Scienze sociali

Materie:Riassunto
Categoria:Scienze Sociali

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Testo

APPROCCI TEORICI AI MASS MEDIA

IL FUNZIONALISMO
È una teoria della società sviluppatasi nel XX secolo. Secondo questa, la società è come un organismo vivente che si adatta all’ambiente x sopravvivere. Le istituzioni nascono x rispondere a bisogni fondamentali che la società deve soddisfare.
I mass media svolgono compiti utili x la sopravvivenza e il buon funzionamento del sistema sociale.
Il funzionalismo li considera + come tecnologie che come fenomeni storici, sociali e culturali.
Funzioni fondamentali attribuite ai mass media.
Laswell:
1. controllo dell’ambiente cioè osservazione del mondo circostante;
1. integrazione cioè collegamento tra le varie parti della società;
2. trasmissione del patrimonio socio-culturale da una generazione all’altra.
Lazarsfeld e Merton:
1. il conferimento di status pubblico a persone cui i media s’interessano rendendole celebri;
2. la moralizzazione ottenuta accusando comportamenti devianti di alcuni.
Wright:
1. funzione ricreativa. Va incontro ai bisogni estetici e all’esigenza di riposarsi e allentare le tensioni.
Conseguenze negative.
Lazarsfeld e Merton:
a) Narcosi. Stato d’apatia causato dalla falsa convinzione di padroneggiare le cose solo perché se ne è al corrente.
b) Influenza conservatrice. Tendenza a rafforzare lo status quo e ad impedire innovazioni; spesso dovuta ad azioni involontarie, dettate dalla prudenza.

LE TEORIE CRITICHE
Secondo queste, i difetti dei mass media sono strutturali, fanno parte della natura stessa del loro mondo e si eliminano solo cambiando il sistema.
Per capire la realtà sociale, bisogna riflettere con intelligenza e spirito critico, analizzare il sistema sociale e sottoporlo all’esame della ragione.
Scuola di Francoforte – Horkheimer. Nelle società capitalistiche si nega la possibilità di esistere come esseri pensanti, di criticare, agire, contare qualcosa ed essere rispettati. I riceventi sono passivi.
La società è divisa in oppressi e oppressori e dietro la facciata di rispettabilità si nascondono mezzi di dominio.
Non si pensa che dietro ai media ci sia un disegno premeditato di assoggettare la gente
Horkheimer e Adorno: media come attività economica (non fanno informazione); industria culturale.
La qualità dei prodotti è condizionata da questo fatto.
o Standardizzazione: gli spettacoli vengono prodotti in serie. Le offerte differenziate sono solo espedienti x catturare + pubblico e avere + mercato.
o Comprensibilità immediata: non è richiesto impegno cognitivo.
o Istupidimento: non si esercita il pensiero e non si lavora di immaginazione.
o Strumento di dominio: chi ha in mano il potere economico tiene a bada la gente. È uno strumento che controlla psicologicamente le persone e le svuota interiormente.
Mills (sociologia critica nordamericana): i media sono un’industria che opera con le èlite che hanno il potere nella società così la massa può essere manipolata e controllata dall’alto.

TEORIA DELLA RIPRODUZIONE SOCIO-CULTURALE
Althusser – Media: mezzi di produzione dei rapporti di dominio. Assicurano che squilibri economici, sfruttamento e oppressione restino tali; sono schierati dalla parte di chi domina. Sono apparati ideologici di Stato che lavorano a conservare i rapporto di dominio.
Bourdieu – Ha analizzato consumi e gusti culturali; ha concluso che questi rispecchiano le divisioni della società e che quelli delle classi dominanti hanno maggior prestigio di altri.

TEORIE CULTUROLOGICHE
X queste, i media sono una componente della cultura post-moderna. I sostenitori pensano che lo stato attuale in cui la gente vive sia il prodotto di trasformazioni storico - sociali in cui i media sono un fattore tra gli altri.
Anche qui si parla di cultura di massa, standardizzazione, cambiamenti nella qualità dell’informazione, dello svago ma la visione è meno pessimistica e + distaccata e neutrale. La cultura di massa si cerca di capirla, analizzarla, descriverla e valutarne i vari aspetti. L’obiettivo di queste teorie è costruire una fenomenologia della civiltà post-moderna tracciandone una gran raffigurazione.
Morin – Nozione d’immaginario. Sfera di conoscenze illusorie, in cui le cose vengono trasformate fantasticamente, fino a creare rappresentazioni che mantengono i tratti esteriori della realtà, ma ne sono lontane.
I mass media producono una spinta verso l’immaginario, perché mescolano informazione e fiction, contenuti impegnati ed evasione.
McLuhan – Per gli effetti sul ricevente è decisivo il canale, il mezzo di comunicazione usato e non i contenuti. Le tecnologie della comunicazione richiedono adattamenti psicologici quindi il loro inserimento trasforma le civiltà, perché modifica la psicologia degli individui che vi appartengono.
Lui distingue 2 categorie di mezzi di comunicazione: i caldi (riempiono il ricevente d’informazione) e i freddi (ne trasmettono poca e il ricevente deve arricchire).

CHE COSA SAPPIAMO DEI MASS MEDIA?

I PRODOTTI
Il mondo ritratto dai media è diverso dalla realtà per alcuni fattori. rappresentati
1) E’ convenzionale. L’immagine della vita quotidiana offerta dai media è in linea con le convinzioni + diffuse tra la gente, con i pregiudizi e gli stereotipi presenti nella società. La realtà però è diversa.
2) Ha un’impronta negativa. Il mondo è mostrato in modo peggiore di quello che è. Si mette in risalto il lato negativo della vita sociale.
3) Dilata il presente. I media mostrano il mondo com’è nel presente e trascurano la dimensione storica. Le cose sembrano uscite dal nulla; non c’è il passato.
4) Deforma la struttura sociale. I vertici vengono rappresentati più del resto della società. Le categorie + prestigiose hanno + spazio.
5) Contiene pseudo-eventi. I media costruiscono dei fatti x attirare l’attenzione, assicurare la copertura informativa e adeguarsi alle aspettative correnti.
La rappresentazione della realtà da parte dei media è contraddittoria. Da un lato mostrano il mondo in modo rassicurante, dall’altro in modo negativo.
I contenuti dei messaggi inviati non coincidono x forza con quelli che la gente ricava dalle varie fonti. L’analisi dei contenuti c’informa su quelli trasmessi, non su quelli ricevuti; sono soggettivi.
La maggior parte della gente si rende conto che il mondo raffigurato dai media non coincide con la realtà.
LA RICEZIONE
Il modo di elaborare i messaggi varia molto a seconda del ricevente e del contesto di ricezione.
Chaiken distingue tra elaborazione sistematica ed elaborazione euristica.
Petty e Cacioppo parlano di via centrale e via periferica.
Nella prima elaborazione si è + dettagliati e si considerano tutti gli elementi disponibili; nella seconda si è superficiali e si traggono conclusioni affrettate.

I BAMBINI CON LA TV
Quanto la guardano: i bambini italiani guardano in media la tv x 2 ore e 40 al giorno.
Cosa guardano: l’attenzione è rivolta soprattutto ai programmi x l’infanzia (3-5 anni); il passaggio all’età scolare implica un ampliamento degli interessi televisivi.
Quanto la guardano: nell’arco della giornata la tv è presente quasi in tutti i momenti, ma il pomeriggio la si guarda maggiormente.
Con chi: i bambini sono spesso soli davanti allo schermo nelle prime ore del mattino e nel pomeriggio mentre la presenza dei genitori c’è all’ora di pranzo, a cena e dopocena.
Dove: i bimbi delle regioni meridionali la guardano di + rispetto a quelli del nord.
Come la guardano.
Non tutti i bambini fanno lo stesso uso della stessa immagine. La ricezione dei messaggi è un fenomeno complesso.
La percezione dei programmi varia a livello individuale, di ceto, di identità culturale: la tv ha un impatto diverso da un paese all’altro.
Esistono vari gradi nella qualità dell’ascolto in quanto non sempre davanti alla tv c’è un pubblico attento: “telepassione” (scelta vera e propria in cui l’attenzione è massima); “teletappezzeria” (tv di sottofondo mente si fanno altre cose); “teletappabuchi” (si guarda quando non c’è di meglio da fare).
Le variabili che influenzano di + l’ascolto.
Età. Si entra in rapporto con la tv nelle prime fasi della vita.
A 3 anni si guarda la tv tutti i giorni e fino a 6 la si guarda sempre +. L’ascolto aumenta fino all’inizio dell’adolescenza, periodo dei massimi ascolti. Nell’adolescenza il consumo diminuisce x ricominciare a crescere con l’età adulta.
Genere. Maschi e femmine sono egualmente coinvolti dalla tv.
Stagione. Ascolto max d’inverno, cala in primavera e si riduce d’estate.
Città-campagna. I bimbi delle grandi città ne guardano di meno.
Livello socio-culturale della famiglia. Tanto + è deprivato l’ambiente, tanto maggiore è l’esposizione al video.

LA COMUNICAZIONE OGGETTO DI FORMAZIONE

LA FORMAZIONE DEI COMUNICATORI
In molte attività lavorative serve essere competenti nella comunicazione. Ci sono persone che spesso sono impegnate in comunicazioni esterne, che sono molto importanti x l’immagine dell’azienda.
Le organizzazioni in genere prevedono corsi di formazione in comunicazione x il personale.

EDUCARE ALLA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE
Molti paesi sono multietnici. La facilità dei trasporti e lo sviluppo dei media hanno permesso sempre + contatti tra persone di culture diverse. Questo poter comunicare con razze diverse è molto importante nel mondo attuale perché può evitare malintesi me è anche utile x promuovere l’intesa tra i popolo e accrescere la tolleranza e il rispetto reciproco.
EDUCARE AI MEDIA
Fin dall’esplosione tecnologica ci si chiede se i media sono nocivi o innocui. Non si è in grado di dare risposta sicure.
A partire dagli anni ’70 è nato un nuovo modo di guardare al rapporto tra media e nuove generazioni: morale. Si è pensato di educare al rapporto con i media invece che chiedersi se fanno bene o male. In quest’ottica i media sono una risorsa ambientale come tante.
Una parte importante l’ha avuta l’Unesco (organizzazione delle Nazioni Unite x l’educazione, la scienza e la cultura).
La prospettiva dell’educazione ai media è esposta nel rapporto McBride sui problemi della comunicazione nel mondo.
Questo rapporto parte dal presupposto che nei media ci sia un potenziale educativo da sfruttare; sono la nuova agenzia educativa che oggi s’affianca a quella tradizionale (famiglia e scuola) e vanno considerati un bene sociale irrinunciabile. Nei paesi del Terzo Mondo spesso i media sono l’unico strumento di conoscenza.
Le tecnologie sono state sfruttate dalla comunicazione a fini didattici.
La diffusione dei computer nelle scuole sta modificando la comunicazione didattica tradizionale, basata su scrittura e parola.
C’è una necessità di educare ai media. Alla scuola in particolare tocca questo compito.
L’attività educativa basata sui media può avere diverse finalità:
1. Rendere i fruitori intelligenti e critici. Un obiettivo è rendere il soggetto + intelligente e critico nel rapporto con le tecnologie della comunicazione (essere in grado di capire le distorsioni in modo da non esserne preda).
L’individuo deve controllare i media anziché subirli.
La scuola ha il compito di insegnare ad avere a che fare con i media, concentrandosi sulla valenza intellettuale che manca ai media.
2. Favorire la resistenza delle culture + deboli. Le persone di culture + deboli, opportunamente preparate, possono resistere all’influsso dei media in modo da conservare le loro tradizioni. L’educazione ai media può servire a frenare l’omologazione culturale che rischia di prodursi; è un mezzo di resistenza culturale.
3. Seguire lo sviluppo della nuova cultura. I media portano con sé modi di pensare, lavorare diversi da quelli tradizionali.
Chi ha la responsabilità dell’educazione deve seguire le nuove leve nel cammino culturale che le tecnologie attuali consentono.
4. Agevolare la democratizzazione dell’uso dei media e del sapere. L’educazione ai media può favorire l’accesso alle tecnologie della comunicazione di persone in difficoltà per ragioni legate all’istruzione. Per questa via si possono combattere le disuguaglianze che la diffusione dei media porta con sé.
Un’educazione ai media dovrebbe articolarsi almeno a 3 livelli.
a) Funzionamento dei media. Studiare come funzionano i vari mezzi di comunicazione. I media vengono analizzati in quanto strumenti comunicativi; si cerca di portare l’allievo ad impadronirsi della codifica e decodifica dei messaggi.
b) Realtà socio-culturale dei media. L’educazione ai media è orientamento nella società e nella civiltà in cui si vive. I media vanno studiati come fenomeno storico-sociale rilevante nel quale si è x forza coinvolti.
c) Arte dei media. Si cerca di sviluppare nell’allievo le capacità artigianali e il senso artistico di chi opera coi media. Attività pratica.

LA COMUNICAZIONE NEL DIRITTO

Il nostro ordinamento distingue tra una comunicazione privata (una persona si rivolge a un preciso destinatario) e una pubblica (max diffusione di messaggi). La Costituzione nel 1° caso parla di comunicazione che si cerca di tutelare e difendere.
Nel 2° caso parla di manifestazione di pensiero che non si identifica con la comunicazione di massa. Non è prevista la nozione di comunicazione di massa, non è un oggetto ben definito cui applicare una norma specifica.
Ci si preoccupa che la comunicazione non porti turbamento al paese.
I media non hanno ancora un inquadramento specifico in tutte le legislazioni; sono una realtà del tutto particolare.
Comunicazione: strumento di circolazione di informazioni e idee nella società. Si vuole difendere il diritto a informare e a essere informati, a criticare, a proporre nuove idee e a confrontarsi.

L’ARTICOLO 15 DELLA COSTITUZIONE
Nel nostro ordinamento la tutela della comunicazione privata tra 2 soggetti determinati ha il fondamento dell’art.15. La costituzione garantisce la libertà e la segretezza e la garanzia vale qualunque sia il mezzo usato x comunicare. Però possono esserci limitazioni decise dalla legge.
Invece la libertà personale è meno garantita.

LA LIBERTA’ DI COMUNICARE
Non si può impedire a nessuno di inviare comunicazioni o riceverne. Il codice penale prevede e sanziona reati di impedimento di comunicazione. Si ha il diritto di accedere ai comuni mezzi di comunicazione che nella società sono organizzati; il cittadino xò deve sottostare alle norme di funzionamento di questi servizi.

LA SEGRATEZZA DELLE COMUNICAZIONI
Segretezza vuol dire che è vietato prendere cognizione illecitamente del contenuto di comunicazioni private. Chi viene a conoscenza del contenuto casualmente o legittimamente è tenuto alla riservatezza e non può divulgare ciò che ha appreso senza il consenso degli interessati.

LA COMUNICAZIONE POLITICA
CHE COS’E’ LA COMUNICAZIONE POLITICA?

I CONFINI DELLA COMUNICAZION POLITICA
La comunicazione politica (faccia a faccia televisivo, dibattiti, comizi…) è una caso particolare della comunicazione sociale, dei processi comunicativi sui quali si basa la vita associata.
Sono di questo tipo le comunicazioni che avvengono nella pubblica amministrazione, nel sistema giudiziario e nelle riunioni sindacali.
Panpoliticismo: tendenza a considerare tutta la realtà sociale, ogni fenomeno, ogni fatto come fosse politica.
Vita politica e vita sociale sono interrelate. Lo spazio occupato dalla politica in una società varia a seconda del regime politico.

QUANTO CONTA LA COMUNICAZIONE IN POLITICA?
Questa assuma un rilievo importante nei regimi totalitari e in quelli democratici.
È in democrazia che viene elevata, perché si continua a discorrere dei + svariati temi di politica, coinvolgendo ogni genere di interlocutori in situazioni diverse.
Il fatto che la politica sia comunicazione che conclude poco è un tratto costitutivo della democrazia.
Se la politica è fatta di parole implica che è cosa diversa dalla violenza e dalla forza. Poggia sulla persuasione piuttosto che su altre forze.

I DISCORSI DEI POLITICI

IL LINGUAGGIO POLITICO
Gli uomini politici tendono ad usare un linguaggio particolare. È una variante tecnico-professionale, legata allo specifico settore di attività che ha qualcosa anche della parlata speciale. Le varianti sono costruite in funzione degli obiettivi che ci si prefigge nell’attività. Le parlate speciali mirano alla distinzione, a sottolineare la diversità del gruppo sociale che le usa.
Il linguaggio dei politici è tecnico professionale cioè risponde alle esigenze dell’attività politica, soprattutto a quella retorica (far presa sulla gente).
È presente anche il parassitismo dove molte espressioni sono prese da linguaggi tecnici e trasformate; serve a far presa sul pubblico e ad entrarci in sintonia.
Vaghezza del linguaggio politico. I politici tendono a parlare in modo astratto, poco comprensibile e ambiguo. Spesso evitano di rispondere alle domande, le ignorano, le mettono in discussione o parlano d’altro.
Questa comunicazione esige vaghezza e il politico che adotta questo linguaggio dimostra di avere mestiere e di sapersi adattare alle circostanze.
I discorsi politici hanno contenuti per loro natura astratti e confusi, inclini a una molteplicità di interpretazioni.
Parlare in modo vago rappresenta spesso la strategia ottimale in vista delle finalità politiche.
Con in mente il quadro della situazione, il politico ricerca un discorso che vada bene x i vari destinatari e scopi che si stabilisce. Discorsi precisi rischiano di andar bene x un destinatario ma non x altri.
I politici adottano diversi registri cioè varianti legate al contesto.
Edelman ha distinto 4 tipi di linguaggio:
o Esortativo. Campagne elettorali e comunicazioni x conquistare il consenso.
o Giuridico. Linguaggio ufficiale usato nell’attività di governo; è tecnico e lontano x la massa.
o Amministrativo. Come sopra.
o Negoziale. Di retroscena; si usa nelle contrattazioni e nei giochi di potere.

L’ORATORIA POLITICA
I politici di successo sono in genere bravi oratori. Usano spesso metodi retorici e segnali (gesti, intonazione…). L’abilità di manovrare se stessi è uno dei requisiti fondamentali del buon comunicatore. Non tutti i politici lo sono.

RITI, SIMBOLO, RAPPRESENTAZIONI
La comunicazione politica è anche messa in scena (comizi, congressi), spettacolo e rappresentazione davanti al pubblico.
Esistono messe in scena solenni che consistono in riti (uso di simboli che richiamano convinzioni e valori), solitamente collettivi, che coinvolgano i soggetti in una certa visione della realtà.

I DISCORSI DI MOBILITAZIONE
L’obiettivo dei leader che parlano è indurre degli ascoltatori a schierarsi con loro e ad impegnarsi nella lotta politica. Agiscono sulla mente di essi x favorire la costruzione di una precisa identità politica.
Operazioni mentali:
a) Categorizzazione politica. L’ascoltatore sceglie lo schieramento migliore.
b) Identificazione. Si sente parte dello schieramento e si colloca contro gli altri.
c) Coinvolgimento. S’impegna x far sì che il suo schieramento prevalga sugli altri.
Il leader fa compiere una dopo l’altra le 3 operazioni mentali.

I DISCORSI DI PRESENTAZIONE
Il politico, attraverso i media, si rivolge ad un pubblico eterogeneo (sostenitori, avversari ed indecisi). Vuole allargare il consenso, avvicinando a sé quanti + elettori possibile. Deve presentare se stesso e le proprie idee in modo accattivante.
Principi x valutare l’efficacia dei discorsi:
1. Conta il parere degli indecisi. Il vero bersaglio politico sono gli indecisi: è tra questi che si possono guadagnare nuovi consensi.
2. Il politico può convincere con i contenuti e la messa in scena. I consensi non si guadagnano solo x ciò che si dice, ma anche x ciò che si fa nella rappresentazione del faccia a faccia.
3. La maggior parte del pubblico bada + alla messa in scena. X seguire i ragionamenti, lo spettatore deve avere competenza sulle questioni in discussione. In assenza di ciò, egli presterà + attenzione alla messa in scena (quello che fa la maggior parte del pubblico). Basarsi sui contenuti richiede un’elaborazione + profonda, mente x la messa in scena è sufficiente una + superficiale perché + economica mentalmente e quindi la + adottata.
4. Tra quelli che badano ai contenuti nascono facilmente oppositori. Chi segue i ragionamenti è portato a confrontare ciò che dice il leader con ciò che egli pensa. X questo sviluppa facilmente obiezioni.
X un candidato che si deve presentare, sviluppare i contenuti è rischioso.

SIMPATIA & ALTRUISMO
L’ATTRAZIONE INTERPERSONALE

CHE COSA CI RENDE SIMPATICHE LE PERSONE?
Lo sviluppo delle relazioni interpersonali dipende dall’attrazione. Con le persone simpatiche è + facile che da contatti occasionali si passi a quelli abituali. La simpatia favorisce il legame e la tenuta del rapporto nel tempo.
L’attrazione può provocare biases (comuni e diffusi) che incidono sull’obiettività dei nostri giudizi verso le altre persone. La simpatia influisce al momento di esprimere un parere sul conto di una certa persona.
L’attrazione è importante anche nell’apprendimento e nell’insegnamento. S’imparano molte cose dagli altri tramite l’imitazione e la tradizione. La simpatia rende l’altro una fonte di apprendimento sociale. Chi ci piace spesso diventa un modello da imitare.
L’attrazione migliora la qualità dei rapporti umani. Se le persone si trovano simpatiche, è + facile che vadano verso rapporti costruttivi e positivi.

LE RICERCHE SULL’ATTRAZIONE INTERPERSONALE.
Studi hanno dimostrato che l’attrazione è collegata alla somiglianza di idee: persone che si trovano simpatiche tendono ad avere atteggiamenti, opinioni e valori simili.
Ciò che si sa sulle cause dell’attrazione è frutto di esperimenti.
Protocollo di Byrne. Tutto si svolge sul piano astratto, lontano dall’esperienza reale. Il difetto è che viene esclusa ogni scambio reale, x cui non si sa cosa accadrebbe se i soggetti potessero interagire tra loro.
Situazioni di contatto controllato in laboratorio. I ricercatori hanno lasciato che i soggetti interagissero ma con obblighi prestabiliti. Sono stati realizzati esperimenti sul campo.
Esperimento naturalistico. Newcomb ha condotto questo studio senza stabilire variabili, si è limitato a seguire gli eventi.
+ ci si allontana dal 1° modello e si concede spazio alle interazioni, + c’è il rischio che fattori incontrollati interferiscano con i risultati.
Gli psicologi sociali si sono occupati soprattutto della prima attrazione, simpatia che nasce prima di allacciare una relazione.

FATTORI DI ATTRAZIONE
I motivi di attrazione non hanno un fascino assoluto, non agiscono in modo meccanico e sistematico ma intervengono in processi complessi, nei quali contano molti altri elementi.
Prossimità; bellezza; capacità; lodi; favori; critiche; somiglianza; diversità; compagnia.

L’ATTRATTIVA DELLE PERSONE FAMILIARI
Indagini hanno messo in evidenza che amicizie, amori legano + spesso i compagni di scuola, le persone che vivono nello stesso quartiere, che lavorano insieme.
Il semplice vedere frequentemente una persona può rendercela simpatica, anche se non la conosciamo.
Le persone famigliari, come le cose, ci rassicurano perché a forza di vederle ci siamo convinti che sono innocue. Noi ci sforziamo di trovare piacevoli le persone del nostro mondo abituale forse perché così ci affezioniamo alla nostra esistenza e rafforziamo il nostro ottimismo.

FINO A CHE PUNTO PIACE IL BELLO?
Molti dicono di dare + importanza alla bellezza interiore che all’esteriore. Però l’aspetto esteriore pesa molto nell’attrazione interpersonale. Gli uomini tendono a dare + importanza delle donne al lato estetico; questo perché una compagna bella è un fattore di prestigio sociale (fenomeno legato alle attuali società occ) mentre dall’uomo ci si aspetta che produca e faccia carriera.
I canoni estetici sono culturali e variano da popolo a popolo e da un momento storico all’altro.
Esistono alcuni tratti universalmente apprezzati. Questo fatto non è acquisito ma innato.
Sembra che ci sia una figura umana ideale universalmente apprezzata e che su questa base si innestino poi variazioni culturali nel gusto estetico. Questi tratti sono quelli che ricordano le fattezze infantili (cranio bombato, mento piccolo, occhi grandi, arti tozzi).
Le caratteristiche bambinesche attraggono l’attenzione e suscitano sentimenti di protezione. Le fattezze infantili risultano + attraenti in una donna.
Siccome gli individui infantili nella storia dell’umanità hanno mediamente attratto + degli altri, si sono selezionati via via i tratti infantili e l’uomo moderno è diventato così com’è.
Il giudizio sulla bellezza di una persona è soggettivo. Studi hanno detto che noi tendiamo a vedere le persone + o – belle a seconda di ciò che pensiamo sul loro conto.
L’effetto della bellezza, in assenza di qualità interiori, presto svanisce: ci rendiamo conto che si tratta di un guscio senza sostanza e la bellezza smette di affascinarci.
Il fatto che una persona ci appaia bella può influenzare l’impressione globale che ce ne formiamo e indurci ad attribuirle altre qualità, conservando i giudizi positivi anche con prove contrarie.
“Quello che è bello è buono”: alla bellezza si associano altre qualità personali. Sono associate soprattutto le abilità sociali; si pensa che le persone belle siano socievoli, estroverse, brillanti, popolari. Siccome ci aspettiamo che la persona bella sia dotata di competenza sociale, la trattiamo di conseguenza, cosa che la incoraggia a essere davvero socievole e disinvolta nel rapporto con noi. Questa ha buone probabilità di non perdere la sua attrattiva anche se non ha altre qualità. Forziamo la realtà x adattarla allo schema e ricorriamo a schemi di autoconvalida.
La bellezza non sempre è fonte d’attrazione: se tanta, può essere controproducente. Le persone fisicamente molto attraenti spesso vengono considerate vanitose, egocentriche, umanamente lontane. A volte, in effetti, hanno difficoltà nei rapporti e tendono a chiudersi.
Autolimitazione: si evita di lasciarsi attrarre da persone giudicate troppo belle in rapporto a sé. Se l’autostima è alta, il corteggiamento mira in alto, altrimenti ridimensiona le pretese.

COME SI MANTIENE VIVA LA SIMPATIA?
È sbagliato pensare ai motivi di attrazione come se fossero attributi statici delle persone. Le condizioni di efficacia di ciascun fattore di attrazione mutano continuamente.
Per mantenere viva la simpatia i partner di una relazione devono gestire equilibri complessi e delicati, tenendo sotto controllo molti elementi. Di solito si procede con un percorso a zig zag (simpatia e tensione s’alternano) che impedisce che la produzione di simpatia giunga ad un punto morto e l’attrazione esaurisca la propria efficacia.

I PERCHE’
Teoria del rinforzo: una persona ci è simpatica se x noi è fonte di rinforzi positivi o ricompense. I motivi di attrazione sono potenziali rinforzi.
Stare insieme a gente come noi è rinforzante perché ci da l’impressione di essere nella normalità; i simili ci attraggono perché pensiamo che andranno d’accordo con noi e non ci rifiuteranno. Chi non si diversifica x nulla da noi ci rinforza in negativo perché abbiamo bisogno di sentirci unici.
Calcolo costi-benefici: conclusione x cui le caratteristiche dell’altro nel complesso sono x noi vantaggiose o no. Teoria del filtro: prima di ammettere una persona ad avere a che fare con noi, pretendiamo che abbia dei requisiti.

L’ALTRUISMO

Lo studio di questo è utile x sapere come le persone fanno le loro scelte nella vita sociale.
Margolis – In un ipotetico signore, ci sono 2 individui in azione: uno che valuta nel proprio interesse e l’altro che valuta negli interessi del gruppo.
Altruismo come possibile antidoto x i comportamenti sociali, i pregiudizi, i conflitti: gente + altruista dovrebbe riuscire a convivere meglio.

CHE COS’E’ L’ALTRUISMO?
Altruismo: valori e convinzioni morali che danno importanza al bene degli altri e della collettività.
Comportamenti altruistici: azioni volontarie volte a far del bene ad altri senza averne un tornaconto.
- Azioni volontarie. Intenzionali e spontanee. Non obbligate.
- Volte a far del bene agli altri. Un’azione è altruistica solo se la sua efficacia benefica è riscontrabile nei fatti.
- Senza avere un tornaconto. L’altruismo è disinteressato; xò abitualmente un qualche tornaconto c’è.

CHE COSA SPINGE LE PERSONE A COMPIERE AZIONI ALTRUISTICHE?
Sembra che l’altruismo abbia basi biologiche, che sia una tendenza ereditata dall’evoluzione. Trasmissione genetica dell’altruismo.
Questo, oltre a basi biologiche, sembra avere basi culturali; nel corso della storia le norme e i valori altruistici si sono consolidati.
Cohen è arrivato alla conclusione che l’altruismo è un prodotto dell’evoluzione culturale umana.
Gli uomini sono portati ad aiutare gli altri. Come sono numerosi gli episodi di altruismo, lo sono anche quelli di mancato altruismo.
Sul momento, la decisione se aiutare o meno, è legata alla possibilità di ottenere un qualche tipo di tornaconto interiore, ricompensa psicologica che si trova in se stessi. X decidersi, l’individuo ha bisogno di pensare che i benefici psicologici che può ricavare aiutando, superano i costi da sopportare.

NELLA TESTA DI CHI AIUTA
Per compiere un’azione altruistica, si usa un processo d’elaborazione cognitiva della situazione.
1. Percezione della situazione. Il soggetto deve rendersi conto della situazione in ogni suo aspetto. Si porrà delle domande sullo stato di bisogno, sulle sue origini, sull’accettore e su se stesso.
2. Motivazione. Motivarsi ad intervenire. Normative dicision-making model: modello della decisione basata su norme; è ricorrendo a norme sociali che troviamo buone ragioni x aiutare gli altri. Possono entrare in gioco norme di reciprocità, di sussidiarietà o di responsabilità civile.
Spesso ci basiamo sull’imitazione di modelli; guardiamo quello che fanno gli altri prima di noi.
3. Valutazione. Il soggetto individua lo scenario del gesto e fa un’analisi dei costi e dei benefici.
4. Reazione di difesa. Quando scatta la reazione di difesa, uno o + elementi vengono riconsiderati nell’ottica di rifiutare l’aiuto.
5. Decisione. Si fa un bilancio dei costi e dei benefici e si arriva alla decisione.

BENEFICI E COSTI
La decisione di aiutare o meno in ultima analisi si basa su un calcolo costi/benefici.
Benefici: quando l’individuo ha in vista ricompense esterne, il comportamento è interessato e non è + altruismo. Benefici a cui pensano le persone prima di gesti altruistici:
1. Gratificazione. Si compiono azioni spinte da motivazioni intrinseche, x la soddisfazione che si prova facendo quelle cose senza secondi fini.
2. Autorinforzo. Quando si aiuta un altro, si pensa di aver fatto una buona azione e si è contenti di sé stessi, ci si approva e ricompensa psicologicamente.
3. Cessazione della sofferenza da empatia. Davanti a una persona in difficoltà, può scattare l’operazione di mettersi nei panni dell’altro e provare ciò che prova lui (empatia). Aiutandola, c’è il vantaggio di metter fine alla sua sofferenza e alla nostra.
4. Appagamento del senso di giustizia. A volte, dietro li stato di bisogno dell’accettore, il donatore scorge un0ingiustizia. L’azione può diventare il mezzo x reagire all’ingiustizia e rimettere le cose a posto.
Chi si sente in colpa x qualcosa, tende + di chi è in pace con se stesso ad essere disponibile.
Costi che la gente valuta nei propri calcoli:
1. L’impegno insolvibile. Siccome le persone in stato di bisogno sono tantissime, la gente si pone il problema di quante e quali richieste esaudire.
2. L’iniquità rovesciata. C’è la possibilità che l’azione avvantaggi l’accettore e il donatore risulti sfruttato.
3. I rischi. L’azione d’aiuto può comportare diversi rischi e conseguenze negative x chi la compie. Aiutando qualcuno possiamo compromettere la nostra immagine. Anche le reazioni dell’accettore possono essere un rischio, perché chi aiuta può non venir compreso ed è ripagato male.

LA PERSONA E LA SITUAZIONE
Se uno aiuta o meno dipende soprattutto dalle circostanze e dallo stato interiore del momento. Personalità altruistica: elevata autostima, buona competenza sociale, basso bisogno d’approvazione da parte di altri, spiccato senso morale.
Cambiando la situazione, la persona che prima si era mostrata altruista fa presto a diventare egoista o viceversa. La situazione riesce a condizionare facilmente le persone.

GLI EFFETTI DELLA PRESENZA DEGLI ALTRI
Uno dei fattori che + influiscono sul comportamento altruistico è la presenza d’altre persone. Il potenziale donatore tende a confrontarsi con loro, che funzionano come fonti d’informazione per capire come stanno le cose. A volte vengono anche considerati potenziali donatori che condividono la responsabilità d’intervenire.
I presenti sono pubblico, di fronte ai quali presenteremo una certa immagine di noi stessi.
La presenza degli altri produce inibizione sociale dell’altruismo, riduce la probabilità che ci decidiamo ad aiutare chi ha bisogno. Perché l’inibizione:
1. La diffusione di responsabilità. Ciascuno pensa che ci sono anche altri cui spetterebbe intervenire. Specie quando ci sono costi elevati o persone giudicate + capaci, ci si tira indietro.
2. L’incertezza collettiva. Se la situazione è ambigua, la passività degli altri fa pensare che forse non c’è tanta necessità o che ogni azione sarebbe inutile.
3. Il timore di brutte figure. Se si ha frainteso la situazione o si prova ad aiutare senza riuscirci, essendoci spettatori, la brutta figura è probabile.
Può esserci anche l’effetto opposto, di facilitazione sociale dell’altruismo. Tutto dipende dai rapporti che s’instaurano tra i presenti e dal tipo di problemi da affrontare.

IL PUNTO DI VISTA DI CHI VIENE AIUTATO
È ragionevole aspettarsi che chi riceve aiuto lo accetti, sia contento e, all’occasione, ricambi. In genere è così, ma non sempre. Chi riceve può reagire negativamente x vari motivi:
1. L’incongruità. A volte si pensa di non aver bisogno d’aiuto o si ritiene che il bisogno sia d’altro tipo. L’azione del donatore sembrerà superflua, fuori luogo o d’intralcio.
2. Il sospetto di strumentalizzazione. Questo può giudicare l’azione in autentica se pensa che il donatore lo sta manipolando in vista di un secondo fine.
3. La minaccia all’autostima. Farsi aiutare significa non essere autosufficienti e che il donatore è + capace di noi. Pensare ciò è mettersi in discussione e rischiare di indebolire la propria autostima.
4. La tensione da obbligo. Disagio provocato dal sentirsi in debito morale verso l’altro.
5. La coscienza della disuguaglianza sociale. Ci si può rendere conto che l’aiuto che si riceve è espressione di una struttura sociale improntata sulla disuguaglianza. Avere chi ti risolve i problemi ti rende dipendente. La soluzione del problema immediato nasconde quello di fondo della posizione d’inferiorità nella società.
Le reazioni negative all’aiuto ci sono in tutte le culture.

INTERAZIONI & RELAZIONI
LE INTERAZIONI

AZIONE E INTERAZIONE SOCIALE
La vita sociale è fatta di azioni. È azione tutto ciò che si fa; ci sono azioni involontarie (manifestazioni comportamentali) e intenzionali (private o sociali). Tutte le azioni sono sociali perché ciò che facciamo coinvolge sempre in qualche modo gli altri. Le azioni sociali in senso stretto sono quelle rivolte intenzionalmente agli altri ed hanno un senso sociale nella mente della gente. Mescolano elementi comportamentali, privati e sociali.
Weber distingue tra azioni strumentali, in vista di scopi; morali, razionali rispetto a principi e valori; affettive, determinate da bisogni emotivi e tradizionali, che compiamo nel rispetto di abitudini e regole sociali.

CHE COS’E’ L’INTERAZIONE SOCIALE?
Si ha un’interazione sociale quando 2 o + persone sono in presenza l’una dell’altra e con le loro azioni si influenzano reciprocamente.
Con le telecomunicazioni sono comuni le interazioni a distanza.
Quando si agisce nello stesso spazio sociale, ci si influenza perché ciascuno regola le proprie azioni in base a quelle degli altri.
Tra le azioni viene ad esserci un concatenamento, una connessione logica. Processo dell’interazione: sequenza logica di eventi con un inizio, uno sviluppo ed una conclusione. L’esperienza sociale è un flusso di episodi di interazione. Ciascun episodio è caratterizzato da: 1. partecipanti; 2. situazione (contesto spazio-temporale); 3. scena; 4. centri di attenzione (dov’è focalizzata l’interazione).

CONTENUTO E QUALITA’
Ogni interazione ha 2 aspetti: che cosa si fa e come si fa.
Gli autori della scuola di Palo Alto distinguono tra aspetto di notizia e di comando. Per loro ogni interazione è comunicazione, trasmissione di informazioni.
Una persona invia all’altro un messaggio e insieme invia un metamessaggio, un’informazione su come intendere il messaggio e il rapporto tra loro. Uno comunica qualcosa all’altro e allo stesso tempo metacomunica, dà un senso. Nel comunicare c’è l’aspetto di notizia e nel configurare il rapporto l’aspetto di comando.
Goffman distingue tra contenuto e rappresentazione. In un’interazione, le persone si preoccupano della presentazione del sé, di darsi una certa immagine e di assumere una determinata identità nella situazione.
Scuola di Palo Alto: l’attività relazionale serve a dar senso sociale ai messaggi; x Goffman definisce le identità di ciascuno nella situazione.
Differenza tra contenuto e qualità della relazione: il contenuto è oggettivo e fa parte del mondo esterno e la qualità è una costruzione sociale ed è soggettiva.
A volte la personalità di uno dei partecipanti influisce sulla qualità dell’interazione e anche il contenuto può influire.

RITMO E COORDINAZIONE
A volte l’interazione è rapida, a volte lenta. In alcuni casi l’avvio è agitato ma da un certo punto si prosegue adagio xchè gli interventi dei partecipanti si fanno sempre + rari e l’interazione si va spegnendo. Ci sono casi in cui il culmine arriva nella parte centrale e altri in cui l’andamento è ascendente con un massimo alla fine.
Il ritmo è la frequenza con cui le azioni si succedono nel tempo; è dato dalla distribuzione nel tempo delle azioni.
Coordinazione. I partecipanti a un’interazione si muovono con coordinazione; operano in maniera ordinata, ciascuno tenendo conto di quel che sta facendo l’altro e del ritmo a cui lo fa. Se ognuno va x conto proprio, diventa difficile raggiungere gli scopi.
Nell’interazione ci si deve coordinare sempre, anche quando non si sta svolgendo insieme un lavoro. L’interazione stessa è un compito che richiede coordinazione. Bisogna convergere sullo stesso centro d’attenzione.
A volte si verificano interazioni scoordinate. C’è una situazione di interazione tangenziale: le persone viaggiano lungo vie indipendenti, che si toccano solo marginalmente.
Le prime interazioni che hanno i bimbi quando vengono al mondo sono basate sulla coordianzione reciproca: consistono nel muoversi insieme in sintonia con la madre.
Sincronizzarsi quando si conversa, si lavora, si gioca, si balla può rendere l’esperienza piacevole e cresce l’attrattiva tra le persone. Variando il grado di coordinazione, variano anche i sentimenti di soddisfazione e la simpatia reciproca che si sviluppa.

LATO ESTERNO E LATO INTERNO
In ogni interazione c’è un lato esterno (comportamenti manifesti delle persone) e uno interno, mentale (pensieri ed emozioni)
Quello interno è la parte predominante dell’interazione; prevale x quantità ed è la + importante. Buona parte del lavoro dei partecipanti è dedicato a studiarsi reciprocamente; si cerca di comprendere cosa sta facendo l’altro. Le azioni non sono scontate ma vanno interpretate e spiegate tramite attribuzioni.
Si fanno inferenze su com’è l’altro, su stati interiori temporanei e su tratti stabili di personalità.
Nell’interazione, che è la fonte principale della conoscenza di sé, si esamina anche se stessi. Queste sono all’origine di emozioni + o meno forti
Momento x momento i partecipanti scelgono come regolare i propri comportamenti in base a come leggono la situazione e alle esperienze emotive che fanno. È importante la gestione delle relazione e del sé.
Un giusto grado di profondità accresce la padronanza di ciò che accade e aiuta a muoversi consapevolmente.
Effetto di reciprocità. Ogni partecipante sa che nella mente dell’altro accadono cose simili alle sue e di conseguenza cerca di caprile. Questo avvantaggia; consente il decentramento, ci fa uscire dal nostro angolo di visuale per renderci conto che la situazione può essere letta diversamente e possiamo regolare le nostre azioni.
Effetto di facciata. Ciò che viene apertamente manifestato non sempre corrisponde ai pensieri e ai sentimenti effettivi. Bisogna scavare dietro la facciata.

DA CHE COSA DIPENDE LO SVILUPPO DI UN’INTERAZIONE?
1. I partecipanti. C’è chi facilita il verificarsi di determinati tipi di interazione.
2. La relazione. Quando un episodio di interazione si inscrive all’interno di una relazione, le caratteristiche di questa influenzano in modo decisivo la piega che la vicenda prende.
3. Le norme sociali. I partecipanti ad un’interazione decidono le proprie azioni facendo riferimento a regole sociali. Nel corso di un’interazione possono acquistare importanza norme sociali di carattere generale.
4. Le pressioni esterne. Sullo sviluppo dell’interazione possono agire fatti indipendenti dalla volontà delle persone.
5. Lo sviluppo interno. Indipendentemente dai partner, dalla relazione che c’è tra loro, dalle regole sociali e dai fattori esterni, l’iterazione ha un suo sviluppo interno. È fatta di eventi successivi, ognuno dei quali influenza quello che segue. Ci sono nodi, passaggi decisivi.

COME SI COSTRUISCE LA COOPERAZIONE.
Nelle interazioni i partecipanti spesso competono ma ancora + spesso cooperano.
Interdipendenza: la mia sorte dipende da ciò che fa l’altro. La scelta + razionale è far affidamento solo su di sé. Perché le persone collaborano? Esistono tendenze di base all’altruismo; le persone decidono di aiutarsi perché ne ricavano una gratificazione interiore. Nel corso di un’interazione però entrano in gioco anche meccanismi attraverso i quali un partecipante induce l’altro a cooperare: la cooperazione viene ogni volta costruita, è frutto del lavoro che ciascuno fa sull’altro.
Quando si interagisce faccia a faccia, si possono attuare strategie x indurre l’altro ad un atteggiamento di cooperazione.
Tecnica del “pugno guantato”. Ci si mostra competitivi e aggressivi, facendo capire all’altro i gravi rischi che correrebbe nel caso fossimo contro di lui.
Quando con l’altro c’è una storia di interazioni si può adottare una strategia + complessa ed efficace: il pan per focaccia. La prima volta si sceglie di cooperare. Diamo fiducia all’altro e corriamo il rischio. Se coopera, abbiamo raggiunto l’obiettivo. Se invece tradisce, diventiamo competitivi. Non appena dà segni di voler cooperare, ritorniamo cooperativi. Col tempo si riesce a far capire che con noi conviene cooperare.
Accordo: dichiarare le proprie intenzioni, stabilire assieme piani di condotta e stringere patti (non risolve tutti i problemi).
Fiducia interpersonale: fenomeno cognitivo, modo x risolvere l’incertezza.
Ispirare fiducia è un potente mezzo x indurre a cooperare.

LA PERCEZIONE INTERPERSONALE.
Le interazioni sono una fonte importante della nostra conoscenza degli altri. Ci facciamo un’idea anche di persone con le quali abbiamo interazioni brevi o che incontriamo una sola volta.
Selezioniamo le osservazioni su cui basarci. Teoria dell’inferenza corrispondente: modo in cui deduciamo tratti di personalità a partire dai comportamenti evidenti. 2 ordini di azioni che gli altri compiono:
1. Le azioni insolite. Le riflessioni sulla personalità scattano quando l’altro si comporta in modo che non è nella norma.
2. Gli effetti specifici delle azioni. Chi decide di fare qualcosa ha a disposizione una serie di alternative. Noi facciamo inferenze sulla persona quando vediamo che l’azione che ha scelto ha effetti che le altre alternative non avevano.
Per formarci un’idea degli altri ci serviamo di teorie implicite della personalità, convinzioni di senso comune.
Sono speciali schemi, modelli interpretativi che raggruppano i tratti di personalità in accordo tra loro e abitualmente associati. Ci facciamo un’idea complessiva di una persona partendo da poche osservazioni perché ricostruiamo i lati del carattere che non conosciamo.
Queste teorie hanno una base culturale: sono condivise dagli individui di una stessa cultura ma variano da una cultura all’altra.
Le idee che ci formiamo sulle altre persone sono imprecise. Errore fondamentale di attribuzione: si sottovalutano le cause esterne del comportamento, si pensa che se una persona agisce in un certo modo a causa del suo carattere e non si considera la possibilità che sia solo un effetto della situazione.

IL SE’
L’interazione sociale è il luogo basilare di formazione del sé: nel rapporto con gli altri il nostro sé nasce, si definisce e cambia.
Nelle scienze sociali per “sé” si intende la conoscenza di sé; è ciò con cui ciascuno conosce se stesso.
La conoscenza di noi è un complesso di conoscenze diverse. Ci sono tre livelli di conoscenza.
1. Coscienza di sé. Permette di riconoscerci come individui. Sé soggetto: coscienza di me come centro di azione; sé oggetto: coscienza di me come entità che esiste ed è presente accanto alle altre. Sé unico: coscienza profonda di me che mi fa capire che le mie esperienze interiori sono tutte collegate.
2. Sé contingente. Impressioni incomplete sul nostro conto che non trovano organizzazione in un quadro concettuale.
3. Sé concettuali. Autodescrizioni. Concetto di sé: autoritratto che l’individuo fa x descriversi e capirsi. Autostima: stabilisce quanto si vale, è l’insieme delle valutazioni che l’individuo da di sé. Identità psico-sociale: conoscenza di sé considerata centrale.
Sé indipendente: tipico delle moderne società occidentali, da rilievo alle caratteristiche personali legate a ciò che l’individuo fa in autonomia. Sé interdipendente: delle culture collettivistiche, evidenzia le caratteristiche che l’individuo ha x il fatto di appartenere a un gruppo sociale.
Sé rigido: sé visto come unitario, organico e stabile. Sé fluido: + mutevole e legato alle circostanze.
La conoscenza di sé matura nella vita sociale, quando si interagisce con gli altri ed è influenzata dall’ambiente sociale. Le persone che si dedicano maggiormente all’introspezione sono meno capaci di adattarsi e integrarsi, hanno una conoscenza povera di sé.
Nel corso della vita il concetto di sé, l’autostima, l’identità prendono corpo e diventano + complessi via via che crescono le esperienze sociali e il mondo relazionale dell’individuo.
Autopercezione: osservazione di ciò che facciamo. Specchio sociale: impressioni su di noi da parte degli altri. Confronto sociale: paragonarsi agli altri; offre metodi x stabilire chi e come siamo.

IL TEATRO DEGLI INCONTRI QUOTIDIANI
Per Goffman gli incontri quotidiani sono dominati dal “controllo delle impressioni”: le persone cercano di manipolare le idee che gli altri si formano su di loro x presentare un’immagine di sé che sia vantaggiosa e credibile. Gli incontri sembrano rappresentazioni teatrali poiché dominati dallo sforzo di controllare le impressioni.

I GRUPPI
LO STUDIO DEI GRUPPI

CHE COS’E UN GRUPPO
È un’entità formata da + individui presente nella vita sociale. Un insieme di persone si può considerare un gruppo se sono soddisfatte alcune condizioni.
1. Contatto sociale diretto e significativo. I membri devono interagire e comunicare tra di loro. Ciò xmette l’instaurarsi di relazioni.
2. Coscienza di gruppo. In un gruppo ci si rende conto di appartenere ad un’unità.
3. Organizzazione e funzionamento di gruppo. Il gruppo ha una vita propria, anche fuori dal controllo dei singoli. È una collettività impersonale che va al di là delle persone che lo compongono.
X soddisfare le condizioni e formare un gruppo, è importante avere occasioni di contatto e obiettivi comuni e decisivo è il numero dei partecipanti. Un gruppo vero e proprio è piccolo, va da tre a qualche decina di persone.
Due persone formano una diade che è diversa dal gruppo xke guidata da altre regole.
Via via che il gruppo cresce, il ritiro di un elemento incide sempre meno sulla stabilità dell’insieme.
Il limite massimo è legato alla condizione del contatto sociale e significativo. Se si è in troppi, diventa difficile interagire, comunicare ed entrare in relazione.
Aggregati sociali: persone che x qualche ragione si trovano nello stesso spazio fisico. Il contatto sociale non è diretto e significativo e mancano coscienza, struttura e funzionamento di gruppo.
Categorie sociali: persone che condividono una o + caratteristiche di interesse x la vita sociale. I componenti non arrivano ad essere in rapporto diretto; non si vive l’esperienza di gruppo.

I METODI
Gli esperimenti sono la principale modalità di indagine.
La sperimentazione di laboratorio ha avuto una parte importante nelle ricerche. La sperimentazione sul campo, xo, offre l’opportunità di lavorare in situazioni + varie e concrete, che rispecchiano di + la vita reale.
Nello studio dei gruppi ha avuto grande importanza l’osservazione, sia standardizzata che partecipante.

LA COESIONE

CHE COS’E’
Tendenza del gruppo a sopravvivere mantenendo intatte struttura e composizione. È il risultato di vari fattori unificanti.
1. Rapporti tra i membri. C’è simpatia reciproca, le relazioni sono profonde, si è legati e ci si fida.
2. Senso di appartenenza. Il gruppo è vivo nella coscienza dei membri ed è visto positivamente.
3. Attaccamento al gruppo. I membri sono legati al gruppo e ne dipendono psicologicamente. Farne parte è importante xke determina la costruzione del sé e mantiene il senso di sicurezza ed equilibrio socio-emotivo.

COME SI MISURA
Individuare il grado di attrazione che c’è tra i membri. Si chiede di esprimere sentimenti nei riguardi degli altri; sommando le valutazioni si ha un’idea della simpatia che c’è nel gruppo.
L’attaccamento al gruppo può essere dedotto da osservazioni sulla partecipazione dei membri alle attività comuni. Si può misurare l’assenteismo, i ritardi…
Il limite di questi metodi è che sono monodimensionali. Prendono in considerazione solo il rapporto tra i membri o il senso di appartenenza o l’attaccamento al gruppo. Oggi si usano misure polidimensionali, che tengono conto dei molti elementi da cui deriva l’unione dei gruppi. Il sistema + efficace sono i questionari autodescrittivi.

VANTAGGI E SVANTAGGI DELLA COESIONE
Il senso di benessere e soddisfazione che accompagna l’esperienza di coesione può avere ricadute positive sia sul gruppo, sia sui singoli. Il rendimento è superiore se il morale è alto, si crede in ciò che si fa, c’è fiducia reciproca.
L’individuo, in un gruppo coeso, accresce il senso di sicurezza, l’autostima, l’equilibrio socio-emotivo, può contare sugli altri, riceve conforto e aiuto.
Effetti negativi. L’accordo con gli altri può diventare un fattore di distorsione, allontana dall’obiettività e dal senso di realtà. Danni da coesione:
1. La beata improduttività. Bassi rendimenti, insuccessi vengono tollerati + facilmente xchè ci si sostiene a vicenda, si costruiscono giustificazioni e le cose vengono viste migliori di quello che sono.
2. La mentalità di gruppo. L’esigenza del consenso prende il sopravvento sulla ricerca dell’obiettività: si preferisce censurare la realtà invece che mettere a repentaglio l’accordo dentro al gruppo.
Le persone che sono in un gruppo coeso vedono le cose in modo simile quindi è facile che si trovino d’accordo. Trascurano modi di vedere alternativi e difficilmente cercano confronti esterni. Il rischio è che scambino il loro consenso x l’obiettività. La forte coesione impedisce anche l’insorgere di discussioni e confronti interni: chi ha qualcosa da dire tace x non guastare il gruppo.
3 L’estraniazione. I membri di un gruppo coeso a volte perdono il senso dell’appartenenza alla società + ampia. Sono persone poco inserite in altri ambienti.
4. Emarginazione. In qualsiasi gruppo si può venire messi da parte e restare esclusi; in quelli coesi i rischio è maggiore.

FATTORI CHE UNISCONO E CHE DIVIDONO
La coesione di un gruppo è legata a fattori che si definiscono di volta in volta a seconda della situazione e delle circostanze in cui il gruppo viene a trovarsi. Il grado di coesione di un gruppo è il risultato di un equilibrio a + fattori, i quali alcuni spingono verso l’unione, altri alla disgregazione.
Fattori su cui si sono incentrate le ricerche:
1. Grandezza. + il gruppo è grande, - le condizioni sono favorevoli alla coesione; è + probabile che emergano dissensi.
2. Struttura socio affettiva. I componenti di un gruppo hanno sempre delle preferenze sui compagni. È importante il modo in cui si distribuiscono simpatie ed antipatie reciproche.
Se l’attrazione è diffusamente distribuita, il gruppo è nelle migliori condizioni x assicurarsi livelli alti di coesione. Quando invece le simpatie sono distribuite in modo ineguale, tendono a formarsi sottogruppi che spezzano la coesione.
3. Struttura di ricompensa. Condizionamenti, vincoli e regole che disciplinano l’accesso dei membri alle esperienze gratificanti e spiacevoli, ai premi e alle punizioni, ai successi e gli insuccessi.
Quando la struttura è di interdipendenza negativa, c’è competizione interna e la coesione si indebolisce. Una struttura di interdipendenza positiva favorisce la cooperazione e rafforza la coesione.
4. Sfide esterne. La coesione in genere si rafforza se il gruppo ha pericoli da evitare, difficoltà da superare, problemi da risolvere. Davanti alla provocazione esterna si creano condizioni di cooperazione, ciascuno prende coscienza di avere bisogno degli altri e c’è + stima e fiducia reciproca.
5. Senso del noi. E’ importante che i membri abbiano una visione unitaria, con idee simili, obiettivi comuni, strategie, modi comuni di operare. Il senso del noi è anche lo sforzo di migliorare continuamente le prestazioni del gruppo e la qualità della vita all’interno. Questo si regge su 2 elementi: i successi ed un pensiero costruttivo. Il pensiero costruttivo favorisce i successi e questi portano a pensare in modo sempre + costruttivo.

LA LEADERSHIP

LEADER E LEADERSHIP
Il leader è un membro del gruppo di status + elevato, è in posizione sociale di superiorità. Può essere formale se riveste un ruolo di comando, guida o responsabilità. Spesso xò emerge spontaneamente nella vita di gruppo ed è informale.
Il leader esercita un’influenza sugli altri. Può distribuire premi e ricompense e spingere a certi comportamenti mediante pressioni socio-emotive o normative. È anche in possesso di conoscenze che gli permettono di influenzare gli altri con le pressioni informative dei suggerimenti, le idee, i consigli.

STILI DI LEADERSHIP
Nel dopoguerra, si distingueva tra leader autoritario (si impone e decide senza consultarsi) e leader democratico (emerge il suo potere dal consenso del gruppo).
Oggi si parla di leader orientato al compito e leader orientato alla relazione. Bales. In un gruppo di discussione emergono uno specialista del compito che si dedica agli aspetti strumentali e produttivi, uno specialista socio-emozionale che cura le relazioni tra i membri.
Il primo viene apprezzato e considerato importante xchè dà le idee, mente il secondo ricucisce i rapporti nel gruppo. + che essere stimato è simpatico. Il leader del compito somiglia all’autoritario e quello relazionale al democratico.
I gruppi non hanno bisogno solo di qualcuno che guidi, ma hanno una doppia esigenza di organizzazione delle attività e di salvaguardia dell’armonia. Gli stili di leadership sono scelte di priorità di bisogni. Il leader del compito mette al 1° posto la riuscita nel lavoro e il raggiungere le mete, quello della relazione tiene d’occhio le persone ed ha a cuore il buon andamento dei rapporti.
Individui che sono leader in + gruppi spesso cambiano stile passando dall’uno all’altro. Nella storia del gruppo i cambiamenti psicologici possono ripercuotersi sul leader portandolo a modificare il suo stile. Lo stile di leadership non è rigidamente legato alla personalità ma si riconosce l’esistenza di tendenze personali. Ci sono persone che riescono facilmente ad assumere stili a piacimento. Sono individui HSM con elevate capacità di automonitoraggio, abituate a scegliere di volta in volta le strategie di comportamento + convenienti.
Le persone a + basso monitoraggio preferiscono l’orientamento a seconda del contesto di vita.
Bales dice che in un gruppo un’unica persona non può esser al tempo stesso leader del compito e della relazione. Nei gruppi osservati si configurano sempre 2 diversi specialisti. La stessa persona non può ricoprire 2 ruoli. Oggi, però, i soggetti + flessibili (HSM) possono fare contemporaneamente i 2 leader.

COME S’IDENTIFICA IL TIPO DI LEADER
Un metodo è l’osservazione dei comportamenti. Bisogna tener a mente le descrizioni dei leader e ricercare quei modi di fare nelle persone sotto osservazione. Con le inchieste sulle impressioni dei seguaci si va a vedere come i membri del gruppo giudicano il leader. Possiamo intervistarli o usare questionari.
Fiedler ha ideato la scala del collaboratore meno preferito. Il leader pensa a tutti gli individui alle sue dipendenze e individua chi gli ha creato + difficoltà nel lavoro e lo descrive. + il leader è orientato alla relazione, + valuterà favorevolmente il meno preferito.+ è orientato al compito, + ne avrà un’immagine negativa. Il punteggio ottenuto indica l’orientamento in un senso o nell’altro.

UN LEADER X OGNI STAGIONE
Quale stile di leader è preferibile? Ci sono 3 ipotesi: il modello dello stile ideale (uno stile superiore all’altro); il modello della combinazione (bisognerebbe abbinarli); il modello della contingenza (dipende dalle circostanze cosa è meglio).
Nel dopoguerra, la leadership democratica appariva la migliore. Il buon senso, xò, suggerisce che, quando c’è da prendere in tempi brevi decisioni importanti, questa non è adatta.
Le osservazioni di Harvard indicavano che i gruppi hanno bisogno sia di leader di polso con idee chiare, sia di leader che ricuciono i rapporti. L’ideale è la combinazione dei 2 stili.
Nella seconda metà degli anni’60, Fiedler capì che a volte è + efficiente un leader del compito, altre un leader della relazione. Tutto dipende dalle circostanze, dalle condizioni in cui è il gruppo.
Il fattore decisivo è l’attuabilità della leadership. + il leader trova condizioni favorevoli e ha la situazione sotto controllo, + c’è attuabilità. Condizioni favorevoli: fiducia, buoni rapporti, chiara definizione degli obiettivi e dei compiti, forza di pressione che il leader ha in mano.
Criterio della corrispondenza: formatori e leader dovrebbero interrogarsi sulle situazioni di un gruppo in cui la leadership si esercita e regolarsi di conseguenza.

COME SI DIVENTA LEADER?
Non c’è una fisionomia precisa del leader. Le condizioni di vita del gruppo hanno delle esigenze, x cui è + adatta questa anziché quella persona.
Stogdill affermò che tutti i leader hanno una piattaforma di personalità che li accomuna: sono + intelligenti degli altri membri, socievoli, motivati, sicuri di sé, tendono a mettersi in evidenza.
Oggi prevale la convinzione che il requisito che può aiutare a diventare leader sia la capacità di cogliere il momento, di leggere le situazioni e sfruttarle x accrescere il proprio potere. Il leader è un interprete della vita di gruppo.
Processo che porta un leader ad emergere.
Inizialmente deve conquistare il suo regno e deve conformarsi alle regole del gruppo, identificarsi ed immergersi. Dopo che ha conquistato la fiducia, può introdurre gradatamente innovazioni ed esercitare il suo potere.

L’INFLUENZA DELLA MAGGIORANZA E DELLA MINORANZA

L’ESPERIMENTO DI ASCH
Noi siamo meno autonomi nei giudizi di quanto si pensa e quando siamo in gruppo tendiamo a conformarci al parere della maggioranza.
Alleati dello sperimentatore: maggioranza unanime; soggetto sperimentale minoranza di uno.

ACQUIESCENZA, ACCETTAZIONE O INTERIORIZZAZIONE?
I soggetti sperimentali (minoranza di uno), mostravano di subire l’influenza della maggioranza unanime.
Tre tipi di effetti: acquiescenza (esteriore), accettazione (modesto cambiamento interiore) e interiorizzazione (forma di influenza + radicale). L’influenza riscontrata nell’esperimento di Asch era x lo + acquiescenza.
Tecnica Crutchfield: il soggetto è in una cabina isolata dove c’è un monitor in cui compaiono le opinioni degli altri; prevale l’accettazione.

FATTORI CHE INFLUISCONO SULLA CONFORMITA’
Fattori che intervengono a favorire o meno l’influenza della maggioranza.
1. Unanimità. Se la maggioranza non è unanime, l’influenza diminuisce. Se c’è solo un’altra persona dissenziente l’individuo diventa molto + resistente.
2. Dimensioni del gruppo di maggioranza. Il numero di persone che formano il gruppo di maggioranza conta relativamente poco.
3. Caratteristiche del soggetto. Il soggetto con un basso livello di autostima e un alto bisogno di approvazione tende di + a conformarsi.
4. Immagine della maggioranza agli occhi del soggetto. L’influenza è maggiore se il soggetto ha stima x i membri del gruppo.
5. Difficoltà del compito. + sono difficili i compiti, + cresce l’influenza del gruppo.
6. Gruppo aperto e anonimo e chiuso e individualizzato. L’individuo si uniforma di + alla maggioranza se fa parte di un gruppo aperto anonimo. Quando si è con persone che conosciamo bene, ragioniamo + autonomamente xchè ci siamo a nostro agio e xchè sappiamo che potremo confrontarci e far emergere che cosa è esatto e che cosa non lo è.
7. Epoca e cultura. Non ci sono effettive differenze tra una cultura e l’altra. L’influenzabilità delle pressioni della maggioranza accomuna tutti gli uomini quando vengono a trovarsi all’interno di gruppi.

LA MINORANZA CHE INNOVA.
A volte anche la minoranza può influire sulla maggioranza. Questa può convertire la maggioranza e anche trascinarsela dietro, ma solo rispettando certe condizioni.
- Deve essere coerente. Lo stesso giudizio deve essere mantenuto nel tempo e i membri devono mostrarsi sempre d’accordo. Bisogna essere anche aperti allo scambio di idee.
- Deve apparire fiduciosa nelle proprie forze.
- Deve saper sfruttare lo Zeitgeist, la direzione in cui è la società, che sappia interpretare le linee di tendenza culturali.
- Conta che vi siano testimoni che facciano da arbitri, giudicando l’operato delle maggioranze e delle minoranze.

LA SCIENZA
L’AVVENTURA DELLA SCIENZA IN OCCIDENTE

SCIENZA E TECNOLOGIA
Scienza e tecnologia possono influenzarsi a vicenda xchè sono strettamente collegate. La scienza è un sapere, uno sforzo x descrivere e spiegare il mondo al fine di capire, risponde al desiderio disinteressato di conoscenza. La tecnologia è un saper fare, è capacità di manipolare il mondo e risponde al desiderio di migliorare la condizione umana ottimizzando lo sfruttamento delle risorse e l’impiego dei mezzi disponibili. Può essere il risultato dell’applicazione di conoscenze scientifiche: la ricerca scientifica porta a determinare scoperte che consentono nuovi modi di intervenire sul mondo. Il saper fare tecnologico può essere acquisito empiricamente, a partire dall’esperienza pratica, senza una base scientifica e teorie.
Oggi può risultarci difficile stabilire se viene prima la scoperta scientifica o l’innovazione tecnologica, vista l’unione tra scienza e tecnologia. Il collegamento non è automatico e naturale, ma è un fatto di cultura.

IL PRIMATO DELLA SCIENZA NELLE SOCIETA’ MODERNE
Conoscenza scientifica si ritrova anche nelle società tradizionali + semplici: è etnoscienza. Nelle grandi civiltà statali premoderne questa ha raggiunto livelli elevati formando la scienza tradizionale.
È con la modernizzazione che la scienza assume un posto di primo piano nella società. Noi viviamo in un mondo dominato dalla scienza. Siamo circondati da strumenti d’uso quotidiano che hanno un immenso sapere tecnico-scientifico. Quest’egemonia della scienza è un fatto moderno, sconosciuto alle società tradizionali.
Il prestigio della scienza arriva nel XIX secolo. Si diffonde l’idea che la scienza fornisca la verità sulle cose e che sveli la realtà, riducendo l’ignoto. C’è poi la speranza che la vita degli uomini, col progresso scientifico, migliori sempre +.
Ogni scoperta nuova non vuol dire meno problemi da risolvere, ma è apertura di campi nuovi e definizione di nuovi problemi. La ricerca scientifica è un processo senza fine.
Nel XX sec il prestigio della scienza diminuisce xchè si è indebolita l’immagine della scienza presso l’opinione pubblica. Altra faccia della scienza è quella di fonte d’incertezza e pericolo. I rischi tecnologici, ambientali, alimentari, energetici, militari, fanno pensare alla scienza come a qualcosa di minaccioso oltre che benefico.
Nel corso del XX sec l’attività scientifica ha conosciuto una crescita smisurata, divenendo una delle imprese + grandi delle attuali società.

LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA DEL XVII SECOLO
Nel Seicento ci sono grandi cambiamenti nel modo di intendere e fare scienza. I protagonisti della rivoluzione esprimevano l’ideologia della scienza moderna, insieme d’idee con cui si prendevano le distanze dalla tradizione e si giustificavano le innovazioni.
La scienza moderna è caratterizzata da 3 elementi fondamentali.
1. Antidogmatismo. Bisogna cercare autonomamente di capire come stanno le cose, facendo affidamento sui propri mezzi intellettuali, senza preoccuparsi di ossequiare la tradizione. Il sistema x distinguere il vero dal falso non sta nel confronto con la tradizione, ma tra gli scienziati. Gli appelli all’autorità assumono la forma corretta di ragionamenti.
2. Primato della teoria. La scienza moderna è caratterizzata dal ruolo decisivo delle teorie. Grazie a queste, ha potuto servirsi degli strumenti tecnici, considerandoli a pieno titolo mezzi scientifici d’indagine. L’autonomia di giudizio dello scienziato è libertà di teorizzazione, di elaborare teorie diverse da quelle della tradizione. L’antidogmatismo ha liberato il potenziale creativo del pensiero degli scienziati.
3. Metafisica meccanicistica. Per gli scienziati e i filosofi moderni, il mondo è una macchina che funziona secondo meccanismi e leggi universali. Non c’è segmentazione: l’ordine naturale sulla terra è uguale ovunque. Nasce l’ideale di una conoscenza assoluta, non determinata dall’angolo di visuale dell’osservatore.
La rivoluzione scientifica va inquadrata nelle + ampie trasformazioni della modernizzazione. Con la nascita del capitalismo, l’economia si decentra e dipende da figure periferiche d’imprenditori, che autonomamente, cercano di creare sviluppo. Anche l’impresa scientifica si decentra e viene a dipendere dallo sforzo autonomo degli uomini di scienza.
Merton sostiene che decentramento capitalistico e decentramento scientifico hanno la stessa origine. Alla base di entrambi c’è il protestantesimo, che ha diffuso una morale per cui lavorare, usare la ragione x capire e fare del bene, vuol dire glorificare Dio.

EROI DILETTANTI: SCIENZA COME AMORE
La rivoluzione scientifica del XVII sec si configura come una coraggiosa impresa amatoriale. I protagonisti sono dilettanti, si dedicano al nuovo modo di fare scienza per passione e con audacia sfidano la tradizione; ciò che fanno non ha uno statuto professionale riconosciuto.
Nelle istituzioni scientifiche domina la scienza tradizionale e chi si mette a far ricerca con autonomia di pensiero lo fa a titolo personale e a proprio rischio. Gli studiosi universitari che hanno dato vita alla rivoluzione, da un lato erano professionisti che operavano nel sistema scientifico tradizionale, dall’altro erano dilettanti impegnati in un nuovo modo di fare scienza che non aveva ancora una dimensione sociale riconosciuta.
Altri protagonisti della rivoluzione sono fuori dall’università e dai centri del sapere. Per vivere fanno altri lavori e dedicano alla ricerca scientifica tutto il tempo libero che hanno.
La scienza moderna al suo apparire si presenta come amore disinteressato della verità, puro, senza professionismo. È probabile che in questo “amore” stia la forza della scienza.

L’ISTITUZIONALIZZAZIONE DEL XIX SECOLO
Per istituzionalizzazione della scienza moderna (comincia del 600) s’intende il fatto che viene ufficialmente riconosciuta, è regolamentata da norme e si appoggia ad organizzazioni apposite riconosciute e inquadrate nel + ampio sistema sociale. I circoli intellettuali si formano e vengono fondate le accademie. Queste riuniscono gli amanti della verità, li tengono in collegamento e forniscono alla loro attività un supporto organizzativo.
Nel XVIII sec l’istituzionalizzazione fa passi avanti; grazie all’illuminismo, nel continente si diffonde un clima intellettuale di rispetto e tolleranza verso la libera ricerca scientifica. Nel XIX sec si può davvero parlare d’istituzionalizzazione: la scienza moderna entra in università e diviene un settore d’attività dell’apparato statale. Le università sono statali, laiche e nazionali.
Ciò ha portato al moltiplicarsi delle discipline e dei campi di ricerca. È nella seconda metà del XIX sec che nascono le scienze sociali come discipline accademiche.

LA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA DEL XX SECOLO
Nel XX sec si realizza il connubio tra scienza e tecnica. Fin dai primi anni del nuovo secolo, il centro scientifico del mondo si sposta dalla Germania agli Stati Uniti. Qui, stato e industria concorrono a finanziare le università e a creare un unico sistema di ricerca scientifico-tecnologica.
Negli Stati Uniti si assiste anche al passaggio dalla little science, impresa scientifica su scala ridotta, alla big science, grande impresa scientifica che arruola ricercatori e porta avanti ambiziosi progetti di ricerca.
Con la scienza statunitense si compie il passaggio dalla ricerca individuale alla ricerca di gruppo. Lavorare in gruppo è una necessità della big science.
Questo sistema ha costi elevati xchè i progetti sono costosi e la ricerca usa attrezzature sempre + costose. X giustificare gli investimenti necessari non basta + la ricerca della verità: occorre che produca conoscenze utili e porti risultati concreti di pubblica utilità. Sviluppo economico, sicurezza militare, salute e qualità della vita diventano gli obiettivi.
Il sistema, dopo la seconda guerra mondiale, si diffonde gradatamente nel resto dell’occ. Al ricercatore che lavora in gruppo si richiede d’essere capace di integrarsi nella squadra e una certa dose di spirito organizzativo e imprenditoriale. Chi lavora ad un gran progetto deve rispettare i programmi. I protagonisti ora sono dei professionisti.

LA POLITICA
LO STUDIO DELLAPOLITICA

IL PUNTO DI VISTA DELLE SCIENZE SOCIALI
Riflessione filosofica sulla politica R Grecia (pòlis, città-stato). Filosofia politica Platone. Storiografia politica Erodono e Tucidide in Grecia. Diritto pubblico Roma.
Le scienze sociali si sono date un oggetto di studio circoscritto, studiano l’attività politica umana. Alta novità è l’intento descrittivo – esplicativo cioè conoscere le realtà politiche umane. Il modo di far ricerca è basato sul metodo empirico: lo scienziato elabora ipotesi e teorie ma deve essere sorretto da prove empiriche. Rifiuto dell’etnocentrismo.

IL CAMPO DELLA POLITICA
Scienze sociali che studiano la politica.
o Sociologia politica studia la società e la vita sociale e considera le istituzioni politiche una componente della società e l’attività politica un aspetto della vita sociale. Si occupa dei rapporti tra politica e società cioè come s’influenzano a vicenda. Padri fondatori: Tocqueville, Marx e Weber.
o Antropologia politica A studia le realtà politiche dei popoli e privilegia le culture tradizionali. Studia le forme politiche “altre”.
o Scienza politica S ha di mira la teoria politica e le applicazioni pratiche; accumula conoscenze sui fenomeni politici.
o Geografia politica G riporta sulla carta la distribuzione spaziale dei fenomeni politici.
o Psicologia politica P studia l’attività mentale e i comportamenti dell’individuo e si chiede che cosa accade dentro di lui mentre prende parte alla vita politica. Lasswell: si fa politica x compensare una bassa autostima. Ma slow: chi fa politica ha già soddisfatto i bisogni di base, ha alta autostima e si sente realizzato nella vita privata.

CHE COS’E’ LA POLITICA?

POTERE E STATO: DUE TEMI TRADIZIONALI
Nel pensiero occ, fin dall’antichità, la nozione di politica è apparsa strettamente connessa a quella di potere. Anche se il potere e lo Stato hanno a che fare con la politica, questa non s’identifica con essi. Non ogni potere è politico e non tutta la politica è potere xchè è fatta anche di consenso, solidarietà, cooperazione.
La politica non si riduce allo stato: esistono organizzazioni politiche al di sopra o al di sotto degli stati.

IL SISTEMA POLITICO
Primo ad introdurre questo concetto è Parsone P la società è un sistema che, come un organismo vivente, cerca di mantenere l’equilibrio interno e di sopravvivere.
Easton E modello input-output. Il sistema politico è un mezzo con cui la società risp ai conflitti d’interesse che nascono all’interno. Input di due tipi: domande politiche (manifestazione di bisogni e richiesta d’interventi d’autorità) e sostegno politico (insieme di comportamenti e convinzioni che appoggiano il sistema). Ci sono gatekeepers, filtri (strutturali o culturali) che selezionano le domande. Quelle che passano i filtri stimolano l’elaborazione di programmi d’intervento, le politiche pubbliche (gli output, i prodotti).

IL POTERE POLITICO
Il potere si basa su diverse risorse: forza (consente di esercitare la coercizione), controllo dei beni materiali (si può incentivare o privare gli altri), idee (coinvolgono le persone e le mettono le une contro le altre).
Teoria delle élites T il potere si concentra nelle mani di un vertice sociale compatto che lo difende. Marxismo è nelle mani di chi controlla i mezzi di produzione. Teoria pluralista è distribuito tra vari gruppi che se lo contendono e che ora ne hanno di +, ora di meno.
Caratteristiche del potere politico.
1. E’ fine a se stesso. L’esercizio del potere ha scopi immediati.
2. E’ diffuso. Tende ad essere globale.
3. E’ accettato. La comunità ne riconosce l’autorità e ne accetta la presenza.
4. E’ legittimato. Cerca di legittimarsi, vuole che la gente lo consideri giusto. Weber ha distinto 3 tipi. Tradizionale: rispetta di ciò che vale da sempre; carismatica: fa appello a qualità eccezionali d’individui; razionale: segue ordinamenti giuridici e legalità.
5. E’ contestato. Non solo è accettato e legittimato ma abitualmente contestato.
6. E’ ambivalente. Situazione d’alleanza-antagonismo. Da un lato governanti e governati si approvano e sono uniti, dall’altro si rifiutano e sono l’uno contro l’altro.

LO STATO

CHE COS’E’ LO STATO?
È un’organizzazione politica con alcune caratteristiche.
a. Sovranità su una popolazione e un territorio consistenti. Le società statali contano migliaia o milioni di persone su territori piuttosto vasti.
b. Potere centrale. Il potere è nelle mani di un vertice dirigenziale.
c. Apparato governativo. Ci sono apparati di amministratori, magistrati, militari.
d. Prelievo di beni e prestazioni. Lo stato si finanzia prelevando risorse economiche dalla popolazione sotto forma di tributi o altro.
e. Uso legittimo della forza. Non c’è stato senza coercizione e questa è attuata dallo stato; si presume sia lecita x principio. La violenza dello stato fa sì che la popolazione accetti la subordinazione e collabori.

PERCHE’ LE PERSONE SI SOTTOMETTONO ALLO STATO?
Nel rapporto con lo stato, l’individuo subisce costrizioni, agisce non x libera scelta ma xchè deve. Come mai le persone obbediscono allo stato?
Una ragione è la legittimità dell’autorità statale. Gli stati si avvalgono di dottrine che ne legittimano il potere. Dove c’è interiorizzazione delle dottrine, le persone si sottomettono allo stato volontariamente, x convinzione.
Lo stato moderno trae la sua legittimità dal fatto che è voluto dal popolo e ne cura gli interessi.
Spesso interviene l’accettazione: le persone si convincono che la sottomissione allo stato è un dovere, anche se non sanno bene xchè. L’accettazione spesso è frutto di conformismo, ma può essere anche dettata da convenienza. Altre volte prevale l’acquiescenza al potere x il timore della repressione o x apatia.

ORIGINI DELLO STATO
X decine di millenni gli uomini sono vissuti in organizzazioni politiche non-statali; in seguito, queste hanno lasciato il posto alle società statali. Teorie sulla nascita dello Stato.
1. Ipotesi della conquista. Una tribù forte estende il proprio dominio sul territorio di una popolazione e, anziché eliminarla, ne fa dei sudditi da sfruttare. Si crea un rapporto in cui i dominati sono sottomessi e i dominanti sono legittimati ad usare la forza.
2. Ipotesi del conflitto interno. Lo stato emerge x rimuovere tensioni e lotte tra gruppi nella società. Sottomettersi ad un potere concentrato nelle mani di pochi, si sarebbe ottenuto la pacificazione. Il 1° passo verso lo stato: delineamento di una stratificazione sociale, con fasce potenti e deboli. I gruppi + forti prendono il sopravvento organizzando lo stato x controllare meglio i + deboli.
3. Ipotesi della circoscrizione. Lo stato è una risp adattativa a difficoltà nel rapporto popolazione-ambiente. C’è una crescita demografica e la popolazione è confinata in un territorio. Qui lo stato è una via d’uscita: organizza il lavoro della comunità e consente uno sfruttamento del territorio x sostenere la popolazione. L’organizzazione statale consente scambi commerciali che accrescono la ricchezza.

I REGIMI NON DEMOCRATICI

REGIMI DEL NOSTRO TEMPO
Oggi gli stati non democratici sono molti. La distinzione tra regimi democratici e non si basa sulla distribuzione del potere politico nella società: mentre in quelli democratici il potere è distribuito tra + soggetti e tende a diffondersi in basso, nei non democratici è saldamente concentrato in un vertice. Il potere, con la democrazia, è molto + diffuso; la legittimità e la forza del governante arrivano del consenso dei governati. In un regime non democratico il vertice legittima da sé il proprio potere senza tener conto del popolo, si parla di regimi autocratici (potere fondato su se stesso).

REGIMI AUTORITARI E TOTALITARI
I regimi totalitari sono + dispotici e invadenti degli autoritari ma i due tipi risp a logiche diverse.
Nell’autoritarismo lo stato mette sotto tutela la società civile. Il leader lascia che la società continui ad esistere + o – così com’è, ma è esclusa dalla politica e il leader decide al suo posto tenendola sotto controllo. Lo scopo è raggiungere obiettivi pratici senza l’intralcio delle divergenze politiche. Nel totalitarismo lo stato rifà la società. Lo scopo principale è cambiare la realtà umana adeguandola ad un modello ideale. La società non è accettata e tollerata e viene annientata e sostituita. Differenze.
o Pluralismo limitato/monismo. Regimi autoritari: ci sono organizzazioni che hanno potere politico; sono poche, non in competizione e dipendenti dal leader. Con queste, il potere è diffuso (in minima parte) e c’è un pluralismo. Regimi totalitari: le organizzazioni della società sono controllate dall’unico potere politico; c’è monismo.
o Mentalità autoritaria/ideologia totale. A: non hanno un’ideologia organica e s’ispirano ad idee guida. T: si basano su ideologie totali, concezioni che pretendono di dire tutto; sono articolate e coerenti e propongono una visione globale delle cose.
o Mobilitazione occasionale/permanente. A: le masse possono essere coinvolte massicciamente, ma di solito si evita la partecipazione alla politica. T: vengono continuamente mobilitate; i cittadini non hanno diritto ad una vita privata ma devono mettere tempo e risorse al servizio della causa politica.
o Oppositori/nemici oggettivi. A: chi non ubbidisce o si ribella è solo un oppositore. T: ci sono nemici oggettivi che non hanno diritto ad esistere e devono essere eliminati.
o Arbitrio limitato/illimitato e terrore. A: il leader non sottostà alla legge e può fare cosa vuole ma, di fatto, si contiene ed è prevedibile. T: non conosce limiti e gli abusi sono imprevedibili. L’arbitrio illimitato porta al terrore.
o Assenza/presenza d’organizzazione di supporto del leader. A: sono legati al leader; quando viene meno, si apre una crisi di successione. T: dietro la leader c’è il partito unico che garantisce la successione.

REGIMI DI DOMINIO PERSONALE
Patrimonialismi P lo stato diventa proprietà del leader. Lui invade la società civile e la sottomette a titolo personale, senza un’ideologia. Non c’è una mentalità di riferimento quindi si fanno circolare le idee del leader. Alla gente non si riconosce + il diritto ad una vita privata da rispettare. L’arbitrio è illimitato ma il regime è fragile, l’opposizione può metterlo in crisi.

REGIMI POST-TOTALITARI
Quando un regime totalitario crolla, non sempre nasce la democrazia. A volte si passa da un regime che resta non democratico, anche se non è totalitario. In alcuni casi ve verso la democrazia, in altri ristagna xchè non riesce ad andare avanti né indietro. Va emergendo il pluralismo ed è sempre + tollerato. Il leader viene sostituito da un vertice collegiale che segue regole e procedure x prendere decisioni.

COME SI SPIEGA L’OBBEDIENZA DEGLI ESECUTORI DEL TERRORE?
Chiunque può diventare un esecutore del terrore. Vari fattori possono influire sull’individuo.
1. Le richieste dell’autorità. Milgram (scariche elettriche) dimostra che è difficile resistere alle richieste dell’autorità, in particolare se c’incalza richiamandoci al dovere.
2. Il conformismo. Gli esecutori del terrore sono incoraggiati ad obbedire all’autorità dal fatto che altri si comportano allo stesso modo.
3. La posizione istituzionale. Gli esecutori hanno un ruolo all’interno d’istituzioni create dal regime. La posizione che occupano è un forte elemento di pressione che li spinge a fare ciò che fanno (the experiment).
4. La corruzione da potere. Gli esecutori hanno un grane potere su altri uomini, dei quali possono decidere la sorte. Il potere corrompe moralmente e psicologicamente. Avendo potere su altri, sono portati a considerare questi pedine, esseri inferiori privi di dignità.

I REGIMI DEMOCRATICI

CHE COS’E’ LA DEMOCRAZIA?
Bisogna distinguere tra la democrazia ideale e come realtà politica. Occorre anche distinguere tra formale, dove si rispettano regole e procedure democratiche, e sostanziale, dove la vita politica è davvero improntata ai principi democratici.
La democrazia è il governo del popolo. Due meccanismi sono possibili: la partecipazione diretta dove è il popolo a prendere le decisioni, e la rappresentanza dove il popolo mediante le elezioni conferisce il potere di decidere ad una squadra di governo. Le attuali democrazie sono x lo + rappresentative. La rappresentanza, però, deve risp a determinati requisiti.
1. Suffragio universale. In una vera democrazia sono escluse dal voto solo le persone al di sotto di un’età minima e quelle soggette a limitazioni del diritto di voto. Tutti gli altri sono ammessi senza distinzioni.
2. Elezioni libere, decisive e competitive. Libere elezioni: i cittadini possono svolgere tute le attività politiche che preparano il voto (propaganda, manifestazioni). Decisive: non c’è possibilità di ricorso; che vince governa e chi perde va all’opposizione. Competitive: ci devono essere 2 o + forze politiche.
3. Responsabilizzazione dei governanti. In una democrazia ideale, dopo le elezioni i governanti non fanno ciò che vogliono ma agiscono responsabilmente, mantenendo le promesse elettorali e sforzandosi di corrispondere alle richieste del popolo.

TIPI DI REGIMI DEMOCRATICI
Distinzione da fare è tra democrazie maggioritarie (valorizzano la competizione tra 2 schieramenti politici) e consensuali (le parti politiche si accordano x gestire assieme il potere.
In questi ultimi si instaura di solito il clientelismo, sistema di rapporti privilegiati tra cittadini che assicurano il sostegno e politici che danno protezione e soddisfano richieste.

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