I REGGITORI CRISTIANI E LE CONVENIENTI REGOLE CON CUI SI DEVE RELIGIOSAMENTE GOVERNARE LO STATO

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Testo

I REGGITORI CRISTIANI E LE CONVENIENTI REGOLE CON CUI SI DEVE RELIGIOSAMENTE GOVERNARE LO STATO

Il testo che sto per analizzare è tratto dal libro “La disgregazione dell’Impero Carolingio, Teoria e prassi politica del IX secolo” di Francesco Camastra ed è stato scritto da Sedulio Scoto.
Sedulio Scoto nacque in Irlanda all’inizio del nono secolo e le notizie che abbiamo di lui arrivano fino all’anno 859. A causa delle invasioni dei Normanni, fu costretto ad abbandonare la sua terra d’origine e si spostò a Liegi, nell’attuale Belgio. Qui fu benevolmente accolto dal vescovo della città e fondò una scuola che ebbe una discreta risonanza culturale.
Noi ci occupiamo di lui in quanto autore di un trattato politico, intitolato “De rectoribus christianis”, che si distingue fra gli scritti politici del tempo per l’eleganza della prosa e per il suo tono pacato, libero da violenta passione polemica. Non sappiamo con certezza a chi fosse indirizzato il testo, se a Lotario II oppure a Carlo il Calvo. Quale sia la natura del potere regio e quali i principali doveri del buon sovrano, costituiscono gli argomenti di fondo intorno a cui viene condotta la riflessione.
Il capitolo iniziale si apre con una importante affermazione: il re, appena giunto al potere, contraccambi il favore ricevuto ringraziando degnamente l’Onnipotente e la santa Chiesa. Il re deve mostrare riconoscenza a Dio perché da lui egli ha ricevuto la sua investitura e la sua autorità: “egli abbia per certo di essere arrivato al vertice del potere grazie alla suprema volontà di Dio, che tutto dispone”. Poco oltre Sedulio sostiene: “Che cosa sono infatti i reggitori del popolo cristiano se non i ministri dell’Onnipotente?” e ritiene che è maggiore motivo di gloria per un re essere chiamato ministro e servo di Dio che essere chiamato padrone e re degli uomini.
Si fa qui riferimento ad una idea basilare nel Medioevo (ed anche in altre epoche), cioè quella dell’origine divina del potere terreno dei re. Sedulio e il suo ambiente culturale derivano tale idea dalla Bibbia e, in particolare, da San Paolo, il quale nella Lettera ai Romani dice: “Ogni persona sia sottomessa alle autorità che le sono superiori; non esiste infatti autorità che non venga da Dio e quelle che esistono sono disposte da Dio” (Romani, 13,1).
L’autore propone poi tre esempi di personaggi illustri che furono ben coscienti di rivestire la loro carica per grazia divina: si tratta di Davide, Salomone e dell’imperatore Costantino. I primi due, anche al culmine della loro gloria, amarono sempre definirsi “servi del Signore”; Costantino, dopo la sua adesione alla fede cattolica, combatté una serie di battaglie vittoriose e “poté allargare i confini del suo pacifico regno, che andava dalla Bretagna alle regioni d’Oriente”. In tal modo, per Sedulio è indubbio che “quanto più umilmente i reggitori si sottomettono al Re dei re, tanto più ascendono alla sublime grandezza di una gloriosa dignità”.
L’autore prosegue fornendo al re utili consigli circa la sua condotta personale: è necessario che chi vuole reggere gli altri sappia in primo luogo “governare razionalmente sé stesso”. Il sovrano si impegni a seguire una giusta condotta di vita, affinché non sia proprio lui a commettere quelle azioni malvagie che, commesse da altri, egli punirebbe severamente. Il reggitore inoltre cerchi l’utilità sua e del popolo, eviti l’abbondanza di parole vuote, eviti il disonore, impari la saggezza e cerchi di brillare davanti a tutti non solo con le sue parole e i discorsi, ma anche con il suo agire.
E’ opportuno che sappia trovare il giusto equilibrio tra il farsi temere e il farsi amare, che si comporti umilmente, sia prudente nelle decisioni, domini la libidine, la superbia e la ferocia dissennata, sia amico dei buoni, nemico dei tiranni, dei malvagi e dei viziosi. Si può qui notare che la trattatista politica medievale, oltre a dare al re dei consigli propriamente politici, si sofferma di solito anche su ciò che è richiesto riguardo al suo comportamento personale e morale. In questo specifico caso, Sedulio si attende dal sovrano cose realistiche e sensate (come essere saggio, moderato e giusto), ma tende anche a fare del re una figura un po’ troppo idealizzata, a cui dovrebbero appartenere tutte le virtù: “il re sia un uomo santo, raccomandabile per clemenza, bontà, forza, castità e giustizia”.
Il secondo capitolo, che sto analizzando, offre anche lo spunto per un’altra considerazione. Essendo quest’opera indirizzata ad un preciso personaggio e presentandosi come una serie di insegnamenti e consigli, rientra in quel tipo di discorso che viene chiamato “conativo”. Il discorso conativo infatti è quello che cerca di influenzare il destinatario, che vuole ottenere qualcosa da lui, che cerca di persuaderlo. Per rispondere a questo scopo, l’autore fa uso abbondante del congiuntivo esortativo; esempi sono: “il re sappia che…”, “si impegni…”, “sia il primo a compiere…”, “sia prudentissimo…”, “sia cauto…”, “si renda degno…”, “sia il migliore di tutti…”, ecc. Quando non viene usato direttamente il congiuntivo, si fa ricorso a locuzioni che esprimono comunque un’idea di esortazione; esempi sono: “è conveniente che egli…”, “è opportuno che egli…”.
I regni degli uomini sono spesso soggetti all’instabilità, alla mutevolezza e sono spesso di breve durata, sconvolti da lotte interne e da guerre esterne; come sarà possibile garantire una qualche stabilità, la concordia e la pace? Non con le armi o con i precari accordi fra le parti in lotta, ma con la fiducia in Dio, “il Quale sa rendere stabile il regno che Lui stesso ha donato”. Se il re si mantiene fedele a Dio, non verrà da Lui abbandonato nei momenti avversi. L’esempio istruttivo è quello di Saul, re d’Israele, a cui Dio tolse il regno, non essendo stato egli un ministro fedele; al suo posto fu innalzato Davide “che Dio scelse secondo il suo cuore” (Atti degli Apostoli, 13, 12). E’ comprensibile che l’autore si ponga il problema della stabilità del regno, se si pensa all’epoca in cui scrive, segnata da continui trapassi di regno, da rivalità infinite tra gli eredi di Carlo Magno, che condussero alla dissoluzione dell’impero.
Il quarto capitolo pone un confronto tra la ricchezza e la sapienza: è molto più vantaggioso per un re essere dotato di quest’ultima che ricco di beni effimeri. Evidentemente è cosa ottima che uno stato sia retto da un re saggio, illuminato, capace di conoscere il bene, paziente nelle avversità e moderato nei suoi giudizi. La lode che qui viene fatta della saggezza è intessuta di frequenti richiami ai libri sapienzali della Bibbia, particolarmente ai “Proverbi” e al libro della “Sapienza” e non poteva non terminare con l’esempio di Salomone, il re saggio per eccellenza. Questi chiese al Signore principalmente la sapienza e questa “lo innalzò al di sopra di tutti i re della terra” (Sapienza, 8, 22). Condizione per regnare felicemente è quella di chiedere a Dio doni spirituali (come la saggezza, appunto) e non materiali, e in tal modo il re “governerà in pace il regno per molti anni”.
Quali caratteristiche sono richieste per la moglie del sovrano? La persona più vicina al re deve essere non solo nobile, bella e ricca, ma anche “casta, prudente e dedita alle sante virtù”. Sia sottomessa al suo uomo, ma sappia anche offrirgli opportuni consigli su tutti gli affari del regno. I vantaggi che derivano da una moglie virtuosa sono assai grandi, basti pensare che addirittura “un uomo non credente potrà salvarsi grazie ad una moglie credente”, dice Sedulio citando San Paolo (Corinti I, 7, 14).
Altre persona vicine al re sono i buoni consiglieri; l’arte del governo è perfetta, secondo l’autore di cui si tratta, quando lo stato può avvalersi di eccellenti consiglieri. Tre sono le regole per sceglierli: il primo Consigliere naturalmente è Dio, che parla tramite le Sacre Scritture; la seconda regola è che il reggitore non si deve affidare solo al suo parere, ma si deve consigliare sempre con uomini avveduti. Sedulio cita a questo proposito due massime di due notevoli “autorità”: Marco Aurelio, l’imperatore filosofo e Salomone, il già ricordato re sapiente. Terza regola, respingere i consigli fraudolenti e dannosi ed evitare quelli dati con la fretta e l’ira, che portano sempre all’errore. Più oltre l’autore ritornerà sul tema invitando il re a non prestare attenzione agli adulatori, che con abili discorsi, sono artefici di malvagia persuasione e portatori di insidie.
Cosa pensare di un re malvagio? Egli può diventarlo per diverse causa: indisciplina, sregolatezza, per smodato uso del suo potere e delle sue ricchezze o perché è circondato da uomini riprovevoli. “Un cattivo principe a capo di un popolo infelice è come un leone che rugge e come un orso pronto all’assalto” (Proverbi, 28, 15). Su un re simile è però sospesa la condanna divina: “il trionfo dell’empio è breve e la gloria del malvagio dura un istante”. Esempi notissimi di re malvagi sono il Faraone, che tenne in schiavitù gli ebrei, il sanguinario Erode e il violento Ponzio Pilato.
Tratto distintivo del principe dovrebbe essere invece la pace: il re pacifico realizza un regno di prosperità e abbondanza; egli è simile “ad una bella vigna carica di frutti e lo splendore morale della sua persona impedisce qualsiasi discordia”. Se un principe mantiene la pace “nella sua mente abita il Cristo, poiché il Cristo stesso è la pace”. La pace è il grande sogno di tutte le epoche, ed anche Sedulio ne sente il fascino, quando si augura un re capace di sedare l’impeto delle discordie, che fanno dello stato un mare in tempesta. Fra i re pacifici l’autore ricorda Cesare Augusto, Costantino, Teodosio e due personaggi a lui vicini: Carlo Magno, superiore agli altri principi della terra per la sua “pacifica serenità”; la stessa virtù ebbe anche il figlio Ludovico, cui fu dato il nome di “imperatore piissimo”.
Trattando del rapporto tra re e l’istituzione ecclesiastica, l’autore sollecita il principe a posporre il suo personale interesse all’utilità della chiesa. Il re dimostra di onorare Dio se aiuta e protegge “quelli che lavorano nel campo del Signore”, cioè gli uomini di Chiesa. Diventa così compito del re indire le assemblee sinodali, in modo che in esse i vescovi possano stabilire le norme relative al culto e verificare il loro impegno nelle varie attività pastorali. Potere politico e religioso si intrecciano strettamente in quest’epoca e il re viene visto come il difensore della chiesa; un buon funzionamento di questa sarà un vantaggio per il re stesso, la sua gloria e la sua reputazione. Sono stati delle colonne della Chiesa Costantino, che indisse l’importante concilio di Nicea; Giustiniano, che combatté l’eresia ariana; e Teodosio, che “fu sempre sollecito e caritatevole verso la Chiesa di Dio”.
Se il re si macchiasse di gravi mancanze, accetti (anche se può risultare gravoso) di essere rimproverato da uomini saggi e ricorra alla penitenza. Così fece Davide, che, dopo aver peccato con Bersabea e dopo aver provocato la morte del marito di lei, fu rimproverato dal profeta Natan; egli accettò la punizione senza superbia, riconobbe il suo sbaglio e ottenne il perdono. Un altro celebre episodio di rimprovero di un re è quello che vede protagonisti Teodosio e Sant’Ambrogio; l’autore si sofferma a lungo su questo avvenimento e ne offre un racconto esteso e dettagliato, traendolo da un’opera storica di Cassiodoro. Ambrogio si rifiutò di accogliere in chiesa l’imperatore fino a che questi non si fosse pentito della strage da lui compiuta contro persone innocenti e non avesse fatto la giusta espiazione.
Per ciò che riguarda le guerre, il re non abbia eccessiva fiducia nei propri eserciti, ma speri piuttosto nell’Altissimo, l’unico potente protettore di chi ha fede in Lui. Nell’imminenza della battaglia si rivolgano assidue preghiere al Signore “nelle cui mani stanno la salvezza, la pace e la vittoria”. Va calcolata, tuttavia, anche la possibilità si una sconfitta o che il regno attraversi delle gravi situazioni: “e proprio così è il nostro tempo – scrive Sedulio – di lotte intestine e contrapposizioni, quando lo stato crolla come l’altissima torre si Siloe e nessuno lo rende stabile” (cfr. Luca, 13,4). In questi casi occorre ricordare che la gloria terrena è poco durevole e malsicura e la gloria immutabile è solo del regno celeste.
E’ una virtù particolare dei cristiani rendere grazie al creatore anche nelle avversità e ricordare che Egli può servirsi anche di queste per correggere l’uomo e fortificarlo spiritualmente e indurlo a disprezzare le cose terrene.
Verso la conclusione del suo scritto, Sedulio ritorna ad occuparsi del rapporto tra il re e la Chiesa. Può il sovrano disinteressarsi di un organismo come la Chiesa, depositaria delle leggi di Dio? Questo non è certo possibile; egli dunque la sostenga in ogni modo, anche perché ciò è nel suo interesse. Se infine vuole far prosperare il suo regno, il re deve far prosperare la Chiesa; se desidera ottenere la pace e la sicurezza, deve adoperarsi a garantire pace e sicurezza alla Chiesa. L’autore pone qui un netto parallelismo: ciò che si fa nell’interesse della sfera spirituale, si ripercuote positivamente anche nell’ambito delle cose terrene.
Viene poi richiesto l’impegno del re a fare in modo che i capi della Chiesa mantengano per legge le prerogative dovute alla loro condizione sociale. Che la Chiesa avesse nell’epoca carolingia un ruolo di primissimo piano, è un dato ben conosciuto; molti funzionari statali erano reclutati tra le file del mondo ecclesiastico ed erano quindi parte integrante del sistema sociale del tempo.
La funzione degli uomini di Chiesa non era però limitata solo a questo; essi avevano un ruolo preminente anche sul piano culturale e il sapere apparteneva quasi esclusivamente ai chierici. Anche questo faceva di questa una classe privilegiata, di cui i re carolingi si servivano per l’elaborazione e la diffusione della loro ideologia politica. L’adesione al cattolicesimo e la pratica del culto erano un potente fattore di unificazione all’interno dell’impero: così l’unità religiosa era anche un veicolo di unità politica.

Leggendo il testo di Sedulio Scoto, ci si può fare un’idea di quale fosse la concezione, che si aveva nel Medioevo, della politica.
Nei trattati sull’arte di governo ci si indirizza al sovrano, si dettano le regole del suo comportamento, e del popolo ci si occupa solo di riflesso: i comuni cittadini non sono oggetto di riflessione politica e per loro si parla genericamente di obbedienza. Le sorti del regno dipendono quasi esclusivamente dalla persona del re, dalla sua saggezza politica e dalle sue virtù morali e religiose. Se egli si comporta moralmente, il regno è ordinato e felice; se si allontana dalla legge divina, attira per tutti calamità e sventure. Al di sopra del re vi è però un’altra autorità, quella divina, che è la fonte primaria del potere politico, il quale discende dall’alto ed ha un’origine trascendente. L’idea del re scelto da Dio era praticata nell’Antico Testamento, fu poi formulata da San Paolo ed elaborata dai Padri della Chiesa, giungendo in tal modo a fondare la cultura politica del Medioevo.
Tale visione delle cose è molto diversa da quella attuale; il mondo moderno infatti ha separato il campo politico da quello teologico e non dà più una giustificazione teocratica del potere. L’origine dell’autorità è fatta derivare dalla volontà popolare e, in linea di principio, il vero detentore del potere è il cittadino, o meglio l’insieme dei cittadini, che liberamente scelgono i loro rappresentanti. E’ in un’epoca illuministica che sorge l’idea della rappresentanza popolare, e la separazione tra la politica e la teologia viene fatta risalire al Machiavelli: il suo trattato “Il principe” segna il passaggio dalla visione medievale a quella moderna. Machiavelli detta al reggitore dello stato le norme che sono immorali nel comportamento comune; ma l’ambito politico è un’altra cosa, è un mondo a sé stante, con delle leggi proprie, anche diverse da ciò che normalmente si chiama “la morale”.
Per i trattatisti medievali il mondo religioso e quello politico sono così profondamente intrecciati fra loro, che spesso vengono quasi ad essere la stessa cosa. Per Machiavelli e i moderni invece le preoccupazioni religiose sono totalmente eliminate, e si fa della politica il luogo in cui si esercita un’azione esclusivamente umana e terrena. Il vanto che Machiavelli si attribuisce è di seguire le cose concrete e di descrivere l’agire umano così come è, e non di non interessarsi a come idealmente dovrebbe essere. Dietro questo vi è un radicale ribaltamento di mentalità: per l’uomo medievale non esiste aspetto della realtà che non abbia un riferimento superiore, mentre l’uomo moderno cerca le cause delle cose dentro il mondo stesso e tende ad eliminare dal suo orizzonte tutto ciò che sta oltre. Questo lo si può vedere, per esempio, nella scienza, nella filosofia, nella mentalità e nel comportamento pratico della maggior parte delle persone del nostro tempo.
Circa il modo di scrivere di Sedulio, va osservato in lui un altro tratto tipico della cultura medievale, cioè le tendenza a procedere per “autorità”. Quando si espone un’idea, la si sottolinea con il fatto che essa risale ad un personaggio o ad un testo ritenuti prestigiosi e autorevoli, dotati appunto di autorità. Nella cultura dell’epoca la principale fonte in tal senso era data dagli scrittori biblici, a cui si affiancavano i padri della Chiesa e gli scrittori cristiani; notevoli “auctoritates” erano anche molti storici, poeti e filosofi dell’antichità classica (Aristotele, Cicerone, Virgilio, ecc.). L’autore che sto analizzando cita soprattutto la Bibbia, riferendosi principalmente a San Paolo, i Libri dei Re, Samuele, i Proverbi, l’Ecclesiastico, i Salmi e Giobbe; fra i Padri ricorda Agostino, Girolamo, Lattanzio, Ambrogio, Beda il Venerabile; meno spesso si ricordano autori pagani.
Un modo costante di procedere da parte di Sedulio è quello di portare per ogni argomenti uno o più esempi, che sono tratti dalla storia antica o recente, ma soprattutto dai testi sacri. Questo offre al discorso una cerca vivacità e concretezza e si può quasi parlare di spezzoni narrativi inseriti nel discorso teorico. L’opera dunque ha un carattere fondamentalmente saggistico e riflessivo, con frequenti inserimenti esemplificativi, che costituiscono delle brevi narrazioni. Il ricorso agli “exempla” era frequente nei predicatori medievali, che cercavano un corrispettivo tra dato comportamento e un personaggio o un fatto memorabile che lo rappresentasse visivamente nella mente dell’uditore. Non fa forse qualcosa di simile anche Dante (pur in un contesto diverso) quando deve cercare personaggi adatti a concretizzare un tipo di peccato o di virtù?
Lo schema logico seguito normalmente da Sedulio è quello di porre un principio generale, da cui poi procedere ad estrarre le conseguenze più immediate. Il periodare è in genere ampio, ricco di subordinate e conserva sempre un tono alto e solenne. Il suo scritto, pur essendo denso di concetti, è comunque leggibile con facilità e scorrevolezza grazie alla varietà delle sue risorse espressive, alle sue immagini, alle similitudini, alle metafore e alla chiarezza ordinata con cui l’autore ragiona.

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