Etica borghese

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Testo

La casa era la quintessenza del mondo borghese, perché in essa e soltanto in essa si potevano dimenticare, o sopprimere artificialmente, i problemi e le contraddizioni della sua società. Qui e soltanto qui la famiglia borghese, e ancor più quella piccolo-borghese, potevano mantenere l'illusione di una felicità armoniosa e gerarchica, circondata dai manufatti che ne erano la dimostrazione, e che insieme la rendevano possibile, potevano ancora condurre la vita di sogno che trovava la sua espressione culminante nel rito domestico sistematicamente sviluppato a questo fine, la celebrazione del Natale. Il cenone natalizio (celebrato da Dickens), l'albero di Natale (inventato in Germania, ma rapidamente acclimatatosi in Inghilterra grazie al regio patrocinio), la canzone di Natale - nota soprattutto come la tedesca Stille Nacht - erano il simbolo, nello stesso tempo, del freddo del mondo esterno, del tepore della cerchia di famiglia, e del contrasto fra i due.
L'impressione più immediata dell'interno borghese della metà del secolo è di sovraffollamento e dissimulazione: una quantità di oggetti, più spesso che no mascherati da cuscini, stoffe, drappeggi, tappezzerie, e sempre, qualunque ne sia la natura, elaborati. Nessun quadro senza una cornice dorata, cesellata, ad intarsi, perfino listata di velluto, nessuna sedia senza imbottitura, nessun tessuto senza una nappa, nessun lavoro in legno su cui non sia passato il tornio, nessuna superficie senza un fronzolo o un oggettino sopra. Era indubbiamente un segno di ricchezza e di prestigio [...]. Gli oggetti esprimevano il loro costo e, in tempi in cui quasi tutti gli oggetti domestici continuavano largamente ad essere prodotti a mano, l'elaborazione era in gran parte indizio di costo e, insieme, di materiale raro. Il prezzo pagava pure il confort, che quindi non era soltanto gustato ma visibile. Gli oggetti non erano però solo utilitari, o simboli di condizione sociale e di successo. Avevano valore in sé come espressione di personalità, come il programma e, insieme, la realtà della vita borghese, perfino come trasformatori dell'uomo. Nella home, tutti questi elementi si esprimevano e si concentravano. Di qui le sue accumulazioni interne. I suoi oggetti erano, come le case che li contenevano, solidi - termine usato caratteristicamente come massimo elogio di un'impresa commerciale. Erano fatti per durare, e duravano. Dovevano nello stesso tempo esprimere con la loro bellezza le aspirazioni più alte e spirituali della vita, salvo che le rappresentassero con la loro stessa esistenza come le rappresentavano i libri e gli strumenti musicali, il cui disegno, a parte svolazzi in superficie relativamente minori, conservava una funzionalità sorprendente; o salvo che appartenessero al regno della mera utilità, come gli utensili da cucina e i bagagli. Bellezza significava decorazione, in quanto la pura e semplice struttura delle case della borghesia, o degli oggetti che le ornavano, era di rado abbastanza grandiosa per fornire un nutrimento spirituale e morale in sé, come invece ne fornivano i grandi treni e le grandi navi a vapore. I loro esterni rimanevano funzionali; erano soltanto i loro interni, nei limiti in cui appartenevano al mondo borghese, come le carrozze-letto Pullman di recente ideazione (1865) e le cabine di prima classe e le sale di gala dei piroscafi, ad avere décor. Perciò bellezza significava decorazione: qualcosa di applicato alla superficie degli oggetti.
Questo dualismo fra solidità e bellezza esprimeva una netta divisione fra materiale e ideale, corporeo e spirituale, tipica se altra mai del mondo borghese; e tuttavia, lo spirito e l'idea in esso dipendevano dalla materia, e potevano esprimersi solo attraverso la materia, o almeno attraverso il denaro che poteva acquistarla. Nulla era più spirituale della musica, ma la forma caratteristica nella quale faceva il suo ingresso nella home borghese era il pianoforte, un congegno enorme, straordinariamente elaborato e costoso, anche se ridotto, per il bene di un ceto più modesto aspirante ai veri valori borghesi, alle più maneggevoli dimensioni del pianino. Nessun interno borghese era completo senza di esso; nessuna figlia di borghesi che non fosse costretta a suonarvi sopra innumerevoli scale.
Il legame fra moralità, spiritualità e povertà, così ovvio in società non-borghesi, non era del tutto infranto. Si riconosceva che le probabilità che la ricerca esclusiva di cose elevate non fosse remunerativa erano molte, salvo in arti più commerciabili: lo studente povero o l'artista giovane, come insegnante privato o come ospite alla mensa della domenica, era una parte subalterna riconosciuta della famiglia borghese; in ogni caso, in quelle aree del pianeta in cui la cultura era tenuta in gran rispetto. Ma non se ne concludeva che vi fosse una certa contraddizione fra la ricerca di beni materiali e quella di conquiste spirituali, bensì che l'una era la base necessaria dell'altra. Come doveva scrivere il romanziere E.M. Forster [...]: «Entravano i dividendi; salivano gli alati pensieri». [...]
Questo dualismo fra materia e spirito implicava un'ipocrisia che osservatori privi di simpatia hanno considerato una caratteristica non solo onnipresente ma fondamentale del mondo borghese. In nessun campo essa era più ovvia, nel senso letterale, d'essere visibile, che in quello del sesso. Con ciò non si vuol dire che il borghese (maschio) della metà del secolo XIX (o chi aspirava ad essere un suo pari) fosse puramente e semplicemente disonesto; che predicasse una morale nell'atto di praticarne deliberatamente un'altra, benché sia chiaro che l'ipocrita cosciente si ritrova più spesso laddove l’abisso fra la moralità ufficiale e le esigenze della natura umana è incolmabile, come lo era di frequente nel nostro periodo. [...]
Prima di tutto, la sua ipocrisia non era semplicemente una menzogna, eccetto forse tra coloro i cui gusti sessuali erano tanto gagliardi quanto pubblicamente inammissibili, per esempio uomini politici eminenti le cui fortune dipendevano da elettori puritani, o rispettabili uomini d'affari omosessuali in città di provincia. Non era affatto ipocrisia nei paesi (come la maggioranza di quelli cattolici) in cui si accettava un canone francamente duplice: castità per le borghesi nubili e fedeltà per le maritate; libera caccia ad ogni gonnella (forse eccettuate le figlie da marito delle classi medie e superiori) per tutti i giovani borghesi, e infedeltà tollerata per tutti i mariti. Qui le regole del gioco erano perfettamente capite, inclusa la necessità di una certa discrezione nei casi in cui la stabilità la famiglia o della proprietà borghese sarebbe stata altrimenti minacciata [...].
In tale quadro di comportamento, l'ipocrisia entrava nei soli limiti in cui si supponeva che le donne borghesi restassero completamente estranee al gioco, quindi all'oscuro di ciò che gli uomini (e le donne diverse da loro) potevano fare. Nei paesi protestanti si supponeva che la morale dell'astinenza e della fedeltà fosse impegnativa per entrambi i sessi, ma il fatto stesso che così la sentissero anche coloro che la violavano li metteva in uno stato non tanto di ipocrisia, quanto di tormento personale. Non è giusto trattare da puro e semplice imbroglione chi si trova in una situazione del genere.
Inoltre, la morale borghese era in larghissima misura praticata; è anzi possibile che sia divenuta sempre più effettiva via via che le masse di operai «rispettabili» adottavano i valori della cultura egemonica, e via via che le classi medie inferiori, che la seguivano per definizione, crescevano di numero. Simili questioni erano persino al riparo dall'acuto interesse del mondo borghese per la «statistica morale», come ammetteva tristemente un libro di consultazione degli ultimi anni del secolo, liquidando come falliti tutti gli sforzi per misurare la diffusione della prostituzione. [...]
Questa stessa innocenza, tuttavia, ci permette di cogliere con estrema chiarezza il forte elemento sessuale del mondo borghese nel suo abbigliamento: una straordinaria miscela di tentazione e proibizione. Il borghese medio-vittoriano era avvolto in capi di vestiario che lasciavano pubblicamente visibili ben poche cose, anche nei Tropici, eccetto il volto. In casi estremi (come negli Stati Uniti) perfino oggetti che ricordano il corpo umano (le gambe dei tavoli) potevano essere nascosti. Nello stesso tempo, e mai più che nel ventennio dal 1860 al 1880, ogni caratteristica sessuale secondaria veniva grottescamente accentuata - i capelli e la barba nell'uomo, l'acconciatura, seni, i fianchi e le natiche nella donna, si gonfiavano fino a raggiungere dimensioni enormi grazie a falsi chignons, culs de Paris, ecc. L’effetto conturbante del famoso Déjeuner sur l’erbe di Manet (1863) deriva appunto dal contrasto fra l'assoluta rispettabilità dell'abbigliamento dei due uomini e il nudo integrale della donna. Lo stesso clamore con cui la civiltà borghese insisteva che la donna è un essere essenzialmente spirituale, implicava sia che l'uomo non lo fosse, sia che l'ovvia attrazione fisica fra i sessi non quadrasse con il sistema corrente dei valori. Il successo era incompatibile col piacere, come continua a supporre il folklore delle competizioni sportive condannando i campioni ad un celibato temporaneo prima del grande incontro di calcio o di boxe. Più in generale, la civiltà poggiava sulla depressione degli istinti. [...]
Ma questo era un fenomeno «borghese» nei soli limiti in cui rifletteva l'egemonia della rispettabilità borghese: come la lettura di Samuel Smiles o la pratica di altre forme di self-help e di «auto-perfezionamento», rimpiazzava il successo borghese più che non predisponesse a raggiungerlo. A livello dell'operaio o impiegato «rispettabile», l'astinenza doveva non di rado costituire la sua ricompensa. In termini materiali, non dava che frutti modesti. [...]
Naturalmente il problema era, in una certa misura, economico. La «famiglia» non era soltanto la cellula elementare della società borghese, ma la sua unità-base di proprietà e di impresa, legata a tutte le altre unità simili attraverso un sistema di scambi di donne-più-proprietà (la «dote»), in cui le future mogli erano, per rigida convenzione derivante dal passato preborghese, virgines intactae. Tutto ciò che indeboliva questa unità familiare era inammissibile, e nulla la indeboliva più di una passione fisica incontrollata, tale da introdurre corteggiatori e corteggiati «inidonei» (cioè economicamente indesiderabili), da dividere i mariti dalle mogli, e da dilapidare risorse comuni. [...]
La borghesia in quanto classe trovava una difficoltà enorme a combinare in dosi moralmente soddisfacenti entrate e spese, così come non riusciva a risolvere il problema materiale equivalente del modo di assicurare una successione di uomini d'affari altrettanto dinamici e capaci nell'ambito della stessa famiglia - un fatto cui si doveva il ruolo crescente delle figlie, che potevano arricchire di sangue nuovo il complesso aziendale. Dei quattro figli del banchiere Friedrich Wichelhaus, di Wuppertal (1810-1886), soltanto Robert (nato nel 1836) rimase banchiere: gli altri tre (nati rispettivamente nel 1831, nel 1842 e nel 1846) finirono come proprietari fondiari due e come professore di università uno, ma entrambe le figlie (nate nel 1829 e nel 1838) sposarono degli industriali, incluso un membro della famiglia Engels.
Lo stesso oggetto delle aspirazioni e degli sforzi della borghesia, il profitto, cessava d'essere un pungolo adeguato non appena aveva prodotto una ricchezza sufficiente. Verso la fine del secolo, la borghesia scoprì una formula almeno temporanea per combinare i due termini della contabilità a partita doppia, pareggiandoli in qualche modo con le acquisizioni di epoche passate. Gli ultimi decenni prima del 1914 dovevano essere l'«estate di san Martino», la belle époque, della vita borghese, rimpianta retrospettivamente dai suoi superstiti. Ma nel terzo venticinquennio del secolo XIX le contraddizioni toccarono forse lo stadio più acuto: sforzo e piacere coesistevano, ma urtandosi. E la sessualità era una delle vittime del conflitto; l'ipocrisia ne era la vincitrice.
Al riparo di un baluardo di vestiti, pareti e oggetti domestici, sorgeva la famiglia borghese, l'istituzione più misteriosa dell'epoca. Se è facile - come attesta un'ampia letteratura - scoprire o immaginare dei nessi fra puritanesimo e capitalismo, quelli fra struttura famigliare ottocentesca e società borghese rimangono infatti oscuri. L'evidente conflitto fra le due è passato quasi sempre inavvertito. Perché mai era necessario che una società ligia ai valori dell'economia di intrapresa concorrenziale generatrice di profitti, agli sforzi dell'individuo isolato, all'eguaglianza dei diritti e dei punti di partenza, alla libertà, poggiasse su un'istituzione che così radicalmente li negava?
La sua cellula-base, il nucleo unifamiliare, era insieme una autocrazia patriarcale e un microcosmo del genere di società che la borghesia come classe (o i suoi portavoce teorici) denunziavano e distruggevano: una gerarchia di dipendenza personale:
Qui in ferma saggezza domina il padre, marito e padrone.
Colmandola di prosperità come tutore, come guida e giudice
Sotto di lui [...] volteggiava «il buon angelo della casa, la madre, moglie e padrona», alla quale spettava, secondo il grande Ruskin:
Compiacere gli altri
Nutrirli in modi squisiti
Vestirli
Tenerli in ordine
Educarli

compito per il quale, curioso a dirsi, non le si chiedeva di mostrare, o possedere, né intelligenza né cultura («Sii buona e dolce, fanciulla - scriveva Charles Kingsley - e lascia che sia intelligente chi vuole»). Questo non solo perché la nuova funzione della moglie borghese, di mettere in risalto la capacità del marito borghese di mantenerla nell'ozio e nel lusso, contrastava con la vecchia funzione di reggere e guidare la famiglia, ma anche perché doveva essere dimostrabile la sua inferiorità nei confronti dell'uomo:
Ha saggezza? Ottima cosa, ma guardati dall'eccedere:
Ché la donna dev'essere soggetta, e la vera sovranità è della mente.
Senonché a questa bella schiava ignorante e sciocchina si chiedeva anche di esercitare poteri sovrani; non tanto sui figli, il cui signore era ancora una volta il pater familias, quanto sui domestici, la cui presenza distingueva il borghese dai suoi inferiori sociali. Una «signora» era definibile come colei che non eseguiva alcun lavoro, e quindi ordinava ad altri di eseguirlo; un rapporto che stabiliva la sua superiorità.
Sociologicamente, la differenza fra operai e borghesi era fra servi potenziali e detentori di servi, e così la usò, alla fine del secolo, l'inchiesta sociale pionieristica di Seebohm Rowntree a York. La servitù, poi, era composta sempre più e in assoluta prevalenza da donne - fra il 1841 e il 1881 la percentuale degli uomini occupati in servizi domestici e personali calò in Inghilterra da circa il 20 a circa il 12%, cosicché la famiglia borghese ideale consisteva di un padrone dominante un certo numero di femmine gerarchicamente scaglionate, e questo tanto più in quanto i figli maschi tendevano ad abbandonare il tetto paterno una volta raggiunta la maggiore età, e perfino - nelle classi superiori inglesi - quella del collegio.
Ma il servo, pur ricevendo un salario e quindi rappresentando l'equivalente domestico dell'operaio il cui impiego definiva nel campo dell'economia il borghese di sesso maschile, era essenzialmente diverso, perché il vincolo principale che la (o più raramente lo) legava al padrone non era il nesso monetario, bensì una dipendenza personale e, ai fini pratici, una dipendenza completa. Ogni aspetto della sua vita era rigorosamente prefissato e, poiché la «serva» o il «servo» abitava in una qualche soffitta miseramente arredata, controllabile. Dal grembiule o dalla divisa che portava, fino al benservito senza il quale non avrebbe più trovato impiego, tutto in lei - o in lui - simboleggiava un rapporto di sovranità e sudditanza. Ciò non escludeva relazioni personali strette anche se ineguali, come non le escludeva nelle società schiaviste; anzi è probabile che le favorisse, benché non si debba mai dimenticare che, per ogni bambinaia o giardiniere che spendeva tutta la vita al servizio di una sola famiglia, v'erano centinaia di ragazze di campagna che passavano per breve tempo attraverso la casa padronale per approdare di qui alla gravidanza, al matrimonio o a un altro posto di lavoro, non essendo trattate che come l'ennesimo esempio di quel «problema della servitù» di cui erano piene zeppe le conversazioni delle loro padrone. Il punto cruciale è che la struttura della famiglia borghese contraddiceva brutalmente quella della società borghese. Nella sua cerchia, libertà, opportunità, nesso monetario e ricerca del profitto individuale non regnavano. [...]E senza dubbio, sotto un certo aspetto, essa formava un deliberato contrasto con il mondo esterno, un'oasi di pace in un mondo di battaglia, le repos du guerrier:
Ora tu saprai - scriveva la moglie di un industriale francese a uno dei suoi figli nel 1856 - che viviamo in un secolo nel quale gli uomini hanno valore soltanto per se stessi, e nel quale un commesso intelligente e coraggioso prende il posto del suo padrone allorché quest'ultimo, per scarsa energia o per leggerezza, è costretto a scendere dal rango che un tempo gli sembrava assicurato.
«Che battaglia!», scriveva il marito, tutto preso dalla concorrenza con industriali tessili inglesi: «Ci sarà un buon numero di uccisi, nella lotta, e un numero anche maggiore di crudelmente feriti». La metafora della guerra saliva per impulso naturale alle labbra di uomini che discutevano della propria «lotta per l'esistenza» o della «sopravvivenza del più adatto», così come la metafora della pace saliva spontanea alle loro labbra quando descrivevano la home: «il luogo di residenza della gioia», il posto in cui «l'ambizione soddisfatta del cuore gioiva» come non avrebbe mai potuto gioire fuori, perché non avrebbe mai potuto sentirsi, o concedersi il lusso di ammettere di sentirsi, soddisfatto.
Ma è anche possibile che nella famiglia borghese trovasse espressione necessaria l'essenziale inegualitarismo su cui poggiava il modo di produzione capitalistico. Proprio perché non si basava su ineguaglianze tradizionali, collettive, istituzionalizzate, la dipendenza doveva essere un rapporto individuale. Essendo così incerta per l'individuo, la superiorità doveva avere una forma che fosse permanente e sicura. Dato che la sua espressione essenziale era il denaro, e questo è una pura manifestazione fenomenica del rapporto di scambio, dovevano completarla altre forme di espressione che dimostrassero il dominio di persone su persone. Non c'era nulla di nuovo, naturalmente, in una struttura familiare patriarcale basata sulla subordinazione della donna e dei figli. Ma laddove ci si sarebbe logicamente potuti aspettare che una società borghese la infrangesse o la trasformasse - come doveva poi disintegrarsi -, la fase classica della società borghese la rafforzò ed esasperò.
E.J. Hobsbowm, ll trionfo della borghesia. 1848-1875,

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