allora perché il nazismo suscita un astio che il comunismo non suscita? Per de Benoist la risposta risiede “nell’alleanza siglata nell’ultima guerra fra lo stalinismo e le democrazie occidentali, alleanza che ha costituito il fondamento dell’ordine internazionale scaturito dalla sconfitta tedesca del 1945”. Poiché la Russia sovietica e le democrazie occidentali hanno combattuto da alleate il comune nemico nazista quest’ultimo non può che essere peggiore di Stalin. Altrimenti come giustificare una simile alleanza?
Dunque l’URSS in quanto ad antifascismo non ha nulla da invidiare alle democrazie occidentali. L’antifascismo del Cremlino, però, serve ad occultare la realtà dei campi di concentramento russi: cancella “la specificità del regime sovietico ponendolo nello stesso campo delle democrazie occidentali; permette di identificare il comunismo con la difesa della democrazia”.
Sia il regime comunista che quello nazista, perciò, rientrano a buon diritto fra quelli che si possono definire regimi totalitari. In entrambi infatti si ritrova un’ideologia ufficiale che permeava l’intera vita sociale, un partito unico di massa, un efficientissimo apparato poliziesco, un controllo totale da parte dello stato dei mezzi d’informazione e di comunicazione, un monopolio dei mezzi di lotta e un’economia estremamente centralizzata. Comunismo e nazismo hanno tutti questi caratteri formali in comune. Ma non solo. La loro parentela è legata anche all’ispirazione e alle aspirazioni. Questa ispirazione e queste aspirazioni non hanno tanto a che vedere con un’idea comune nel senso dottrinario del termine, quanto piuttosto con un atteggiamento mentale basato sulla fusione di una visione di natura religiosa, con un volontarismo estremo, legato a un’adesione senza riserve ai valori della modernità.
Il totalitarismo visto da Alain de Benoist è una espressione radicale della modernità e dei suoi tratti negativi. E’ riduzione dell’uomo ad oggetto, sradicamento e culto di un Progresso indefinito. Il totalitarismo dunque non è altro che una religione secolare, portatrice di certezze assolute, che rende ogni idea differente un’idea falsa e mistificante. Da una parte c’è tutto il Bene, dall’altra tutto il Male. Se non si è fra gli amici, ci si colloca necessariamente fra i nemici.
Questi ultimi devono essere annientati. Infatti la soppressione del nemico, che per il comunismo s’identifica nell’ineguaglianza di classe e per il nazismo nella dominazione ebraica, è indispensabile per ottenere la salvezza della collettività eletta, “l’accesso a una vita futura realizzata non più nell’aldilà ma in un prossimo futuro. Il totalitarismo istituzionalizza così la guerra civile”.
Da tutto questo deriva una ulteriore spiegazione del fenomeno del miglior trattamento riservato dalle democrazie occidentali al comunismo rispetto al nazismo. Liberalismo e comunismo infatti sono parenti: scaturiscono entrambi dall’ideale illuminista e “si distinguono esclusivamente nella maniera di realizzarlo. In altri termini , le democrazie liberali non possono evitare di riconoscersi nelle aspirazioni egualitarie-universaliste del comunismo”.
Dunque, se le democrazie borghesi e il totalitarismo comunista hanno origini comuni nulla assicura che i regimi democratici liberali siano immuni per natura contro il totalitarismo. Gli uni e l’altro possono raggiungere gli stessi scopi, seppur con mezzi differenti. La caduta dei sistemi totalitari del XX secolo non allontana lo spettro del totalitarismo. Essa invita piuttosto a interrogarsi sulle forme nuove che potrebbe assumere in futuro.
E come non riconoscere una nuova forma di totalitarismo nelle società liberali? Come i totalitarismi di ieri anche esse tendono ad imporsi come il solo sistema universalmente possibile. L’uomo continua ad essere ridotto alla condizione di oggetto; i cittadini sono trasformati in consumatori; l’economia ha preso il sopravvento sulla politica; la pubblicità ha sostituito la propaganda; il conformismo assume la forma del pensiero unico. Al pari dei tradizionali regimi totalitari le società liberali riducono l’uomo in servitù, ma lo fanno in una forma nuova, attraverso la persuasione e il condizionamento piuttosto che con la violenza brutale, l’uomo si trova privato dolcemente, e persino con il proprio assenso, della sua umanità.

Esempio



  



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