Il fascismo: dalla nascita all'intervento U.S.A.

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Testo

Il fascismo
Il governo successivo vedeva a capo Bonomi, socialista, che però era sostenuto solo dai cattolici. Si vide subito che era inadeguato e contemporaneamente la popolarità dei fascisti cresceva perché visti come rappresentanti di ordine e legalità.
Da semplice gruppo, quello fascista, con il Congresso di Roma del 1921, si trasformò in partito: il PNF.
Alla base del suo programma troviamo la Chiesa con i sui principi cattolici, la Repubblica e la Proprietà Capitalista.
Dopo essersi rifiutato di intervenire per salvare la Banca d’Italia, Bonomi fu sostituito da Facta.
Tutte le organizzazioni sindacali, al fine di chiedere al governo Facta un comportamento più energico contro le violenze fasciste, organizzarono lo Sciopero Legalitario. Questo si mostrò un fallimento e come risultato ebbe che le violenze fasciste aumentarono così come la loro popolarità visti ancora di più come portatori di ordine e legalità violati dagli scioperi.
Mussolini si allontana dall’ideale iniziale di Repubblica, infatti adesso crede di più nella monarchia riconoscendole un ruolo nazionale importantissimo. In realtà se il Re avesse provato a ribellarsi, sarebbe stato subito sostituito dal cugino Duca Amedeo D’Aosta aperto sostenitore del fascismo.
Con la nascita del Partito Socialista Unitario, guidato da Turati, si andava perdendo ogni possibilità di una forte coalizione antifascista.
Il consenso aumentava di giorno in giorno, il Re quasi necessariamente doveva appoggiare i fasci, le coalizioni antifasciste si erano seriamente indebolite. Alla luce di ciò, nel 1922 si tenne a Napoli un’enorme adunata di Camice Nere decise da lì a marciare fino a Roma per prendersi il potere. Si dice che le 20000 camice nere, non fossero bene armate, ma la figura incolore di Facta decise ugualmente di dare le dimissioni.
Inizialmente Vittorio Emanuele, Re d’Italia, era deciso ad intervenire duramente contro i manifestanti, ma successivamente i rese cono che se i fascisti avessero avuto la meglio il suo trono sarebbe vacillato, se invece lui avesse vinto, l’Italia sarebbe potuta cadere in una dilaniante guerra civile. In questo clima, decise di Affidare il governo a Mussolini.
Il governo Mussolini ebbe il voto di fiducia dai liberali e dai popolari così da fare credere che nonostante le violenze esteriori in realtà questo fosse un governo in linea con la tradizione costituzionale.
Le intenzioni di Mussolini erano tutt’altre; nel discorso tenuto il 16 novembre 1922 disse: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli. Potevo: ma non ho almeno in questo primo tempo, voluto”.
Agli organi di Stato a poco a poco si sostituivano organi di partito. Il Gran Consiglio del Fascismo si sovrapponeva al Parlamento; la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale all’esercito nazionale.
Il partito fascista nel 1923 si alleò al partito nazionalista. Sempre nello stesso anno venne varata la Riforma Scolastica Gentile che partendo da un progetto elaborato da Croce, istituiva un esame alla fine degli studi superiori così da permettere l’esistenza delle scuole private cattoliche e valorizzare maggiormente la cultura.
Quando i popolari si ribellarono all’evoluzione autoritaria che stava prendendo il governo, Mussolini chiese a loro le dimissioni, sicuro che il mondo cattolico gli sarebbe stato sempre vicino. A Don Luigi Sturzo non restò che dare le dimissioni.
Con la Legge Acerbo, venne modificato il sistema elettorale; la legge infatti attribuiva i 2/3 dei seggi in Parlamento, al partito che avesse avuto il maggior numero di voti purchè non inferiore al 25%. Lo scopo di questa legge era quello di far affiancare il maggior numero di forze liberal-moderate intorno al partito fascista.
Autorevoli leader come Salandra e Orlando, appoggiarono il listone mussoliniano mentre le altre forze antifasciste, troppo frammentate, non rappresentarono una vera minaccia infatti il listone ebbe il 65% dei voti.
All’apertura della nuova camera nel 1924 Giacomo Matteotti osò denunciare le ripetute illegalità e violenze che accompagnarono la campagna elettorale e ne chiese l’annullamento. Pochi giorni dopo venne rapito e assassinato da dei sicari fascisti.
Il delitto sembrò avere compromesso il potere fascista perché tutte le forze si rifiutarono di partecipare ai lavori della Camera e seguendo l’esempio degli antichi romani con la Secessione dell’Aventino ma non ebbero l’appoggio del Re.
Mussolini si assunse tutte le responsabilità del delitto Matteotti e proclamò la volontà di eliminate ogni forma di democrazia esistente.
Seguirono nuovi atti di violenze e repressioni. Nel corso del 1925 venne soppressa anche la libertà di stampa e le sedi dei giornali per continuare a lavorare dovevano allinearsi alle posizioni del regime.
Ormai lo Stato totalitario si era affermato. Con la legge del 24 dicembre 1925 il presidente del Consiglio assumeva il nome di Capo del Governo e doveva dare conto delle sue azioni non più al potere legislativo ma solo al Re.
Le leggi del novembre 1926 determinarono la fine del sistema parlamentare. Furono sciolti tutti i partiti antifascisti e giudicati illegali. Chiunque si fosse opposto al regime sarebbe stato giudicato da un tribunale speciale ed inviato al confino.
Con le leggi del 1926 si modificavano le amministrazioni locali, il sindaco era sostituito dal podestà di nomina governativa.
Con la legge del 1928 si modificava il sistema elettorale; si sottolineava il principio della lista unica nella quale erano presenti 400 candidati scelti dal Gran Consiglio del Fascismo che bisognava approvare o respingere in blocco.
Con i patti Lateranensi firmati dal Duce e dal cardinal Gasparri, si poneva fine alle lotte tra Stato e Chiesa. Alla chiesa veniva riconosciuta l’importanza della religione cattolica e gli venivano dati maggiori poteri per quanto riguardava la nomina dei vescovi e la celebrazione del matrimonio sia in forma civile che religiosa.
Per quanto riguarda il territorio la chiesa riconosceva lo Stato italiano con Roma capitale e al piccolo Stato Vaticano venivano dati 750 milioni come prezzo per le terre espropriate.
Questi erano gli anni della fabbrica del consenso. I giovani da fanciulli fino all’età universitaria, venivano squadrati in gruppi tipo Balilla, Avanguardisti, Giovini italiane, Figli della Lupa e così via.
Il regime di sicuro fu molto attento alle innovazioni, infatti per diffondere le notizie si servi moltissimo oltre che della stampa che però esisteva già da tempo, anche del cinema e soprattutto della radio.
Tra il 1922 e il 1926 il fascismo mantenne una politica economica liberale. Protagonista fu Alberto De Stefani, ministro delle finanze, il quale si affrettò a ritirare il progetto sulla nominatività dei titoli e abolì il monopolio statale delle assicurazioni sulla vita. In pratica cercò di ridurre il controllo pubblico sulla vita economica promovendo l’iniziativa privata.
In questi anni l’industria italiana incrementò molto la produzione grazie soprattutto alle aumentate esportazioni. Nonostante ciò De Stefani venne sostituito da Volpi che era più in linea con i caratteri totalitari dello Stato fascista.
Per permettere la ripresa del settore agricolo, fu lanciata la “battaglia del grano”; furono alzati i dazi doganali sui cereali importati per incoraggiare la produzione nazionale e giungere all’autosufficienza nei consumi.
Furono estese le aree coltivate a grano sostituendo culture specializzate che in un mercato estero sarebbero state maggiormente richieste.
Mussolini nel discorso di Pesaro nel 1926 annunciò di volere fissare il cambio della lira con la sterlina a 90 “quota novanta”. Questa riforma era tesa a fare aumentare l’importanza italiana in una futura politica estera autoritaria ma ciò preoccupava molto le classi medie del paese sottoposte al pericolo dell’inflazione. Per venire incontro agli industriali, il duce, fece alleggerire i salari del 10-30% con un conseguente aumento della disoccupazione.
Il duce aveva pensato a tutto; i nuovi disoccupati vennero impiegati in un vasto programma di opere pubbliche culminanti con la Bonifica dell’Agro Pontino. Le zone paludose furono rese agricole ed abitabili, furono edificate nuove città quali Latina, Pomezia, Sabaudia ed altre.
In questo modo, l’Italia si allontanava sempre di più dal mondo industriale e dal commercio estero.
Con il “Patto di palazzo Vidoni”, la confederazione degli industriali e quella dei sindacati fascisti, con una legge vietarono gli scioperi ed istituirono un magistrato del lavoro che doveva risolvere i problemi riguardanti i contratti collettivi di lavoro.
Gli anni trenta furono gli anni del consenso; ogni italiano si poteva riconoscere con convinzione nelle forme politiche realizzate dal PNF. L’isolamento dell’economia fece in modo che la crisi del ‘29 fu meno cocente rispetto agli altri stati.
La crisi colpì le banche e le industrie siderurgiche. Il duce per evitare il tracollo dell’economia assunse il controllo tramite l’IRI e l’IMI delle principali industrie e banche italiane. Queste società avevano lo scopo di riorganizzare le industrie e le banche per farle risollevare dalla crisi.
Il regime finì per avere il monopolio del credito e ¼ del capitale industriale. Tutto questo non faceva parte di un processo di socializzazione, ma al contrario, era teso a facilitare l’iniziativa privata tramite sgravi fiscali e tariffe protette. In cambio di queste facilitazioni, gli industriali si impegnavano ad appoggiare il regime.
L’Autarchia, produrre e consumare solo prodotti nazionali, divenne una delle parole d’ordine del regime. Il sistema produttivo del paese gravò assai poco sulle classi medie che per questo si sentirono legate al Duce.
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La politica estera del fascismo
Anche in questo campo si poterono notare quelle contraddizioni (tra continuazione e rottura con il liberalismo) che avevano contraddistinto il fascismo. Mussolini, se da un lato aveva sempre in mente i piani di revisione dei trattati di pace, dall'altro non voleva mettersi contro le grandi potenze europee di Francia e Inghilterra. Il suo obiettivo era quello di rendere l'Italia al pari rispetto alle suddette potenze ma, da uomo realista qual' era, si rendeva conto delle disparità tra la sua nazione e le altre due. Nonostante questo, non rinunciava a gesti esteriori come quando, dopo l'assassinio di un suo generale sul fronte greco - albanese, occupò l'isola di Corfù, che abbandonò solo dopo la mediazione inglese. Di lì a poco, con la firma del trattato di Roma con la Iugoslavia Fiume divenne città italiana. Fino al patto di Locarno la diplomazia italiana aveva sostanzialmente mantenuto una rigorosa applicazione dei trattati di pace e il principale obiettivo era quello di mantenere indipendente l'Austria, per scongiurare un'annessione con la Germania.
Il trattato di Locarno, se aveva definito i confini occidentali della Germania, lasciava molte libertà su quelli orientali, e di questa situazione ambigua ne voleva trarre vantaggio il governo fascista, con il ministro Dino Grandi. Gli indirizzi revisionistici ebbero così modo di emergere nuovamente e vennero stipulati una serie di trattati e di patti d'amicizie con le regioni balcaniche (Albania, Ungheria, Romania, Bulgaria). Avvantaggiandosi dell'avvento in questi paesi di governi filofascisti, il regime inaugurò una politica di sostegno alle nazioni sconfitte, in rottura con la tradizione liberale.
Ma nonostante le ambizioni espansionistiche del Duce, non vi fu mai vera rottura con le grandi democrazie occidentali. La situazione cominciò a mutare con l'affermarsi del nazismo in Germania e con la ripresa della politica espansionistica giapponese. Hitler in particolare voleva anch'egli una revisione dei trattati di pace, quindi Mussolini si ritrovava con un agguerrito riferimento internazionale. Tuttavia però decise di muoversi ancora verso un'intesa con Francia e Inghilterra, per paura di iniziative tedesche in Austria. Fu firmato dunque, nel 1933 il patto a quattro tra Italia, Germania, Francia e Inghilterra con l'impegno di una revisione dei trattati.
Le proteste scatenate dall'URSS e dagli stati balcanici indussero però la Francia a limitare la revisione all'interno della Società delle Nazioni, rendendo inattuabili i disegni mussoliniani di una revisione consensuale dei trattati di pace. Rimase però in lui un atteggiamento di protezione verso l'indipendenza austriaca, atteggiamento favorito anche dalla politica antitedesca francese.
La Francia firmò infatti con Mussolini un trattato che prevedeva ufficialmente una rettifica dei confini somali, ma ufficiosamente il via libera all'Italia per la conquista dell'Etiopia.
La guerra d'Etiopia era dettata da due principali motivi: prima di tutto la crescente disoccupazione dovuta alla crisi economica (quindi la colonizzazione era ritenuta una valida alternativa all'emigrazione), in secondo luogo la necessità da parte di un regime che aveva ostentato una militarizzazione seppur superficiale di un atto importante di politica estera.
Con grande propaganda quindi si diede avvio alle operazioni militari, condotte prima da De Bono e poi da Badoglio sul fronte eritreo, e da Graziani su quello somalo.
Conclusa vittoriosamente e brevemente la guerra, scattarono subito le ripercussioni internazionali. In particolare l'opinione pubblica inglese si dimostrò ostile a questo atto e nonostante un tentativo di rendere l'Etiopia protettorato italiano(rifiutato dal popolo inglese), la Società delle Nazioni condannò l'Italia a delle sanzioni economiche che, per quanto blande, furono usate dal regime per fini propagandistici.
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L’antifascismo
Il fatto che il fascismo usufruisse di organizzazioni paramilitari, significò che qualsiasi forma di opposizione al regime si doveva sviluppare clandestinamente. Di conseguenza caddero i vari giornali socialisti e personaggi importanti di sinistra furono costretti ad andare via dall’Italia.
I socialisti formarono nel 1926 la convenzione antifascista mentre i comunisti si organizzarono in società segrete vivendo nelle zone malfamate ed agendo in segretezza.
Antonio Gramsci fu incarcerato nel ’27 e nelle sue lettere inviate dal carcere possiamo riscontrare il suo pensiero politico. Il socialismo che sarebbe dovuto salire in Italia sarebbe dovuto essere diverso da quello Russo poiché la realtà Italiana è diversa dal punto di vista sociale, economico e intellettuale.
Le società antifasciste formate, non andarono mai d’accordo tra di loro e questa fu la causa dei loro fallimenti.
Per ovviare a ciò Carlo Rosselli instaurò un movimento chiamato “giustizia e libertà” che prevedeva la riorganizzazione delle forze antifasciste per potersi opporre al regime in modo più deciso.
Questo movimento fu caratterizzato dalla componente generazionale in quanto si credeva che bisognava fare cambiare mentalità ai giovani per potere risolvere il problema alla radice.
Allo scoppio della guerra in Spagna parteciparono molti antifascisti con la speranza di dimostrare che la resistenza armata alla dittatura mostrata contro il franchismo potesse essere d’esempio contro il regime mussoliniano; da qui il grido “Oggi in Spagna domani in Italia”.
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La Germania di Weimar e il problema delle riparazioni
La difficile fase iniziale della Repubblica di Weimar sembrò superata già nel 1921 quando il sistema industriale tedesco aveva riacquistato l’importanza che aveva nell’anteguerra.
Tuttavia nello stesso anno venivano fissate le riparazioni di guerra intorno ai 132 miliardi di marchi-oro; una cifra assolutamente sproporzionata alle possibilità di pagamento tedesche. Queste riparazioni così pesanti erano state volute prevalentemente dalla Francia la quale era desiderosa di vedere la Germania in una posizione di subalternità per parecchi decenni. D’altra parte vi erano pure i debiti che Francia ed Inghilterra avevano contratto con gli Usa e a causa di questi ogni richiesta da parte tedesca di una riduzione della cifra veniva rifiutata.
All’inizio del 1923 la Francia a causa di un ritardo nel pagamento di una rata, decide insieme al Belgio di occupare il ricco bacino carbonifero tedesco della Ruhr. La valorosa popolazione tedesca si ribellò rifiutandosi di lavorare.
Il desiderio tedesco di rivincita andava crescendo e l’8 novembre del 1923 si tento il “Putsch di Monaco” organizzato da Hitler in persona all’interno di una birreria bavarese. Il colpo di stato non andò a segno e Hitler venne arrestato per un anno durante il quale scrisse il “Mein Kampf” nel quale esponeva le sue idee sulla razza tedesca e sulla Germania.
L’occupazione della Ruhr e la decisione dei tedeschi di astenersi dal lavoro, fece si che nel 1923 la Germania dovette affrontare la crescita dell’inflazione alle stelle. Durante quest’anno il marco giunse a valere fino ad un trilionesimo del valore che aveva nel 1914. Solo con l’inizio del 1924 a poco a poco la Germania iniziò a riprendersi.
Sia gli Usa che l’Inghilterra non avevano mai approvato l’occupazione francese della Ruhr e misero appunto un piano per il salvataggio dell’economia tedesca.
Con il “piano Dawes”, gli Usa concedevano nuovi prestiti per consentire alla Germania di riavviare le industrie.
Con il “piano Young” al posto del vecchio marco ne venne creato un altro scambiato a 1000 miliardi di marchi vecchi e si fece in modo che non si ripetesse la situazione precedente di inflazione.
Il nuovo ministro degli esteri tedesco firmò insieme a quello francese il “Trattato di Locarno” in base al quale le frontiere occidentali tedesche non dovevano essere mai più violate. Sempre nello stesso anno (1926) la Germania entrava a far parte delle società delle Nazioni.
Con il “patto di Briand-Kellogg”, Francia ed Usa si impegnavano a non ricorrere più alla guerra per risolvere le controversie internazionali, ma di rivolgersi ad un tribunale internazionale a cui aderirono altre 57 Nazioni tra cui Germania e Urss.
Il trattato di Locarno, riguardava solo la frontiera occidentale tedesca e non quella orientale per la quale non esisteva nulla. Locarno lasciava così immaginare eventuali mire espansionistiche tedesche verso est.
Alle elezioni presidenziali tedesche a causa dell’intransigenza dei comunisti, i quali non appoggiarono il candidato socialdemocratico al ballottaggio, salì il conservatore, eroe della I guerra mondiale, Hindenburg. Nelle elezioni generali successive però i socialdemocratici ebbero la meglio riuscendo ad equilibrare le forze.
La Repubblica di Weimar si fondava su basi troppo deboli e all’interno vi erano interessi troppo divergenti. I gruppi paramilitari andavano aumentando sempre di più e facevano perno sulla piccola borghesia sempre più sensibile, dopo l’inflazione, ai richiami all’ordine e all’onore da riscattare.
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Gli Stati Uniti: dagli anni “ruggenti” alla grande crisi
Gli Usa avevano avuto un ruolo da protagonista nei trattati di pace, però i disegni planetari di Wilson non erano piaciuti all’opinione pubblica la quale nelle elezioni del 1920 decise di sostituirlo dando fiducia al democratico Harding che voleva attuare una politica isolazionista secondo cui gli Usa avrebbero dovuto usufruire delle risorse economiche del paese incrementandole.
Dopo Harding salirono Coolidge e Hoover i quali però si sono mostrati di scarso rilievo.
Questo periodo è ricordato anche per la proiezione della produzione e vendita delle bevande alcoliche: il cosiddetto proibizionismo. Quest’ultimo però favorì le organizzazioni criminali e la nascita di grandi figure come quella di Al Capone.
Questo periodo è ricordato pure come l’età del Jazz, una nuova musica suonata soprattutto da neri.
Contemporaneamente si ha l’esplosione dei consumi individuali e all’interno di ogni abitazione americana era possibile trovare l’aspirapolvere e una radio. Questo aumento dei consumi coincise con l’aumento dei salari dovuto ad un aumento di produttività e dei profitti.
Vennero favorite le grandi concentrazioni industriali come la Goodyear e la General Motors a discapito delle piccole società.
Sempre in questi anni nascono forti contrasti dovuti prevalentemente a questa politica isolazionista che non voleva l’ingresso di immigrati all’interno. I contrasti più forti si ebbero tra bianchi e neri o cattolici e protestanti. Si ebbe anche un deciso affermarsi di associazioni che difendevano i valori tradizionali americani.
Per favorire l’acquisto dei beni anche alle classi operaie, vi furono una serie di crediti che le banche furono disposte a concedere. La piccola borghesia abbagliata da futuri guadagni decise di investire in borsa.
Nel momento in cui si nutrivano maggiori sicurezze, i prodotti cominciarono a non essere più assorbiti dal mercato. La crisi di sovrapproduzione che si ebbe fu la causa del crollo della borsa di New York durante il giovedì nero di Wall Street in cui tutti i titoli azionari ebbero un evidente flessione.
Il Primo tentativo di porre fine a questa crisi, fu quello di immettere nel mercato europeo i prodotti in eccedenza ma il problema non si risolse. La crisi che era partita dai mercati americani, a poco a poco arriva pure in Europa a causa dei grossi debiti che Francia ed Inghilterra avevano contratto con gli Usa durante la guerra.
La Germania che con i piani Dawes e Young si era lentamente ripresa, subì un ulteriore crisi.
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Il “New Deal”
Il crollo di Wall Street rappresentò per l’America non solo l’inizio di una crisi economica ma anche ideale e morale. Fin dall’inizio della sua storia l’America aveva percorso un cammino ascendente verso la prosperità. Con la crisi, crollava il sogno americano e l’America non veniva più vista come il paese delle grandi opportunità.
Chi nonostante la crisi si mostrò ottimista, fu democratico Roosevelt il quale aveva vinto le elezioni presidenziali del 1932.
Per lui superare la crisi non era impossibile, le risorse umane e materiali non mancavano certo all’America, bisognava solo recuperare lo spirito americano originario.
Appena eletto Roosevelt annunciò l’inizio del “New Deal”, un nuovo accordo che sarebbe servito a riportare il Paese nelle grandi sfere. Bisognava vincere gli egoismi e valorizzare la solidarietà. Per far sì che questo messaggio fosse percepito da tutti, periodicamente nelle “conversazioni di caminetto” tramite la radio lo ribadiva.
In economia si basò molto sulle tesi di Keynes. Keynes era sempre stato contrario ai trattati di pace in quanto avevano creato pericolose barriere per la circolazione delle merci e dei capitali. Inoltre era in disaccordo con gli economisti classici (Say, Ricardo) i quali credevano che il mercato fosse capace di regolarsi da solo. La crisi del ’29 li smentì pienamente.
Il maggiore ostacolo alla “legge della domanda” di Say e Ricardo era rappresentata da l’ineguale distribuzione delle ricchezze.
Bisognava quindi che fosse lo Stato a ridistribuire le ricchezze e a garantire una vita dignitosa ai cittadini.
Il risparmiatore non veniva più visto come un saggio cittadino, ma era colui che doveva essere sollecitato a aumentare il suo consumo di merci prodotte dal sistema industriale. A tal fine venne favorita una politica di alti salari in modo da permettere più facilmente al danaro di circolare.
Al fine di rendere l’economia ancora più vivace, seguendo l’esempio inglese, Roosevelt decise di abbandonare il sistema di cambio fisso. Ciò consentì una maggiore libertà nell’uso della spesa pubblica e quindi una nuova politica di opere pubbliche.
Per risollevare il settore agricolo, elaborò un programma col quale sosteneva i prezzi dei prodotti crollati durante la crisi e concedeva sussidi governativi a coloro i quali avessero ridotto la produzione e le terre coltivate.
Ciò serviva a garantire i redditi degli agricoltori che rappresentavano la potenziale domanda d’acquisto per i beni prodotti dall’industria.
Per permettere la ripresa del settore industriale, invitò le industrie a mantenere alti sia i prezzi, che i salari.
Nonostante l’iniziativa privata venisse un po’ penalizzata dai programmi del Presidente, in meno di 2 anni la disoccupazione era diminuita e oltre 2 milioni di persone erano tornate a lavorare. In breve tempo nacquero leggi tramite le quali si dava assistenza alla disoccupazione.
Si cercava in pratica di creare un “Welfare State”. Lo stato interveniva garantendo ai cittadini condizioni di esistenza minime, con sussidi alla disoccupazione, salari minimi, pensioni e servizi sociali gratuiti.
Con il “Wagner Act”si dava riconoscimento giuridico ai sindacati e si obbligava le aziende a riconoscere come vincolanti i risultati della contrattazione collettiva.
L’economia americana ricominciava ad andare forte e potè contare pure sulle prospettive di un imminente riarmo che avrebbe fornito ulteriore linfa alle industrie.
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Il nazismo al potere
La crisi Americana si ripercuotè in Germania facendo vacillare la già precaria Repubblica di Weimar. Le spinte conservatrici ed autoritarie si accentuarono; una prova tangibile di ciò fu l’ascesa di Hindenburg e la formazione di gruppi paramilitari.
A differenza del Fascismo, che non aveva fin dal principio un programma ben delineato, il Nazismo fondava le proprie solide basi nel “Mein Kampf” l’opera che Hitler scrisse durante il suo anno di prigionia. Il testo riprendeva molto le teorie di Rosenberg e Chamberlain e affermava che tutte le vicende umane potessero essere interpretate come un eterno conflitto tra razze superiori, ariani, e razze inferiori, ebrei. Il concetto di razza doveva essere inteso proprio come biologico – genetico. A capo della razza Ariana doveva esserci il Fuhrer, un capo capace di interpretare le esigenze del popolo.
Le esigenze primarie dovevano essere quella dello spazio itale e quella che doveva vedere unito nello stesso territorio tutte le popolazioni germaniche. Inoltre il movimento era anticomunista in quanto l’ideologia ugualitaria è frutto delle tendenze livellatrici e mortificanti delle razze inferiori.
Nelle elezioni del 1928 il nazismo non ebbe molto successo, appena il 2,6 % dei voti. Man mano che la crisi economica si faceva più dura, crescevano i consensi e nelle elezioni del 1930 i nazisti ebbero oltre 6 milioni di voti diventando il II partito dopo i socialdemocratici.
Come avvenne per il fascismo, anche il nazismo si servì delle squadre SS e SA per incutere timore nell’opposizione e nella popolazione in generale. Memore della sfortunata impresa di Monaco, Hitler non tentò mai il colpo di stato, ma cerco sempre di fare affluire nel suo partito tutte le forze nazionalistiche e conservatrici.
Dopo la figura incolore di Bruning, alle presidenziali del 1932 venne rieletto Hindenburg. A tali elezioni si era presentato pure Hitler ma a lui non toccarono più del 37% dei voti.
Alle elezioni politiche dello stesso anno i nazisti ottennero oltre 13 milioni di voti e si affermarono come I partito del paese. Furono le pressioni della grande industria, della finanza e della proprietà terriera a indurre Hindenburg ad assegnare ad Hitler la guida del governo e ad indire nuove elezioni per il 5 marzo 1933.
Le violenze da parte delle SS e delle SA si fecero sempre più evidenti e culminarono con l’incendio del Reichstag di cui però vennero incolpati i comunisti. In seguito a quest’avvenimento, furono emanate le 28 leggi eccezionali con le quali si limitavano le libertà civili e veniva dichiarato fuori legge il partito Comunista.
Alle elezioni del 1933, Hitler non ebbe il successo sperato, ma grazie all’appoggio dei gruppi nazionalisti riuscì ugualmente ad avere la maggioranza.
Subito dopo fece approvare la “legge dei pieni poteri” che porto alla liquidazione dell’opposizione e all’abolizione dei Lander ridotti a entità amministrative dipendenti dal governo centrale.
Il 30 giugno nella notte conosciuta come “notte dei lunghi coltelli”, utilizzando le SS Hitler fece uccidere i principali capi della cosiddetta sinistra nel partito (SA) che agitavano ancora l’idea di una rivoluzione sociale.
Qualche mese dopo le elezioni Hindenburg morì. Hitler decise di non sostituirlo e nonostante mantenesse solo la nomina di cancelliere in pratica assunse anche la carica di presidente.
A poco a poco tutta la vita tedesca cominciò ad essere controllata dal regime che tra l’altro cominciò a mettere in pratica alcuni dei punti presenti nel programma come ad esempio quello della bonifica razziale; vennero bruciati tutti i libri ebrei ritenuti fautori di teorie democratiche e socialiste.
Anche in Germania come in Italia il regime andò alla ricerca del consenso. Moltissimi erano i discorsi del Fuhrer trasmessi via radio, le grandi adunate e i campi di maggio adornati con splendide coreografie rappresentanti i simboli del potere.
La liquidazione dei rimasugli d’opposizione era stata affidata alla Gestapo, una polizia segreta che prendeva gli oppositori e li deportava in campi di lavoro.
Con le leggi di Norimberga del 1935, gli ebrei furono privati della cittadinanza tedesca e gli vennero ridotte altre libertà.
Il 9 novembre nella “Notte dei cristalli”, molti ebrei furono deportati in campi di lavoro, incendiate sinagoghe e attività ebraiche.
L’industria tedesca venne agevolata dal rigido inquadramento dei lavoratori in strutture cooperative guidate dal partito. La ripresa economica tedesca era affidata pure a un vasto programma di lavori pubblici e di riarmo.
Hitler mostrò subito la sua volontà nel rivedere il trattato di Versailles e dopo avere firmato un patto a 4 con Italia, Inghilterra e Francia per il mantenimento della pace, decise di abbandonare la Conferenza di Ginevra sul disarmo nell’ottobre del ’33 e poco dopo fece uscire la Germania dalla Società delle Nazioni.
Il 25 luglio 1934 un gruppo di Nazisti austriaci guidati da Hitler assassinò il cancelliere austriaco Dollfuss sperando nella confusione di potere facilitare l’annessione dell’Austria alla Germania. Mussolini, ancora vicino ad Inghilterra e Francia, si fece garante dell’indipendenza austriaca mandando truppe alla frontiera del Brennero.
Il ’35 fu l’anno definitivo del riarmo tedesco, la popolazione del Saar decise dopo un referendum di tornare alla Germania. Hitler fregandosene del trattato di Versailles ripristinò la leva obbligatoria e procedette al riarmo aereo e terrestre.
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L’incontro di Monaco
Molti furono i paesi europei che tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta avevano abbandonato le forme di democrazia parlamentare per sistemi autoritari. La destra autoritaria era salita pure in Belgio, Portogallo e Grecia.
Germania ed Italia avevano superato ogni divergenza. Il cancelliere Austriaco fu spinto alle dimissioni da Hitler e al suo posto ne salì uno filonazista che nel marzo ’38 adducendo l’improbabile pretesto di disordini in atto fece giungere truppe tedesche in Austria e con un plebiscito nell’aprile dello stesso anno proclamò l’annessione alla Germania.
Di fronte a ciò Mussolini si dichiarò indifferente poiché tutto sommato si era realizzato il principio di autodeterminazione dei popoli. Di simile opinione, anche per conservare la politica dell’appeasement, si mostrarono pure Francia ed Inghilterra.
Pochi mesi dopo Hitler decise di riappropriarsi del territorio dei Sudeti, interno al territorio Cecoslovacco e a maggioranza tedesca. La Cecoslovacchia era legata con una alleanza alla Francia e faceva parte della Società delle Nazioni. Per evitare l’apertura di un nuovo conflitto, Mussolini fece da mediatore e fece convocare a Monaco il 29 e 30 Settembre ’38 una conferenza a cui dovevano aderire lui stesso, Chamberlain, Daladier e Hitler. Il tutto si concluse con il totale cedimento alle richieste naziste. Si voleva mantenere la pace, Churcil affermava: “Potevano scegliere tra disonore e guerra, hanno scelto il disonore, avranno la guerra”.
Di lì a poco le truppe tedesche occuperanno Praga e imporranno alla rimanente Cecoslovacchia il controllo tedesco. Hitler non aveva più nessuna giustificazione e i timori di Churcil si confermavano sensati.
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La crisi Polacca e lo scoppio della guerra
Il 21 marzo ’39 Hitler chiese l’annessione di Danzica e l’extraterritorialità del corridoio. Di lì a poco i tedeschi occuparono anche Mamel città lituana. Hitler voleva occupare tutta la Polonia e il 3 marzo Churcil espresse la sua volontà di garantire i confini polacchi invertendo la marcia alla politica dell’appeasement.
Tutto sommato la Germania, nuovamente forte, rappresentava un sicuro baluardo contro l’avanzata del comunismo in Europa. Sia Chamberlain che Daladier al ritorno dalla conferenza di Monaco furono accolti dalla folla plaudente ancora all’oscuro che di lì a pochi mesi sarebbero dovuti entrare in guerra.
Sull’esempio di Hitler, Mussolini occupò l’Albania proclamando Vittorio Emanuele III Re d’Italia e di Albania.
Il 22 maggio ’39 il ministro degli esteri tedesco, Ribbentrop e quello italiano, Ciano, firmarono il patto d’Acciaio col quale si impegnavano ad un aiuto militare reciproco sia in offese che in difesa. Mussolini disse però che l’Italia non sarebbe stata pronta ad un grosso conflitto di lì a tre anni.
Francia ed Inghilterra per rispondere al patto d’Acciaio, cercarono di raggiungere accordi con la Russia la quale a sorpresa, firmò il patto Ribbentrop-Molotov con la Germania. Con questo patto le due potenze si impegnavano per dieci anni a non aggredirsi e prevedevano un eguale spartizione della Polonia.
Stalin con il patto d’Acciaio voleva guadagnare tempo e prepararsi all’inevitabile scontro con la Germania sua antagonista ideologica.
Così il 1 settembre ’39 le truppe tedesche entravano in Polonia e Francia e Gran Bretagna il 3 settembre onorando le garanzie di protezione dichiaravano guerra alla Germania.
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La “Strana Guerra” e l’ingresso dell’Italia nel conflitto
L’Italia, consapevole della sua impreparazione ad un conflitto decise di dichiararsi potenza non belligerante. In modo simile si dichiararono pure gli Stati Uniti e il Giappone.
La guerra, appena iniziata era diversa rispetto alla I G.M. Le truppe si muovevano in modo più rapido grazie all’utilizzo di mezzi di trasporto e di combattimento veloci. Inoltre l’utilizzo di bombardamenti aerei su vasta scala e il perfezionamento dei sommergibili rendevano la guerra ancora più dura.
Dopo l’occupazione polacca, la Russia spostò il suo fronte in Finlandia per conquistare l’istimo di Camelia al fine di proteggere meglio la città di Leningrado. Dopo un breve combattimento, la Finlandia cedette l’istimo e contemporaneamente Hitler conquistava la Norvegia e la Danimarca per potere lottare con l’Inghilterra da posizioni più favorevoli.
Sul fronte ovest, si parlò di “Strana Guerra” infatti sia le truppe anglofrancesi che quelle tedesche stavano ferme, senza combattere, rispettivamente lungo la linea fortificata di Marginot e lungo la linea di Siegfried.
Sottovalutando i progressi fatti dalla macchina bellica tedesca, i poveri francesi, avevano concentrato tutte le loro forze solo sulla linea di Marginot.
Il 10 maggio 1940 cominciò finalmente anche la guerra su questo fronte. L’esercito tedesco invase il Belgio e l’Olanda sfondò la linea anglofrancesi. Sotto i bombardamenti tedeschi, gli inglesi riuscirono a malapena a mettere in salvo utilizzando qualunque imbarcazione il loro esercito e parte di quello francese abbandonando però tutto il loro materiale bellico nelle spiagge. Il 4 Giugno 1940 le valorosissime truppe tedesche erano già a Parigi costringendo i francesi a chiedere un armistizio che firmeranno nello stesso vagone dove qualche anno prima avevano fatto firmare la capitolazione alla Germania Guglielmina.
L’armistizio firmato dal francese Petain divise la Francia in due: la parte nord comprendente i 2/3 della popolazione andava alla Germania, la parte meridionale, con capitale Vichy veniva affidata al nuovo capo di Stato Petain il quale instaurava un governo autoritario incline a collaborare coi nazisti.
Ad un trattato così umiliante si ribellava De Gaulle il quale dai microfoni di Radio Londra il 18 giugno ’40 esortava i francesi alla resistenza.
In pochi giorni era crollato l’esercito più solido del continente e lo stato che fino a poco prima era considerato il punto di riferimento per la vita culturale e politica europea.
Superando ogni perplessità grazie anche alle difficoltà Francesi, Benito Mussolini in un celebre discorso annunciava, il 10 giugno ’40 al popolo italiano, l’entrata in guerra.
Contemporaneamente in Inghilterra al posto del remissivo Chamberlain, saliva Churcil. L’Inghilterra dopo la caduta della Francia si era trovata da sola contro le potenze dell’asse, i territori occupati (Belgio, Olanda, Francia, Danimarca, Norvegia, Polonia) e i nuovi governi filofascisti (Spagna, Ungheria, Romania, Portogallo, Bulgaria). Non vedendo nella Germania la capacità di essere uno stato guida per l’Europa capace di garantire un futuro di pace, Churcil rifiutò qualsiasi trattato e affermò di voler combattere fino all’annientamento del nemico tedesco.
Hitler preparò il progetto di invasione dell’Inghilterra denominato “Operazione Leone Marino”. L’aviazione tedesca doveva distruggere le città e i centri nevralgici inglesi demolarizzando la popolazione.
La popolazione inglese, rinvigorita dai discorsi di Churcil si riorganizzò e in breve tempo riuscì ad apportare ai nemici, grazie all’invenzione del radar, perdite tali da convincere Hitler a rimandare il progetto.
Falliva così ogni probabile speranza di guerra lampo e il conflitto diventava sempre più grande e coinvolgeva sempre più potenze.
L’Italia intraprese una guerra autonoma parallela,In caso di vittoria, avrebbe avuto il dominio sul Mediterraneo. Ciò voleva dire confrontarsi subito con gli inglesi sia sul piano navale che su quello terrestre. Inizialmente l’Italia ebbe delle vittorie navali, ma già nella seconda parte del ’40 gli inglesi mostrarono la loro superiorità attaccando la base di Trento e rendendo impossibili i rifornimenti per i militari in Africa.
Sul fronte africano, i primi scontri furono favorevoli per gli Italiani guidati dal Duca Amedeo D’Aosta. Il nostro obiettivo era quello di conquistare l’Egitto, colonia inglese importantissima, spostandoci dalla Libia.
Le truppe stanziate in Libia e guidate da Graziani, inizialmente vinsero, ma gli inglesi con la loro controffensiva fecero retrocedere gli italiani di 1000 km.
Il 28 ottobre 1940 si decise di invadere la Grecia, ma il progetto si rivelò un fallimento a causa del territorio aspro e dell’accanita resistenza.
Contemporaneamente i Greci attaccavano il porto di Valona in Albania. Grazie all’aiuto tedesco, gli italiani riuscirono a riprendere in mano la situazione e Hitler conquisto la Jugoslavia, la Grecia e Creta.
I tedeschi si spostarono sul fronte africano, riconquistarono la Libia ma ciò non servì a bilanciare la perdita dell’Africa Orientale subita dall’Italia quando nel maggio ’41 gli Inglesi occuparono l’Etiopia rimettendo sul trono il Negus Haile Selassie.
Ogni illusione di guerra parallela andava scemando mostrando l’Italia in un ruolo di subalternità.
Nel patto Tripartito firmato da Germania, Italia, Giappone a Berlino il 27 settembre ’40 veniva descritto il modo con cui le potenze si dovevano dividere il mondo: alla Germania, l’Europa settentrionale, all’Italia il predominio sul Mediterraneo, al Giappone il controllo dell’Asia orientale.
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L’operazione Barbarossa e l’entrata in guerra degli Usa
Con l’operazione Barbarossa, che per la necessità di concludere prima la guerra nei Balcani iniziò in ritardo, Hitler decise di attaccare l’Urss impiegando un’enorme schieramento di mezzi. Anche l’Italia partecipò a questa spedizione con il suo esercito.
La natura del conflitto si evidenziava dalle brutalità delle devastazioni nei territori occupati e dal trattamento riservato ai prigionieri. La II guerra mondiale fu vissuta dai russi come una grande guerra patriottica contro i tedeschi.
L’esercito tedesco conquistò in breve tempo città importanti giungendo a pochi chilometri da Leningrado e da Mosca. Con l’arrivo dell’inverno, l’offensiva tedesca però poteva dirsi esaurita senza che la Russia si fosse arresa, infatti le truppe russe passarono al contrattacco riuscendo a far arretrare io tedeschi di almeno 200 chilometri.
Nel 1941 anche gli Usa entrarono in guerra. Roosevelt, per aiutare ulteriormente Francia ed Inghilterra nel conflitto, estese la normativa CASH AND CARRY (paga e porta via) anche al materiale bellico e fece approvare dal congresso le nuove leggi LEND AND LEASE (affitti e prestiti) che consentiva di fornire aiuti militari senza un pagamento immediato.
Nella carta atlantica, firmata da Roosevelt e Churcil, si ha l’intesa tra Usa e Gran Bretagna desiderosi di annientare la tirannia nazista.
Mentre vi era l’ipotesi di un ingresso ufficiale degli Usa in guerra contro la Germania, il Giappone sorprese tutti e conquistò Cina ed Indocina
Usa ed Inghilterra reagirono con il blocco delle forniture economiche intimando al Giappone di fermare la propria avanzata in Cina e di riconoscere il governo nazionalista giapponese. Il 7 dicembre senza alcun preavviso aerei siluranti giapponesi distrussero la flotta statunitense nel porto di Pearl Harbour nelle Hawaii.
L’attacco agli Usa fu seguito dalla dichiarazione di guerra all’Inghilterra. La guerra adesso poteva davvero dirsi mondiale!

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