Il difficile cammino delle democrazie

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IL DIFFICILE CAMMINO DELLE DEMOCRAZIE

Mentre si estende il fenomeno dei regimi autoritari, alcune nazioni europee, come la Francia e l’Inghilterra, riescono a mantenere dei sistemi di tipo liberale che imboccano, tra mille difficoltà, la strada del progresso democratico. In questi paesi si assiste allo sviluppo del Welfare State, sia per iniziativa dei governi più aperti alle questioni sociali sia attraverso le conquiste dei lavoratori frutto di dure lotte. I diritti civili si estendono anche con l’emancipazione delle donne che in questi anni ottengono il suffragio elettorale. Questo processo di democratizzazione delle società liberali occidentali raggiunge la punta più alta con le esperienze dei Fronti popolari.
Profondi squilibri socio-economici caratterizzano gli anni tra le due guerre mondiali e in alcuni paesi mettono in crisi i sistemi politici parlamentari e aprono la strada a forme di governo dittatoriali. Di fronte alla dilagante inflazione e alla crisi occupazionale del primo dopoguerra, e soprattutto di fronte alle pesanti conseguenze della Grande Depressione seguita al crollo di Wall Street del 1929, soltanto i paesi dove sono più solide le istituzioni democratiche riescono ad elaborare risposte in grado di evitare bruschi rivolgimenti politici e di tamponare i profondi disagi delle popolazioni colpite dalla recessione economica. Accanto a modi più tradizionali di risposta, che rientrano nell'ambito dei principi classici della scuola economica liberale, come quelli attuati dai governi conservatori di Francia e di Inghilterra (pareggio del bilancio, tagli alla spesa pubblica, contenimento dei salari), cominciano ad affermarsi nuovi tipi di misure anticrisi, ispirate alle teorie dell'economista J.M. Keynes e basate essenzialmente sull'avviamento dell'intervento statale nell'economia e sulla promozione di forme di tutela sociale che prefigurano i caratteri dello Stato assistenziale, o "Welfare state", che grande sviluppo avrà nel secondo dopoguerra.
Il paese che maggiormente si incammina lungo questa strada sono gli Stati Uniti. Il presidente americano Roosevelt, infatti, promuove, a partire dal 1932, il vasto programma di riforme economiche e sociali passato alla storia come "New Deal", che prevede un'allargamento della spesa pubblica, ampi programmi di prestiti statali in soccorso di categorie in difficoltà, forme di controllo statale della finanza, innovative legislazioni in campo sociale. Un simile progetto di riforma viene messo in campo in Francia dal governo del Fronte popolare, attivo tra il 1936 e il 1938. Sotto la presidenza del socialista Léon Blum, il governo vara una serie di leggi che interessano i lavoratori (la settimana lavorativa di 40 ore, le ferie stipendiate, la contrattazione collettiva), attua la nazionalizzazione di alcune industrie, fornisce aiuti agli agricoltori. Più sporadiche e limitate le riforme sociali in Inghilterra, dove, comunque, alcune forme di assistenza, come il sussidio di disoccupazione, esistevano già prima della guerra. Solo durante i brevi periodi di governo laburista vengono estesi i sussidi di disoccupazione e avviati programmi di edilizia popolare e di opere pubbliche, che invece sono osteggiati dai predominanti governi conservatori.
Dopo la grande stagione degli scioperi operai e contadini del biennio rosso, che portano i lavoratori a importanti conquiste (come la giornata lavorativa di otto ore), il movimento sindacale delle democrazie europee è costretto a confrontarsi con la difficile congiuntura economica e con le preoccupanti spinte eversive dei nascenti movimenti di tipo fascista. Soprattutto negli anni successivi alla crisi del 1929, i lavoratori si trovano di fronte a una diffusa riduzione dei salari e a una spaventosa disoccupazione. Il maggiore impegno dei sindacati si indirizza, pertanto, verso la difesa dei livelli salariali e normativi già raggiunti, ma non rinuncia alla delineazione di nuovi punti programmatici. Da parte delle organizzazioni operaie si spinge per una pianificazione generale dell'economia, che preveda la nazionalizzazione del credito e delle industrie fondamentali. In particolare, per risolvere il problema della disoccupazione, l'Ufficio Internazionale del Lavoro, istituito dalla Società delle nazioni, lancia la richiesta della generalizzazione della settimana di 40 ore. Il movimento sindacale raggiunge significativi obiettivi in Francia. Nel maggio 1936 un'ondata di scioperi spontanei si allarga da Parigi a tutto il paese e culmina in una vasta occupazione delle fabbriche. Con la mediazione del governo del Fronte popolare, dal grande movimento di protesta scaturiscono gli accordi di Palazzo Matignon, che prevedono contratti collettivi, il riconoscimento dei delegati di fabbrica, il libero esercizio del diritto sindacale, il pagamento delle ferie, la settimana di 40 ore. Alla fine dell'anno, inoltre, il governo vara una legge per la conciliazione e l'arbitrato nelle controversie del lavoro. Assai differente la situazione del sindacalismo britannico, costretto in questi anni ad un ripiegamento su se stesso. I lavoratori si trovano soprattutto a combattere una battaglia di resistenza contro la disoccupazione endemica che colpisce l'Inghilterra, attraverso scioperi, "marce della fame", e altre iniziative popolari. Dopo il fallimento dello sciopero dei minatori della primavera del 1926, il movimento operaio inglese deve addirittura difendersi dal duro attacco del governo conservatore, che ha promosso misure dirette a limitare gli scioperi di solidarietà e a rendere più difficile il finanziamento del Partito laburista. Il solo paese in cui in questi anni la presenza sindacale e la sua incidenza crescono costantemente è la Svezia, dove si delinea la possibilità di una "democrazia industriale", in cui i sindacati possono pronunciarsi sulle decisioni interne delle imprese.
Gli anni del primo dopoguerra portano, in alcune democrazie occidentali, a importanti progressi nel riconoscimento dei diritti politici delle donne. Si tratta di paesi nei quali, prima del 1914, si erano sviluppati combattivi movimenti femministi, che avevano fatto della conquista del suffragio elettorale uno dei propri cavalli di battaglia. In Inghilterra, prima ancora della fine del conflitto, il 6 febbraio 1918, il People Bill accorda il diritto di voto alle donne, ma solamente a partire dall'età di trent'anni. Si deve aspettare fino al 1928 perché la riforma sia compiuta e il diritto di voto sia concesso alle donne alla stessa età degli uomini. L'importante traguardo è raggiunto anche negli Stati Uniti: il 26 agosto 1920 la ratifica del 19° emendamento alla Costituzione americana accorda il voto alle donne alle stesse condizioni degli uomini. Le donne arrivano vicine alla conquista del voto in Francia: l'8 maggio 1919 la Camera dei deputati ne approva il diritto di voto, senza alcuna restrizione, ma il progetto viene bloccato in Senato. Inutili sono anche i successivi tentativi, nel 1925, 1932 e 1935, che si infrangono contro il maggiore conservatorismo dei senatori. A piccoli passi avanza anche la partecipazione diretta delle donne alla vita pubblica. Nel 1919 Nancy Astor è la prima donna deputata a sedere nella Camera dei Lords. Nel 1924 la laburista Margaret Bondfield diventa la prima donna ministro nel governo Mc Donald. Ma rimane lenta l'affermazione di una specifica influenza femminile nei partiti, dove la loro presenza è ancora troppo limitata. Maggiore, invece, la presenza femminile nei sindacati. Accanto ai progressi in campo politico, sono significativi anche i mutamenti della condizione femminile nel campo del lavoro e nella definizione del proprio ruolo sociale. Nonostante il persistere del modello della donna madre, sposa e senza professione, le donne lavorano e cominciano a gestire la propria vita professionale e privata in funzione delle loro aspirazioni. Importanti progressi si registrano anche nell'istruzione. Significativa di un clima che va diffondendosi l'affermazione, negli euforici anni venti, di alcuni modelli di donne emancipate: la flapper in Inghilterra, frequentatrice dei dancing e amante delle gonne corte, la garçonne in Francia, dal comportamento mascolino incarnato nell'attributo simbolico dei capelli corti, e infine la donna moderna "stile americano", circondata dai benefici della società dei consumi, la cui immagine, attraverso il cinema, si diffonde anche in Europa.
Di fronte al preoccupante dilagare di movimenti e partiti fascisti, o di tipo fascista, in tutta l'Europa, giunti, in alcuni casi, alla presa del potere, intorno alla metà degli anni trenta il movimento operaio europeo ritrova la sua unità proprio sulla piattaforma della lotta antifascista. La nuova parola d'ordine della lotta al fascismo, lanciata ufficialmente nel VII congresso della Terza Internazionale (Mosca, agosto 1935), spinge i partiti comunisti a riallacciare i rapporti non solo con gli altri partiti operai, ma anche con le forze democratico-borghesi, e a favorire, ove possibile, la nascita di larghe coalizioni, dette "fronti popolari". Da parte loro, anche i partiti socialisti cominciano a considerare l'opportunità di un'unità delle forze democratiche e di sinistra per fermare l'espansione fascista e per promuovere consistenti riforme politiche e sociali. Fronti popolari arrivano al governo in Francia e in Spagna nel 1936, suscitando grandi entusiasmi e aspettative nelle popolazioni.
In Francia la coalizione di socialisti, comunisti e radicali vince le elezioni nel maggio del 1936 sull'onda della grande mobilitazione generata dal tentato assalto fascista al parlamento del 6 febbraio 1934, cui vengono contrapposte le manifestazioni antifasciste del 12 febbraio e del 14 luglio, e dei recenti scioperi operai contro i tentativi del governo Laval di diminuire i salari.
In Spagna, invece, la vittoria delle sinistre, con una coalizione di socialisti, repubblicani e comunisti, innesca grandi rivolgimenti popolari, che prendono a bersaglio le forze reazionarie del paese: grandi proprietari, notabili conservatori e clero cattolico. La reazione della vecchia classe dominante si concretizza in un colpo di Stato militare (luglio 1936), che dà inizio a una lunga guerra civile, nella quale le forze repubblicane si contrappongono alle armate di Francisco Franco fino alla sconfitta nel marzo 1939. La caduta della Repubblica spagnola, preceduta, nell'aprile 1938, dalla fine del governo del socialista Blum in Francia, segna il definitivo esaurimento della stagione dei Fronti popolari.

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