QUEL ROSSIGNOL FRANCESCO PETRARCA

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Testo

Andrea Caruso II A LST
QUEL ROSSIGNOL Francesco Petrarca

Petrarca nacque a Firenze nel 1304, da una famiglia borghese; il padre, ser Petracco, fu esiliato da Firenze (come Dante), quando i guelfi neri presero il controllo; fu quindi costretto a trasferirsi a Avignone (allora la sede della curia papale). Francesco, dopo i primi studi sotto la guida del maestro Convenevole da Prato, nel 1316 fu avviato agli studi di diritto all’università di Montpellier, e dopo, nel 1320, si trasferì a Bologna. Ma nonostante le speranze del padre, era già chiara la sua predisposizione per la letteratura, e probabilmente proprio negli anni di studio a Bologna compose i primi versi in volgare. Alla morte del padre tornò ad Avignone, dove cominciò a condurre una vita frivola, aggraziandosi le corti aristocratiche grazie alla sua arguzia ed eleganza mondana; in ogni caso questo non gli impedì di coltivare la sua passione per i grandi maestri classici, come Virgilio e Cicerone. La lingua abituale di Petrarca era il latino, ma parallelamente utilizzò il volgare, (per lui) oramai sradicato da ogni ambiente municipale italiano, per comporre liriche d’amore sui modelli stilnovisti di Dante e Cino
La poesia parla dello stato d’animo dell’autore che nel periodo che sussegue la morte di Laura è particolarmente triste. Questo viene sottolineato dai primi versi del componimento in quanto vede anche il canto dell’usignolo (che solitamente rappresenta: libertà, natura, gioiosità) come un triste pianto per la perdita di un suo caro. Questo sembra ricordargli il suo triste destino, questo viene usato come pretesto per poter capire che l’unica persona di cui può lamentarsi è sé stesso, perché aveva idealizzato Laura come dea quindi come tale la riteneva immortale; inoltre rafforza questa sua idea scrivendo: “O che lieve è ingannar chi s’assecura!”che sta a significare che è semplice ingannare chi è sicuro di qualcosa. Nel verso successivo invece, quasi a discolparsi, scrive che nessuno avrebbe mai potuto pensare che gli occhi della sua amata, più splendenti del sole, potessero spegnersi e diventare scuri come la terra.
Infine conclude scrivendo che solo ora capisce come il suo feroce destino vuole che impari nella tristezza che le cose piacevoli non possono durare.
È in questo ultimo verso che il Petrarca “nasconde” la morale: non bisogna attaccarsi a nulla sulla terra perché la felicità eterna non sarà mai quella terrena ma solo quella spirituale.

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